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Conoscere se stessi con l'arte del Kyudo tra cielo e terra Stampa E-mail
Scritto da Gernone   
mercoledì, 19 aprile 2006 00:00
ImageCONOSCERE SE STESSI CON L'ARCO DEL KYUDO TRA CIELO E TERRA

di Sebastiano Gernone


Il 18 luglio 2004 c'è stata la cerimonia solenne di chiusura del Training Kyudo (arte del tiro con l'arco giapponese) diretta dal Maestro shintoista ONO TADASHI, proveniente dal Tempio Kotonirajnja di Chichibu a cento chilometri da Tokio.
L'evento si è svolto presso il Ku Shin Kai Club di Bitetto (Bari), un'oasi di tranquillità con giardini, ruscelli e un piccolo specchio d'acqua festosamente veleggiato da anatre e papere, inoltre, una palestra-tempio in stile nipponico: il tutto creato con cura e armonia da Leonardo Squicciarini (Tel: 080/9921839)
La cerimonia Kyudo si è svolta in silenzio, con una sequenza di movimenti denominati Kata, armonici , decisi affinché lo spirito e il corpo siano un unicum al momento dello sgancio naturale della freccia dall'arco. Centrare o meno il bersaglio è la verifica della presenza dell'arciere a sé stesso, unito nel pensiero, nel gesto e nel cuore al momento presente.
Gli arcieri pugliesi, siciliani e giapponesi si sono succeduti armoniosamente nelle sequenze di tiro con dapprima tre discepoli con i loro dardi puntati su tre centri posti a circa 25 metri, in successione tre discepole su tre centri e due discepoli e il maestro su di un centro. Alla fine della cerimonia il Maestro ONO TADASHI ha preparato con arte e grazia antiche il the offerto ad alcuni invitati.
Riteniamo utile per il lettore inserire una nota introduttiva all'intervista cortesemente concessaci dal Maestro giapponese TADASHI.

Il fine del Kyudo è YUMI NO KOKONO: CONOSCENZA DELLO "SPIRITO DELL'ARCO", uno stato di vuoto e pienezza che ci rimanda a quello che lo Zen definisce Satori. Molti insegnamenti di questa tradizione sono stati segreti per secoli soprattutto nei significati più sottili della Tecnica. "Hika", le poesie segrete di alcuni arcieri Kyudo, cantano l’intelligenza - intuizione, la determinazione, l'assiduità nello sforzo, la serenità, la sincerità e generosità, l'equilibrio nell'azione per colpire il centro con " kan chu kyu" (potenza serena).

L'antica tradizione giapponese del Kyudo prevede un preciso rituale cui si è assistito nell'incontro nella cittadina pugliese e un’atmosfera interiore che si è registrata nell'intervista che proponiamo.

D) MAESTRO ONO TADASHI la ringraziamo dell'invito concessoci. Può cortesemente parlarci delle relazioni in Giappone tra Shintoismo,Kyudo e Zen?
R)
Shintoismo è una delle religioni giapponesi presente da noi come il Buddhismo, lo Zen, il Cristianesimo ma non ci sono conflitti tra queste espressioni spirituali in Giappone. Inoltre, il Kyudo è solo d'origine giapponese, lo zen viene dalla Cina. Nello Shintoismo cui appartengo, è molto importante il parlare gentile, dolce, morbido e il rapporto con la natura cui è dato molto rispetto. Allo stesso modo Kyudo è morbido, non c'è tensione e non è necessaria la forza. Il Kyudo segue gli stessi principi dello Shintoismo: bisogna essere delicati, morbidi appunto...

D) Può parlarci della tradizione giapponese del tiro con l'arco rapportandola anche a quell’occidentale?

R) In occidente è necessario colpire il bersaglio perché è competitivo, nel Kyudo Arco-Freccia-Bersaglio-Tiratore sono un'unica unità: se si raggiunge quest’equilibrio si raggiunge il bersaglio e si conosce se stessi.

D) Qual è la relazione tra Kyudo e respirazione?

R) E' importante l’energia, la forza del respiro che chiamiamo IKKIAI ed è molto importante il cuore di chi tira.
Il respiro viene dal centro, dall'hara (è nella zona ombelicale,ndr) ma alla fine diventa tutto niente, è un tutto vuoto così come è nello zen.

D) Qual è la sua tradizione?
R) La trasmissione è da maestro a discepolo, dal vivo, orale. E' importante che ci sia amicizia tra il maestro e il discepolo.
Ma il maestro fondamentale nello shintoismo è la Natura. Per noi qualsiasi fenomeno naturale è una manifestazione divina che chiamiamo KAMI, divinità appunto. Il mio maestro è stato Ishioka Sensei (Sensei significa Maestro, ndr).

 

A questo punto dell'intervista sono intervenuti i discepoli:
Il tiro è la manifestazione finale del mio livello interiore.
La tradizione è orale, diretta e fu Herrigel con "Lo zen e il tiro con l'arco" (edizioni Adelphi) a mettere a fuoco e per iscritto l'insegnamento di un gran maestro shintoista Awa Senzei. Sebastiano Gernone

Aggiungiamo all'intervista la nota curata da Vittorio Brizzi che ci parla dell'elevato valore spirituale di questa tradizione, attraverso la descrizione dell'esecuzione del tiro con l'arco Kyudo da parte di un gran Maestro; a seguire una pagina tratta dal libro citato di Herrigel.


L'azione «santa» di un grande maestro

In questa descrizione dell'azione del maestro Anzawa, uno dei più grandi maestri di Kyudo morto nel 1970 ad ottantre anni, traspare chiara la «santità» dell'azione coordinata che conduce la freccia verso il bersaglio.
Sensei Anzawa, ottantatre anni, si appresta alla cerimonia del Shado. La sua casa, nonostante sia vicina alla città, non risente del caos e del rumore. Il Dojo è ricavato nel suo giardino; le sue orecchie non sentono, i suoi occhi non vedono ma la sua mente e il corpo sono in perfetta sintonia coordinata nei gesti del rituale.
In ginocchio nella posizione «Seiza», Anzawa raduna i suoi pensieri; il suo lungo arco nella mano sinistra tocca con l'estremità superiore il pavimento in legno.
Come impugnare l'arco a come trattenere la corda con il pollice della mano destra.
In questa esecuzione di forme, che ricorda una coreografia del teatro No, ogni azione sembra rimanere sospesa nell'eternità.
Ora si alza, scivola in avanti con i suoi piedi calzati nei «Tabi», le bianche calze contro il lucido pavimento.
Con poche lente a misurate azioni si denuda la spalla sinistra.
Si inginocchia e posiziona l'arco, il suo respiro segue il tempo.
Si alza, incocca la freccia impennata di bianco, e trattenendone un'altra con la sinistra, si prepara a scagliare.
Lentamente l'arco è innalzato sopra la sua testa; egli volge lo sguardo verso il bersaglio.
Lo tende senza alcuno sforzo e rimane in quella posizione. È il rinnovamento dell’unione tra cielo e terra per mezzo della corda dell’arco tesa, è l’equilibrio che mai deve essere perturbato.

Il dischiudersi di un fiore. La freccia è rilasciata come il dischiudersi di un fiore. Vola accompagnata da un piccolo grido acuto, il “kiai”.
Il maestro rimane immobile, segue con lo spirito il suo volo. L’apertura delle sue braccia e la rotazione dell’arco nella mano sinistra concludono elegantemente l’atto.
Una Freccia, una Vita: una perfetta azione si è conclusa. Sensei Anzawa è morto; le sue parole riassumono emblematicamente lo spirito dello Zen.
Bisogna mirare oltre il bersaglio, la nostra vita, il nostro spirito volano con la freccia.
E se la freccia è ben scoccata non vi è mai fine.

Vittorio Brizzi

(Per gentile concessione della rivista “Tiro con l’arco”)

 

Una pagina dal famoso saggio-romanzo “Lo zen e il tiro con l'arco” di Eugen Herrigel, edizioni Adelphi.

Herrigel scrive della concentrazione sulla respirazione quando affiorano associazioni di pensiero, stati d'animo,emozioni e sensazioni, elementi che disturbano la pratica ma ....

"[...] Se, continuando a respirare tranquillamente, si accoglie con serenità ciò che si presenta, ci si abitua ad assistervi da semplici spettatori, sino a che si è finalmente stanchi dello spettacolo. Così si giunge gradatamente a uno stato d'abbandono che somiglia a quel dormiveglia che precede il sonno.
Scivolarvi definitivamente è il pericolo che bisogna evitare. Lo si affronta con un particolare scatto della concentrazione, paragonabile al riscuotersi di uno che, sfinito da una notte di veglia, sa che dalla vigilanza di tutti i suoi sensi dipende la sua vita; e se tale scatto è riuscito anche una volta sola, si riuscirà sicuramente a ripeterlo. Per esso l'anima, come da sola, si ritrova quasi a librare entro se stessa, una condizione che, capace di crescere d'intensità, si solleva addirittura a quel senso d'incredibile leggerezza, sperimentato solo in rari sogni, e di felice certezza di poter destare energie rivolte in ogni direzione e di saperle accrescere o sciogliere a ogni livello.
Questo stato, in cui non si pensa, non ci si propone, non si persegue, non si desidera né si attende più nulla di definito, che non tende verso nessuna particolare direzione ma che per la sua forza indivisa sa di essere capace del possibile come dell'impossibile - questo stato interamente libero da intenzioni, dall'Io, il Maestro lo chiama propriamente «spirituale». È infatti saturo di vigilanza spirituale e perciò viene anche chiamato «vera presenza dello spirito». Con questo s'intende che lo spirito è presente dappertutto perché non si apprende a nessun luogo particolare. E può restare presente perché anche quando si rivolge a questo o a quello non vi si attaccherà con la riflessione e non perderà così la sua originaria mobilità. Simile all'acqua che riempie uno stagno ma è sempre pronta a defluirne, lo spirito può ogni volta agire con la sua inesauribile forza, perché è libero, e aprirsi a tutto perché è vuoto. Tale condizione è veramente una condizione originaria e il suo emblema, un cerchio vuoto, non è muto per colui che vi sta dentro.
È perciò con questa presenza e piena potenza del suo spirito non turbato da intenzioni, e fossero le più nascoste, che l'uomo che si è svincolato da tutti i legami deve esercitare qualsiasi arte”


Eugen Herrigel

Lo zen e il tiro con l'arco

Adelphi
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