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Storie di teatri, lepri e tartarughe
Il Gruppo Abeliano i suoi anni se li porta bene, con la disinvoltura e la spavalderia di chi tra mille ostacoli e difficoltà ha messo su una casa con palcoscenico e ne ha fatto un centro di ideazione e produzione culturale per l’intera città. Ne è passata di acqua (e di vino) sotto i ponti, vero Vito?... Si recitava negli scantinati umidi, asfittici e senza camerini. La buona volontà non bastava. Ci voleva anche coraggio, molto coraggio. Poi un bel giorno mi portasti a vedere un capannone pieno di banane, in Largo 2 Giugno. Perentorio mi dicesti: “qui faremo il nostro teatro”. In una città, una regione, in un Sud, dove i teatri li bruciano, il tuo fu un atto di fede e di incoscienza. Gli addetti ai lavori ti guardavano increduli, mentre tu ti avvicendavi tra muratori, elettricisti ed altri che collaboravano non alla costruzione della piramide di Cheope, ma di un piccolo, accogliente teatro, fatto da Attori per Attori. Le frustrazioni dei burocrati rabbiosi, i rallentamenti, le carte bollate di invidiosi e maldicenti, i vigili urbani controllori e i vizi dei lentocrati, nulla hanno potuto contro la caparbia volontà tua, caro Vito, e dei tuoi tanti collaboratori. Ne cito uno solo per tutti, il magnifico fotografo Rocco Enrico che ha firmato, sino alla morte, le foto di scena di tutti gli spettacoli del Gruppo Abeliano. Mi è piaciuto cogliere con te, alcune garanzie culturali. “Bevete Puglia”, “Pugliata”, “Ragù”. Operazioni tutte meritorie e giammai meretrici. Nell’Abeliano sono nate le cose buone e giuste, quasi tutte a priori, anticipando i tempi anche quando bisognava stringere la cinghia della quaresima. Oggi si tenta una “razionalizzazione” a posteriori. Si sono fatte, in passato, le cose giuste nel modo sbagliato: a volte nel modo peggiore. Bisogna cacciare dal tempio i ciarlatani e i parolai, i balbuzienti, gli scimmioni, i babbei, i biscioni e i vermi che formano la sottospecie dei baresoidi. Lo scrittore rumeno Norman Manea, nel volume “Clown, il dittatore e l’artista” valuta una persona da assumere: “concretamente non ha mai lavorato, non conosce alcun mestiere e non sarebbe in grado di impararne uno. Solo discorsi sa fare”. No, in teatro, non lo assumerei neppure come custode. Gli addetti ai lavori di cooperative multimediali di Associazioni culturali, che sorgono come funghi, di laboratori (non si sa se fanno anche le analisi delle urine), di Bari e ‘ahimé’ dell’intera Puglia, presentano progetti monotematici, monocordi, monotoni, e parlano per ore ed ore, nei convegni autocastranti ed autoesaltanti. Tutti parlano di teatro e di cinema, tutti inventano teatrini per portatori di handicap e progetti per “topini” che passano dalla devianza da condizione sociale alla devianza da laboratorio teatrale e da stage televisivo. Sta forse proprio in questa parcellizzazione esasperata e clientelare delle risorse, l’origine della persistente crisi del nostro teatro che da fabbrica dei sogni si è trasformato in rionali fabbriche di disoccupati e di repressi. La cultura vera è fatta di fantasia, di immaginazione, di sensibilità, anche di spregiudicatezza e chi fa regia teatrale, cinematografica o di cabaret bisogna che abbia studiato perché la grammatica e la sintassi non sono pregiudizi borghesi. Chi non ha idee e vuole fare cultura è un cretino di genio al quale gli insuccessi, come diceva Ennio Flaiano, hanno dato alla testa. La cultura, specie a Bari e nel Sud, è frenata dai burocrati.. I ceppi dell’umanità tormentata sono fatti di carta bollata. Ha scritto Franz Kafka in un monumento ai burocrati e alla burocrazia. Ma dove sono e cosa fanno questi benedetti burocrati. Dov’è il loro coraggio? Cercare di scoprirne il carattere, di affidargli una identità, una qualità prevalente, un vizio o una virtù non è facile. I burocrati meridionali sono i veri campioni dello pseudo coraggio, della avanzata francese e della ritirata spagnola. Tipologicamente, nella fauna nazionale, potremmo dire che questa specie di animali ha lo slancio e la testa della lepre e il passo e il corpo della tartaruga. Il TARTALEPRE! Animale più complesso del camaleonte. “Dott.” Tartalepre piuttosto che “don” Tartalepre. Nel suo animo si combattono due opposte tendenze, due opposte qualità che appartengono zoologicamente alla lepre e alla tartaruga: l’intelligenza come intuizione, come scatto, come scintilla; la pigrizia, la lentezza nello svolgimento delle sue cose, dei suoi problemi. La storia dei baresi e dei pugliesi è fatta di intuizioni poche volte sfruttate e di lentezze compiaciute. “Chi va piano va sano e va lontano” è il proverbio imbecille, lo slogan che l’intellettuale burocrate ha inventato per giustificare il proprio sonnambulismo, la propria indolenza e malvagità. Quanti progetti, ambizioni, programmi di lavoro ben precisi, progetti mirati, lascian da queste parti, il tempo che trovano, dopo una paternalistica pacca sulla spalla! Il gioco delle rivalità mortifica la coscienza degli uomini liberi, il gioco delle tartalepri le uccide. Pur stando ferme le lepri tartarughe (che sono un vero esercito) si moltiplicano nell’inerzia da romanzo di Gonciarov. La lotta gigantesca del non fare niente (perchè tanto chi me lo fa fare) di scribi e apatici Oblomov, riesce a compiere capolavori di inerzia. Coraggio, dunque, trasformiamoci tutti in segugi e levrieri: mettiamo pepe di caienna nel culo delle nostre tartalepri e facciamole correre, correre, correre... Fino alla morte per affaticamento. Giuseppe Schito
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