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Il dialetto è la "fata della casa"... Stampa E-mail
Scritto da Vito A.Melchiorre   
giovedì, 22 marzo 2007 18:11
Il dialetto è la “ fata della casa “ che custodisce le tradizioni vere
 

Piccolo viaggio nelle espressioni di saggezza in vernacolo di Vito A. Melchiorre
 

Sta in: La Gazzetta del Mezzogiorno – Bari Città – di lunedì 19 marzo 2007 p.26
 

 

Da un poco di tempo a questa parte sono apparse sulla “ Gazzetta” molte opportune segnalazioni intorno alle lodevoli iniziative culturali avviate da parecchi valorosi cultori della parlata dialettale barese, i quali appaiono decisamente intenzionati a rivitalizzare tali studi che, dopo un lungo periodo di rigogliosa fioritura, durata per buona parte dell’ Ottocento e per l’intero corso del Novecento, sembrano avere perso molta di quella vigoria manifestata da tanti famosi dialettologi, che hanno lasciato tracce abbastanza significative del proprio operato: si coglie insomma un loro vivo disappunto per il fatto che scarsa attenzione verrebbe attualmente riservata a studi seri e sistematici intorno alla nostra antica lingua locale.

Questo rammarico è forse fondato, ove si consideri che il dialetto rappresenta, in buona sostanza, una specie di tessuto connettivo fra il passato e il presente, nel quale ogni epoca e ogni vicenda ha lasciato un segno. Tali indizi si possono paragonare ad altrettanti fossili, nei quali è agevole leggere il nostro passato e la storia del nostro costume in qualsiasi risvolto, nobile o umile che sia.

Per rendersene conto, basta porre attenzione innanzitutto alle indicazioni che il dialetto custodisce circa l’antichità della storia barese. Come si può, infatti, non riandare col pensiero ai tempi della Grecia e di Roma, ove si consideri, per esempio, che il vocabolo sartascene (padella) viene dal latino sarago, così come mijre (vino) discende dall’aggettivo latino merus (puro), in quanto i nostri progenitori solevano adoperare detta bevanda allo stato puro o mero, senza allungarlo con l’acqua; che attane (padre) deriva dal greco atta, con cui i bimbi dei tempi antichi chiamavano i propri genitori; che alazze (sbadiglio) è un grido lanciato dai soldati greci, spalancando bene la bocca, quando andavano all’assalto, definendo tale azione col verbo alalazo? (in tempi più recenti, ne derivò appunto il dannunziano alalà).

Molteplici ed evidenti sono le parole che attestano i rapporti avuti dalla nostra città con civiltà straniere. Sono espressioni arabe la giubba (da giubbah) e il ricamo (da rakam), come la caraffa (da kara’a) e il carato (da quirat), senza dimenticare felusce (danaro da una moneta musulmana) o bakscisc (mancia) e numerosissime altre. Stanno ancora a testimoniare la loro matrice straniera la palomme (farfalla) dallo spagnolo palma; la sckeppette (fucile) dallo spagnolo escopeta; l’espressione sanfasonne (alla carlona) dal francese sans facon; sguizze (cialtrone) come cattiva rimembranza dei soldati svizzeri che furono di guarnigione al castello e non erano forse soliti comportarsi correttamente con i baresi.

Abbastanza numerosi sono i vocaboli e i detti che alludono a inveterati costumi: te fazzeche a n’ore de notte (ti faccio nero di notte) allude senza dubbio all’antica consuetudine dei rintocchi di campana delle chiese dopo il tramonto, quando calavano le tenebre della notte. Va a rubbe a sanda Fecole è sicuramente un’allusione al proverbiale tesoro della Basilica di San Nicola. Va a mustre u cule o lione richiama certamente l’ignominia che colpiva i debitori insolventi, quando venivano condannati ad essere esposti al pubblico ludibrio seduti a cavalcioni del leone di pietra di piazza Mercantile, ch’era una specie di gogna.

Il grido alle Saracine, che accompagnava in tempi non molto remoti le sassaiole dei ragazzacci di strada, stava forse a ricordare gli episodi di resistenza alle incursioni dei predoni arabi.

Analogamente, una serie molto numerosa di detti dialettali fornisce preziosi consigli circa i comportamenti da tenere nei rapporti col prossimo.

Tanto per ricordarne qualcuno si cita quello famoso che suggerisce di non addurre troppe giustificazioni quando si ha a che fare con gente esperta (a case de senature non nge volene mattenate, cioè che non occorre andare a suonare a casa dei suonatori).

Si richiama anche quello che recita: amiscie e chembare parlamece chiare, in virtù del quale si propone di parlare sempre chiaro con amici e compari, ossia con persone intime.

Un’incredibile ricchezza di linguaggio contraddistingue infine il nostro dialetto, il quale possiede oltre una cinquantina o una sessantina di parole atte a designare lo schiaffo e che è inutile ridurre stare qui a esemplificare tanto esse sono note.

Il vernacolo conta inoltre ben otto termini i giorni della settimana (iosce, aijre, avandijere, dia terze, cra, pescrà, pescridde, pescrudde), che non trovano tutti quanti corrispondenza nell’italiano.

Per concludere non va trascurato che esiste pure una incredibile varietà di espressioni capaci di scatenare sensazioni difficilmente rievocabili, a meno che non si faccia ricorso a lunghe e prolisse perifrasi quando si parla in italiano (ad esempio, la fate de la case, u uangeue de la bonanove, u malacijdde, etc etc.).

Ma questo ci porterebbe a sconfinar e nel campo ben più vasto delle tradizioni e del folklore.

Ben venga dunque, l’invocato approfondimento degli studi sul dialetto barese, ma con intento, ben inteso, soprattutto di oculata scientificità e non per vacua ciarlataneria da laudatores temporis acti.


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