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Omaggio a Kapuscinski reporter delle periferie Stampa E-mail
Scritto da Ettore Mo - Valentina Parisi   
venerdì, 26 gennaio 2007 10:39

Omaggio a Kapuscinski reporter delle periferie



La lezione di Kapuscinski

Ettore Mo


(Abbiamo chiesto a Ettore Mo, del Corriere della Sera, una testimonianza su Ryszard Kapuscinski, suo amico e grande giornalista, scomparso martedì sera).


Ai giovani aspiranti giornalisti che qualche tempo fa mi chiedevano a che modello ispirarsi o cosa avrebbero dovuto leggere per prepararsi all'eventuale «carriera» di un inviato nelle zone calde del mondo, rispondevo quasi invariabilmente di dare un'occhiata a «Omaggio alla Catalogna», il capolavoro di George Orwell sulla guerra civile spagnola. Io l'avevo letto e riletto più volte, affascinato da quel «incipit» secco e stupendo quando franchisti e miliziani si rilanciano insulti e battute ironiche dalle rispettive trincee, a cento metri l'una dall'altra.
Adesso, a chi mi chiedesse lo stesso consiglio, risponderei senza esitazione di portarsi a casa i libri di Ryszard Kapuscinski dove sono condensati i reportage di guerre e rivoluzioni in ogni parte del mondo, firmati dall'impareggiabile giornalista polacco appena scomparso.
Ho avuto la fortuna di incontrarlo, qualche volta anche in Italia, e di fare lunghe chiacchierate con lui, parlando del «mestiere» e dei suoi segreti. Eravamo coetanei (classe 1932) e anche questa circostanza ci dava il modo di parlare e di confrontare le nostre prime esperienze di lavoro.
Il nostro ultimo incontro fu a Roma, circa un anno fa, quando gli venne conferito un premio di giornalismo: poi la malattia lo avrebbe inesorabilmente isolato. Ricordo però che in una delle sue ultime interviste a Varsavia aveva pronunciato una frase che in qualche modo sintetizzava la sua indole di reporter e il suo modo di lavorare e raccontare: aveva semplicemente affermato, con voce sommessa come era suo costume, che «non si può fare questo mestiere con cinismo».
Intendendo dire, suppongo, che l'esigenza all'obiettività e al distacco di fronte a un avvenimento, non deve impedire di fare filtrare le proprie emozioni.
Fin dai primi passi nell'agenzia polacca che lo aveva ingaggiato e dalle prime avventurose trasferte in Europa e in Africa, Kapuscinski ha tenuto costantemente fede all'impegno della testimonianza diretta, che non tollera resoconti e cronache di seconda e terza mano, rimediati con l'ausilio di agenzie o dell'informazione globale. L'Armata Rossa entra in Afghanistan? I carri armati sovietici invadono Budapest o Praga? Puoi stare sicuro che, non si sa in qual modo o con quali mezzi, su quella frontiera e su quelle piazze t'imbattevi in Kapuscinski. Basta leggere i suoi libri più noti, come «Imperium» o «Ebano» per rendersi conto che il nostro reporter è sul posto e non scrive da lontano: ed è proprio questa militanza continua (quasi fosse personalmente coinvolto), il colpo d'occhio e la capacità di osservazione anche dei minimi particolari che arricchiscono la sua prosa, tersa, intensa, veloce e senza assoli sopra il rigo. Anche nei suoi spostamenti da un luogo all'altro sceglieva spesso il mezzo più scomodo, più faticoso: l'aereo era certo più comodo e veloce di un treno e gli avrebbe fatto risparmiare tempo e fatica, ma il treno, arrancando ad esempio sulla Cordigliera andina in Sudamerica o zigzagando nelle pianure ghiacciate della Siberia, gli avrebbe consentito di avere un contatto diretto con le popolazioni di quelle remote periferie del mondo e raccontarne dal vivo la sofferenza.
Anche di questo abbiamo parlato nei nostri brevi incontri, come due vecchi amici che hanno vissuto le stesse disavventure e avuto, in misura minore, le stesse soddisfazioni. E anche per questo l'ho ammirato e gli ho voluto bene.
(Ettore Mo)


Kapuscinski reporter dall'universo del dettaglio

In viaggio Alla curiosità del giornalista Kapuscinski affiancava un atteggiamento scettico nei confronti dei media e del loro sguardo semplificante.

Valentina Parisi

Un giorno imprecisato degli anni Cinquanta, il giovane Ryszard Kapuscinski, praticante del giornale «Sztandar Mlodych» («Il vessillo della gioventù») espresse alla caporedattrice il proprio desiderio di vedere qualcosa di esotico come, ad esempio... la Cecoslovacchia. Più che una meta precisa era infatti l'atto stesso del varcare la frontiera, a ossessionare la mente del futuro reporter. Un caso fortunato, scaturito da una triangolazione geopolitica quasi fantasmagorica, volle che il primo paese estero visitato dal giornalista polacco non fosse la vicina consorella socialista, bensì l'India di Jawaharlal Nehru con cui la Repubblica Popolare Polacca aveva stretto di recente rapporti.

Ebbe iniziò, così, quella lunga serie di viaggi «etnografici o antropologici» che permisero all'irrequieto Kapuscinski di verificare in prima persona l'esistenza di mondi «altri», lontani, spesso irriducibili alla nostra mentalità eurocentrica. D'altro canto, lo spostamento fisico era stato da sempre una costante nell'esistenza del reporter polacco, scomparso l'altro ieri all'età di settantacinque anni.
Nato a Pinsk (ora Bielorussia) Kapuscinski aveva trascorso un'infanzia randagia, sperimentando sulla propria pelle il destino dei profughi di quelle guerre, talora dimenticate o ignorate, che in seguito descrisse nei propri libri. Gli anni della sua giovinezza coincisero con quella svolta geopolitica e culturale che in Autoritratto di un reporter (Feltrinelli, trad. di Vera Verdiani, 2006) avrebbe definito la «creazione del Terzo Mondo», avvenuta in seguito alla conferenza di Bandung del 1955. Da qui l'esigenza di «muoversi per capire», il bisogno quasi viscerale di essere sui luoghi in cui si compie la Storia, l'ambizione intellettuale di «cogliere il momento preciso in cui lo sviluppo umano entra in una nuova fase».
È interessante come in Kapuscinski l'adrenalinica curiosità del giornalista di grande levatura si fondesse con un atteggiamento scettico, se non addirittura polemico, nei confronti dei media e del loro orientarsi, in modo spesso «semplificato», verso la realtà. Un tema ricorrente nelle sue ultime interviste era, infatti, quello delle «dolorose limitazioni» professionali del reporter, costretto a comprimere la ricchezza della realtà in un resoconto irrimediabilmente inadeguato. Questa insoddisfazione nei confronti del proprio mestiere sottendeva, peraltro, una riflessione più ampia, di carattere gnoseologico, sulla trasformazione della nostra (presunta) conoscenza della realtà, diventata sempre più il frutto di un'elaborazione collettiva, svincolata da qualsiasi forma di responsabilità individuale. Al lavorio anonimo dei dipendenti della Cnn, Ryszard Kapuscinski contrapponeva, idealmente, l'esperienza dell'École des Annales di Marc Bloch e Lucien Febvre, ovvero quella fascinazione per il dato particolare, in grado di sopravvivere, curiosamente, anche al naufragio degli imperi che si credevano eterni e che in Imperium sarebbe stato personificato dalla vecchietta siberiana impegnata a ricostruire nella sua capanna di legno un'immagine meno precaria del mondo. L'esempio della nouvelle histoire spinse dunque il giornalista polacco a assumere un atteggiamento a dir poco intransigente verso le definizioni di comodo: «A parte la sua denominazione geografiaca, in realtà l'Africa non esiste». L'attenzione per il dettaglio - coltivata invariabilmente in tutti i suoi reportage, dall'America Latina della Prima guerra del football (1978) all'Africa nera di Ebano (1998)- serviva inoltre a Kapuscinski per esorcizzare quella specie di «violenza» che il reporter, chiamato a descrivere la realtà nel suo farsi magmatico, finisce inevitabilmente con l'infliggere alla parola. «I miei libri sono tutti incompiuti» - ovvero superati dagli eventi storici - ammetteva il giornalista. Un rammarico, questo, che testimonia, d'altro canto, la sua sensibilità letteraria, la coscienza di avere dietro di sé la scuola polacca del reportage, genere coltivato in terra d'Africa e d'America da Henryk Sienkiewick, in lidi meno esotici da Boleslaw Prus, da Zofia Nalkowska, e da Melkior Wankowicz, testimone diretto della battaglia di Montecassino. Spesso rimproverato di non scrivere mai sul suo paese, Kapuscinski sosteneva la necessità, vitale per un polacco, di oltrepassare i propri confini nazionali, condividendo su questo punto la posizione espressa dal suo connazionale Witold Gombrowicz.
All'estero Kapuscinski trovò innanzitutto la possibilità di dedicarsi a quella nobile «arte del formulare domande» che nell'Imperium d'oltrecortina sembrava essere andata ormai perduta, rimpiazzata dall'«evidenza» dell'ideologia. Da qui l'utopia di un orizzonte letterario coniugato al presente, che potesse trarre dall'interpretazione della realtà colta in presa diretta un sostentamento innanzitutto etico. Anche nella consapevolezza che, come scrive Novalis nel frammento premesso da Kapuscinski al suo recente In viaggio con Erodoto (2004), «ogni ricordo è il presente». Fonte: il Manifesto pp. 1-15
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