IN MEMORIA DI HRANT DINK ARMENO
A Bari esistono molti discendenti della comunità armena che emigrò dalla loro terra e che entrò nella nostra comunità. Per questa fratellanza dedichiamo questo spazio a un uomo ucciso semplicemente perché dichiarava di essere un armeno di Turchia. Gruppo creativo telestreetbari
«Quello che voglio è vedere i turchi che parlano di quanto è successo. Bisogna che turchi e armeni inizino a dialogare. C'è una sola strada percorribile ed è quella del dialogo. Sempre». Hrant Dink
Messaggio finale
Hrant Dink
Questo è l'ultimo articolo scritto dal direttore del settimanale turco-armeno Agos. E' stato pubblicato ieri, giorno in cui Hrant Dink è stato assassinato.
All'inizio il processo aperto contro di me dal procuratore capo di Sisli non mi aveva preoccupato. Non era il primo. Sono sotto processo a Urfa, dal 2002 per aver detto di non essere turco, ma armeno di Turchia. Mi hanno accusato di aver offeso l'identità turca. Quando sono andato a testimoniare a Sisli l'ho fatto senza troppa preoccupazione. Perché ero sicuro che ciò che avevo scritto non poteva essere male interpretato. Il procuratore, ho pensato, non crederà che io abbia voluto offendere l'identità turca. Sono stato rinviato a giudizio. Non ho perso la speranza. A chi mi accusava di aver insultato il popolo turco, ho detto che non avrebbe potuto gioire: non mi avrebbero condannato. Se fossi stato condannato avrei lasciato il paese. Gli esperti chiamati a giudicare i miei scritti hanno detto che non c'erano in essi elementi di offesa. Ero tranquillo: il torto sarebbe stato riparato, tutto sarebbe finito in una bolla di sapone. Ma così non è stato. Mi hanno condannato a sei mesi di carcere. La speranza che mi aveva accompagnato e sostenuto durante tutto il processo è crollata. Ma mi ha anche dato nuova forza. Prima della sentenza, al termine di ogni udienza venivano date in pasto all'opinione pubblica notizie false su di me. Dicevano che avevo dichiarato che il sangue dei turchi è avvelenato, mi dipingevano come nemico dei turchi. Queste cattiverie hanno cominciato a fare breccia nel cuore di tanti miei connazionali. Alle udienze adesso venivo aggredito dai nazionalisti, si inscenavano violente manifestazioni nei miei confronti. Ho cominciato a ricevere telefonate e mail di minaccia, a centinaia. Ma io continuavo a dire, pazienza, la decisione finale renderà giustizia di tutto ciò e saranno loro a vergognarsi. L'unica mia arma era la mia onestà. Ma mi hanno condannato. Il giudice aveva deciso in nome del popolo turco che avevo offeso l'identità turca. Posso tollerare tutto, ma non questo. Mi trovavo a un bivio: lasciare il paese oppure restare. Alla stampa ho detto che mi sarei consultato con i miei avvocati, che avrei fatto ricorso in appello e anche alla Corte europea per i diritti umani. Ho detto anche che se la condanna fosse stata confermata avrei lasciato il paese perché una persona condannata per aver discriminato suoi connazionali non ha diritto di continuare a vivere con loro.
E' chiaro che le forze profonde che operano in questo paese vogliono darmi una lezione. Così per aver detto alla stampa queste cose è stato aperto contro di me un nuovo procedimento penale. Mi hanno accusato di aver cercato di influenzare la corte d'appello. Mi vogliono isolare, far diventare un facile obiettivo. Mi processano perché, imputato, cerco di difendermi. Devo confessare che ho perso la mia fiducia nello stato turco e nella giustizia di questo paese. La magistratura non è indipendente, non difende i diritti del cittadino ma quelli dello stato. La condanna che mi è stata comminata non è stata pronunciata in nome del popolo turco, ma in nome dello stato turco. Abbiamo fatto ricorso. Il capo procuratore del processo di appello ha detto che non c'erano gli estremi per confermare la condanna. Ma il consiglio superiore ha deciso in maniera diversa. E anche in appello mi hanno condannato.
E' chiaro che mi vogliono isolare, indebolire, lasciare privo di difese. Hanno ottenuto quello che volevano. Oggi sono in tanti a pensare che Hrant Dink sia uno che insulta i turchi. Ogni giorno mi arrivano sull'email e per posta centinaia di lettere di odio e minacce. Quanto sono reali queste minacce? Non si può sapere. La vera e insopportabile minaccia, però, è la tortura psicologica cui mi sottopongo. Mi tormenta pensare che cosa la gente pensa di me. Ora sono molto conosciuto: «Guarda, non è l'armeno nemico dei turchi?» Sono come un colombo che si guarda sempre intorno, incuriosito e impaurito.
Che cosa diceva il ministro degli esteri Gul? E il ministro Cicek? «Suvvia, non esagerate con questo articolo 301. Quanta gente è finita in prigione?» Ma pagare è solo entrare in carcere? Signori ministri, sapete che cosa vuol dire imprigionare il corpo e la mente di un uomo nella paura di un colombo? In questo momento, così difficile anche per la mia famiglia, mi sento sospeso tra la morte e la vita. Ci sono giorni in cui penso di lasciare il mio paese, specie quando le minacce sono rivolte ai miei cari. Mi dicono che mi seguiranno se deciderò di andare, resteranno se deciderò di restare. Posso resistere, ma non posso mettere i miei cari a rischio. Ma se andiamo, dove andremo? In Armenia? Io che non tollero le ingiustizie, sarei forse più sicuro lì? L'Europa non fa per me. Tre giorni in occidente e il quarto voglio tornare a casa. Lasciare un inferno che brucia per un paradiso già confezionato? Dobbiamo cercare di trasformare l'inferno in paradiso. Spero che non saremo mai costretti ad andarcene. Farò ricorso alla Corte di Strasburgo. Quanto durerà questo processo non lo so. Ma mi conforta un po' il fatto che fino al termine del processo potrò continuare a vivere in Turchia. Il 2007 sarà un anno molto difficile. Vecchi processi continueranno, nuovi processi si apriranno. Chissà quali ingiustizie mi troverò davanti. Ma nel mio cuore impaurito di colombo so che la gente di questo paese non mi toccherà. Perché qui non si fa male ai colombi. I colombi vivono fra gli uomini. Impauriti, come me, ma come me liberi.
L'assassinio di un armeno turco
Il giornalista Hrant Dink freddato da un killer a Istanbul mentre usciva dal suo giornaleTre colpi alla testa Così è morto ieri l'uomo coraggioso che amava il suo paese ma rivendicava anche la sua identità multipla e a causa di questo era stato processato e condannato per «insulto all'identità turca»
Orsola Casagrande
Le parole dell'ultimo articolo di Hrant Dink, pubblicate ieri mattina sul settimanale che dirigeva, Agos, gelano il sangue nelle vene. Quel pezzo è il tragico testamento di un uomo che si sentiva braccato, ma che restava caparbiamente aggrappato alla sua libertà. Hrant Dink aveva 53 anni. E' stato freddato ieri pomeriggio con tre colpi di pistola alla testa. Era appena uscito dalla sede del suo giornale. Il killer (forse i killer, tre persone sospettate sono state fermate e trattenute ieri sera dalla polizia) l'ha forse chiamato per nome. Oppure lo hanno semplicemente raggiunto alle spalle e hanno fatto fuoco. Dink non aveva scorte. Viveva con la sua paura, come confessa nell'articolo che pubblichiamo. Un uomo aperto, cordiale, sempre disponibile. Un giornalista coraggioso che amava il suo paese, la Turchia, ma rivendicava la sua identità multipla. Un armeno di Turchia. Così si definiva ed è stata proprio questa definizione a costargli la prima denuncia per insulto all'identità turca. Il tribunale di Urfa aveva aperto un procedimento penale nei suoi confronti nel 2002. Lo accusava di aver denigrato l'identità turca. Un'accusa che Dink, come lui stesso raccontava, non aveva preso troppo sul serio. All'inizio. Lui, uomo che si era battuto da sempre contro le ingiustizie, le discriminazioni, come poteva essere accusato di razzismo? Ma poi, dopo Urfa, c'è stato Istanbul, e un nuovo procedimento penale contro di lui. Per la stessa accusa, offesa dell'identità turca. Anche all'inizio di questo processo Dink si era detto ottimista. In fondo, aveva dichiarato anche a il manifesto prima della sentenza, «non credo davvero che il procuratore capo possa accusarmi di aver insultato la turchitudine. I miei scritti sono chiari, e i magistrati sono persone che hanno una laurea». La fiducia e l'ottimismo di Dink però furono ben presto schiacciati dalla pesante sentenza pronunciata nei suoi confronti: sei mesi di carcere, pena sospesa. Il giornalista e scrittore ha ricevuto la solidarietà di molti intellettuali in Turchia. Meno all'estero. Ci è voluto il processo (in quel caso aperto e subito archiviato) a Orhan Pamuk, nel dicembre del 2005, perché in Europa (in ambito istituzionale e politico) si cominciasse a parlare di libertà di pensiero violata in Turchia. L'articolo 301 del codice penale, quello che recita appunto le pene per chi venga (tra le altre cose) ritenuto colpevole di offesa all'identità turca, è diventato tardivamente oggetto di discussione anche al parlamento europeo. La Ue che tiene tanto all'ingresso della Turchia ha cominciato a porre paletti ai negoziati. E uno dei paletti riguarda la modifica dell'articolo 301. Che per la verità è già una modifica (solo nominale) del vecchio articolo 316 del codice penale. Il premier Recep Erdogan ha detto che non c'è poi così tanto da cambiare in quell'articolo e il ministro della giustizia Cemil Cicek ha ribadito che si sta facendo tanto rumore per nulla. Hrant Dink però aveva messo in guardia sulle conseguenze di condanne come la sua. Perché ogni persona, scrittore, giornalista, artista, contro cui viene aperto un procedimento penale per l'articolo 301 deve subire un linciaggio mediatico spaventoso. Lo stesso che Dink ha denunciato, anche nel suo ultimo pezzo. In occasione di ogni udienza (e alcuni di questi processi durano anni) viene vomitato veleno contro gli imputati da parte dei circoli nazionalisti o meglio di quelle che Dink chiama le 'forze profonde', nascoste, lo stato nello stato. Viene costruito ad hoc il nemico del popolo turco, che poi è puntualmente dato in pasto agli istinti nazionalisti più integralisti. Vengono indicati dalle forze profonde gli obiettivi da colpire. Ieri, sotto il fuoco di questa cieca violenza, è caduto Hrant Dink. Ma sono decine gli intellettuali assassinati, feriti o che vivono sotto costante minaccia da parte di gruppi più o meno organizzati. Perché non sono necessariamente pianificati a tavolino questo omicidi. Anzi spesso sono compiuti da persone isolate, spinte verso il loro obiettivo da mani che sanno perfettamente dove puntare la pistola. Ieri sera una folla di amici e persone comuni si è radunata nella piazza di Taksim a Istanbul per rendere omaggio a Hrant Dink. Nei prossimi giorni sono in programma molte altre iniziative. Il presidente del consiglio Romano Prodi sarà in Turchia, in vista ufficiale, il 22 gennaio. Non dimentichi che la guerra contro i kurdi continua. L'avvocato Behic Asci è in fin di vita, nel suo appartamento di Istanbul, dopo quasi trecento giorni di sciopero della fame per protestare contro le carceri di tipo F. Hrant Dink è morto per aver scritto e parlato di fratellanza tra i popoli. Decine di intellettuali sono sotto processo per le loro idee.
«Ora il paese è più lontano dall'Europa»
Parla lo scrittore Nedim Gürsel: l'ombra dei servizi dietro a questo atto che colpisce tutti gli intellettuali
Anna Maria Merlo
Parigi L'assassinio del giornalista Hrant Dink lascia in stato di choc lo scrittore Nedim Gürsel, autore di romanzi che parlano dei legami tra oriente ed occidente. «Leggevo il suo giornale - ci dice l'intellettuale - un mio studente era collaboratore da Parigi». «Era un giornalista integro, coraggioso», ricorda ancora Gürsel.
L'assassinio di Dink avrà un'influenza sull'evoluzione del dibattito interno in Turchia sulla questione del riconoscimento del genocidio armeno?
Non faciliterà certo gli intellettuali che in Turchia vogliono fare un lavoro di memoria. Questo assassinio è qualcosa di molto grave. Al punto che si può pensare che sia una provocazione, forse da parte di quello che in Turchia chiamiamo lo «stato profondo», cioè i servizi segreti, pronti a tutto in questo momento per allontanare la Turchia dall'Europa. È un modo per diffondere la paura, per terrorizzare la gente che la pensa come lui. Perché ci sono intellettuali turchi, anche se sono pochi, al di là di Pamuk, che da un po' di tempo non dice nulla, come gli storici Tanar Açam, oggi negli Usa, o Berkatay, che insegna in Turchia, che si sono dichiarati a favore del riconoscimento del genocidio armeno. La polizia cerca un uomo solo: potrebbe anche essere il gesto di un fanatico, come nel caso del prete, qualche tempo fa. Ma la prima ipotesi mi sembra più probabile.
La Turchia è oggi ancora più lontana dall'Europa? Le cose in Turchia si sono mosse e si stanno muovendo, quindi per questo mi chiedo se questo assassinio non sia una risposta per cercare di fermare questa evoluzione. Oggi, l'adesione all'Europa è in questione come non mai, il processo è stato sospeso. Ogni giorno che passa allontana un po' di più la Turchia dall'Europa. Questo avvenimento, sul piano politico, avrà un impatto del tutto negativo sul processo di adesione della Turchia all'Unione europea. In primavera pubblicherò qui in Francia un pamphlet su questo tema.
In Turchia sulla questione armena le cose stavano cambiando?
Credo che su questa questione tabù ci sia stata un'evoluzione, anche grazie a Dink. La prova è il convegno organizzato più o meno un anno fa all'università del Bosforo, dove per la prima volta degli storici hanno potuto discutere su questi problemi, malgrado la pressione dei nazionalisti. E' stata una grande svolta. Tappa dopo tappa, le cose evolvono. Quando io ero a scuola, i libri raccontavano non che i turchi avevano massacrato gli armeni, ma viceversa, che erano stati gli armeni a massacrare i turchi, facendo riferimento al maquis armeno a fianco dell'esercito russo. Questa grande tragedia, in altri termini, era passata sotto silenzio. Poi le cose sono cambiate, poco per volta, si è parlato della deportazione degli armeni sotto il governo dei giovani turchi. La Francia ha fatto due leggi, una che riconosce il genocidio degli armeni e la seconda, più recente, che punisce chi lo nega. Ha avuto un'influenza questa legislazione e, se sì, quale?
Capisco benissimo e approvo la prima legge francese che riconosce il genocidio armeno. Altri paesi nel mondo l'hanno fatto. Mentre la seconda legge è stupida, perché ha causato una forte irritazione della Turchia ufficiale, che ha reso ancora più difficile il compito di chi vuole che questa questione evolva. La questione del genocidio è stata a lungo insabbiata nella storia. Poi è venuta alla luce in un contesto violento, con l'assassinio di diplomatici turchi da parte dell'Asala negli anni '70. La questione si è così posta in un contesto violento, non di lavoro sulla memoria, riportata all'ordine del giorno dall'azione dell'Asala. Penso che degli avvenimenti del '15 non dovrebbero incitare all'odio un secolo dopo.
Fonte: Il Manifesto del 20 gennaio 2005 pp.1-11
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