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Tratto dal quotidiano "Liberazione " di domenica 24 giugno 2007
MODELLO ROMA UGUALE MODELLO ITALIA?
UNA CITTA' A DUE VELOCITA': L'ALTRA FACCIA DELLA POLITICA DI WALTER
di Enzo Scandurra, Ordinario di Urbanistica a La Sapienza
L'ascesa al trono di Walter Veltroni, quali che siano gli equilibri politici interni al Pd, sta a significare che il cosiddetto "Modello Roma" viene, di fatto, assunto come modello di riferimento politico culturale da almeno una parte della sinistra italiana. In che cosa consiste il "successo" di questo modello e cosa esso sottende? Durante tutto il suo mandato, il sindaco della capitale si è sforzato di eliminare ogni conflitto sociale attraverso la costruzione sapiente di di una immagine di macchina- città: moderna, efficiente, in controtendenza rispetto all'andamento dell'economia nazionale, attiva nel mondo dello spettacolo e della cultura , attrattrice di ingenti flussi finanziari e turistici, organizzata spazialmente secondo le direttive del nuovo piano regolatore. A queste iniziative si sono aggiunti rilevanti lavori di abbellimento, decoro, risistemazioni, che hanno visto anche -per la prima volta a Roma- il protagonismo di architetti di fama, l'attenzione per il grido di dolore delle periferie ancora lontane dall'impero, iniziative di rilievo internazionale a favore del mondo povero e affamato. In un certo senso il tentativo è stato quello di modernizzare la società per mezzo dell'urbano (vecchia utopia novecentesca accarezzata dai governanti). Eppure a fronte di queste feste e di questi fasti la sensazione di molti è quella di un a modernizzazione senza vera modernità. Perchè? Restando al tema della città di roma, ci sono molte questioni aperte e altre ancora neppure quasi affrontate: il traffico e la mobilità, la questione sociale (il costo degli affitti, l'accoglienza ai nomadi e agli immigrati,le nuove povertà), il lavoro, il tipo di sviluppo economico, quella dello svilupp urbano con la costruzione di nuovi insediamenti residenziali e commerciali quella della partecipazione dei cittadini alla gestione della res pubblica. Ma seppure sol fossero questi i mali (tutt'altro comunque che piccoli problemi), si potrebbe dire che si tratta d questioni che prima o poi sarebbero affrontate e risolte, gradualmente, se non ci si lascia prendere da un'ansia irresponsabile.
La sensazione, a guardare attentamente la realtà è un'altra; è che questo Rinascimento, altro non sia che la manifestazione effimera, epidermica di una modernità che da tempo ha iniziato a mostrare rughe e crepe profonde che ci si affanna a nascondere con operazioni imbellettamento e restauri.
Insomma l'altra faccia della luna -complemento inevitabile di questa visibile- svelerebbe privazioni, povertà, miserie, contraddizioni che vengono oscurate dallo splendore dei successi di questo modello ma che, alla lunga ne potrebbero segnale la traiettoria in declino soprattutto con l'uscita di scena del Sindaco. Sembra infatti che i disagi, i mali e le patologie di questa città non siano tout court semplicemente riconducibili a difetti o carenze contingenti prodotte da un processo di modernizzazione ancora incompiuto o incompleto, ancora insufficiente; quanto pisuttosto il complemento a chiudere l'inevitabile lato oscuro che sempre accompagna questo processo. Forse questa è l'unica modernizzazione possibile, la modernizzazione vera. Una sorta di furore di modernizzazione, di innovazione continua sta trasformando questa città - forse nel passato ancora troppo provinciale in una vetrina palcoscenico dove tutto è ridotto a merce, dal territorio all'ambiente, dai beni comuni alle istituzioni, dalle manifestazioni culturali a quelle di solidarietà con i paesi poveri. Questo processo di liquidazione del nostro patrimonio pubblico della tradizione, è stato chiamato modernizzazione.
Siamo veramente diventati più moderni? Siamo più ricchi come ci dice l'indice monetario del PIL?
Forse si a giudicare dal numero di feste, eventi, manifestazioni che si svolgono nella città; ma forse accanto alla vecchia povertà (comunque mai debellata) avanza anche un veleno nascosto nei cibi di questa modernità: è l'esclusione, l'indebolimento del legame sociale, delle regole di convivenza civile, lo svilimento e la ritualizzazione di una tradizione che sembra non lasciare tracce di sè. Questo modernismo non è neutrale, non è progressivo, non apporta solo (apparente) benessere, esso lascia lungo la sua scia rifiuti, privazioni, disagi, vittime che vengono oscurate in nome di un processo che non può arrestarsi. Questo furore moderno rischia di trasformare i cittadini in una sterminata folla di individui anonimi, in una manovrabilissima massa apolitica che insegue gli eventi e le mode e impedisce che avanzi un vero processo di costruzione di una cittadinanza responsabile, capace criticamente di produrre una discussione pubblica a disposizione della città.
Ecco allora che l'idea (e la conseguente pratica) di annullare ogni conflitto (e con esso ogni critica all'operato del manovratore demiurgo) porta progressivamente allo scoperto patologie non risolte e inutilmente rimosse. La difficoltà a dare risposta al problema dei rom, quella connessa al tema dei rifiuti, del traffico, del disagio sociale, esplode sempre più virulenta. La cosiddetta modernizzazione ( e al tempo stesso l'ideologia e la patologia della modernità) incontra sempre più insuccessi e genera essa stessa nuovi e più inediti problemi. La globalizzazione incalza il modernismo e il decisionismo trasformando la città in un punto indifferenziato della rete planetaria dove confluiscono e da dove si dipartono flussi di merci e di denaro. I tempi di vita si fanno sempre più veloci: occorre adeguarsi, inventare spettacoli, importare o scippare eventi locali (la taranta salentina, la festa del cinema, il festival di filosofia, le notti bianche, la giornata della solidarietà e quant'altro) per poter competere con le stesse cose fatte in altre città; insomma occorre inserirsi nella classifica delle città globali del mondo ed essere sempre più competitivi. I diseredati, gli immigrati, tutti coloro che non ce la fanno a stare al passo, saranno relegati al di là del Grande raccordo anulare in un qualche insediamento di accoglienza. Una città, dunque, a due velocità: la prima per coloro che sono dotati di buoni pomoni per correre e di robuste scarpette da trekking e la seconda per coloro che arriveranno (forse) dopo, magari seduti su sedie a rotelle. Rivedremo questo spettacolo anche a scala nazionale?
Ci sarà un partito guidato dal grande sindaco-segretario premier tutto dedito ad annullare ogni conflitto e a dare lustro al Paese delle meraviglie mentre l'orda vandalica- la cosiddetta "base" sarà riesumata solo il giorno delle elezioni? E di Roma che ne faremo?
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