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Home arrow Quartieri arrow QUARTIERE : Japigia arrow Giuseppe Di Vittorio a Bari in difesa dei lavoratori
Giuseppe Di Vittorio a Bari in difesa dei lavoratori Stampa E-mail
Scritto da Anita Di Vittorio   
giovedì, 18 gennaio 2007 18:13



  GIUSEPPE DI VITTORIO A BARI 
  IN DIFESA DEI LAVORATORI

                                                                   Anita Di Vittorio
                                                      

ANNO 1922


    La guerra civile divampava ormai in tutta Italia. Per reagire alle violenze fasciste, il 20 febbraio del 1922 si formò la “Alleanza del Lavoro”, fronte unico delle organizzazioni dei lavoratori facenti capo al Partito Socialista, al Partito Comunista  ed ai sindacati. Ma era troppo tardi, ormai, probabilmente, per una reazione di massa tale che costringesse lo stato liberale a prendere seri provvedimenti contro i fascisti : Essi si trovavano già, grazie a vastissimi interessi ed ai potenti appoggi, alle soglie dello Stato.
    Vale tuttavia la pena di ricordare che le Puglie furono una delle ultime regioni in cui il fascismo “passò”. Il movimento popolare, profondamente radicato nelle masse bracciantili e proletarie della città, manteneva la sua combattività e soprattutto la sua unità. Come presidente del Comitato della Alleanza del Lavoro, alla quale aveva aderito a Bari anche l’Associazione combattenti, Di Vittorio celebrò la data del 1° Maggio 1922 a Bari. Fu l’ultima grande manifestazione di popolo che si tenne in città. Di Vittorio aveva anche promosso la costituzione degli “Arditi del popolo”, gruppi di lavoratori decisi a contrapporsi armi alla mano, alla violenza dello squadrismo fascista. La forza di attrazione di questo movimento, a Bari, fu così grande che ad esso parteciparono anche gruppi di giovani dannunziani, tra i quali alcuni che avevano preso parte alla impresa fiumana. Si trattava di giovani studenti ed ufficiali che chiesero a Di Vittorio una sola garanzia, che egli non esitò a dare: che non vi fosse, cioè, nel movimento degli “Arditi del popolo” alcun indirizzo antipatriottico ed antinazionale.
    Il 31 luglio, per protesta contro i soprusi e le violenze che quotidianamente funestavano il paese, l’Alleanza proclamò uno sciopero generale nazionale. Fu il famoso sciopero che Turati definì “legalitario” in quanto aveva lo scopo di porre fine al terrorismo fascista e di ristabilire la legalità e le pubbliche libertà. La mobilitazione delle squadre fasciste fu dovunque immediata: la cavalleria di Caradonna che il 3 luglio aveva invaso il municipio di Andria, si accinse questa volta a conquistare Bari. Gli  “ Arditi del popolo” ed i lavoratori tenevano il quartiere in cui aveva sede la Camera del Lavoro e la città vecchia. Di qui respinsero numerose volte gli squadristi sulla discesa di San Michele. Sulla Fossa di S. Barbara, per tener testa ai fascisti, era stata scavata addirittura una trincea. Un gruppo di quindici persone, tra cui Di Vittorio, il tenente Aruzzolo ed un giovane operaio di nome Luigi Ottolino riuscì a tenerla per tutta la giornata, nonostante i fascisti disponessero persino di un’autoblinda. Tra le vittimedella battaglia vi fu un ragazzo di dodici anni; soltanto nel corso della notte fu possibile raccoglierne il corpo e portarlo nella casa dei genitori. Scaramucce continuarono a verificarsi in città fino al 4 agosto. Lo sciopero generale venne definito dalla questura di Bari “sommossa sediziosa”. I dirigenti sindacali e i membri del Comitato della Alleanza del Lavoro di Bari vennero quindi denunciati ed arrestati mentre nei confronti di Di Vittorio, che godeva della immunità parlamentare, venne richiesta autorizzazione a procedere. Nell’esposto che indirizzò al procuratore generale della Corte di Appello di Trani, egli fece risaltare la falsità delle accuse: non si era trattato di sommossa ma di sciopero, le violenze che ne erano seguite erano da addebitarsi non ai lavoratori ma all’azione delle squadre fasciste. I tre morti e i numerosi feriti erano tutti operai. Venti guardie regie, in servizio nella zona in cui si trovava la Camera del Lavoro, erano venute a trovarsi praticamente prigioniere dei lavoratori: non era stato torto loro nemmeno un capello. L’autorizzazione a procedere contro Di Vittorio venne negata. Ma l’atmosfera si faceva ormai, di giorno in giorno più pesante.
    Uno per uno tutti i dirigenti della Camera del Lavoro di Bari erano stati arrestati, o costretti alla fuga per mettersi al riparo dalle persecuzioni dei fascisti e delle autorità. La Camera del Lavoro, la vecchia gloriosa Camera del Lavoro di Bari nell’agosto di quell’anno venne chiusa. Di Vittorio, quando lo seppe, tornò appositamente da Roma per riaprirla. Era solo. Ma quando nei quartieri popolari della Bari vecchia si sparse la notizia del suo arrivo, i lavoratori accorsero ancora nella loro sede. Le donne facevano la guardia alla porta, per dare l’allarme in caso di attacco fascista. Gli operai si stringevano attorno al loro deputato. Egli prese la parola: non tutto era perduto, ci si poteva, ci si doveva ancora battere contro il fascismo e contro le autorità che gli tenevano mano. Qualcuno scuoteva la testa, qualche vecchio aveva le lacrime agli occhi.
    In quella sua ultima permanenza a Bari Di Vittorio abitava in una stanza della Camera del Lavoro, con la moglie e la figlia Baldina. La moglie aspettava un bambino. Era il 21 ottobre quando lo colsero le doglie del parto. Soffriva terribilmente. Peppino le era accanto, e, angosciato, le stringeva la mano per infonderle coraggio. Ella lo guardava con i suoi grandi occhi, dolci e pazienti. I fascisti erano venuti a sapere che nella Camera del Lavoro c’era Di Vittorio con la moglie e si mossero verso Bari Vecchia. Un gruppo di “ Arditi del popolo “, diretti da Luigi Ottolino, si appostò all’imbocco della strada che portava a Piazza Mercantile (oggi Piazza Gramsci) per impedire alle squadre fasciste di avvicinarsi. Si sparò dall’una parte e dall’altra: i fascisti furono respinti. Dalla sua stanza, la partoriente udiva gli spari, a poca distanza. Chiese se qualcuno era rimasto ferito. Di Vittorio la rassicurò. Quella notte nacque Vindice.
    Da allora la moglie di Di Vittorio non si rimise più. Le durezze ed i sacrifici degli anni a venire ne logorarono la già debole fibra. Erano passati pochi giorni dalla nascita di Vindice quando, dopo la Marcia su Roma, Di Vittorio fu costretto, con la famiglia a lasciare Bari. Un amico di famiglia dovette portare in braccio la puerpera, che non si reggeva in piedi, fino alla carrozza che li aspettava all’ingresso della Camera del Lavoro. Di Vittorio teneva per mano Baldina. Il giorno dopo la Camera del Lavoro di bari venne occupata manu militari
Non dai fascisti ma da reparti dell’esercito….


Estratto da: Anita Di Vittorio “La mia vita con Di Vittorio”, Vallecchi Editore Firenze, pp.64-67, 1965.


Ricerca e trascrizione a cura di Sebastiano Gernone


Online sarà prossimamente disponibile sul nostro sito il video con la narrazione di questo episodio narrato da Baldina Di Vittorio, figlia del grande sindacalista.

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