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Marcel Marceau: Silenzio, il mimo se ne è andato... Stampa E-mail
Scritto da Gianfranco Capitta   
giovedì, 27 settembre 2007 13:46
Marcel Marceau
Silenzio, il mimo se ne è andato...
Gianfranco Capitta

Marcel Marceau non c'è più, ma il suo volto candido di biacca, con gli occhi sgranati e magari il cilindro floscio del suo personaggio Bip, e l'unica macchia colorata di un fiore al vento, sono destinati a rimanere per sempre un ricordo d'infanzia per tutti. Lui, che aveva elaborato l'arte leggera di esprimersi col silenzio, dando al mimo una espressività e una incisività come mai le aveva avute, aveva fatto sentire la sua voce una sola volta. Ovviamente dentro un film muto per scelta, quella Ultima follia di Mel Brook dove risuonava invece, unica battuta, il suo «no!». In quella «stranezza» sta una delle chiavi della sua arte, che ha fatto sorridere generazioni diverse, ma che era nata in lui lungo anni intensi e frenetici per la cultura europea. Una stranezza che tanto strana non è, visto che a livello di fraternità artistica Marceau ha sempre rivendicato la sua condivisione, al di là dell'Atlantico, con Charlie Chaplin, con Buster Keaton e con i fratelli Marx.
Nato a Strasburgo nel 1923, di famiglia ebrea, il suo vero nome era Marcel Mangel, nel '39 furono costretti dall'avvicinarsi delle persecuzioni hitleriane a trasformarsi in Marceau. A Parigi subito dopo la guerra, l'attore fu allievo dei massimi maestri della scena, Charles Dullin e soprattutto Etienne Decroux, il mimo magistrale che dell'arte faceva quasi una religiosa sapienza. E nel '47 nasce la grande, delicata e possente creatura di Marceau, Bip, che lo ha poi accompagnato sempre.
Marceau fonda nel '49 la sua Compagnie du Mimodrame, una sorta di missione silenziosa e planetaria, che raccoglie proseliti in Europa come negli Stati uniti, con innumerevoli e trionfali tournée fino ad anni recenti. Al cinema non rinuncia mai: capace del virtuosismo dei 17 ruoli sostenuti in First Class, come alla partecipazione divertita e straniata alla fantascientifica Barbarella della coppia Roger Vadim/Jane Fonda.
La sua arte teatrale è davvero universale, nella sua comunicativa apparentemente elementare, ma sostenuta da una grande elaborazione. Con l'avvento della tv si fa planetaria, anche se è a teatro che l'emozione si fa più profonda, con la complicità di un pubblico bambino conquistato dal vederlo muovere e sospendere il tempo nei suoi racconti senza parole. Del resto, proprio negli stessi anni cinquanta in cui lui aveva affermato tecniche e capacità di comunicare attraverso il silenzio, scrittori come Beckett elaboravano sulla stessa scena la rarefazione della parola, l'avarizia e quasi l'impossibilità del parlare dentro l'assurdità dell'esistenza.
Un critico ammiratore di Marcel Marceau ha detto che due minuti di un suo spettacolo equivalgono a un romanzo di centinaia di pagine. Ma forse è vero che il suo silenzio davanti al mondo è anche una reazione radicale a troppe parole, troppe mostruosità che nel secolo che ha vissuto si sono accavallate rumorosamente, fino alla tragedia.

Fonte: il Manifesto del 25 sett. 2007 p.15
 
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