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La via napoletana al football Stampa E-mail
Scritto da Massimo Raffaeli   
sabato, 29 settembre 2007 08:32
La via napoletana al football
Padre di «90° minuto», Maurizio Barendson fu critico disincantato di un calcio nel quale il portiere del Napoli si arrabbiava solo sulla palla, sembrava un clown di Fellini e si chiamava Zoff
Massimo Raffaeli

E' davvero mai esistita una scuola napoletana di critica calcistica? Fatto sta che Gianni Brera ne parlò per decenni irridendola e associandola al candore dell' incompetenza tecnico-tattica ovvero al culto di un qualunquistico «bel gioco» (il cosiddetto offensivismo), vulgariter alla fobia del catenaccio: ma è noto tuttavia che il pregiudizio antimeridionale era il tratto più infelice e sgradevole della sua visione del calcio (e del mondo). Napoletano era senz'altro Gino Palumbo, suo fiero avversario e successore nonché antipode critico alla Gazzetta dello Sport, col quale arrivò a scazzottarsi platealmente nella tribuna-stampa dello stadio di Brescia; napoletano era ai primordi Renato Casalbore, poi emigrato a Torino e fondatore con Carlìn di Tuttosport prima di morire a Superga, così come Emilio De Martino e nientemeno Antonio Ghirelli, il pioniere della nostra storiografia calcistica (vedi il classico Storia del calcio in Italia, Einaudi 1954, tante volte ristampato, un grande ed equanime affresco che non ha più avuto eguali se non, da ultimo, nel Calcio 1898-2007. Storia dello sport che ha fatto l'Italia, di John Foot, uscito quest'anno da Rizzoli).
Ghirelli stesso in un'opera successiva, la singolare Intervista sul Calcio Napoli (Laterza 1978), sintetizza la via napoletana al football non tanto in un credo tattico quanto in un'opzione culturale per cui la scrittura, e di conseguenza la valutazione critica del gioco, sono essenzialmente frutto dell'analisi ambientale e della disamina sociostorica, prima che la risultante di un minuzioso vaglio tecnico: in altri termini, se Brera può sembrare un nipote di Cattaneo, Ghirelli e i suoi vicini lo sono di De Sanctis e Croce. A lungo compagno di via di Ghirelli, anzi coautore della citata Intervista, è Maurizio Barendson, che i meno giovani ricordano per il tratto garbato e la perizia con cui conduceva trasmissioni televisive presto divenute di senso comune (Sprint, negli anni sessanta, e poi Novantesimo minuto ideata con Paolo Valenti, e L'altra domenica con Renzo Arbore).
Spentosi a Roma il 25 gennaio 1978, ad appena cinquantacinque anni, perché nato a Napoli il 9 novembre del 1923, molto singolare era la sua origine, che Ghirelli riassume così: «Discende da una famiglia olandese di orafi di religione ebraica, la quale verso la fine del Settecento è costretta a rispondere ad una svolta illiberale dello Statholder d'Olanda con una fuga, purtroppo tipica del destino ebraico, in Francia. I suoi si stabiliscono ad Arras, il paese di Robespierre, e c'è un documento che mostra come i suoi siano giunti ad Arras, come si siano cristianizzati in questa cittadina francese, e come poi uno dei suoi antenati sia trasmigrato, probabilmente per ragioni di affari, a Napoli, dove ha piazzato le tende come hanno fatto via via, tanto per citare qualche nome, famosi commercianti quali i Gutteridge, i Codrington, i Fouquet e i Bernard, i tintori, i famosi fratelli tintori dalla cui famiglia è venuto fuori lo scrittore Carlo Bernari».
Barendson è un ragazzo inquieto, addirittura indocile davanti dentro la divisa del Guf; alle lezioni del liceo preferisce le sortite al vecchio stadio «Ascarelli» e poi a quello del Vomero (il suo eroe, una specie di anti-Meazza o di Meazza meridionale, è Attila Sallustro): evade dall'università e, trasferitosi a Roma, si iscrive al corso per registi del Centro sperimentale di cinematografia. L'apprendistato di giornalista, breve e intensivo, avviene a «Radio Napoli», l'emittente istituita dalle truppe alleate: insieme con lui, oltre a Ghirelli, c'è l'élite dell'intelligenza napoletana, da Francesco Rosi a Peppino Patroni Griffi, da Achille Millo a Raffaele La Capria, l'autore di Ferito a morte ('61), il romanzo che darà l'epopea della città redenta eppure sempre eguale a se stessa. Il Tempo e Il Giornale d'Italia sono i fogli in cui Barendson scrive da inviato speciale prima dell'avventura televisiva. Il suo esordio è un'intervista al vecchio Vittorio Pozzo in occasione di un Italia-Austria, a Milano, del '46; l'ultimo pezzo, dettato dal letto d'ospedale, è un commento in vista dei Mondiali d'Argentina 1978: trent'anni in cui si assommano migliaia di pagine, poi selezionate da Ghirelli e suo nipote Guido Barendson in un volume postumo e oggi purtroppo introvabile, dal titolo Il meglio del calcio. 1946-1978 (Guida Editori 1978).
L'attitudine di Barendson è quella di un illuminista, di un critico perfettamente disincantato cui preme osservare e comprendere prima che giudicare. Il garbo, la misura, una prosa classica senza essere mai manierata, sono i tratti elettivi del suo giornalismo e assomigliano dunque ai prediletti eroi della domenica, uomini laconici e di intatta dignità: Giacinto Facchetti, Dino Zoff, Luigi Riva e, perché no, Totonno Juliano, atleta compassato e per nulla istintivo, per niente «napoletano». Di Zoff, che nel '68 è portiere del Napoli, arriva a dire mescolando affetto e arguzia: «Parliamo anche del suo nome. Che sarà mai quel monosillabo che fa pensare a un vecchio clown di Fellini o a un personaggio di Thomas Mann? A Mariano del Friuli ce n'è tanti di Zoff. Perfino a Napoli ne ha trovati, ma tutti originari del paese. Se ne dice incuriosito, attratto, ma non sa spiegarlo al di là della normale ipotesi di un piccolo trapianto asburgico. Questo è Dino Zoff, per molti aspetti imprevedibile, timido ma non arrogante come tanti illustri inibiti della categoria, quadrato più di quanto la spregiudicatezza inevitabile del ruolo faccia pensare, equilibrato ma non freddo. Un campione mite che si arrabbia solo sulla palla».
Barendson diffida degli eccessi del tifo, piaga che nella sua città si aggiunge alle altre ataviche. Egli detesta la demagogia di Achille Lauro, guarda con sospetto, e talora diffidenza, agli ex campioni che vengono a svernare a Napoli come in un distaccamento coloniale, si chiamino pure Sivori o Altafini. Non gli sarà concesso di ammirare, ovviamente, il grande Napoli di Diego Armando Maradona, di Ciro Ferrara e Salvatore Bagni, di Careca e Alemao, ma fa a tempo comunque a salutare con orgoglio l'antefatto, ovvero un primo abbozzo, di quella magnifica squadra; è il Napoli allestito nel '75 da Luis Vinicio ( o Lione, il centravanti azzurro dei suoi anni giovani) sul modello dell'Olanda, la celebre «arancia meccanica»: arriva secondo in campionato a due soli punti dalla Juve di Causio, Bettega e del redivivo Altafini anche se Vinicio non dispone né di Cruyff né di Neskens bensì di Carmignani, Bruscolotti, Landini I, Rampanti, Esposito, Braglia nonché dei vecchi, fin troppo navigati, Clerici e Juliano.
Proprio perché Maurizio Barendson appare refrattario al tifo, una volta Alighiero Noschese lo sfida in tv costruendo una parodia che lo ritrae nello studio di Novantesimo minuto con addosso una maglia del Napoli, e la scritta Ciuccio, fai tu!, mentre sta parlando e intanto bacia a ritmo sincopato una specie di medaglia votiva con la faccia di Vinicio. Naturalmente Barendson non se la prese, anzi se ne commosse e dicono abbia riso, quella volta, come solo sanno ridere i napoletani.

Fonte: il Manifesto del 28 sett. 2007 p.18
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