In questo mondo libero
Vite precarie, stipendi zero e flessibilità mille
Roberto Silvestri
Kenneth Loach sceglie di partire dall'educazione di un ragazzo di 11 anni per polemizzare con più efficacia contro il neoliberismo e i suoi disastri in In questo mondo libero (presentato in gara a Venezia e premio Osella per la miglior sceneggiatura a Paul Laverty). Sua madre, Angie - suo mito Marilyn, sua moto una Harley Davidson - figlia di un ex operaio laburista che non capisce più il mondo, tanto che sputa solo slogan da Fronte Nazionale, stritolata da un'agenzia di lavoro interinale che la sfrutta e poi la licenzia in tronco (perché il sesso lo gestisce con la flessibilità propria, e non del boss), ha l'energia di ripartire da capo. Apre una sua agenzia di collocamento semiclandestina e esentasse, mettendosi a sfruttare più degli altri, e con maggiore creatività i proletari immigrati, neocomunitari o extracomunitari bisognosi di lavoro qualsiasi, con o senza case, letto o permessi di soggiorno in regola. Mette su un bel gruzzolo con la socia Rose, delle West Indies, ma suo figlio non lo vede mai e si incattivisce sempre più. Derelitti polacchi, ucraini, nigeriani e iraniani vengono così collocati a stipendi zero e flessibilità mille nelle aziende leader della civiltà occidentale che, adoratori di un solo colore, il «nero», si arricchiscono impunemente, e senza grane sindacali. Quell'esercito salariare di riserva composto da laureati che per vivere «darebbe da mangiare perfino ai nostri pesci rossi», tanto, verrà cacciato dalle sue misere baraccopoli - ci spiega il film - non per disumane condizioni igieniche, ma quando altri contingenti di forza lavoro avranno pretese ancora minori, superando il primato mondiale di supersfruttamento e affittando non case, stanze, roulotte o letti ma brande divise in tre turni, «così le trova già scaldate».
E il figlio di Angie che fa? Prende a pugni tutti, a scuola, magari sparerà a un coetaneo per noia. E, rapito quando mamma non paga come dovrebbe neanche quella miseria di stipendio ai suoi «assistiti», rischia di essere affettato in due. Qui Loach, nel grottesco, delirante inno alla libera iniziativa, stanco di prendersela sempre con la mafia della globalizzazione che impedisce ogni interferenza nei suoi affari, può perfino ipotizzare la rinascita della soggettività desiderante, in lotta clandestina armata diffusa: i Molly Maguires sono ritornati nel Regno Unito.