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Profughi armeni a Bari. Il villaggio "Nor Arax" |
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Scritto da Vito Antonio Leuzzi
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venerdì, 06 aprile 2007 17:44 |
Ringraziamo il prof. Vito Antonio Leuzzi - sostenitore essenziale per la tv di strada telestreetbari - per la gentile concessione del suo articolo illuminante sulla formazione della comunità armena barese. Lo pubblichiamo riconoscenti e con il giusto orgoglio per avere da tempo tra i nostri video quello dedicato alla musica armena, e per una galleria fotografica della collezione Zanotti - Bianco della Associazione per lo Sviluppo e gli Interessi del Mezzogiorno (la cui cortesia e disponibilità conosciamo da decenni e nelle diverse sedi romane) che ritrae per l'appunto i momenti di vita della comunità armena barese. Cogliamo l'occasione per ricordare Pasquale Sorrenti che nella sua polverosa, accogliente libreria ci parlò molti anni fa della sua amicizia con gli armeni baresi e con il loro poeta leader, e la la famiglia Timuriann e il signor Ranieri: questi ultimi armeni- baresi che hanno arricchito con la loro presenza Bari. Consigliamo a tutti i nostri concittadini di vedere il recente film dei fratelli Taviani " La masseria delle allodole" dedicato al genoicidio degli armeni.
Gruppo creativo telestreetbari
Vito Antonio Leuzzi
Profughi armeni a Bari. Il villaggio “ Nor Arax”
La questione dei rifugiati e dei profughi, nella storia pugliese del ‘900, è strettamente correlata agli eventi epocali che hanno sconvolto l’intera società internazionale nel corso del primo e del secondo conflitto mondiale.
A partire dalla Grande Guerra la Puglia è stata caratterizzata da diverse vicende relative ai profughi provenienti dell’altra sponda dell’Adriatico e dal vicino Oriente. Nel capoluogo pugliese trovarono asilo militari e civili della Serbia e del Montenegro, esuli russi, ed in particolare armeni scampati alle stragi turche del 1915 e del 1922.
Diverse organizzazioni umanitarie operarono in tale contesto tra cui :“il Circolo Filologico” legato alla Società Umanitaria di Bari ed all’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia che avevano nel capoluogo pugliese come punto di riferimento alcuni intellettuali di formazione democratico-socialista e repubblicana tra i quali Gaetano Salvemini, Carlo Maranelli, Piero Delfino Pesce, Giovanni Modugno, Alfredo Violante e Tommaso Fiore 1.
Maranelli, uno dei fondatori della geografia antropica in Italia, direttore della Scuola Superiore di studi del Commercio di Bari, tra il 1914 ed il 1915, organizzò un intenso ciclo di conferenze sulle minoranze oppresse ed invitò a Bari importanti esponenti della cultura democratica non solo nazionale (Fortunato, Salvemini, Zanotti Bianco) ma europea come l’on Destrèe ( scrittore ed esponente del socialismo belga), costituendo un “Comitato italo-serbo”. Il Circolo filologico fu promotore di diverse iniziative per accogliere i profughi serbi ospitati a Bari e Brindisi in baracche militari e in altre strutture di accoglienza. Si organizzarono anche corsi di lingua italiana per rendere più agevoli le relazioni tra slavi ed italiani . Nel 1915 si costitutì un “Comitato Italiano pro Armenia” quest’ultimo sostenne l’opera di diffusione della causa armena, portata avanti dal poeta Hrand Nazariantz, esule a Bari sin dal maggio de 1913, dopo la condanna alla pena capitale da parte di un tribunale turco 2. L’intelletuale armeno lanciò un appello che fu raccolto da molti intellettuali italiani ( Giovanni Verga, Palo Orano, Arcangelo Ghisleri, Luigi Luzzatti, Ferdinando Russo) che inviarono messaggi di adesione 3. Attraverso Maranelli Nazariantz entrò in contatto con Umberto Zanotti Bianco che gli dette l’opportunità di collaborare alla Collana dell’Editore Battiato di Catania, che nel 1916 pubblicò il saggio dell’esule armeno, L’Armenia: Il suoi Martirio e le sue rivendicazioni, preceduto da una introduzione di Giorgio De Candia. Nazariantz ,con il sostegno di Zanotti Bianco, intervenne in diverse città italiane ad illustrare e sostenere la causa armena, sulla base di analoghe iniziative sviluppate in Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Germania. In una lettera a Zanotti Bianco del 18 novembre 1915 egli denunciava le stragi messe in atto dai turchi ed evidenziava la debole attenzione alla questione armena da parte dell’Italia: ”Les horribles tueries continuent en Armenie. C’est l’assasinat de toute una race, que le monstrueux bourreaux, sècoulaire tortionnaires, poursuivent sur les notres[...]“Une grupe Pro Armenia en Italie? Malgrè tant de grands amis que nous comptons ici pour la cause armenienne comme Cappa, Colajanni, Scalia, Galli, Ghisleri et bien d’autres comme Rovelli, Cardilla, Grandi, Russo Mantegazza, Giordano, Pilo, Cesareo etc., il n’existe pas ancore en Italie une groupe Pro Armenia proprement dite[...] En France, en Amèrique, en Russie et en Engleterre nous avons dèjà des comites qui travaillente incessamment pour la grande propagande » 4 (cfr, supra, Appendice Documenti n.1).
L’esule armeno, con il sostegno della cultura barese di ispirazione liberal-democratica, dette luogo anche ad una intensa attività editoriale. La casa editrice “Humanitas” del repubblicano Piero Delfino Pesce gli affidò, infatti, la direzione della collana “Conoscenza ideale dell’Armenia” con l’intento di “illustrare la storia, l’arte, la vita del popolo armeno e di far conoscere La Questione Armena, che è nel tempo stesso questione etnografica, politica, economica di grandissima importanza” 5. In questa collana furono pubblicati diversi scritti tra i quali : Bedros Turian, poeta armeno, dalla sua vita e dalle sue pagine migliori- con cenno sull’arte armena ed I trovieri dell’Armenia nella loro vita e nei loro canti ,prefazione di Ferdinando Russo 6. Nella interessante prefazione a quest’ultimo saggio si legge “L’Armenia, nell’anima popolare è forse la più antica fonte di canti. Forse di là s’irradiano le dolci strofi mistiche che si collegano ai versetti biblici più passionali e vibranti[…] E’ quindi lotta, senza mai riposo del sentimento contro la brutalità, che si ispira più singolarmente i rapsodi armeni. Essi, se cantono l’amore, si esprimono con una malinconia profonda, toccante, impressionante, poiché la collegano e la mescolano a tutte le sofferenze delle persecuzioni dei Kurdi e dei Turchi. Ferdinando Russo nella conclusioni della sua prefazione affermava: “L’esule Nazariantz lotta con l’ingegno e con la parola pur lontano dalla sua terra, lotta magnificamente instancabilmente” 7. Il legame con Umberto Zanotti Bianco, riprese con più forza dopo la fine della prima guerra mondiale consentendo a Nazariantz, con una serie di conferenze in alcune città italiane di porre“La Questione Armena”, all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale. In una lettera a Zanotti Bianco, del 19 maggio 1920, dove stigmatizzava il comportamento ambiguo delle potenze alleate sulla questione della creazione di una Armenia indipendente, egli affermava : “Nous voulons notre patrie resuscitée, integrale, la Grande Arménie, sans terres irredentes. Pourqoi la France, amie traditionelle des Chretiens d’Orient, n’eleve-t-elle pas la voix ? »8.
Nazariantz in quel periodo lanciò anche un appello in cui denunciava la gravità della situazione : « Il popolo che fu il più insidiato il più perseguitato il più tradito tra i popoli della terra è trattato e forse già condannato alla definitiva catastrofe. Mentre l’eterno nemico, di cui furono per un momento fiaccati gli artigli, riprende baldanzoso l’opera di oppressione e distruzione, i tiepidi tutelatori di un tempo, per confessa viltà, o per forza di cose di cui essi furono complici prima , abbandonando definitivamente al possesso del mostro la preda eternamente agonizzante. Da per tutto rinnovansi i massacri che già fecero tristemente celebri le città di Erzerum, Sassun, Adana, Trebizonda e Der Zor […]. La grande fase della guerra è compiuta nulla si è iniziato del periodo di pace. Una sola cosa matura nelle tenebre della politica di pace ed è opera di negazione: la distruzione completa, senza residui, senza speranza, senza memoria, del popolo armeno ”. L’appello dell’esule si chiudeva con l’invito a sostenere la causa Armena aiutando gli armeni “profughi, dispersi, soppressi nella propria casa deboli, disarmati, nelle case degli ospiti non posso per virtù loro, muovere alla sublime riscossa”9. Dopo l’esplusione da Costantinopoli, dove esisteva un intero quartiere abitato dagli armeni, e l’incendio di Smirne dell’estate del 1922, provocato dai seguaci di Kemal Ataturk che dettero la caccia soprattutto a greci ed armeni, furono coinvolte molte anche diverse famiglie pugliesi (la colonia italiana si era costituita alla fine dell’ ‘800), inizò una nuova ondata di esuli che furono accolti nei campi profughi allestiti nei pressi di Salonnico e in altre localià della Grecia. Alcuni riuscirono anche a raggiungere alcuni paesi europei. A Torino trovarono asilo un consistente numero di orfanelle che intrapresero un’attività lavorativa tipicamente armena ( delicati lavori ad ago)10 . Il poeta armeno riuscì a far approdare a Bari un primo nucleo di profughi provenienti dalla Grecia dopo aver convinto un imprenditore barese Lorenzo Valerio, proprietario di un lanificio sito in via Lattanzio ad avviare una produzione di tappeti orientali avvalendosi dell’opera degli armeni. Nel capoluogo pugliese arrivarono 60 profughi, tra cui 20 bambini. Gli adulti erano tutte donne. Il loro trasferimento dal Pireo a Bari fu agevolato dalla rinuncia del Governo italiano al diritto di passaporto e dal passaggio gratuito offerto dalla Società di Navigazione Puglia. Una seconda ondata di profughi, tra cui alcuni nuclei familiari, giunse nei mesi successivi . Con il sostegno del Comune che mise a disposizione il legname della tettoia di un edificio scolastico in demolizione , si riuscì a costruire un baraccamento lungo il cortile della fabbrica dei tappeti . Altri aiuti ( coperte e vestiario) furono offerti dalla Croce Rossa e dal Comando del Corpo d’Armata di Bari. Nel corso dell’estate, non appena fu attrezzato il reparto di filatura e tintoria della fabbrica, si iniziò la produzione di tappeti orientali 11. Nel dicembre del 1924 dopo una visita a Bari di Umberto Zanotti Bianco ( Cfr., Documento n.2) nacque l’idea del villaggio e nei primi mesi dell’anno successivo si costituì la “Società Italo-Armena dei Tappeti Orientali”. Zanotti Bianco ottenne anche, per l’interessamento di Luigi Luzzatto ( presidente effettivo del comitato italiano per la sistemazione degli armeni), la concessione di sei padiglioni Docker, provenienti dalla Germania in conto riparazioni di guerra ( Cfr. infra, Documento n.3) 12. Agli inizi del 1926 , dopo aver ottenuto in concessione un terreno in via Capurso ( attuale via Amendola), acquistato dopo tre anni dall’ANIMI, si approntarono i padiglioni e furono attivati i servizi in modo che il villaggio, al quale fu dato il nome di Nor Arax (Nuovo Ararat), assumesse una piena autonomia. La sua inaugurazione ufficiale avvenne l’anno successivo. La popolazione barese fu altamente ricompensata dell’aiuto dato. Gli armeni infatti introdussero la lavorazione del tappeto orientale, allora sconosciuta in Italia e in Europa. Tra il 1924 ed il 1926 furono organizzate alcune importanti mostre a Bari ed a Roma ed alla Fiera di Milano. Nell’estate del 1926 Nazariantz riuscì ad organizzare con l’aiuto del Comitato di Salonicco e di padre Cirillo l’imbarco di altri 34 profughi nonostante le difficoltà provocate dalla crisi dell’azienda dell’ing.Valerio e dalla mancanza di camere disponibili nel villaggio. Nel 1927 sempre con il sostegno dell’ANIMI furono superate diverse altre difficoltà. La notorietà dell’iniziativa barese fu oggetto di un’ampia inchiesta da parte di un importante periodico nazionale,“La Lettura” (inserto mensile del Corriere della Sera”) che dedicò nell’ottobre del 1928 un ampio servizio al villaggio Armeno di Bari mettendo in luce l’importanza della produzione del “tappeto Sparta” o tappeto turco: “Un centinaio e più di operaie armene risiedono ai telai intente ad un lavoro assillante che richiede molta attenzione e tanta pazienza sia per il metodo del lavoro stesso sia per gli svariatissimi motivi dei complicati disegni che devono copiarsi e ingrandire durante la tessitura. Le armene sono coadiuvate da un buon numero di operaie italiane le quali con la pronta e viva intelligenza delle meridionali pugliesi hanno imparato il lavoro alla perfezione e ne aumentano la produzione” 13. Si pensò anche come attesta una lettera di Zanotti Bianco a Nazariantz del 22 dicembre del 1928 di rafforzare il nucleo armeno di Bari e di trasferire 80 orfanelle dell’Orfanatrofio Armeno di Torino che si trovava in difficili condizioni 14. A determinare la crisi del villaggio nel corso degli anni Trenta e la progressiva dispersione degli armeni intervennero diversi fattori tra cui un generale malcontento e disagio ma anche il nuovo clima politico non favorevole agli esuli. Nazartiantz infatti, sospettato di legami con gli ambienti antifascisti e di attività massonica fu sottoposto a rigidi controlli ed a diversi ricatti da parte dell’OVRA 15. La mancanza di capitali e la diffusione ancora relativamente scarsa dell’industria del tappeto in Italia determinarono nuovamente il fallimento dell’Ing. L. Valerio. Seguì la disoccupazione degli esuli armeni. Un nuovo intervento di Zanotti Bianco, presidente dell’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno, servì a tamponare la situazione. Si approntarono una decina di telai all’interno del villaggio consentendo così la prosecuzione delle attività manifatturiere. L’ANIMI si occupò di vendere i tappeti e gli arazzi con un guadagno molto ridotto e si affidò la vendita degli esemplari di “Nor Arax” a Diran Timurian, uno dei profughi del 1924, che era riuscito ad avviare una modesta attività commerciale in via Argiro a Bari. L’ANIMI riuscì anche nel 1938, grazie all’intervento ed al sostegno del pedagogista cattolico Giovanni Modugno, noto negli anni Venti per il legame con Salvemini e con gli ambienti antifascisti ( era stato uno dei fondatori dell’Umanitaria a Bari) ad istituire alcune classi della scuola materna –elementare ( per quest’ultima si ottenne la parificazione), che venne intitolata a “Pinuccia Modugno”, la figlia del pedagogista precocemente scomparsa nel 1931 . La scuola fu frequentata dai figli dei profughi armeni e dai bambini di alcune famiglie contadine che abitavano quella zona periferica di Bari 16. I venti di guerra, le leggi razziali, i rigidi controlli cui erano sottoposti tutti gli stranieri furono alla base di una lenta ma progressiva “fuga” di molti armeni da Bari. Nel secondo dopoguerra, la diffusa crisi economico-sociale indusse molti armeni ad emigrare. Nel Villaggio restarono solo pochi nuclei familiari; anche la scuola elementare, nel corso degli anni Cinquanta passò dalla gestione dell’ANIMI a quelle delle suore dell’ordine francescano, che ne modificarono la denominazione originaria in “Giovanni XXIII”.17 Solo la famiglia Timurian che era riuscta a ben integrarsi nel capoluogo pugliese, mantenne in piedi, l’attivita della produzione dei tappeti. Furono create, infatti, nel secondopoguerra, con l’apporto di in fratello di Dirian Timuran, scuole di tessitura a SanGiovanni in Fiore in Calabria ed a Oria che ebbero, per alcuni anni un certo successo 18. Persino le tracce della cultura religiosa armena che a Bari ebbe come punto di riferimentola Chiesa Russa, dove per decenni, sino ad oggi, gli esuli dell’Europa orientale e dell’area Balcanica hanno avuto la possibilità di tutelare la propria identità religiosa, sembrano completamente dissolte. I padiglioni Docher alla periferia di Bari, l’asilo delle suore francescane, assieme ai tappeti armeni, costituiscono i pochi segni della memoria di un genocidio completamente dimenticato.
Appendice Documenti
Documento 1 ( Lettera di Hrand Nazariantz a Umberto Zanotti Bianco, Bari 18 novembre 1915, in U. Zanotti Bianco, Carteggio 1906-1918,( a cura di V.Carinci) Laterza, Bari 1987)
Mon très cher confrère et Ami,
[…] Les horribles tueries continuent en Arménie. C’est l’assasinat de toute una race, que le monstreux bourreaux, séculaires tortionnaire, porsuivent sur le notres. La perfide Allemagne est rouge de cet autre sang victimaire, de ces égorgements d’innocents. Croyez que je ressens au plus intime, au plus fraternel de moi-meme toutes vos revoltes, toutes vos haines. Pour nous fils de martyres, il n’y aura plus de paix, ni de bonheur possible hors de vengeance, hors de l’expiation des bourrreuax. Je vous ai envojé dernierrement sous pli separé une copure d’une « intervista » faite a moi d’Oreste Giordano » pour la Sera de Milano. L’avez vous recu ? J’y avais parlé de bien de choses.
Une groupe Pro Armenia en Italie ? malgrè tant de grand amis que nous comptons ici pour la cause armenienne comme Cappa, Colajanni, Scalia, Galli, Ghisleri et bien d’autres come Rovelli, Cardilla, Grandi, Russo, Mantegazza, Giordano, Pilo, Cesareo etc., il n’existe pas encore en Italie une groupe pro Armenia proprement dite. Quand meme tos ces bons amis ont tojours repondu avec enthousiasme e d’une sincere devoument a mes appels, mettant leurs plumes, leurs organes a mon entiere disposition. Depuis plus que deux ans je me trouve ici et j’ai forni assez de docoumentations, pour raviver le mouvement armènophile, initié par la prècieux concours de mon inoubliable armènophile, initiè par le precieux concours de mon inoubliable grands massacres d’Adana, et avec qui nous avions projété ine grande revue « Italo-Armeno »_ et « la Conoscenza reale dell’Armenia » ( que je conduis tout seul à prèsent) que sa mort empecha la realisation. Ainsi un gran nombres d’ecrits parurent dans les plus grandes organes italiennes toujours documentes par moi.
En France, en Amerique, en Russie et en Angleterre nous avons dèjà des comites qui travaillente incessament por la grande propaganda.
Notre dèlegation officielle présidée par S.E.Boghas Nubar se trouve en Angleterre. Elle a rencontré en France le plus chaude accueil. Elle viendra aussi en Italie.
Je vous tiendrait au courant de toutes nos démarches et de toute non actions, tout en vous remerciant pour la precieuse solidaritè que vous nous offrez et toujours au plasir de vous lire, je vous serre les deux mains bien cordialment. Votre dévoué
H.N.
Documento 2 Circolo filologico barese <<Appello del Comitato Pro Armenia>> (Pasquale Sorrenti, Nazariantz, cit., Bari 1915, pagg.26-29)
“Per spontanea associazione di spiriti liberi intorno all’esule armeno Harad Nazariantz, poeta e agitatore, è sorta a Bari, dove egli risiede, un Comitato italiano Pro Armenia. Esso si propone di coadiuvare il valoroso ed entusiasta propagandista della Causa Armena in Italia nell’opera da lui iniziata, in modo che possa sempre più intensificarla. Le benemerenze della gente armena, poetica e mansueta, per la cultura e la civiltà latina sono generalmente apprezzate, come sono generalmente note le torture ed i lutti di questo che può dirsi il prototipo dei popoli oppressi, condannato allo sterminio dall’odio di razza. Per i popoli europei già schiavi dello straniero, come il polacco e in parte il rumeno, o recentemente sopraffatti come il belga od il serbo, è già larga e combattiva e ufficialmente impostata l’agitazione europea. Per il popolo armeno invece tutti nutrono vive simpatie e profonda compassione; ma non è stata ancora impostata una agitazione vera e propria in suo favore. L’Italia che può dirsi la culla del principio di nazionalità, in nome del quale è assurta a libertà ed unità, l’Italia che ricorda sempre con gratitudine l’ospitalità e gli aiuti accordati dagli stranieri ai grandi esuli propagandisti del Risorgimento, risponderà indubbiamente con fervore all’appello che in nome dei fratelli armeni lancia Harad Nazariantz”
Documento 3 Umberto Zanotti Bianco <<Profughi armeni>> (“Tra la perduta gente”, Mondatori, Milano 1959) “Un baraccamento lungo il lato aperto d’un cortile di fabbrica: uno di quei baraccamenti che sono diventati il simbolo squallido di grandi sventure. In questi asili umani senza lari, tanti dolori ancora cocenti, tanti sogni che non vogliono morire, vengono intanati senza amore: e la sordida bruttezza di queste pareti è l’orizzonte in cui si perdono, al calare della notte, occhi pieni di fantasmi, di lacrime di implorazioni accorate. Più di cento profughi armeni ammassati in questo provvisorio senza fine! Il loro protettore, il loro poeta Hrand Nazariantz, che mi accompagna, mi mostra nei piccoli vani nudi assiti che servono loro da letti. Da sei mesi che sono qua, non un cuscino, non un materasso ancora: e lavorano dall’alba al tramonto! La colonia è ancora tutta in fabbrica: solo una povera donna, immobilizzata dai reumatismi, ci guarda dalla sua croce con degli occhi sperduti in un viso tutto straziato. “Prigioniera dei turchi” mi dice il poeta uscendo “non solo fu violentata, ma tutta tatuata con quegli orribili segni.. Poveretta! Non può uscire per le strade senza che i monelli le corrano dietro urlando”. E soffermandosi nel cortile prosegue. Lasciate che io vi racconti la storia di Santouh: essa è la storia di migliaia di donne armene. Durante una delle tante persecuzioni ella fu separata dal marito e deportata con tutta la sua famiglia da Ak-Chehir, suo paese d’origine, verso l’interno. Sei mesi durò questo martirio vagante, sei mesi nei quali ella vide morire ad uno ad uno di stenti o massacrati tutti i suoi sedici congiunti, tranne una sua piccola bimba di nove anni, che andò poi sposa ad un armeno di Aintab. Ma a che cosa non s’era abituato il suo cuore, quando ogni giorno era spettatrice di esecuzioni di massa, di crudeltà feroci? Una notte, con un centinaio di altre donne, riuscì ad abbandonare l’immenso bivacco dei prigionieri ed a fuggire verso il deserto. Come bestie inseguite, vagarono senza meta, senza viveri, con la morte alle spalle, con la morte dinanzi agli occhi: traversarono lande, giungheti, montagne solitarie, fino a che non raggiunsero il piccolo villaggio di Belbachokh. Là furono arrestate dai gendarmi turchi che le vendettero ai montanari arabi a 10 pistre l’una. Santouth fu comprata da un vecchi centenario, che seppe subito sfruttarne l’abilità nel cucito, facendole preparare, per quella popolazione primitiva, povera di operaie, indumenti e rozza biancheria. Quando gli inglesi arrivarono a Mossul e incominciarono a compilare le liste di rimpatrio degli armeni, il vecchio, temendo che la sua schiava andasse a farsi iscrivere, la nascose nella camera più remota della sua casa e diede ordine che, secondo il costume paesano, venisse tatuata in viso. Otto donne arabe la rovesciarono per terra, immobilizzandole le gambe e le braccia. Poi, con cinque grosse spille, legate assieme, si misero a sfregiarla[…] Un giorno dal fondo della sua reclusione, sentì il canto degli armeni che partivano per il loro paese. Allora, invasa dal terrore della solitudine senza più speranza, cominciò a gridare ad urlare aiuto: le sue torturatrici si slanciarono su di lei per imbavagliarla, ma ormai la sua casa era invasa dai suoi connazionali. Il vecchio arabo, furente, strepitava cercava di far valere i suoi diritti: il Kaimakan del villaggio, però non voleva noie con gli inglesi: la rinviò quindi adf Ak-Chehir, ove essa trovò suo marito. Durante l’evacuazione dall’Anatolia da parte dei greci, Santouth dovette nuovamente fuggire. A Smirne, dove si ammassavano i profughi, le fu ucciso, nei tumulti il suo compagno. Sola ormai con un nuovo piccolo nato, riuscì a raggiungere la Francia e di là l’Italia”.
Documento 4 Umberto Zanotti Bianco (L’Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia nei suoi primi cinquant’anni di vita, Laterza, Bari 1962) “Il 27 dicembre del ’24- vivamente sollecitato dal poeta armeno Hrand Nazariantz- mi ero recato a Bari ove trovansi parecchi suoi connazionali sfuggiti alle persecuzioni turche. Vicevano miseramente in baracche costruite alla svelta lungo una fabbrica che li aveva assunti per la lavorazione dei tappeti orientali. Pensai subito alla possibilità di creare per loro un villaggio.. I grandi padiglioni che avevamo ottenuto per la colonia si Santo Stefano, in Calabria, mi facevano sperare di riuscire ad avere dal Governo sei grandi padiglioni ove radunare più umanamente tutti quegli infelici. Ricordo che disegnai su un cartoncino il futuro villaggio come lo immaginavo e lo diedi a Nazariantz, con il quale ci mettemmo subito alla ricerca nei ditorni di Bari di un terreno adatto dove sistemarli. Per raggiungere il mio scopo , appena a Roma, mi rivolsi all’on. Luigi Luzzatti- sempre pronto a venire incontro ai perseguitati- ed egli già all’inizio del’26 ci aveva ottenuto dal Ministero delle Finanze sei grandi padiglioni Cocker, inviati dalla Germania in conto riparazioni. Poiché il proprietario della fabbrica di Bari si era lamentato con me dello scarso smercio dei tappeti, con l’aiuto di Santa Borghese facemmo a Roma una esposizione in cui vennero venduti i tappeti che ci erano stati spediti. Montati i padiglioni sul terreno di cui ci eravamo assicurati il diritto di compera entro 10 anni-ma che, nonostante le molte difficoltà, riuscimmo ad acquistare dopo solo tre anni nel ’29- cercammo di ottenere per il nascente villaggio tutti i sevizi necessari. Un ingegnere ci offrì la costruzione accanto ad ogni padiglione, di una casetta in muratura per la cucina ed i servizi igienici; dall’Acquedotto pugliese, grazie alla commendatizia dell’on. Luzzatti, venne eseguita la conduttura dell’acqua sino al villaggio, e la luce venne assicurata grazie all’interessamento della Società elettrica barese. Inoltre, con fondi versati dalla Dante Alighieri alla Associazione per il Mezzogiorno, che, per desiderio dell’on. Luzzatti e mio, aveva preso in mano il disbrigo delle pratiche e l’amministrazione della piccola comunità, costruimmo nel ’28 un edificio centrale per la scuola, l’asilo e l’infermeria”.
Note Si ringrazia la famiglia Timurian in particolare Rupen ed Artur Timurian e la loro nipote, Emanuele De Tommasi, autrice di una tesi di laurea sul “Villaggio “Nor Arax” per le preziose informazioni .
1Per le vicende relative a alla Società Umanitaria di Bari cfr. di V.A.Leuzzi e “L’attività della Società Umanitaria di Bari (1919-1924)”, in V.A.Leuzzi e C. Veneziani, Il pane e l’alfabeto. La Società Umanitaria nella città di Milano e di Bari, 1893-1923, Editrice Proto, Bari 1996, e il saggio introduttivo di chi scrive a Carlo Maranelli, La Murgia dei Trulli, Edizioni dal Sud, Bari 2000. Per i profughi serbi e per l’attività del Circolo Filologico barese, cfr. Archivio di Stato di Bari, Archivio Comune di Bari.
2 Nella sede diplomatica italiana, Nazariantz contrasse matrimonio con una ballerina italiana, originaria di Casamassima (Bari) e riuscì a raggiungere Bari nel maggio di quell’anno. Cfr.Pasquale Sorrenti, Nazariantz, Levante Editori, pag. 12.
3 Su sollecitazione di Zanotti Bianco, il Circolo Filologico organizzò una conferenza in cui fu invitato il poeta armeno esule a Bari, cfr.,
lettera di Hrand Nazariantz a Umberto Zanotti Bianco, Bari 18 novembre 1915, in U. Zanotti Bianco, Carteggio 1906-1918,( a cura di V.Carinci) Laterza, Bari 1987; cfr., supra, Appendice Documenti, n.2.
4Cfr. Circolo filologico barese,<<Appello del Comitato Pro Armenia>>,in Pasquale Sorrenti, Nazariantz, cit., Bari 1915, pagg.26-29; cfr., supra, Appendice Documenti, n.3.
5Il giornalista Alfredo Violante, che si trasferì a Milano dopo l’avvento del regime ( fu arrestato e deportato a Mathausen dove morirà pochi giorni prima della fine della guerra) in uno scritto, “Bari, la città più nuova d’Italia”, descrisse il villaggio armeno di “Nor Arax”. Sul misconoscimento del genocidio degli armeni, utile il volume di Pietro Kuciukian, Dispersi. Viaggio fra le comunità armene del mondo, Guerini e Associati, Milano 1999. per la questione armena e per le analogie con lo sterminio degli ebrei cfr. di Franco Falchi, Il Genocidio del Popolo Armeno, in ” Il Calendario del Popolo”, anno 55, n.636, pagg. 8-14 e di Armin T.Wegner, foto scattate in Siria dove era dislocato come ufficiale di sanità dell’esercito tedesco alleato della Turchia -Mostra presentata a Bari dall’Amministrazione Provinciale nel 1999- ( sito . http:// veb.tin/peshev/armenia.htm).
6 H.Nazariant, I trovieri dell’Armenia nella loro vita e nei loro canti ,prefazione di Ferdinando Russo, Editrice Humanitas, Bari 1916; cfr. anche di H. Nazariant, Bedros Turian, poeta armeno, dalla sua vita e dalle sue pagine migliori- con cenno sull’arte armena, presentazione di Enrico Cardile, Editrice Humanitas, Bari 1916.
7 Cfr. prefazione di F. Russo al saggio di H.Nazariantaz, I trovieri dell’Armenia.. cit
8 Lettera di H.Nazariantz a U. Zanotti Bianco del 19 maggio 1920, in U.Zanotti Bianco, Carteggio 1919--1928,( a cura di V.Carinci e A. Iannazzo) Laterza, Bari 1987.
9 Harand Nazariantz,<<Appello a tutti gli uomini liberi, a tutti i fratelli del mondo>>,in Pasquale Sorrenti, Nazariantz, cit. pagg.26-29. 10 Cfr. “Le orfane armene”, bollettino mensile dell’orfanotrofio armeno Pio XI Torino, n.2 febbraio 1927, in Tesi di laurea di Emilia De Tommasi, Università degli Studi di Venezia 1991. 11 U. Zanotti Bianco,<<Profughi armeni>>,Tra la perduta gente, Mondatori, Milano 1959. 12 Cfr. U. Zanotti Bianco, L’Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia nei suoi primi cinquant’anni di vita, Laterza, Bari 1962. 13 Cfr. “La Lettura” (inserto mensile del “Corriere della Sera”) ottobre 1928. 14 Lettera di Zanotti Bianco a H. Nazariantz del 22 dicembre del 1928, in U.Zanotti Bianco, Carteggio 1919--1928,( a cura di V.Carinci e A. Iannazzo) Laterza, Bari 1987.
15 Cfr.V. A. Leuzzi, Gli Armeni a Bari. Un popolo naufragato nel nulla
“La Gazzetta del Mezzogiorno”, febbraio 2001. Harand Nazariantz,<<Appello a tutti gli uomini liberi, a tutti i fratelli del mondo>>,in Pasquale Sorrenti, Nazariantz, cit. pagg.26-29 16 Cfr. U. Zanotti Bianco, L’Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia nei suoi primi cinquant’anni di vita, Laterza, cit. 17 cfr Tesi di laurea, Emilia De Tommasi, cit. 18 Testimonianze di Rupen e Artur Timurian.
Lo studio del prof. Leuzzi è compreso nel libro "La Puglia dell'accoglienza - profughi, rifugiati e rimpatriati nel '900".
| | | | a cura di Vito Antonio Leuzzi, Giulio Esposito La Puglia dell’accoglienza Profughi, rifugiati e rimpatriati nel Novecento
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