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Strage di Cefalonia, assassini in libertà Stampa E-mail
Scritto da Marcella De Negri - Franco Giustolisi   
giovedì, 27 settembre 2007 13:32
l'intervento
Strage di Cefalonia, assassini in libertà
Marcella De Negri*
Franco Giustolisi**

Ricorre in questi giorni la strage di Cefalonia. Su quell'isola dello Ionio, dal 16 al 25 settembre 1943, vennero uccisi a tradimento, dopo aver deposto le armi, dai 4000 ai 5500 soldati italiani che avevano resistito ai tedeschi. Li si commemora il 24 settembre, quando il generale Gandin e gli ufficiali della divisione Acqui furono fucilati.
La ricorrenza impone di chiedere giustizia: in Italia, visto che la Germania - come ha riferito il manifesto l'11 agosto - ha archiviato in silenzio l'inchiesta condotta a Dortmund su Cefalonia. Già nel settembre 2006 la procura di Monaco aveva deciso di non procedere, per prescrizione di un omicidio «senza aggravanti», contro il sottotenente Otmar Mühlhauser, al comando del plotone che fucilò Gandin. L'87enne Mühlhauser vive indisturbato a Dillingen, in Baviera.
Che si facesse giustizia lo chiedemmo già il 22 agosto su queste pagine, con una lettera aperta ai presidenti della Repubblica e del Consiglio, ai ministri degli esteri, della difesa e della giustizia. Non hanno trovato il tempo per rispondere, anche se il tempo si trova per deporre corone. Ma la giustizia dove la mettiamo?
Il solo generale Hubert Lanz, che trasmise l'ordine di Hitler di «non fare prigionieri», fu condannato per Cefalonia, nel 1948 da una corte militare americana. Ma pure questo giudizio si risolse in una beffa: dei dodici anni inflittigli, Lanz ne scontò solo tre. Fu liberato nel 1951, perché i generali della Wehrmacht, per collaborare al riarmo, esigevano che si scarcerassero i loro commilitoni.
In Italia, in nome della fratellanza d'armi atlantica, due ministri, Martino e Taviani, intervennero per bloccare le inchieste. I giudici istruttori militari sentenziarono il non luogo a procedere nel 1957 e nel 1960. La procura militare di Roma, dopo l'apertura dell'«armadio della vergogna», confermò le archiviazioni, constatando la morte di quanti furono indagati negli anni '50. Senza chiedersi, come fecero i colleghi tedeschi qualche anno dopo, se non ci fossero altri responsabili ancora in vita. E c'erano.
Alla nostra lettera ha però reagito, il 30 agosto su questo giornale, il procuratore militare di Roma Antonino Intelisano, annunciando la sua disponibilità a riaprire «eventualmente» un'inchiesta italiana, quando avrà esaminato il provvedimento d'archiviazione di Dortmund. È una disponibilità dovuta. Ma non sapevamo che Roma dipendesse da Dortmund: che bisogno c'era, per un'inchiesta autonoma, di aspettare l'affossamento di quella tedesca?
Il manifesto ha precisato che non ci fu un'offerta esplicita della procura di Dortmund di trasmettere a Roma le risultanze delle sue indagini. Ma non è questo il punto. Chi scrive chiese già in passato a Intelisano, in tempi diversi, come mai non avesse aperto un'indagine che l'obbligatorietà dell'azione penale sembrava imporre.
Per la fucilazione di Gandin si aveva dal 12 dicembre 2001 una pubblica ammissione di responsabilità, quando la Repubblica riferì dell'intervista concessa da Otmar Mühlhauser, con uno pseudonimo, a Christiane Kohl: «Fui io a comandare il plotone di esecuzione». Mühlhauser lo ripeté allo stesso quotidiano, col suo vero nome, l'11 agosto 2004.
Nel maggio 2003 il procuratore di Dortmund informò personalmente sulle indagini Intelisano, che accolse le richieste di rogatoria dalla Germania. Gli elementi per aprire un fascicolo sulle fucilazioni degli ufficiali si presentavano su un piatto d'argento. E non mancavano spunti per risalire ai responsabili di altre uccisioni.
* figlia del capitano Francesco De Negri, fucilato a Cefalonia
** giornalista, autore dell'«Armadio della vergogna»

Fonte: il Manifesto del 23 settembre 2007 p.2
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