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E' appena trascorso il 2007 e ben 70 anni dalla morte di Antonio Gramsci, intellettuale e rivoluzionario a cui intendiamo dedicare una raccolta di articoli, saggi, riflessioni. Già con l'estratto del libro di Alberto Burgio "Per Gramsci" si è voluto iniziare questo nostro progetto, che vuole essere dedicato a una delle maggiori figure che dal medievale Dante in poi ha dato lustro al nostro paese e alla dignità di essere uomini. Gramsci non raggiunge ovviamente la profondità dell' Essere che fu di Pitagora o di Socrate (per rimanere agli antichi) ma la sua alta riflessione storica e la sua sensibilità non potevano esentarci da questo nostro omaggio. Sebastiano Gernone
Mill, nostro contemporaneo
di Luciano Canfora
Assumo, come punto di riferimento per entrare in tema, o meglio come interlocutore, il libro di un mio caro amico, Domenico Losurdo, libro che appartiene a una fase ormai remota della nostra storia intellettuale e politica: Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale, del 1993. Senza fare processi alle intenzioni – che peraltro sono anche essi uno strumento ermeneutico – direi che il libro è stato scritto di getto sotto l’urgere di una impressione fortissima: la fine dell’Unione Sovietica (dicembre ’91). Cioè di uno dei soggetti portanti della storia del Novecento. Era dunque una impetuosa risposta ai «vincitori» di allora. Dalla nascita dell’Urss in avanti e, dopo la parentesi dell’alleanza 1941-1945, in modo spiccato durante tutta la guerra fredda (1947-1989/91) la polarità brandita da parte delle grandi e non grandi potenze occidentali, nella quotidiana contrapposizione, era stata «democrazia» vs. «comunismo». Ora che il comunismo come forma politico-statale aveva perso la partita (e gli stessi vincitori erano sbalorditi della velocità della crisi finale) la verità da mettere in luce era il carattere non democratico delle autodefinite «democrazie». Di qui lo scavo tenace e davvero illuminante racchiuso nel volume di Losurdo. Esso si muoveva non solo sul piano della pratica concreta (storia del suffragio universale e delle sue disavventure) ma anche su quello delle teorie dei grandi esponenti del liberal-pensiero (Mill tra gli altri, e forse più degli altri; secondo forse solo a Tocqueville nell’analisi che Losurdo gli dedica). Ogni incrinatura in direzione anti-eguaglianza (e ce ne sono moltissime) emergente nel pensiero di questi maîtres à penser del mondo risultato alla fine vincente, e, non meno, ogni pratica conseguenza di tali concezioni limitative dell’assoluta eguaglianza vengono in questo libro messe in luce, filologicamente documentate e, senza escandescenze ma con gelida implacabilità, denunciate e implicitamente condannate. Tutto il senso del libro è: ci avete sconfitti facendo credere in primis ai popoli del «socialismo reale» che la vostra democrazia era l’unica vera ed ecco invece cosa essa effettivamente era! Fu una battaglia salutare. Anch’io più volte fui attratto e tuttora lo sono da questa capitale disputa. Fu salutare. Basti pensare come sia ormai ridiventato senso comune (come del resto lo era al passaggio tra Otto e Novecento in tanta parte del pensiero critico) considerare pura retorica l’autorappresentazione dei nostri sistemi parlamentari. E basti considerare altresì come sia ormai divenuto usuale nel linguaggio sociologico, al di qua e al di là dell’Atlantico, definire «sistemi misti» le nostre cosiddette democrazie. È un ottimo risultato, non c’è dubbio. Ma è sufficiente? È invece importante cercare di capire: 1) perché l’assetto verso cui tendono più o meno sotterraneamente tutti i cosiddetti sistemi «democratici parlamentari» sia oligarchico; 2) quali danni derivino dal fatto che questo mai interrotto processo si svolga occultamente e dunque incontrollatamente (se venisse conclamato alla luce del sole le «democrazie» rinnegherebbero se stesse); 3) quali vantaggi verrebbero da una esplicita assunzione e codificazione di quanto avviene de facto. E qui ci soccorre, un po’ per le intuizioni che racchiude un po’ come spunto, la «scandalosa» riflessione di John Stuart Mill sul cosiddetto «voto plurale». Mill scriveva prima che «quasi tutto» accadesse; noi riflettiamo oggi, dopo che una serie di esperimenti sono stati titanicamente messi in campo nel secolo-laboratorio della democrazia «realizzata», cioè il Novecento, e sono finiti su binari morti: dal comunismo, al fascismo, al «New Deal», al liberismo puro. A tacere del fatto che in tutta Europa tutti i governi (siano essi di destra o di sinistra) sono alle prese con un unico problema: come demolire senza troppo fragore lo Stato sociale (che del Novecento – in tutte le sue anime, tranne quella liberista estremista – è il principale risultato; degli Usa è inutile dire, visto che il «New Deal» fu sepolto molto presto né mai risorse). Tutti questi esperimenti hanno cercato, ciascuno per la sua parte, di proporsi come il più adatto a dare attuazione, ciascuno con una sua propria interpretazione, al dogma astratto-egualitario che si rimette in moto nel 1789 e che comunque – dopo infiniti incidenti – dal 1917 è dato per accettato quasi universalmente. E se invece la riflessione sorta con alcune pagine di Platone e di Aristotele e culminante nel «voto plurale» milliano avesse colto un elemento da cui non è sensato prescindere? Attenzione. Quei pensatori che ho prima ricordato hanno dato l’impressione di propugnare (e alcuni di loro effettivamente propugnavano) la dis-uguaglianza! Non è il percorso mentale che vi sto proponendo, e nemmeno era l’obiettivo di Mill. Ciò che sto argomentando si può riassumere così: il dogma astratto-egualitario nella sua attuazione empirica (l’unica di cui abbia senso parlare) rischia di diventare il più prezioso alleato delle incontrollate oligarchie invisibili (o poco visibili). È il loro alibi. Dunque per stanare quelle oligarchie incontrollate bisogna togliere loro di mano tale alibi. Per procedere nel mio ragionamento mi piace partire dall’accostamento tra alcune formulazioni di Mill e una celebre ma spesso fraintesa pagina di Gramsci su Numero e qualità nei sistemi rappresentativi (il § 30 del Quaderno 13). Cominciamo da Mill:
Un datore di lavoro è più intelligente di un operaio, in quanto è necessario che lavori con il cervello e non solo con i muscoli […]. Un banchiere, un negoziante saranno probabilmente più intelligenti di un bottegaio perché hanno interessi più vasti e più complessi da seguire […]. A tali condizioni, si potrebbero accordare due o tre voti a ogni persona che esercitasse una di queste funzioni di maggior rilievo.
In un tale stato di cose la grande maggioranza dei votanti di quasi tutti i paesi, certissimamente anche nel nostro, si comporrebbe di lavoratori manuali; e il doppio pericolo, quello di un livello troppo basso di intelligenza politica e quello di una legislazione di classe, continuerebbe a sussistere in misura considerevole1.
Veniamo ora a Gramsci:
Dalla critica (di origine oligarchica e non di élite) al regime parlamentaristico (è strano che esso non sia criticato perché la razionalità storicistica del consenso numerico è sistematicamente falsata dall’influsso della ricchezza), queste affermazioni banali sono state estese a ogni sistema rappresentativo, anche non parlamentaristico, e non foggiato secondo i canoni della democrazia formale. Tanto meno queste affermazioni sono esatte. In questi altri regimi il consenso non ha nel momento del voto una fase terminale, tutt’altro. Il consenso è supposto permanentemente attivo, fino al punto che i consenzienti potrebbero essere considerati come «funzionari» dello Stato e le elezioni un modo di arruolamento volontario di funzionari statali di un certo tipo, che in un certo senso potrebbe ricollegarsi (in piani diversi) al self-government. Le elezioni avvenendo non su programmi generici e vaghi, ma di lavoro concreto immediato, chi consente si impegna a fare qualcosa di più del comune cittadino legale, per realizzarli, a essere cioè una avanguardia di lavoro attivo e responsabile. L’elemento «volontariato» nell’iniziativa non potrebbe essere stimolato in altro modo per le più larghe moltitudini, e quando queste non siano formate di cittadini amorfi, ma di elementi produttivi qualificati, si può intendere l’importanza che la manifestazione del voto può avere. [1625-6; corsivi miei]
È inutile fingere di non capire, come talvolta si fa, che qui Gramsci sta descrivendo il sistema elettorale vigente in Urss al tempo suo, e che il suo apprezzamento va per l’appunto al voto «differenziato», com’è chiaro dalla distinzione tra «avanguardia di lavoro attivo e responsabile» e «comune cittadino legale». È noto del resto che in Urss furono attuati in epoca staliniana modelli di «voto plurale» volti a favorire le élites operaie2. È dunque utile affrontare, in quest’ottica più vasta, la questione del «diritto di voto». La distinzione di Gramsci tra «semplice cittadino legale» e «cittadino politicamente attivo» è più vicina a quella milliana che risale, in ultima analisi, a quella platonica fondata sul criterio dei saperi. Tutte e tre sono lontanissime sia da quella meramente censitaria sia da quella puramente astratta dell’1=1 (la cui «altra faccia» è il principio di maggioranza). Ora che è evidente a tutti che il vero ma invisibile governo è passato ai «tecnici» (in primis a quelli dell’economia), e che il suffragio uguale adoperato per eleggere i sempre più pleonastici Parlamenti è un comodo strumento per eleggere organismi che non possono in alcun modo controllare il vero governo e, prima ancora, capirne l’azione. Ne consegue che un indistinto e (all’apparenza) onnipotente corpo civico «totale» è il migliore presupposto perché il vero potere resti a riparo e agisca a riparo. La rottura di questo sistema a suo modo perfetto (oligarchia camuffata da democrazia, ma sempre più apertamente «sistema misto») potrebbe avvenire – ora che l’ipotesi della rivoluzione «palingenetica» è fallita da un pezzo – attraverso un ritorno a un corpo civico esplicitamente differenziato, come intuì Platone nella Repubblica. Si potrebbe obiettare che ciò di fatto già accade. E invece non è propriamente così: una vasta e seriamente selezionata comunità di competenti che costituisca il corpo civico più «elevato», gravato perciò di responsabilità maggiori e di vero potere di controllo, toglierebbe le élites «tecniche» dominanti (la cui bravura è fuori discussione ma che non possono essere lasciate senza controlli) dal loro privilegiato e invisibile e indisturbato arroccamento. Faccio osservare per incidens che, passata la fase palingenetica e utopistica, anche la società tardosovietica tendeva a costituirsi in questo modo. Mi riferisco in particolare alla capillare rete e al notevole potere delle «Accademie delle scienze». Ma proprio il fatto di dover far convivere questa realtà con la finzione dell’uguaglianza alla fine portò – insieme a molti altri fattori beninteso – al disastro. Né ci si deve nascondere che, nei nostri sistemi, proprio l’illusoria onnipotenza dei corpi elettorali indiscriminatamente egualitari e non reclutati sulla base di un purchessia principio o criterio, da un lato concede ai veri gruppi dirigenti la serenità e la totale lontananza dal controllo politico-parlamentare, e, dall’altro, dà alle masse l’illusione di decidere e di scegliere. (La vicenda euro è emblematica: calato dall’alto, ha dimezzato i salari senza colpo ferire). Capisco bene che questo geniale ritrovato – vigente in Occidente – che assicura contemporaneamente una (sostanziale) pace sociale da un lato e dall’altro l’indisturbato potere dei gruppi direttivi è talmente ben pensato e presenta nell’immediato talmente tanti vantaggi da far temere che intaccarlo o sostituirlo possa essere pericoloso, o almeno rischioso. Non è remora da poco. C’è però un più profondo rischio: che cioè quei gruppi, se totalmente indisturbati e autoreferenziali come oggi sono, possano davvero creare scenari sempre più irreparabili. Non guerre classiche, certo, ma finte esportazioni della democrazia, terrorismi più o meno fittizi, avventure finanziarie dalle implicazioni globali. Dunque il rimedio è pur sempre l’estensione della conoscenza degli arcana economici e finanziari e l’arruolamento (ma come?) e la costituzione di un ceto di «competenti» che non solo costituisca il retroterra «elettorale» dei gruppi direttivi (oggi unicamente cooptati) ma li controlli nel merito e li revochi se del caso. Ai parlamenti è riservato già ora un ruolo di contorno: li si lascia sfogare su fecondazione assistita, pacs etc. Ma non si completa la Salerno-Reggio Calabria perché la mafia conta troppo e non lo vuole. Una divisione di compiti c’è già, tanto vale prenderne coerentemente atto. Forse non sarebbe male dunque dare un assetto razionale ed esplicito, non sottinteso e senza regole, a una situazione di fatto, che solo così può essere sottoposta a controlli e verifiche, freni e redde rationem.
1. Considerazioni sul governo rappresentativo (1861), cap. VIII, Bompiani, Milano 1946, pp. 158 e 155. 2. Cfr. A. Bavaj, Il principio rappresentativo nello Stato sovietico, Anonima Romana Editoriale, Roma 1933, pp. 108-11.
Fonte:
su Essere comunisti 2/1 del 01/08/2007
Dal Dossier Gramsci
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