Giuseppe Giglio Stilos
gennaio 2007 Lo sterminio degli armeni non è una fiaba
Stevenson diceva che se a uno scrittore manca l’incanto, gli manca tutto. E forse proprio l’incanto è un’interessante dote di Edgar Hilsenrath, uno dei più graffianti scrittori tedeschi del Novecento, autore de La fiaba dell’ultimo pensiero, un intenso e coloratissimo apologo contro la prevaricazione, il pregiudizio e la corruzione, un libro ispirato da una viva e profonda umanità, da un vivido desiderio di pace e libertà. Lo si gode, l’incanto, fin dalle prime pagine, quando il Meddah, il «narratore di fiabe» (alter ego dello scrittore, invisibile testimone di ogni retroscena delle vicende narrate), si abbandona ad una fascinosa cantilena: «Bir varmiş, bir yokmiş, bir varmiş. C‘era una volta uno, c’era una volta nessuno, c’era una volta…un ultimo pensiero. Poteva volare in tutte le direzioni del tempo, anche nel futuro e nel passato, perché era immortale». Questa dolce filigrana attraversa tutta la storia, che Hilsenrath, con funambolica levità, sgomitola come una fiaba orientale, e che trasuda un’irresistibile malia, un esotismo lascivo. Si dispiega così un agile intreccio tra la Turchia orientale, l’altopiano armeno e i fiumi dell’antica Persia, sullo sfondo terribile della prima guerra mondiale. Per raccontare di uno dei frutti più tragicamente grotteschi o grottescamente tragici dell’intolleranza: lo sterminio degli armeni, perpetrato dai turchi nell’estate del 1915, dopo aver scacciato un intero popolo dalla terra che per secoli aveva abitato, quell’Hayastan che si distendeva intorno al monte Ararat, dove «i girasoli crescono fino al cielo» e «i monti toccano le nuvole», dove «le donne hanno i seni turgidi, perlacei, roridi… come melagrane rugiadose di primo mattino» e gli uomini «diventano vecchissimi a forza di chiavare e di ingurgitare yogurt». Ma anche per affidare all’«ultimo pensiero» la tenace speranza di una rinascita, in quella terra martoriata da uomini che avevano facilmente ceduto alla banalità del male (nella normalità dell’ipocrisia, del cinismo, dell’odio gratuito, degli stupri, degli assassini di vittime indifese, vecchi, donne e bambini, tanto da tingere di rosso le acque dell’Eufrate). «Bir varmiş, bir yokmiş, bir varmiş», dice dunque il Meddah a Thovma Khatisian - «armeno con passaporto svizzero», ultimo discendente di una stirpe eletta, destinato a testimoniare «che non tutti gli uomini sono cattivi», e soprattutto simbolo della speranza armena – mentre questi sta per esalare l’ultimo respiro: ha un aspetto orribile, dalla sua bocca semiaperta «cola saliva puzzolente», gli resta appena qualche istante; eppure, innescando una vertiginosa dilatazione di quella frazione di secondo, il Meddah accompagna Thovma (e il lettore) - come in un maestoso volo in cui inizio e fine si
abbracciano – in un illuminante viaggio nel tempo e nello spazio, alla scoperta dei
luoghi delle radici, della storia e dei miti del popolo armeno, soprattutto attraverso le incredibili e tormentate vicende del padre di Thovma, Wartan, un poeta imprigionato e torturato dai governanti turchi perché confessasse un’improbabile congiura armena ai danni del mondo. Un poeta che aveva cercato di pescare «i canti del [suo] cuore e i loro tesori», quelli dell’anima, e che si era ritrovato, suo malgrado, protagonista di quella «grande commedia che doveva chiudere un capitolo della storia armena, per aprirne un altro». E intanto il Meddah ascolta il pensiero di uno storico che gli dice: «Vede, Meddah. Tutto quello che c’è nei libri di storia è solo una successione di piccoli e grandi massacri dall’inizio dei tempi. E tutti sono fondati. Per ciascuno è esistito un pretesto»… Attraverso i fitti e agili dialoghi che animano la girandola dei suoi personaggi, Hilsenrath ci regala così distillati di varia umanità, tracce di vita dissepolte, grappoli di immagini dalla straordinaria vividezza del particolare; e specialmente nelle frequenti e ampie digressioni sugli usi e i costumi di quell’angolo di Medio Oriente, oppure nelle feroci e minuziose descrizioni delle torture, dove arriva ad usare espressioni crude e aspre, persino stomachevoli. Per dare voce ad un’umanità estrema, eppure tristemente reale, fino a cesellare una precisa immagine di inferno, a mostrare l’orrore in tutte le sue bieche sfumature, senza accomodanti pudori. Apolide, umorale, amorale, allergico alle retoriche e ai perbenismi, incline al sarcasmo impietoso ma anche alla tenera compassione, Hilsenrath è stato addestrato dalla vita e dalla letteratura a scandagliare l’animo umano, a riconoscere i segni lasciati dalla Storia, a individuarne persino quelli scomparsi nel tempo: decifrandone le ombre, smascherandone le manipolazioni, sotto la spinta di un’emergenza morale e civile che, aggraziata da una corrosiva ironia, si affida alla letteratura. Per cercare la verità tra la «polvere dell’oblio», e strappare la memoria dei vinti (la vita, la storia, la cultura cancellate) al gelo del silenzio, abbandonandosi ad una salutare visionarietà. Con Il nazista e il barbiere, quest’ebreo d’origine orientale ha raccontato l’orrore dell’olocausto (di cui ancora oggi taluni addirittura negano l’esistenza!) da una prospettiva scomoda: attraverso una corrosiva e truce allegoria dell’animo umano, cristallizzata nell’aberrante vicenda del protagonista, il nazista Max Schulz che, a guerra finita, ruba l’identità - lingua, religione e circoncisione comprese - all’ebreo Itzig Finkelstein, suo vecchio amico, per trasferirsi in Israele e rifarsi una vita. Adesso Hilsenrath fa volare «l’ultimo pensiero» sulle «lacune dei libri di storia turchi»; per unirsi agli «ultimi pensieri degli armeni morti», pensieri che «errano per l’eternità sulla terra con tutti i desideri e le speranze che un uomo porta con sé nel corso della vita»; e far luce così su un orribile vilipendio contro l’essenza stessa dell’uomo, sulla «soluzione definitiva» del problema armeno (su cui è intervenuto anche uno dei più incisivi scrittori turchi contemporanei, il Nobel Orhan Pamuk), sul genocidio dimenticato di un popolo colpevole soltanto di esistere.
|