Janina Bauman Viaggio alle fonti prosciugate della Shoah
Janina Bauman è una sopravvisuta al ghetto di Varsavia. Laureata in Scienze sociali ha dovuto abbandonare la Polonia nel 1968 per la sua attività, assieme al marito Zygmunt, a sostegno del movimento studentesco. In Italia sono stati pubblicati due suoi libri - «Inverno nel mattino» e «Un sogno di appartenenza» -, entrambi pubblicati da Il Mulino. In Inghilterra ha molto lavorato attorno alla raccolta di fonti sull'Olocausto, intervenendo più volte sull'uso pubblico della storia. E manifestando più volte una posizione critica rispetto alla «spettacolizzazione della Shoah» a partire dall'opera di raccolta delle testimoninanze dei sopravvisuti da parte della «Shoah Visual History Foundation» di Steven Spielberg
Per la Shoah un futuro pieno di effetti speciali Prende il via oggi l'ottava edizione del festival letterario di Pordenone. Pubblichiamo stralci della lezione magistrale che Janina Bauman terrà domani sulle fonti dell'Olocausto. Il valore dei diari e delle testimonianze dirette degli ebrei morti nei lager posto a confronto con la messa in scena stereotipata dello sterminio operata dalle fiction televisive e dai film hollywoodiani Janina Bauman
Come ricorderanno l'Olocausto la generazioni future? Da quali fonti attingeranno la conoscenza per creare le immagini e costruire le nozioni di questo periodo del passato? Negli ultimi cinquant'anni si sono accumulate milioni di opere sull'Olocausto, soprattutto a partire dagli inizi degli anni '60, dopo il processo a Adolf Eichmann. Si tratta di documenti di ogni genere, ritrovati dopo la guerra, lasciati dalle vittime, dagli esecutori e dagli spettatori, di resoconti dei sopravvissuti, scritti dopo molti anni di silenzio, di testimonianze orali attentamente registrate su centinaia di chilometri di nastro da ricercatori, principalmente americani, ma anche di opere d'arte e letteratura. Tutte queste opere rappresentano un grande fondo comune di conoscenza, a disposizione delle generazioni del futuro. Una delle fonti più preziose ed affidabili per la conoscenza del periodo delle camere a gas è rappresentata dai documenti ufficiali pubblicati dai tedeschi, dai nativi, o dalle autorità e le istituzioni ebraiche dei paesi europei occupati. Fra i documenti ci sono anche fotografie e film prodotti dai nazisti o, di nascosto, dalle vittime. Nonostante la loro importanza, preferirei ora parlare di un altro tipo di testimonianze, dei documenti personali. L'eredità dell'orrore I diari, le memorie, le cronache, le poesie, le lettere. Chi le ha scritte, in che circostante e perché? Nell'agosto del '44, nel campo di sterminio di Brzezinka, alcuni membri del Sonderkommando, i detenuti ebrei impiegati dai nazisti come fuochisti dei crematori iniziarono a raccogliere e mettere al sicuro tutti i documenti e i messaggi scritti che trovavano nelle camere a gas. Li mettevano in scatole di latta e li seppellivano. Uno di loro, Zelman Lewental, aggiunse un suo messaggio in un diario anonimo che aveva trovato nel ghetto di Lodz,: «nascondiamo tutto ciò che è interessante e utile, una parola, un appunto (...). Quanto seguirà in futuro, lo lascio a storici e ricercatori, (...) ecco perché, avendo trovato un pacco di fogli scritti a mano, considero mio dovere nasconderlo e farlo sopravvivere a lungo». Questo è un singolo esempio che risponde alle tre domande: chi, in che circostanze e perché le persone scrivevano lì e allora. (....) La maggioranza dei resoconti personali dei sopravvissuti all'Olocausto fu invece scritta molti anni dopo la guerra, soprattutto negli ultimi due decenni. I sopravvissuti preferivano tenere un certo riserbo sul loro passato. All'inizio ho sottolineato che, nonostante siano una notevole fonte primaria di conoscenza sull'Olocausto, i resoconti personali dei sopravvissuti scritti in un periodo posteriore, non sono e non possono essere attendibili tanto quanto le testimonianze scritte nell'immediatezza. Ci sono diverse ragioni per cui è così. Innanzitutto, la memoria tende ad offuscarsi dopo molti anni. I testimoni non sono più giovani e spesso confondono i fatti avvenuti nel passato. Le testimonianze controverse dei testimoni oculari rilasciate durante i processi possono servire da esempio. La conoscenza successiva, acquisita per lungo tempo su libri, documenti, film e resoconti di altri, interferisce e aumenta la confusione: a volte le persone non sono sicure se hanno sperimentato qualcosa in prima persona, o se l'hanno solo letto o sentito. Inoltre, la memoria è selettiva. Secondo Saul Friedlaender, storico dell'Olocausto, la repressione della memoria è la tipica risposta dei sopravvissuti ebrei al loro spaventoso passato. (...) Le fonti secondarie Nel XXI secolo l'afflusso alle fonti primarie di conoscenza sull'Olocausto si esaurirà. C'è poca speranza di trovare altri messaggi personali scritti in quei luoghi e in quel periodo. Inoltre, i testimoni oculari - le vittime, gli esecutori e gli spettatori - si stanno estinguendo. Solo chi al tempo della Seconda Guerra Mondiale era un bambino aggiunge ancora attestazioni orali o scritte alla grande collezione di testimonianze. Presto non ci saranno neppure loro. È difficile credere che - ad eccezione dei futuri ricercatori - le nuove generazioni si rifaranno ai documenti originali o alle tarde testimonianze dei sopravvissuti dell'Olocausto, a parte, forse, il Diario di Anne Frank. Ciò che resterà loro da studiare saranno le opere storiche o le opere di fiction. Queste fonti secondarie decideranno l'immagine che i nostri successori si faranno dell'Olocausto e la considerazione che ne avranno. Ecco perché credo che le fonti secondarie debbano essere viste come fonti ancora più importanti dei documenti e delle testimonianze originali. Per i secoli a venire saranno queste opere a dare forma all'immagine ufficiale dell'Olocausto. La loro affidabilità dipenderà dall'abilità individuale, dagli sforzi e dalla scrupolosità dei ricercatori. Ciononostante, anche il resoconto più meticoloso e onesto può rivelarsi parziale. Voglio citare come esempio il film Shoa di Claude Lanzman, un lungo documentario di nove ore, potente testimonianza dell'effetto disumanizzante della crudeltà, che mostra esecutori senza scrupoli, spettatori indifferenti e vittime che cercano di sopravvivere a tutti i costi. Shoa è un'opera d'arte appassionata, onesta, ossessionata e parziale. Non mostra nient'altro che crudeltà, indifferenza e parzialità. Non lascia speranza, nessuna fede nell'umanità. Romanzi, opere teatrali, poesie, film e serial televisivi sembrano quindi essere la fonte più accessibile e meno affidabile di conoscenza sull'Olocausto. Immagino che fra cinquant'anni saranno sprofondati nell'oblio - non saranno più letti, né guardati o ricordati. Dopo 34 anni chi si ricorda ancora di Olocausto, la mini serie Tv hollywoodiana prodotta nel 1978 da Marvin Chomskij? (...) Si trattava del primo grande tentativo di mostrare una storia esaustiva dell'Olocausto, nella speranza di accrescere la consapevolezza del pubblico circa il tragico fato degli ebrei. Tuttavia, non era molto più di una telenovela hollywoodiana, con i tedeschi ritratti come mostri e tutti gli ebrei come vittime innocenti e immacolate anche nel girone più interno dell'inferno.
La Waterloo di Auschwitz Dieci anni fa ho lavorato con un classe di alunni inglesi di 14 anni. Discutendo del mio libro sulla sopravvivenza all'interno del ghetto di Varsavia e in clandestinità, i ragazzi mostrarono la loro quasi totale ignoranza sull'Olocausto. Sì, avevano imparato a scuola che Hitler aveva tenuto gli ebrei in campi di concentramento e che sei milioni di ebrei erano stati uccisi, ma su questo non ci avevano mai riflettuto, era solo un altro fatto storico da ricordare per l'esame. Come la conquista normanna o la battaglia di Waterloo. Permettetemi ora di immaginare una classe di ragazzi e ragazze quindicenni nel 2050. (...) Probabilmente verrà loro mostrato un monumento all'Olocausto - a Berlino o in altre città europee. Forse li porteranno ad Auschwitz o a Varsavia o da qualche altra parte per visitare i posti dove un tempo sono stati perpetrati i più orridi atti di genocidio. Accanto a queste visite, tuttavia, gli insegnanti raccomanderanno sicuramente dei libri e dei film che potrebbero stimolare in loro l'interesse per l'Olocausto, aiutandoli a imparare i fatti e a farsi coinvolgere emotivamente. Da un'indagine sulla lettura che ho condotto in una scuola superiore inglese, gli adolescenti sono solitamente riluttanti a leggere libri, preferiscono acquisire le loro conoscenze attraverso fonti audiovisive. E dunque gli insegnanti mostreranno e consiglieranno soprattutto film.
Traduzione di Laura Pagliata
Fonte: il Manifesto del 21 sett.2007 p.21
|