La Telestreet vi consiglia il libro di Salvatore Tramacere:
Di origini pugliesi, dopo diverse esperienze lavorative in varie località si è stabilito nei pressi di Roma, dove vive con la moglie e due figlie. A parte l'amore per i libri - ha una nutrita biblioteca personale - coltiva molteplici interessi, dalla fotografia alla comunicazione al kung fu. Chi volesse contattarlo può scrivere a
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L'autore ci ha concesso il permesso di pubblicare 3 estratti del suo libro.
Apro gli occhi
Apro gli occhi, perfettamente sveglio. L’aereo si è inclinato dolcemente a sinistra, affrontando una virata di avvicinamento. Guardo dal finestrino: il sole del Mediterraneo balena sulla superficie del mare, rifrangendosi su mille increspature . Richiudo gli occhi, abbacinato. Cipro. Sotto le mie palpebre mille lampadine si spengono gradualmente, comandate da un segreto reostato. Raccolgo dal pavimento la cartelletta dei ritagli: devo essermi appisolato subito dopo aver allacciato la cintura di sicurezza. Volgo un rapido sguardo intorno, cogliendo più d’una espressione tesa. Apro la cartelletta. Il primo ritaglio ha un grosso titolo: L’ultimo muro. Ultimo in ordine di tempo, a cui potrebbero seguirne altri? Oppure ultimo della serie, finale, conclusivo? Di sicuro, ultimo in ordine di importanza, l’ultimo dei problemi del mondo. Quanti sanno che un muro divide Lefkosia? Un alto muro sormontato da filo spinato, che si prolunga nella “linea verde”, appropriatamente chiamata “linea Attila”, a sancire la divisione dell’isola seguita all’occupazione turca del 1974. Noi Europei, poi, abbiamo il muro più famoso. Ecco un altro ritaglio: Berlino, il muro della vergogna. Figlio della guerra fredda, nato il 13 ag osto 1961, come semplice sbarramento; cresciuto negli anni seguenti, per impedire di scappare da est ad ovest. Uno sfregio sulla faccia della vecchia Europa, un grottesco monumento innalzato nel nome di un’ideologia che teorizza un mondo di liberi ed eguali. Niente male per un continente che il mese prossimo celebrerà il bicentenario della Rivoluzione francese. Un lieve sobbalzo coglie di sorpresa il mio stomaco: abbiamo toccato terra. Mentre l’aereo rulla, il silenzio che aveva congelato l’atmosfera si scioglie in un brusio sollevato. Ampi sorrisi rilassati spuntano da qualche schienale. Ripongo la cartelletta nella ventiquattrore. La luce all’esterno mi fa dolere gli occhi. Giugno è appena cominciato ed è una splendida giornata. Rientro nel vano del portellone e cerco un appoggio per aprire la valigetta ed estrarne gli occhiali da sole. Afrodite dove va ben scegliere un luogo luminoso dove inscenare la sua nascita!
Mi sembra di essere in un sogno
Mi sembra di essere in un sogno. Non devo fare un grosso sforzo per ignorare la città che brulica intorno a noi. Siamo solo io e Leda. In mezzo a pini e ginepri, cedri e cipressi e palme. Tra siepi di alloro e cespugli di ginestre e cisti. Circondati da aiuole multicolori, fiorite di anemoni ed orchidee e peonie. Cerco di controllarmi, ma non riesco ad arginare l’impressione che siamo in paradiso e camminiamo mano nella mano tra prati e fiori. E persino le ciclopiche mura veneziane, che si innalzano poco distante, non hanno nulla di minaccioso, anzi sembrano volerci proteggere . Mi sfiora il pensiero che questi bastioni sono muri gentili, che riparano. Anche se noi siamo all’esterno del loro perimetro, tuttavia ho la sensazione che l’intento benefico con il quale sono stati innalzati si espanda in un’aura rassicurante. Mi sento tranquillo, a vederli vicini. Potremmo trovare rifugio al loro interno, in caso di pericolo. Ma ora non c’è nessun pericolo. Tutto è meraviglioso. Leda cammina guardandosi intorno, poi si ferma a sfiorare una corolla con la mano, poi respira, poi sorride. Mi guarda e sorride. Cerco di concentrarmi su una sensazione fisica, per convincermi che non sto sognando. Sento la sua mano, il tepore della sua mano nella mia, e le sue lunghe dita, sulle quali passo il mio pollice per memorizzarle, una per una. Che cosa mi sta succedendo? Ho qualcosa nel petto che si espande rapidamente. Un uccello – una gazza? – si alza in volo per rifugiarsi su quel cedro laggiù, temendo forse un’esplosione. Sono uno scemo. Mi fermo sul viottolo, in pieno sole. Ne sento il calore sulla pelle, sulle mie braccia nude. Non scotta. Si è fermata anche Leda, è ovvio, le tengo la mano. Si volta e mi guarda con un’espressione che non riesco a definire. Temo che le mie facoltà razionali siano ridotte ai minimi termini. Esercito una leggera trazione e Leda fa due piccoli passi verso di me. Ce l’ho di fronte. I suoi occhi sono all’altezza del mio naso, ed il suo naso è all’altezza delle mie labbra, e le sue labbra… Ne distolgo lo sguardo e riporto i miei occhi nei suoi. Rivedo quell’espressione disarmata che mi aveva colpito così profondamente – sì, adesso mi rendo conto di quanto profondamente mi avesse colpito. – Leda, io… Mi fermo. Non ho parole. So che cosa vorrei dirle, che l’amo, è semplice, no? Ma sembra che le comunicazioni tra il mio cervello e la mia lingua si siano interrotte. Poi una voce che non è la mia. – Ti stavo aspettando. Che cosa? Che cosa ha detto? Ha parlato, ho sentito che ha parlato, le ho visto muovere le labbra. Le stavo di nuovo guardando, si sono mosse per dire qualcosa, ma non ho capito che cosa. Ci sono solo le sue labbra che mi attirano, e vedo che sono sempre più vicine. Piego la testa, il mio naso sfiora il suo e poi le mie labbra sfiorano le sue e poi chiudo gli occhi e non vedo più niente.
Glafkos
Glafkos sta versando dell’altro vino nel bicchiere che ho portato con me. Ne prende un altro dallo scolapiatti sul lavello alle sue spalle e ne versa anche per sé. Posa la caraffa sul tavolo, che è coperto da una tovaglia di lino grezzo ricamata con motivi floreali, e mi guarda. Beviamo in silenzio. Penso a madre e figlia che saranno in un’altra stanza. A fare che cosa? Ma perché, poi, dovrebbero dirlo a me? – Leda, mia figlia – dice improvvisamente – è malata. Spesso non si accorge di quello che la circonda, di quello che succede intorno a lei. – Mi dispiace, non avrei dovuto… sono stato indiscreto, le chiedo scusa. – Non deve scusarsi, non ha colpa. Lei ha salvato la mia bambina ed ha il diritto di sapere. Beviamo un altro sorso, contemporaneamente, neanche ci fossimo messi d’accordo sul tempo. – Non è stata sempre così. Dieci anni fa – adesso ha vent’anni… Dieci anni fa deve esserle successo qualcosa di terribile. Forse ha solo visto qualche cosa che l’ha spaventata, perché non le ha lasciato segni… visibili. Ma deve averla spaventata a morte. Era una bambina molto sensibile, sa? Troppo… Guarda fuori dalla finestra. Il sole comincia ad abbassarsi, è pomeriggio inoltrato. Laggiù, verso sud, dietro le colline, a cinquanta o sessanta chilometri, c’è il mare. – È cresciuta sola. Non stava quasi mai con altri bambini, solo quando andavamo in città dai parenti. Qui intorno bambini non ce ne sono. A scuola, sì… Certo, a scuola stava con i suoi compagni. Giocava, era contenta, allegra… Tranne quando scoppiava qualche litigio. Non lei, lei non litigava mai. Potevano anche toglierle un giocattolo: diventava triste, piangeva, ma senza strillare. Gli altri, quando litigavano gli altri bambini… Allora – ci raccontava la maestra – scappava in un angolo e si rannicchiava contro il muro. Non c’era verso di farla smettere finché durava la lite e sentiva urlare. Solleva il bicchiere e lo guarda controluce. Poi lo posa sul tavolo e intreccia le mani. – Un giorno, era domenica, l’abbiamo lasciata sola per andare a messa. Oh, lei veniva con noi, sempre. Ma quella mattina non stava bene. Così l’abbiamo lasciata sola. Per il tempo di andare a messa. Abbiamo chiuso le porte, anche quella posteriore. Le abbiamo raccomandato di non uscire, per nessuna ragione. Era una bambina molto obbediente. Quando siamo tornati… Non riuscivamo a trovarla. Finalmente l’abbiamo scovata, rannicchiata dietro la porta della sua cameretta. Non ci ha più parlato, non siamo mai riusciti a capire che cosa fosse successo. – Non sarà uscita, magari da una finestra…? – La finestra, sì… abbiamo trovato una sedia sotto una delle finestre che danno sulla strada. Ma non può essere uscita, come faceva a rientrare? No, il davanzale è troppo alto, e lei era troppo piccola. Districa le mani e beve un altro sorso di vino, lentamente, in silenzio. Io guardo nel mio bicchiere, come se la risposta al mistero fosse lì dentro .
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