Veltroni il Salvatore massmediatico della Nazione
arriva nel Sud a Bari e i sudditi accorrono…
di Sebastiano Gernone
"Fare un'Italia nuova. E' questa la ragione, la missione, il senso del Partito democratico. Riunire l'Italia, farla sentire di nuovo una grande nazione, cosciente e orgogliosa di sé. Unire gli italiani, unire ciò che oggi viene contrapposto: Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi.[...]
E poi anche nel nostro sistema formativo c'è una "questione meridionale". Vorrei citare ancora il governatore Draghi, la sua Relazione: "La bassa collocazione del nostro sistema scolastico nelle graduatorie internazionali ha una caratterizzazione territoriale che merita attenzione. Al Sud i divari nei livelli di apprendimento sono significativi già a partire dalla scuola primaria, tendono ad ampliarsi nei gradi successivi: un quindicenne su cinque nel Mezzogiorno versa in una condizione di 'povertà di conoscenza anticamera della povertà economica. Il ritardo si amplia se si tiene conto dei più elevati tassi di abbandono scolastico. L'esistenza di un divario territoriale così marcato mostra che il problema non sta solo nelle regole, ma anche nella loro applicazione concreta".
Walter Veltroni, dal discorso al Lingotto di Torino in cui si è candidato alla direzione del nascente Partito Democratico Italiano.
Fonte:
www.eleaml.orgI megamanifesti con la faccia occhialuta, pacioccona, rassicurante di Walter Veltroni sono stati affissi in alto (inavvicinabili, e ogni commento è impossibile a scriversi) sui muri nelle zone centrali e più trafficate di Bari. All’emittente locale Telenorba – la cui produzione artistica, culturale è nota in ogni dove - è stata assicurata la diretta e l’esclusiva e, date le centinaia e centinaia di prenotazioni è previsto un mega schermo esterno per i curiosi di ascoltare il prestigioso oratore che dopo Roma, Napoli, Milano,Torino e Padova, entra nel cuore del Mezzogiorno, a Bari, per parlare di che cos’è la politica....
Un Evento ed Iniziativa “Speciale “ viene pubblicizzato a Bari Venerdì 27 Luglio 2007 alle 20:30 presso il Cine Teatro Kursaal S. Lucia L.go Adua 5 a due passi dal mare: fa fresco da quelle parti e in questi giorni siamo sopra i 40 gradi…
A Bari, dunque, si terrà un incontro con Walter Veltroni candidato segretario del nascente Partito Democratico, filiazione del Partito Democratico di Bob Kennedy tanto caro al Walter speranza della Nazione Flic Floc.
Il leader in pectore del Pd nel suo discorso di candidatura al Lingotto di Torino ha usato 11318 parole per 95 minuti (la durata dello spettacolo di una partita di pallone), e i termini più ricorrenti sono stati “partito” (57 occorrenze) e “democratico” (39 occorrenze) “politica” (39), “paese” (37), “Stato” (29), “società” (25) “governo” (23). Tra gli aggettivi troviamo “grande” (32), inoltre si notano “fiscale”(23),”lavoro” (14), “precarietà” (5), “sud” (
solo 2 volte ma a Bari si incrementerà…), “essere” (50), “fare” (20), “avere” (13), “cultura” (5 ) ( a noi risulta sconosciuta una ricerca iniziatica del Veltroni nei terreni aspri e poco redditizi dell’Essere a cui si giunge in Occidente con gran Cultura…):
invero, la patologia di Veltroni e di molti leader è quella che nelle scuole iniziatiche si chiama Malattia del Salvatore, e Krishnamurti diceva che questi signori farebbero bene a mettere ordine in loro stessi prima di voler ordinare la società, e Gurdjieff raccomandava ai suoi discepoli di diffidare di questi personaggi, che si dividono nella categoria -più onesta - che è quella degli idealisti che sono strumentalizzati dai volponi affamati di potere che li usano: il Veltroni appartiene per peso politico conquistato nella Nazione Flic Floc a questa seconda categoria.
Questa lettura utilizzata di analisi delle parole usate, scrive Antonio Sofi, “è tipico della critica letteraria, in questo caso basato su una visualizzazione del Web 2.0 chiamato tag cloud “nuvola di etichette”, … e le singole parole sono pur sempre i mattoni che costruiscono più complesse intenzioni politiche “.
Del Veltroni nazionale noi avevamo per pluridecennale esperienza di vita e lavoro a Roma nelle periferie già raccontato nell’articolo “Cultura di Base e Creatività nell'Impero Omologante” a cui rimandiamo il paziente lettore:
E in cui si raccontava della sua visione della Cultura come grande e mega evento, con l’abbandono del lavoro culturale nelle periferie romane realizzato da talenti quali Silvano Agosti, Roberto Galve: in sostanza si spendono milioni di euro per far arrivare i grandi divi e realizzare serate speciali mentre il lavoro quotidiano che si occupa di far lievitare sensibilità, gusto del bello e coinvolgere giorno per giorno la gente viene ignorato…Un esempio quello del Walter nazionale copiato in molte città, compresa Bari, dove si ammira meritatamente l’arrivo per uno o pochi giorni di personaggi internazionali strapagati, ma nel contempo la cultura nelle periferie si manifesta da sempre nei circoli dove si tracollano ettolitri di birra in interminabili partite a carta e gridando, imprecando per il calcio e argomenti di interesse passeggero…
E ancor più, si delinea da una certa leggerezza anche sui temi economici, sul lavoro di Veltroni una idea appunto americaneggiante del Partito Democratico (negli Stati Uniti che vadano al governo i repubblicani o i democratici poca importa al Sud delle periferie, il 40 % nemmeno va a votare), una prospettiva limitata ben lontana da quell’idea di Partito che in tutte le manifestazioni politiche di sinistra dagli anarchici, ai socialisti, ai comunisti s’ebbe: un partito che sia reale partecipazione e responsabilità popolare alle decisioni politiche dalle periferie e con le periferie, una idea di partecipazione e responsabilità ch’ebbe anche il cattolico De Gasperi: naturalmente di queste esperienze nulla è presente in Veltroni o nel trasformismo di Rutelli…
Aggiungiamo a questa nostra denuncia due articoli interessanti letti recentemente che potranno interessare il lettore, preceduti da una nota esilarante in cui raccomandiamo un racconto di Achille Campanile sull’oratore politico: ci permetta il Walter della nazione Flic Floc di dedicarglielo:
“In Manuale di conversazione si racconta del professor Codaro, “il quale promette di fare, in breve tempo, d'ogni uomo un oratore di gran successo su qualsiasi tema. Quando la folla d’interessati si raduna, il professore offre la sua formula miracolosa. E' semplice. Di qualsiasi cosa, situazione o avvenimento, in qualsivoglia istante e in tutte le possibili circostanze si parla, si deve proclamare, con la certezza di suscitare l'entusiasmo degli ascoltatori: a) che il fatto di cui parlate è tale da permettere di considerare con giustificata fiducia l'avvenire; b) che il fatto di cui parlate si deve considerare non un punto d’arrivo, ma un punto di partenza. Si potrà dire, ad esempio, in occasione dell'anniversario della fondazione di una scuola: vi ringrazio d'avermi invitato a parlare e colgo l'occasione per dirvi una cosa sola e la cosa è questa: vorrei che tutti tenessimo presente che questo cui siamo giunti non deve essere considerato un punto d'arrivo ma un punto di partenza. "La scolaresca si alzò e qualcuno disse a nome di tutti,ringraziando: ora ci sentiamo veramente d'affrontare qualsiasi occasione.Saremo oratori. Siamo giunti alla meta desiderata, alla possibilità di parlare in pubblico. Codaro li guardò con un'espressione divenuta improvvisamente grave: ne sono lieto…ma quello cui siete giunti oggi non va considerato un punto d'arrivo, ma un punto di partenza! Comunque sono lieto di costatare il vostro zelo e la vostra certezza in voi stessi.
Cose, queste, che ci permettono di guardare con giustificata fiducia l'avvenire. Un secondo applauso risuonò nell'aula, entusiastico".
Saluti
Sebastiano Gernone, 24 luglio 2007
___________________________________________________________________________________
Fonte:
Veltroni ovvero dell’attesa
di Alberto Abruzzese
C’è a Roma un piccolo e grande commercio di beni che sta dando vita a zone che prima giacevano nel buio e nel silenzio. E c’è una estate romana da fare invidia ad ogni altra capitale per la quantità di spettacolazioni che offre ogni giorno e in moltissimi quartieri, anche se, più che essere il risultato di un progetto critico e innovativo (come fu, con Renato Nicolini, per l’estate romana, clamorosa anticipazione dei mutamenti che di lì a poco avrebbero sconvolto l’intero asseto dei modi di produzione e consumo dell’industria culturale e della vita quotidiana) è invece il risultato di un marketing politico-amministrativo in cui Roma assorbe la domanda di operatori spesso anche di notevole pregio ma inchiodati a offrire “isole di consumo”.
C’è una offerta di “passeggiate romane” che si è fatta più visibile, anche se ai flussi turistici che le percorrono è stata data ancora solo in parte la possibilità di espandersi nella misura di altre grandi metropoli (viste sotto il profilo della quantità di ingressi e della organizzazione dell’offerta in target di consumo corrispondenti alle vocazioni di visitatori che oggi cercano assai più che monumenti e luoghi di ristoro) e nella misura di città e persino piccoli centri (sotto il profilo della qualità che tali luoghi di marketing del territorio garantiscono, operando su generi e narrazioni in grado di concorrere su scala nazionale e internazionale). C’è un brulichio che rosica il centro e una edificazione che monumentalizza alla maniera ipermoderna la periferia.
Insieme a tutto questo, c’è ancora una strategia di riqualificazione del patrimonio storico-artistico romano che, al regime museale più tradizionale (quello delle culture educative, scolastiche e divulgative, libresche, autoritarie e accademiche, appese come sono a una ideologia scientifica, umanistica e professionale, del restauro e della conservazione), ha sovrapposto, con indubbi effetti di incremento della domanda, nuovi apparati attrattivi (come l’apertura o creazione di musei, grandi e piccole mostre, gallerie, feste della cultura e quanto altro). Questi apparati territoriali e mediali – effetto e causa di una sorta di consumismo d’eccellenza – godono della partecipazione di molti ceti (persino popolari), attratti nell’orbita di un intrattenimento qualificato, per quanto al tempo stesso ideologicamente enfatizzato, data la accentuata ostentazione con cui vi si esibiscono le ristrette per quanto allargate e promiscue elite mondane delle “prime”; laddove si compie il gioco di sponda con la stampa quotidiana e periodica del divismo intellettuale; laddove si mostrano le connivenze con i leader della politica e delle imprese, insomma con la gente che conta e “appare” (ma che si dà anche appuntamento per fare relazioni, affari, lobbie). Niente di male, anzi. Basta saperlo. E basta sapere, di contro, che quanti osteggiano tali mondanità strumentali o vanesie in nome della “cultura vera” si servono degli stessi stereotipi di distinzione e status con i quali quei luoghi, godendo di una sicura rendita sul piano della legittimazione sociale, legittimano di fatto chi li frequenta, li fanno essere tradizione anche quando gruppi senza storia e cultura.
Nell’insieme, tuttavia, osservando il panorama romano sin qui descritto, siamo certamente di fronte a qualcosa di molto apprezzabile. Ma apprezzabile per quali contenuti, per quali utenti, per quali fini? Ci basta pensare che ci stiamo avvicinando agli standard di città come Londra o Parigi e che addirittura potremmo arrivare a raggiungerle a patto di disporre di qualche area attrezzata, servizio, metropolitana e infrastruttura in più, ma anche di moltissimi soldi in più da dare agli amministratori dei beni culturali (questo è ciò che è sempre mancato, se si vuole ottenere il prestigio e la visibilità che ogni evento impone per essere grande)? Anzi: avendo avuto Roma una genesi urbana e uno sviluppo assai diverso e in tutto tipico rispetto a quelle capitali d’Europa in cui i musei sono sempre gremiti, crediamo davvero che la nostra strada possa essere quella di imitare modelli di cui ci mancano le radici? Modelli che hanno la loro genesi in processi formativi e istituzionali radicalmente diversi?
E infine la domanda più cruciale. quella che scavalca le precedenti: siamo convinti che il mondo contemporaneo – il mondo che ci sentiamo dentro e che è sotto il nostro sguardo, il mondo del qui e ora, il mondo presente e dunque quello che ci getta nel futuro – possa ancora essere il mondo per il quale la qualità turistica di New York o di Londra sembrano risultare l’ideale massimo? Non credo. Persino il marketing va concependo la dimensione turistica di un territorio non più come una strategia di sola ospitalità per lo straniero ma come un ambiente in cui nativi e stranieri sono destinati a confondersi l’uno nell’altro, così come le loro differenze etniche e religiose, di ceto e di interesse, così come il loro tempo libero e il loro tempo di lavoro, il loro benessere e il loro disagio. Per dire questo amalgama o questa rete profonda, ho detto “confondersi” e invece direi piuttosto “diffondersi”, trasferendo il senso di questo verbo dalla dimensione spaziale (il movimento da un luogo verso altri luoghi) e quella temporale (il movimento di un luogo dentro l’altro). Siamo lontani dal controllo di questi processi. Ecco perché a mio avviso la linea di sviluppo romana è molto apprezzabile sul piano di un vecchio progetto culturale (e di mercato) ancora da raggiungere. Meno apprezzabile, comunque da discutere, sul piano di un progetto adeguato al presente-futuro. Potremmo dire che stiamo cercando di realizzare il passato che ci manca, ma non i mondi che ci hanno invaso.
Molte delle motivazioni del dibattito su cui mi si chiede qui di intervenire mi sembrano quindi sospette su ambedue i fronti. Non poche volte infondati l’uno e l’altro. Non provo ad esempio alcun interesse a ragionare sulla opportunità della Festa del Cinema a Roma, se tale discussione discende da guerriglie volte a contendersi spazi invece di contenuti. E se si risponde con la vecchia paccottiglia del sottosviluppo contestatario al decollo di un indubbio motore di sviluppo (per quanto ad onta, certamente, del sistema di clientele troppo chiuse che sembra, come quasi dovunque a Roma, dominare e fare da tappo a molti giovani operatori che, a torto o a ragione, per necessità o ideologia, vorrebbero entrarvi). Così come non provo particolare trasporto per la contrapposizione tra centro e periferia, se è impostata sulla base di differenze che non esistono più o sono deboli rispetto alle nuove differenze che oggi fanno conflitto. Così come discutere sull’offerta di cultura mi sembra secondario rispetto alla priorità di offrire ricerca e formazione. Così come – pur riconoscendone la fortuna e l’utilità – non mi lascio troppo illudere dal piccolo popolo – grande ma piccolo rispetto alla realtà televisiva, fonte, ci piaccia o non ci piaccia, di linguaggi non garantiti e dispersi – che affolla case e feste della letteratura, delle scienze, della filosofia e quanto di più. Vi vedo generazioni e ceti delusi e intristiti dalla società in cui vivono e che gli è scappata sotto i piedi quasi d’improvviso. Soggettività – giovani, anziani, insegnanti – che perdono potere reale e si rifugiano nell’immateriale che conoscono, quello di istituzioni perdute come la scuola e l’università, luoghi che non ci sono più. Pubblici “provinciali” che come unico paradigma critico hanno quello di contrapporsi alla spazzatura dei media ma al tempo stesso hanno a tal punto assimilato le regole del divismo televisivo da cercare firme, conforto e autostima in scrittori e filosofi di successo. Pulsioni fobiche contro le tecnologie e rimpianti per mondi o certezze che non ci sono mai state. Gente influenzata dallo snobismo delle pagine culturali dei giornali ma anche gente seria che non sa più dove sbattere la testa nel vuoto di responsabilità civile che stiamo vivendo e spera di trovare qualcuno che quel vuoto sia in grado di riempirlo in un paio d’ore di conoscenza-spettacolo. E via dicendo.
L’elenco delle lagnanze che vorrebbero un rinascimento romano diverso da quello che è (e che si é fatto dominante) precostituisce un dibattito noto e nella maggior parte dei casi sostanzialmente passatista anche quando al suo fondo o in superficie tocca problemi reali, disagi sottovalutati, aspettative deluse. E’ noto, e dunque vorrei lasciarlo ad altri, affrontando invece la sola questione a mio avviso determinante. Veltroni sta facendo il meglio possibile rispetto a quanto egli stesso si propone di fare? Sta lavorando all’altezza del proprio progetto e del mondo in cui vuole realizzarlo? Cerco di parlare di questo in modo oggettivo, anche se soggettivamente l’argomento mi coinvolge non poco. Per circa trenta anni ho scritto e detto sulle politiche culturali della sinistra. Nella prima quindicina d’anni di questo mio parlare al vento ho creduto che prima o poi sarebbe venuto il momento di un ricambio dei contenuti e degli operatori di tali politiche. I contenuti erano a disposizione, li avevamo a portata di mano. Si trattava soltanto di avere il coraggio e la capacità di recidere i vincoli con i vecchi leader e con i loro apparati, con i vecchi intellettuali e i loro piccoli interessi, con i professionisti obsoleti e i loro corporativismi. E’ accaduto qualcosa di ben diverso. Veltroni ha vinto saltando questo passaggio. Non poteva fare altrimenti. Potrebbe recuperare ora?
Personalmente Roma esibisce un look spettacolare – festival e feste di ogni sorta – che lascia insoddisfatti tutti coloro i quali non appartengono al tipo di regime democratico che la governa. Roma in questi anni ha mutato pelle. E’ un fatto innegabile. Come innegabile è il ruolo che il suo Sindaco sta avendo in questo mutamento con il proprio stile di politico consumato, capace di destreggiarsi in ogni tipo di apparato vecchio e nuovo senza mai rivelare la durezza e spregiudicatezza che inevitabilmente si accompagnano a tale capacità. Con il proprio abito di progressista illuminato, di democratico post-comunista e di intellettuale organico alle migliori tradizioni della civilizzazione. Ma soprattutto con il suo inconfondibile profilo di cittadino esemplare: buona educazione familiare, integro padre e marito, comportamento riservato, eloquio pacato, ma anche uomo di spettacolo e di cinema, di lettere e arti, nonché cultore di miti e passioni popolari. L’incarnazione perfetta di un modello di classe dirigente in via di estinzione: quella votata alla costruzione di una nazione; quella che ha ricevuto e accresciuto un capitale culturale da investire nella politica, la politica che pensa all’interesse generale. La politica come naturale conseguenza e necessario strumento di una convinta immedesimazione nei valori della cittadinanza. La politica, dunque, non come mera professione ma come impegno etico, testimonianza, e – in una parola – spirito del capitalismo.
Già, spirito e ideologia del capitalismo, poiché tutte le qualità che ho elencato, siano esse immagine o sostanza, finzione o realtà, sono le doti di un buon borghese. Di quel tipo di borghesia che in Italia avrebbe potuto nascere in modi un poco più consistenti di quanto sia effettivamente accaduto se non fosse stata strozzata dal conflitto storico, tuttora in atto, tra egemonia del cattolicesimo sulle istituzioni pubbliche e egemonia del comunismo sui conflitti sociali. Veltroni è arrivato a occupare il ruolo di Sindaco della Capitale – luogo della Chiesa e dello Stato – penetrando, con un sapiente progressivo recupero di doti borghesi, dentro l’incapacità del mondo laico e del mondo cattolico di liberarsi delle loro rispettive Chiese. E se è vero che queste due chiese non possono che diffidare di Veltroni e tentare di escluderlo dal potere, è per ciò stesso vero che, avendo a sua disposizione un territorio come Roma, proprio Veltroni può ora raccogliere il consenso di quanti sono sempre più insoddisfatti e insofferenti di queste due chiese.
Tutto questo è per dire che, se vogliamo discutere l’operato di Veltroni nei confronti di Roma, la questione da dirimere prima di tutto riguarda il versante dal quale si pretende di criticarlo. Se riteniamo che vi siano le condizioni per una forma di governo in grado di distruggere il profilo di una classe dirigente tradizionale in transizione, allora è inutile parlare male o bene di Veltroni. Ci risponderà sempre che lui sa fare e noi al massimo sappiamo parlare. Ed è inutile tentare di convincerlo a fare altro da quello che fa. Se invece non partiamo da questa convinzione, e riteniamo di condividere i limiti del suo stesso orizzonte riformista, allora un dialogo con lui è possibile e potrebbe persino essere fruttuoso.
Ecco perché non è il caso di cadere nel tranello predisposto da chi polemizza sullo scarto tra l’immagine di Roma che il Sindaco sta contribuendo a costruire e l’effettivo miglioramento della città in termini di organizzazione urbana, trasporti, ambiente e servizi. La partita che Veltroni si sta giocando è quella di portare la Capitale all’altezza dei processi di globalizzazione, di farlo rapidamente e di farlo con quello di cui si può disporre in Italia e a Roma. Veltroni è dunque autore e testimonial di una operazione che può consentire flussi di risorse tanto ingenti da essere in grado di fornire anche i mezzi necessari a trasformare il museo all’aperto che è Roma in un territorio praticabile per la vita quotidiana dei cittadini? Forse. La città è una grande “macchina umana” e insieme un grande “mercato economico”, un territorio di conflitti di appartenenza e un territorio di merci. Territori incastrati l’uno nell’altro. Per avere cura di questa macchina, non è scontato che sia meglio partire con investimenti sul sociale invece che con investimenti sul commerciale. Le grandi metropoli europee hanno avuto tutte il destino di diventare parchi turistici. Roma – che dispone di un parco di beni artistici unico al mondo e appetibile per l’occidente quanto per l’oriente – forse non è ancora una metropoli (è da sempre il suo problema), ma di certo è una città ideale per uno sviluppo produttivo fondato sui consumi culturali di massa. Veltroni lo ha capito e preme il pedale dove c’è un motore.
Ma Veltroni, prima di essere un amministratore pubblico, è un politico: voglio dire che i modi in cui sta investendo su Roma come città-spettacolo appartengono a una visione ideologica ben precisa, cioè a un progetto nel quale immagini e contenuti del suo governo coincidono. Il suo è un “buon governo” nel senso tutto particolare di un modello amministrativo che si fonda sulla “bontà” in quanto sintesi della più classica tradizione per cui estetica e etica vengono evocate come una sola istanza. Questa è la chiave di volta dei processi di civilizzazione e Veltroni, saldando insieme umanesimo e umanitarismo, ne fa il suo punto di forza locale, nazionale e internazionale proprio in tempi che vedono invece trionfare l’altro volto della civilizzazione occidentale, quello oscuro e armato. Ovvero: la politica di Veltroni ha in Roma non solo la sua messa in scena ma anche il suo retroscena in termini di strategie di potere. Se l’intelligenza di Veltroni è anche quella di avere capito che la politica deve prendere corpo nei luoghi e che la politica è un sapere pratico, Roma può essere il luogo ideale per guadagnare consenso sul piano delle idee e dei valori che servono alla sua crescita reale ma prima di tutto simbolica, immaginaria.
E tuttavia Veltroni potrebbe andare oltre se stesso, oltre l’immaginazione di cui si sta servendo. Potrebbe trovare il filo rosso di un progetto più avanzato rispetto all’avanzamento che si propone. Il riformismo, a mio avviso, può avere qualche speranza di riuscire non avendo come fulcro o teoria o schermo un sapere riformista, smettendo quindi di credere e far credere nell’ideologia del riformismo “classico”. Accettando un sguardo disperato e non ottimista sul mondo. Ritengo che i valori dell’umanesimo e dell’umanitarismo siano ampiamente scaduti. Essi operano fatalmente a vantaggio dei regimi di senso e di potere che pretendono di contestare. Cosa pensa davvero Veltroni? Conviene attendere una risposta, nella speranza che si tolga la maschera a lui abituale per diventare così davvero il borghese che serve alla attuale forma capitalista del mondo e di una Roma che riesca ad abitarlo insieme a chi la abita. Nel tanto frastuono con cui i brandelli italiani delle sinistre storiche manifestano la loro costante difficoltà di sentire e operare nell’interesse della collettività e non di una sua parte o per un suo futuro, non riesco a pormi nei confronti di Walter Veltroni negli stessi termini in cui si pongono coloro i quali gli contestano i suoi eccessi di centralizzazione e di spettacolarizzazione. Questo loro giudizio tutto sommato viene espresso in nome dei suoi stessi valori, della sua stessa “propaganda”, ma è di qualità minore e viene esibito da chi non credo possa affrontare problemi di sviluppo e di conflittualità che non è stato mai in grado di sciogliere. Spesso si tratta certamente di proteste motivate dalla indubbia emarginazione di chi non è dentro la rete di interessi che il Sindaco è riuscito a costruire e sta sempre più consolidando in una fitta trama di alleanze religiose, sociali, economiche, corporative. Ma la discriminante più forte riguarda la tradizionale spaccatura nazionale tra le radici fondamentaliste delle vecchie credenze comuniste e le regole implicite quanto invalicabili per cui qualsiasi democrazia responsabile dell’interesse pubblico non può che convenire su un piano d’azione riformista, su costanti soluzioni di compromesso. Su un fare tragico.
Veltroni dimostra giorno dopo giorno di sapere coniugare in modo spregiudicato quanto felpato il massimo di ideologia progressista e ecumenica con il massimo di realismo politico. Non sono io ma è Veltroni a potermi dire se avrebbe potuto scegliersi un’altra anima e un’altra condotta di leader. Ma, ripeto, se si vuole criticare il suo operato credo che lo si possa fare solo sullo stesso piano del suo realismo. Chiedendogli di essere più realista del re.
Alberto Abruzzese, 20 aprile 2007
___________________________________________________________________________________
Fonte:
Sì d’accordo ma poi…Tutto il resto è noia
di Emiliano Ilardi
Qualche mese fa, alla fine di una lezione tenuta all’Università di Barcellona, mi si sono avvicinati cinque studenti spagnoli che avevano fatto l’Erasmus a Roma. Ho subito chiesto le loro impressioni: la città bellissima, la gente simpatica, il cibo ottimo…poi i difetti: non tanto il trasporto pubblico, la sporcizia o il caos della Sapienza quanto piuttosto il fatto che dopo solo un mese, visto il Colosseo, San Pietro e le piazzette del centro li aveva invasi la noia. La noia che ha sempre vissuto qualsiasi romano che è stato giovane negli ultimi vent'anni. Ho fatto loro notare che con Veltroni negli ultimi anni qualcosa è cambiato, ci sono molti eventi. Sì ma tra un evento e l’altro? “Tutto il resto è noia” come cantava uno dei pochi romani che ha saputo divertirsi nella sua vita. Che si fa ‘stasera? Il cinema, il solito pabbettino di quartiere, la solita discoteca gestita dai soliti noti obbligata tra l’altro a chiudere inspiegabilmente alle quattro di mattina (eccetto ovviamente gli eventi organizzati da Veltroni) quando nel resto delle metropoli europee i locali possono rimanere aperti almeno fino alle sette. Roma è sempre stata una noia tra un evento e l’altro. Veltroni ha semplicemente moltiplicato gli eventi.
Roma (e forse l’Italia) procede per fiammate, la Dolce Vita, l’Estate romana di Nicolini, il Rinascimento veltroniano. Fiammate che si spengono completamente dopo un po’, senza lasciare mai nulla, senza mai produrre strutture (a parte l’Auditorium, il nuovo Colosseo dell’imperatore) o reti culturali durature. Finita la fiammata, torna il deserto. Dopo Nicolini sono venuti Giubilo e Carraro. Dopo Veltroni? Insomma diciamocelo una buona volta: il tanto decantato effimero romano è una gran cazzata. Non sto qui a raccontarvi cosa è stato avere vent’anni a Roma negli anni Ottanta e Novanta senza nemmeno gli eventi organizzati dal Comune. In cui gli unici luoghi in cui si potevano fare esperienze nuove e interessanti erano i centri sociali o i rave illegali. Passati sul muretto a sognare le notti di Londra, Berlino o Barcellona.
Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta Roma ha vissuto un breve periodo di grande fermento culturale proveniente dal basso. Hip-hop e musica elettronica avevano invaso le strade della capitale, facendo risuonare grigie periferie e strutture abbandonate. E Roma stava rispondendo in maniera originale, "er suono de roma" venne definito. Sembrava quasi che Roma finalmente si stesse trasformando in metropoli, che potesse almeno in piccola parte assumere le sembianze di Londra, Manchester o Berlino. Che potesse finalmente produrre quelle reti di culture, di eventi, di locali provenienti dal basso e tipici di queste città. Niente di tutto ciò, tutto riassorbito (si badi bene non solo represso) dall’istituzione con i suoi assurdi e burocratici regolamenti e autorizzazioni comunali, con i suoi orari di chiusura da monaci benedettini, con le sue piccole mafiette.
In questo Roma (altro che effimero) non è mai cambiata. La cultura, soprattutto quella giovanile, deve essere un’emanazione dell’istituzione, monopolio del comune. Per organizzare un evento, aprire un club bisogna sempre essere ammanicati, patrocinati e battezzati dal comune. Grande paradosso della capitale mondiale dell’abusivismo, dove tutto può essere abusivo meno la cultura.
Alcuni dei protagonisti di quella breve ma intensa fiammata sono andati all'estero (a Barcellona, Londra o Berlino), altri hanno fatto giustamente amicizia col principe mecenate, il resto rimane sul muretto in attesa del prossimo evento di Veltroni.
Emiliano Ilardi, 15 maggio 2007