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Omaggio a Piero Delfino Pesce e al giornale barese Humanitas Stampa E-mail
Scritto da Sebastiano Gernone   
giovedě, 28 settembre 2006 16:02
OMAGGIO A PIERO DELFINO PESCE E AL GIORNALE BARESE HUMANITAS
 
A cura di Sebastiano Gernone
 
ImageNel periodo storico dell’avvento della dittatura del Mussolini vi furono numerose devastazioni fasciste, e aggiungo nel dettaglio specifico  l’episodio dell’agosto del 1922 a Bari e la distruzione della sede del giornale barese Humanitas nel 1924, con la conseguente sua soppressione.
Nell’agosto del ’22, Giuseppe Di Vittorio capo degli Arditi del Popolo (1), alla guida dei lavoratori baresi, condusse con coraggio e determinazione per cinque giorni la lotta in difesa della Camera del Lavoro a Bari e dei diritti di libertà. I fascisti baresi fiancheggiati da squadracce emiliane furono ripetutamente sconfitti e respinti nelle cinque giornate baresi ma alla fine soverchiarono i lavoratori. Il giornale Humanitas era un intelligente e interessante settimanale (a tutt’oggi insuperato in zona), che si pubblicò a Bari dal 1911 al 1924. Il primo numero  del 3 dicembre 1911 si sottotitolò “Gazzetta autarchica settimanale” rivendicando la propria indipendenza intellettuale.
ImageL’anima del periodico era il repubblicano Piero Delfino Pesce, direttore responsabile con numerosi collaboratori di diverso orientamento politico, ma animati da un autentico spirito democratico, e  che posero la rivista nel dibattito politico dell’epoca in termini di “campo di libera discussione”.
Sulle pagine di  Humanitas scrivevano: Michele Pantaleo, il più famoso anarchico barese condannato politico nelle carceri di Bari, di Turi e confinato per lunghissimi anni dal regime fascista;Camillo Berneri, il famoso anarchico amico del Pantaleo che scrisse anche per Humanitas, Antonio Lucarelli, notevole storico di fama nazionale citato, tra l’altro, da Gramsci; Edoardo Pedio, storico autorevole e padre di quel Tommaso Pedio famoso storico soprattutto del brigantaggio (come d’altronde il Lucarelli); Tommaso Fiore, noto scrittore e traduttore dei classici caro a Gobetti per i suoi articoli sulla Puglia, il quale iniziò la sua collaborazione a Humanitas nel 1915 con la pubblicazione a puntate di Taccuino di una recluta e Antologia nuovissima, e Alla giornata (1919);  Alfonso Leonetti, militante del movimento operaio e oppositore dello stalinismo, l’economista Giovanni Carano Donvito studioso amico e corrispondente con Piero Gobetti,  Carlo Colella, Michele Viterbo storico che aderì successivamente al fascismo, Nanni Masi, Giacinto Francia, Giuseppe Di Vagno deputato socialista assassinato nel 1921 dai fascisti a Mola di Bari, e numerosi altri validissimi autori...
Ma nella storia di Humanitas così rappresentativa della vivacità culturale pugliese di quel tempo, vi fu per qualche tempo, tra i redattori semplici che dal 1912 collaborarono a Humanitas Araldo Di Crollalanza giornalista(19-5-1892  -  18-1-1986: Podestà di Bari 1926 – 1928; Ministro LL.PP:  1928 – 1935; Deputato 1924 – 1943; Senatore 1953 – 1986) una figura particolare e indicativa di quegli anni -così come i presenti-  di gran trasformismo. Ebbene la squadraccia che attaccò e distrusse la sede di Humanitas in via Beatillo ad angolo con Corso Cavour nel pieno centro di  Bari, era guidata politicamente per certo (anche fisicamente secondo alcuni) dato il ruolo di leader che ricopriva a Bari, appunto, dal Di Crollalanza (2), che da repubblicano si era da giovane camaleonte trasformato in fascista, così come il suo più famoso Mussolini ex- socialista divenuto primo iniziatore  e primo camerata nativo di Predappio (e organizzatore degli assassini di Matteotti come s’evidenziò, con certezza, nella requisitoria del pubblico ministero durante il libero processo del 2° dopoguerra, ma anche responsabile politico e mandante dei pestaggi mortali di Gobetti, Amendola, e che permise finanche d’organizzare ed eseguire dai servizi dello stato maggiore dell’Esercito dei Savoia (3) , l’efferato assassinio dei fratelli Rosselli; e se vi par poco, regista il Mussolini della condanna mortale di Antonio Gramsci a lunghi anni di carcere e di quelle di migliaia di confinati e oppositori politici picchiati,imprigionati, umiliati ecc.. nonché condottiero irresponsabile della rovina di un Paese in una guerra mondiale : insomma un tiranno “criminale e vanitoso, ignorante” che alcuni “SMEMORATI” di basso profilo tentano di riabilitare continuamente (e a Benedetto Croce si deve tal giudizio virgolettato e fu anche il Croce inascoltato profeta di questa tendenza storiografica che già prevedeva si sarebbe un bel dì iniziata…).
Tornando al nostro ”eroe” locale, Araldo Di Crollalanza, egli fu tra i fondatori
dell’Associazione Nazionale dei Combattenti e dei Volontari di guerra nel 1°
dopoguerra, e dopo aver distrutto con i più violenti squadristi anche il settimanale Humanitas (e altre testate locali furono annientate), continuò la sua brillante carriera di giornalista nella Gazzetta di Puglia poi divenuta del Mezzogiorno. Fu anche redattore del Giornale d’Italia, segretario regionale per la Puglia e la Lucania e per la provincia della Terra di Bari del Partito Fascista,console generale della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale fascista,eletto deputato nel 1924 e, dunque, dalla XXVII alla XXIX legislatura; nella XXX legislatura consigliere alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni, podestà del comune di Bari dal 24 dicembre 1926 all’11 luglio 1928; sottosegretario nel 1928 e dal 1930 ministro dei lavori pubblici; a Salò ricoprì il compito di commissario straordinario per la camera dei deputati e per il Senato; imprigionato dopo la fine della seconda guerra mondiale per le sue responsabilità fasciste, fu ben presto liberato e eletto senatore del MSI e consigliere comunale a Bari dal 1956 al 1977. Morto nel 1986, alla inaugurazione il 20 gennaio 2000, di un suo busto su una parte del lungomare barese a lui (sic) dedicato si legge:”Araldo Di Crollanza, podestà di Bari e senatore della Repubblica». In quella celebrazione- sempre simbolica di un carattere nazionale- a ogni parola, un applauso; e la folla partecipò alla manifestazione con tutte le autorità cittadine (anche taluni smemorati  di sinistra:sic!), e alla presenza di Gianfranco Fini, donna Assunta Almirante e camerati nostalgici e fiduciosi... Anche- sembra inverosimile ma è successo- il fondatore della Associazione Italia - Israele e della Camera di Commercio italo-israeliana Alexander Wiesel era presente e rese omaggio a Di Crollalanza che pur appoggiò, negli anni ‘30, senza alcuna remora le leggi razziali: ma Bari è città levantina, di buoni commerci.. Il mito Di CROLLALANZA  a Bari è un falso mito, le sue responsabilità squadristiche e di violenza (olio di ricino e botte) sono storicamente note, il suo potere amplissimo durante il  fascismo diede al Di Crollalanza la possibilità di far condannare al confino per anni alcuni suoi colleghi di Humanitas e moltissimi antifascisti pugliesi. Abbiamo a Bari la necessità di una lettura critica di quegli anni, ma soprattutto liberarci dai miti, e dai falsi miti, che ci rendono sostanzialmente sudditi pigri e ignoranti.

Conclusione :
Il giornale Humanitas di Piero Delfino Pesce non è stato ancora inventariato (alla Provincia , gestita da uno schieramento di sinistra, forse nemmeno sanno
dell’esistenza del fondo archivistico di Humanitas alla Biblioteca Provinciale..)
Un Paese, una città, senza memoria!
Note:
1) Fu Umberto Terracini nel ‘ 77 a Vercelli e a Bari sempre in quegli anni, in due celebrazioni organizzate dall’A.N.P.I, a ricordare gli attentati a Mussolini e, con rimpianto, all’impegno degli Arditi del Popolo rilevando che se l’opposizione
armata popolare ai fascisti fosse stata più incisiva, l’avvento del Fascismo
sarebbe stato duramente ostacolato.. Ero presente alle due conferenze
di Vercelli e Bari.
2) ) Ad informarmi sulla direzione della squadraccia fascista da parte d’Araldo Di Crollalanza è stato il prof. Vittorio Delfino Pesce, noto studioso di fama internazionale, il cui padre era il nipote di Piero Delfino Pesce direttore e fondatore di Humanitas. Il prof. Pesce non ha difficoltà a testimoniare su questa memoria
famigliare. Sembra anche che il patrimonio finanziario della rivista sia scomparso ad opera di ignoti…
3) Francesco Cossiga (ex-presidente della Repubblica) scrive: “ …l’assassinio dei fratelli Rosselli, in Francia, non da parte della cosiddetta OVRA, il cui vero nome era servizio investigativo politico, ma addirittura degli aristocratici militari del servizio d’informazione militare dell’Esercito Regio!”, dalla prefazione di Cossiga pp.6- 7 in ”Intelligence. Spie e segreti in un mondo aperto”, a cura di Mario Caligiuri, prefazione di Francesco Cossiga, Rubettino Editore, pp.444, 2002. 
   
 
 
 
Nota Biografica di Piero Delfino Pesce (a cura di Nicola Uva)
 
 Piero Delfino Pesce (1874 –1939) nacque in Mola (Bari) il 1° giugno 1874 da Angelo Raffaele e da Regina Pesce. Fu alunno del rinomato collegio di Molfetta, retto da quel dotto uomo di Giovanni Panunzio, e poscia studente di diritto a Napoli. Laureatosi in giurisprudenza a soli 22 anni, nutrito di forti studi e di vivido ingegno, seguace del pensiero di Bovio e discepolo ideale di Mazzini, si dedicò toto corde alla politica e fu propagatore e assertore degl’ideali di giustizia e di libertà.
Repubblicano tenace e convinto fino alla morte, non si piegò a compromessi di sorta e per il suo ideale subì persecuzioni e lotte, carcere e miseria.
     Il Pesce fu poeta, filosofo, politico, tribuno, polemista, pittore, novelliere, commediografo, botanico; ma soprattutto fu un uomo libero, un cittadino tutto d’un pezzo, un credente nella causa della libertà e della giustizia umana. Come tale merita ancora maggiore rispetto.
     Giovanissimo, fondò la rivista “Aspasia”, palestra di letteratura  e di arte e più tardi  creò, diresse e vivificò col palpito della sua grande bontà la gazzetta “Humanitas” ch’ebbe vita fino al 1924. Nelle pagine di tale giornale, conosciuto in Italia, v’è tutta l’anima e vi sono tutte le fatiche di  Piero Delfino Pesce, il quale, con articoli ben costrutti e soppesati e con la brillante rubrica “Rilievi”, andò combattendo le battaglie più ardue a prò della sua idealità e del libero progresso umano sociale e civile.
     Ebbe per molti anni l’incarico dell’insegnamento al Liceo ed all’Istituto Tecnico di Bari e ancor oggi i suoi molti allievi ricordano con piacere le sue dotte lezioni di Diritto, Economia e Scienza delle Finanze. Dalla cattedra e dalla tribuna, dalle colonne del giornale e dal foro la parola di lui arrivava ai cuori scevra di contaminazioni e di mezzucci cui hanno fatto sempre ricorso i mediocri, avidi di potere e…di pagnotta.
     Ritiratosi forzatamente dalla vita pubblica nel 1924 per la repressione fascista, dopo aver scontato la sua innocenza nel carcere politico, si dedicò all’arte nel tempio dei suoi affetti e così divenne pittore e commediografo, mentre alternava i suoi studi prediletti, curando le molteplici piante ornamentali del giardino di casa avita e aspettando la fine del fascismo.
     Nel 1931, nelle sale del Circolo Artistico di Bari, tenne una mostra personale di pittura esponendo 68 lavori che riscossero il plauso degli ammiratori e degl’intenditori. Perché e come divenne pittore, lo disse egli stesso a uno che lo interpellò: “Nel mio giardino a Mola intristiva una superba palma; tutte le mie cure non valsero a salvarla. Fu così che per conservarne il ricordo ricercai la vecchia scatola di colori (che da oltre 20 anni non adoperavo) e mi accinsi a rendere sulla tela la dolce visione della povera pianta, dall’alto fusto e dalle foglie insecchite, che pareva ancora più avvizzita nella grigia giornata d’inverno. Così è nato il mio primo lavoro che battezzai “L’esule morente” e che potrai osservare fra i miei quadri”.
     “ Poi…poi la passione della pittura mi ha ripreso ed ho dedicato ad essa le ore di forzata inazione, e…, visto che le tele aumentavano, decisi di presentarle al giudizio del pubblico “.
     Come commediografo lasciò parecchi lavori alcuni dei quali premiati e rappresentati con molto favore del pubblico e della critica ufficiale. Interpretata da bravi dilettanti molesi, nel trigesimo della morte del Pesce, sulle scene del Comunale di Mola, fu rappresentata la “Novella del Natale” che la filodrammatica molese aveva iniziato a concertare sotto la regìa dello stesso Autore, il quale la sera dell’ 11 dicembre 1939, alle ore 17, nella sala di prova, colpito da improvviso malore, si abbatté esanime, cadendo così sulla breccia. Passò come visse: assertore e artefice di un ideale di arte, d’amore, di giustizia, di umana fratellanza.
     Gli scritti raccolti in volume di Piero Delfino Pesce sono i seguenti:
Per l’Unione Cooperativa di Mola di Bari (discorso inaugurale); Macchiette, novelle; Preludio, versi; Giovanni Bovio; Riflessi, note di critica; Il Battesimo – lettere polemiche ; Il Diritto; L’Acquedotto Pugliese – storia di un  carrozzone; Diritto e Legislazione – Sommario di XXIV lezioni all’Università Popolare Barese nell’anno 1917 – 1918;
Un Comune fuori legge.
 
 Nota biografica di Piero Delfino Pesce  sta in : Nicola Uva, “Saggio Storico su MOLA DI BARI, Dalle origini ai giorni nostri, pp. 220-222,
Dedalo Litostampa – Bari 1964.


L’ASINO PER LE ORECCHIE
di Giuseppe Di Vagno

L’articolo che riportiamo in ampi stralci  fu scritto dell’onorevole Di Vagno sotto lo pseudonimo di “Enjolras” sul settimanale di sinistra “L’Oriente” nel numero del 17 giugno 1917 Il  giornale sottotitolato “Gazzettino delle Puglie” diretto da Alfredo Violante era  legato alla linea democratica sostenuta da Gaetano Salvemini che vi collaborò, e lo stesso Piero Delfino Pesce scrisse alcuni articoli su “L’Oriente”.  Il testo che riportiamo è tratto dal testo integrale (v. pp.12-13) “Giuseppe Di Vagno. Scritti e Interventi 1914 – 1921,” che unitamente al volume “Giuseppe Di Vagno (1889 – 1921). Documenti e testimonianze 1921 – 2004, entrambi pubblicati nel 2004 - 2006 dalla Camera dei deputati, sono stati curati da Vito Antonio Leuzzi e Guido Lorusso, con l’introduzione di Gianvito Mastroleo. I curatori sottolineano come Di Vagno in questo articolo denunci i nazionalisti baresi come “omuncoli meschini e campioni di demagogia,…e vacuo patriottismo”. “ Quando l’intervento in guerra da loro propugnato è divenuto un fatto concreto sono rimasti a consumare le scarpe in Via Sparano e nel Caffè Stoppani”, e Di Vagno consiglia ai baresi di spazzar via per sempre questi guerrafondai adusi al turpiloquio e alle “aggressioni teppistiche”. L’articolo rende l’atmosfera di quegli anni baresi in cui maturarono le violenze e la distruzione e soppressione di Humanitas. (sg)


A Bari , come in ogni altra città vi è una sparuta troupe di nazionalisti che ha tirannicamente imposto la propria meschina personalità a tutti i cittadini, che pure lavorano e producono, in nome della incommensurabile sua vacuità e del suo interventismo da retrofonte. Non può muoversi foglia, non può sollevarsi alcuna questione senza che questi emeriti omuncoli non facciano sentire il loro gracidare. Si sono autoeletti  esponenti dell’anima cittadina e provinciale, -mentre questa è loro assolutamente estranea per non dire avversa. Sbandierano ad ogni istante i loro titoli di benemerenza patriottica che non escono dal chiuso di qualche liretta spesa in telegrammi gratulatori all’uomo di Troja o minatori all’indirizzo dell’on. Orlando, oltre che da qualche afosità procuratasi nel maggio del ’15. Si sbracciarono nel propugnare l’intervento ma quando la guerra fu non più un’aspirazione sebbene un fatto, rimasero a consumare le scarpe tra via Sparano o il Caffè Stoppani, intramezzando il noioso e monotono susseguirsi del tempo con periodiche riunioni nel solito locale a via Sparano da cui vengono fuori decisioni terrificanti e ordini del giorno risolutivi  d’ogni problema di guerra e di pace……
Scherzi a parte il fenomeno va guardato  con tutta la serietà possibile  e ognuno che non abbia  rinunziato al raziocinio e alla critica, oltre che al diritto di uomo e cittadino occorre che si desti dal suo torpore, cessi d’essere indifferente  a quanto gli si svolge d’intorno e concorra  a porre argine a questa nuovissima  tirannia di falsi parolai…..La reazione civica deve manifestarsi e svilupparsi imponente, larga, irrefrenabile fino a schiacciare questi concordi autori delle divisioni nazionali, spazzandoli via, obbligandoli a rinchiudersi nella illustre oscurità che meritatamente li avvolge. Bari non deve oltre tollerare che duo o tre uomini s’impanchino a direttori della sua coscienza. Tanto più che è di recente data  l’ultima superiore manifestazione di questa combriccola…Pigri intellettuali come sono, rifuggono da qualsiasi sforzo di conoscenza  ed esauriscono il loro sapere nel turpiloquio e nella aggressione teppistica…Lasciandoli fare, magari per semplice tolleranza, si permette la continua perpetrazione del male…Il quietismo ha fatto il suo tempo . Lottare bisogna, pigliare il toro per le corna  e l’asino per le orecchie. Cittadini ognuno al suo posto di combattimento e di posizione per il bene di Bari.
ENJOLRAS (Giuseppe Di Vagno,ndr)
In “L’Oriente”, numero del 17 giugno del 1917
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