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Sessantotto di fuoco Viva lo stile Zanzibar Stampa E-mail
Scritto da Rinaldo Censi   
domenica, 19 agosto 2007 19:09

Sessantotto di fuoco Viva lo stile Zanzibar
Philippe Garrel e i dandy parigini del Maggio '68. Un gruppo di cineasti che detestavano gli «autori» e girarono opere sovversive dentro, sopra, sotto l'«insurrezione». I loro film escono in dvd «fuori orario»
Rinaldo Censi
Parigi

Del maggio parigino ci ha sempre colpito un'osservazione di Italo Calvino: le strade erano affollate, tanto che gli psicanalisti di Parigi erano rimasti con le mani in mano, i lettini vuoti, inquieti e senza lavoro. Parigi, maggio '68: un periodo esplosivo. Una «presa di parola», ricorda Michel de Certeau. Studenti, gente comune e lavoratori: scontri con la polizia, barricate. Si sprecano le metafore: la cinepresa somiglia a un fucile (ma non è al fucile fotografico di Marey che si fa riferimento). Si gira in 8 millimetri, al massimo in 16. Il 35mm suona inappropriato, disdicevole, segno di lusso.
Philippe Garrel ha preso parte agli avvenimenti del maggio parigino, benché il suo gruppo di riferimento si definisse apolitico, più interessato all'arte. Si può cogliere questo aspetto nel suo ultimo film: Les amants réguliers. Garrel è stato uno dei Dandy del maggio '68. Così Sally Shafto a proposito di alcuni artisti, cineasti, che nel 1968 si sono ritrovati a far parte di una comunità, inoperosa forse. Ci riferiamo al gruppo Zanzibar, naturalmente. Dandy? È proprio per questo che Garrel e compagnia filmano con una macchina da presa 35mm ciò che accade nel maggio, in Actua 1, film presumibilmente andato perduto.
Tutto questo è narrato in un bel libro da poco pubblicato, scritto appunto da Sally Shafto, storica del cinema: Zanzibar. Les films Zanzibar et les Dandys de Mai 1968, Paris Experimental, Paris, 2007. Una documentata storia del periodo, una carrellata di ritratti.
Zanzibar dunque: 1968-1972. 13 film sul catalogo, restati nell'ombra, per non dire sconosciuti (in Italia riemersi solo un po', grazie a Esther De Miro e Sergio Germani). In ordine cronologico: Détruisez-vous (Serge Bard, 1968), Ici et maintenant (Serge Bard, '68), Fun and Game for Everyone (Serge Bard, '68), Acéphale (Patrick Deval, '68), Marie pour mémoire (Philippe Garrel, '68), Le Révélateur (Philippe Garrel, '68), La Concentration (Philippe Garrel, '68), Le Lit de la vierge (Philippe Garrel, 1969), Un film (Sylvina Boissonnas, '69), Émet (Claude Martin, '69), Deux fois (Jackie Raynal, '69), Un film (Sylvina Boissonnas, '69), Vite (Daniel Pommereulle, 1970). Alcuni film sono andati persi: Acéphale 2 per esempio. Improvvisazione, piani-sequenza, travelling, panoramiche a 360 gradi, sguardi diretti alla macchina da presa. Il nuovo cinema si libera di molti fardelli. Primo fra tutti la rigida imposizione di una sceneggiatura. Salta la narrazione così come spariscono i titoli di testa. Sono film di grande forza, realizzati da persone estranee al cinema, ma in grado di reinventarlo facendone tabula rasa. L'umorismo non è certo malvisto: Deux fois fin dal titolo sottende un'ironica presa di distanza dalle fiabe. Per inquadrare alcuni dei personaggi che ruotano intorno al gruppo Zanzibar può essere utile rivedersi La Collectioneuse di Eric Rohmer (1967). Montato da Jackie Raynal, prodotto da Barbet Schroeder e Pierre-Richard Bré (entrambi attori per Serge Bard), vi recita Daniel Pommeruelle («non-pittore» che per Zanzibar realizza Vite).
Il gruppo Zanzibar ama citare una frase di Oscar Wilde: un'idea che non sia pericolosa non merita di essere considerata tale. L'arte e la vita si muovono sulla lama di un rasoio. Umorismo, violenza latente, richiami alla rivolta, eccentricità: ma per fare film servono soldi. Serve denaro per sviluppare e stampare il girato, per esempio. Oppure, semplicemente, per ritirare il materiale dai laboratori. Entra qui in gioco una figura chiave per chi in quel periodo ha realizzato questi film marginali, o ha elaborato iniziative artistiche: Sylvina Boissonnas. Mecenate, discendente da una famiglia di mecenati, sarà lei a fondare la Productions Zanzibar. Sarà lei a pagare le spese di laboratorio a Philippe Garrel, dopo aver visionato i rushes di Le Révélateur. È lei che finanzierà i suoi film successivi: La Concentration (duetto «da camera» girato in 72 ore, con la «It Girl» parigina Zouzou e Jean-Pierre Léaud) e Le Lit de la vierge (1969), aiutandolo concretamente a montare il progetto de La Cicatrice intérieure (1970-71).
Nel 1976, sulle pagine dei Cahiers du Cinéma, Louis Skorecki sottolinea come i film Zanzibar fossero «praticamente invisibili», prefigurando il rischio che potessero diventare proprio per questo «mitici», se l'invisibilità fosse continuata. Ci hanno pensato ora le edizioni parigine Re:voir a colmare la lacuna e a fugare ogni dubbio; create nel 1994 con un preciso mandato, occuparsi di cinema sperimentale, underground, il loro catalogo, consultabile on line, è una vera miniera di gioielli (www.re-voir.com). Re:voir ha da poco aperto una nuova collezione: Zanzibar, appunto. Tre i film fino ad ora editati in dvd: Deux fois (J. Raynal), Le Révélateur e Le Lit de la vierge (P. Garrel). Altri seguiranno.
Occupiamoci dei film di Garrel. Le Révélateur viene girato nei dintorni di Monaco poco dopo il maggio del 1968. È un film muto, sulla scena primaria: parlano le immagini (come si fa un film? E un bambino? E cosa fanno mamma e papà sotto le coperte?). Ricorda il cineasta: «Quando giravamo Le Révélateur in Germania, ogni volta che preparavamo una scena, arrivava la polizia. La cosa in sé del resto non mi disturbava, ero in Germania un po' per questo: giravo vicino a un campo militare, per avere l'impressione che si è troppo oppressi». Film minaccioso, inquietante nel suo bianco e nero violento e contrastato.
Realizzato nel 1969, Le Lit de la vierge si spinge ancora di più là. Film desertico, in scope, girato tra Marrakech, Grotta Ferrata e la Bretagna, immerso in una notte nera illuminata da poche lampade ad arco, il film ipotizza il ritorno sulla terra di un Gesù Cristo in Lsd (Pierre Clementi) schiacciato dal peso delle responsabilità, diviso tra Maria e Maria Maddalena (entrambe interpretate da Zouzou). Lunghi travelling, improvvisazione, sarcasmo, musica rock, una magnifica panoramica sulle note di The Falconer di Nico: film «lussuoso», scosso da un senso di follia («Che la follia arrivi presto», dichiarerà in un'intervista Garrel), colpisce ancora oggi per il modo in cui lascia riverberare allegoricamente la violenza degli scontri del maggio parigino. La macchina da presa si muove fluidamente all'interno di una grotta, tra grida, corpi torturati. Nella notte, Pierre Clementi cammina trascinando con sé una cassa di legno. Cosa si nasconde al suo interno? Una volta aperta, come fosse un vaso di Pandora, siamo aggrediti da detonazioni, grida, rumori, il fumo del gas impregna l'aria. Le Lit de la vierge è il film che fa i conti con il post '68, si aggrappa alle sue rovine, ne mostra le ferite attraverso situazioni ottico-sonore. Al povero Cristo-Clementi non resta che scomparire nel mare.
Il dvd è accompagnato da un bonus strabiliante: si tratta di Homemovie, materiale girato da Fréderic Pardo sul set del film, e altrove: Positano, Londra. Pardo, artista deceduto alcuni anni fa, era all'epoca il compagno di Tina Aumont (è lei una delle figure femminile che compaiono, enigmatiche quanto magnifiche, nel film). Intimo amico di Garrel (è su di lui che è stato costruito il personaggio del pittore in J'entends plus la guitare), Pardo aveva messo a punto un metodo pittorico a tempera, accompagnandolo con l'assunzione di droghe. Farà in seguito il ritratto ufficiale a François Mitterand. Ma cosa mostrano queste riprese mute, amatoriali? Gli attori nei momenti di pausa dalle riprese. Un gruppo di magnifici dandy in trasferta in Marocco: Pierre Clementi, Tina Aumont, Zouzou, Philippe Garrel, Margareth Clementi, Jean-Pierre Kalfon, Valérie Lagrange, Pierre-Richard Bré, Jaime Semprun, Babette Lamy. Per un attimo compare sul set anche la rossa Sylvina Boissonnas. Montato direttamente in macchina, stacchi secchi, a volte impercettibili, Homemovie è un documento d'epoca di grande interesse. Colore, bianco e nero, il mercato di Marrakech, i volti delle donne marocchine, le rovine e le mura della città, alcuni vecchi incuriositi da questi giovani teppisti, il deserto, le rocce e le rotaie del travelling, il carrello su cui si fa trasportare Tina Aumont. Solo Garrel non sorride mai, si limita a fumare pensierosamente una lunga pipa. Attività di gruppo, questa. Il film somiglia vagamente ai diari di Jonas Mekas. Stessa secchezza senza fronzoli, stessa allure nervosa. Ma con il passare dei minuti le cose cambiano, e il diario si trasforma in una sorta di ritratto di Tina Aumont. Primi piani, sguardi in macchina, studi di nudo, sovrimpressioni sperimentali tra il corpo il volto e fuochi d'artificio. Tra il volto e il mare blu. Passiamo dal Marocco a Positano, poi a Londra. In una boutique compare per un attimo Pete Townsend. Viene incendiato un bus a due piani in piena campagna. Questa sequenza fa diventare il falò di fine festa in L'eau froide di Assayas un divertente passatempo per scolaretti. La piccola bolex 16mm sobbalza, segue sfrenata le sagome in controluce che circondano le lamiere incendiate del bus. Seguono immagini riprese dalla televisione. Le onde grigiastre del tubo catodico: pubblicità, immagini di film. Oppure, improvvisamente, senza soluzione di continuità, un gruppo di soldati fa irruzione in una stanza e spara verso l'obiettivo della macchina da presa, per poi andarsene. Qualcuno - fuoricampo - getta un vaso di vernice rossa sul pavimento. Il materiale è muto, come dicevamo, ma lo stesso Pardo consigliava di accompagnare le immagini con musica dei Rolling Stones o dei Troggs: noi abbiamo optato per Beggar Banquet.
Un buon programmatore cinematografico dovrebbe montare questo Homemovie insieme a Les amants réguliers: quella strana comunità inoperosa, rinchiusa in un appartamento di proprietà di un ricco rampollo, alle prese con poesie, musica, arte e droga trova qui, in questo piccolo «film di famiglia» il suo perfetto doppio speculare. È su questo modello, su questi corpi, su questi ricordi, sui suoi ricordi, che ha lavorato Philippe Garrel. In Les amants réguliers uno dei personaggi si specchia travestito da Marocain di Matisse, mentre la comunità si sta sciogliendo. È dunque come se il reale incontrasse l'immaginario: perché Philippe Garrel nel 1969 è davvero partito per il Marocco, con un gruppo di amici, per girarvi un film che è una sorta di allegoria in piano-sequenza sui fatti del maggio parigino.
Dunque, programmate Le Lit de la vierge insieme a Homemovie e a Les amants réguliers. Avrete il ritratto di una generazione, tra il reale e l'immaginario. Si dovrebbe inserire nel programma anche Le berceau de cristal (Garrel, 1975), altro film, altro ritratto di quella generazione: in tempo reale. Ma questa è un'altra storia...

Fonte: il Manifesto del 15 agosto 2007, p.14
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