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Nel Libertà il tempio della speranza Stampa E-mail
Scritto da Carmela Formicola   
martedì, 27 febbraio 2007 16:45
15 luglio 2006 - Gazzetta del Mezzogiorno

La comunità nigeriana celebra le sue funzioni religiose e progetta il riscatto delle sue donne.

Nel Libertà il tempio della speranza.


di Carmela Formicola

Bari - Nel piccolo tempio dei pentecostali, al numero 3 di via Trevisani, ci si incontra il martedì e la domenica. Si prega. E si intonano canti d'amore. Le ragazze, cantando, rievocano i suoni dell'infanzia, dei villaggi d'Africa. Il tempio, pochi ma coloratissimi metri quadrati al pian terreno, è la sponda spirituale della comunità nigeriana di Bari, un centinaio di persone, donne per la gran parte, che vive nei vetusti appartamenti di Madonnella e del Libertà. «Quando sono venuta via dal mio villaggio, credevo che l'Europa fosse tutta di cristallo. Che brillasse, ricca, felice. Poi sono arrivata qui. E non luccicava nulla». Maya è una delle giovani nigeriane che incontriamo nel centro di derivazione metodista di via Trevisani: coccarde colorate adornano il soffitto, sedie di plastica bianca, due ventilatori da pavimento e gli strumenti musicali che accompagnano le funzioni della domenica celebrate da due pastori, uno nigeriano, l'altro del Ghana. Maya ha lavorato per un po' di anni in strada, come tutte. Poi ha sposato un barese e la sua posizione, dinanzi allo Stato italiano, è divenuta regolare. «Il problema sono i documenti - dice - Noi arriviamo in Italia, nel migliore dei casi, con una richiesta di asilo politico. Nessuna porta aperta, niente lavoro, non conosciamo la lingua. Non c'è, a quel punto, alternativa alla strada». Per lasciare i villaggi e venire in Europa, le ragazze devono pagare fino a 40mila euro, che poi devono restituire, in varie forme, lavorando sulla strada. Sulla strada, dove la fabbrica del sesso a pagamento non conosce stagioni di crisi. Una vita infame, tutte vorrebbero evitarla ma come guadagnare i soldi per riscattare il proprio debito? «In Italia c'è una legge rigidissima», spiega Stewel, amica di Maya, alludendo all'articolo 18 della legge sull'immigrazione. L'art. 18 prevede che nel caso in cui le ragazze costrette a prostituirsi collaborino con le forze dell'ordine per rintracciare gli organizzatori della tratta, possano poi essere ammesse a un programma di aiuto psicologico e materiale, fino alla totale libertà. «Quello che voi italiani non avete capito - continua Stewel - è che quanti ci aiutano seppur a pagamento a lasciare l'Africa, sono persone alle quali essere riconoscenti. Noi non li chiamiamo "mafiosi". Per noi sono la porta della speranza. Non li denuncerei mai». Il motore che muove l'infinito flusso degli stranieri è la miseria, «Indietro non si torna - continua Maya - anche se quando parti dai villaggi verso l'Europa di cristallo, non penseresti mai che esiste un quartiere come il Libertà...». Le due ragazze hanno sposato due baresi. Stewel è incinta al settimo mese. Credevano che una vita migliore esistesse, e infatti l'hanno trovata. E ora scommettono sul microprogetto per l'autorganizzazione delle donne. Si chiama «Cambiare strada», promosso in collaborazione con lo Sportello Immigrati Rdb/Cub e le assocazioni Kenda, Sportello dei Diritti e Jokkoo. L'obiettivo è raccogliere fondi. «Così - spiega Sabino De Razza, consigliere comunale del Prc, anima dello Sportello Immigrati - potremo dar vita a piccole attività che creino reddito. Le ragazze potranno fare le sarte, le parrucchiere o altro. E col tempo potremo candidare il progetto ai fondi dell'imprenditoria femminile».
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