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Gramsci prima dei «quaderni»
di Angelo D'orsi
su Essere comunisti 2/1 del 01/08/2007
A lungo gli studi gramsciani hanno privilegiato il Gramsci «maturo», ossia la produzione carceraria: a cominciare dalle Lettere, che, fin dalla loro prima edizione, purgata e incompleta, del 1947, si rivelarono uno scrigno di umanità e, insieme, eccezionale esempio di letteratura epistolografica, ma altresì importante strumento conoscitivo sul piano della biografia sia interiore, sia esteriore e, infine, chiave ausiliaria per la penetrazione dell’opera per antonomasia, i Quaderni. Conosciuti prima nell’edizione tematica, realizzata da Felice Platone, sotto l’attenta regia di Palmiro Togliatti, nei sei volumi einaudiani (1948-1951), solo dal 1975 furono resi disponibili in una versione vicina a quella «informale» e provvisoria del loro autore, grazie all’edizione di Valentino Gerratana, e dunque riletti in modo diverso da quello che suggeriva la pur preziosa prima edizione. La «scoperta» di Gramsci nella cultura italiana, dunque, avvenne con quella straordinaria impresa editoriale; benché negli anni Cinquanta-Sessanta, sempre per le insegne dello Struzzo, seguissero altri volumi raccoglienti gli scritti considerati giovanili, quel Gramsci non riscosse la medesima attenzione del Gramsci scrittore nella cella di Turi. Quella meditazione ebbe innanzi tutto a oggetto la sconfitta epocale del movimento operaio, le ragioni interne (le sue debolezze, le sue contraddizioni, i suoi limiti) e quelle internazionali (il quadro complessivo, l’Unione Sovietica e le scelte prevalse nella sua dirigenza, che imponevano un «internazionalismo proletario» che altro non era che la subordinazione coatta dei «partiti fratelli» al Pcus); ma, innanzi tutto, si trattò di una riflessione sull’agente attivo della sconfitta: il fascismo. Negli anni del carcere, dunque, vi fu in Gramsci un continuo, drammatico interrogarsi – non all’insegna della disperazione, del resto, e soprattutto, con una finalità che non si poneva scopi pratici diretti, ma ragionava für ewig – sui tanti perché di quella sconfitta; ma vi era anche, da parte del prigioniero, un porsi virilmente davanti al presente, accettandolo, e un guardare al futuro, interrogandosi. Sarebbe stata possibile una nuova rivoluzione in Occidente? E con quali modalità? Con quali tempi? Sulla base di quale programma e a partire da quale retroterra teorico-politico? In tal senso, i Quaderni del carcere costituiscono una pur larga piattaforma di partenza, sebbene, ovviamente, non definita nelle sue linee di svolgimento, per fare ripartire il movimento proletario. E poi, essendo i Quaderni non una vera opera, ma una sorta di straordinaria riproposizione del leopardiano Zibaldone di pensieri, riempito da note vergate da un condannato politico che lotta non soltanto contro il regime fascista, ma anche contro la propria condizione fisica ogni giorno più a rischio, quei tomi – i sei dell’edizione Togliatti-Platone, i quattro dell’edizione Gerratana – hanno offerto testi, contesti e pretesti per ogni sorta di interpretazione, suggestione, divagazione. Il cantiere gramsciano, nella sua eccezionale ricchezza polisemica, ha dato vita insomma a un altrettanto ricco cantiere gramsciologico, testimoniato dagli oltre sedicimila titoli della bibliografia degli scritti su Gramsci oggi registrati (e si tratta non soltanto di un dato incompleto, ma provvisorio; mentre scrivo esso è già cresciuto di sicuro di alcune unità…). Dunque, i gramsciani e i gramsciologi che andavano profilandosi all’orizzonte si concentrarono quasi esclusivamente su quel Gramsci e sugli anni posteriori al 1926, e specialmente sugli anni in cui egli potè avere la possibilità materiale e il vigore necessario per riempire fittamente di note i 34 quaderni con copertina nera che uno dopo l’altro gli giungevano grazie alle cure affettuose della cognata Tatiana Schucht. Degli anni precedenti, in sede di riflessione politica, ai fini dell’utilizzo (peraltro ovvio) che Togliatti avrebbe fatto del «fondatore del Partito comunista» – presentandolo come il fratello maggiore da cui egli stesso e l’intero gruppo dirigente del Pci avevano ricevuto il testimone –, ci si concentrò su testi direttamente partitici e, prima, sul biennio ’19-20, con quasi unico riferimento a «L’Ordine Nuovo», considerata, peraltro, pressoché l’intera produzione anteriore al 1929 – l’anno in cui Gramsci incomincia a scrivere in carcere, avendo infine ottenuto il permesso – come testi ed esperienze di «anticipazione» della produzione matura. Insomma, un percorso teleologico dove il Gramsci pensatore è quello dei Quaderni e ogni riga da lui vergata in precedenza ha senso in quanto e solo in quanto prelude, prepara e, appunto, anticipa i testi della maturità. Pur ammettendo, naturalmente, che i Quaderni contengano l’apice della riflessione gramsciana, ritengo sia giunto il momento, in modo definitivo, di restituire piena dignità all’elaborazione precedente, togliendole il marchio riduttivo di produzione puramente politico-partitica, o leggendo in positivo l’etichetta di produzione giornalistica. Il giornalismo gramsciano, questo il punto su cui intendo soffermarmi brevemente, è assai più di una pur straordinaria miniera di pensieri sulla guerra; è un vero e proprio glossario del «fronte interno», repertorio di temi e galleria di figure, che rendono gli scritti del 1915-1918 – dunque prima della fondazione della «rassegna settimanale di cultura socialista» avvenuta il 1° maggio 1919, «L’Ordine Nuovo» –, una tappa essenziale della formazione del pensiero dell’autore. Il giornalismo gramsciano, rovesciando le tavole dei valori del giornalismo di partito, lasciando cadere gli stereotipi propagandistici, rinunciando agli slogan, mettendo da parte gli appelli, si reinventa come una strategia per la verità. In essa Gramsci mette a frutto tutto il meglio della «scuola di Torino», quell’insieme di culture, di metodo, di atteggiamenti morali e intellettuali – e se si vuole anche un’atmosfera – che il giovane sardo ha respirato e introiettato a partire dal suo arrivo «sotto la Mole», nell’autunno 1911, quando, ventenne, giunse nell’ex capitale del Regno a concorrere alla borsa di studio del Collegio delle Provincie, per iscriversi alla Facoltà di Filosofia e Lettere dell’ateneo piemontese. Era una sorta di «spirito del luogo» che Gramsci aveva fatto suo, prendendo quanto di buono la «cultura positiva» aveva prodotto in quella città alla quale è ormai rimasta incollata l’etichetta di Norberto Bobbio: «se non la più positivista, certo la più positiva d’Italia». Un giornalismo da scienziato sociale, quello gramsciano, costituito da elementi fattuali e dati, basato su ricognizioni puntuali e non su motti, un giornalismo che nasce dalla ricerca e dall’analisi, non dalla mera appartenenza. Non si può dire che Gramsci sia un «seguace» della «scuola di Torino», ai cui esponenti (da Luigi Einaudi a Francesco Ruffini) non farà mancare critiche assai dure, ma senza quel retroterra non avremmo il giornalismo sostanziato, filologico, dotto, curioso e «sarcasticamente appassionato», per riprendere, sia pure infedelmente, una celeberrima espressione del Gramsci maturo. E, ancora, vale la pena di sottolineare che codesto retroterra viene implementato, per così dire, dalla situazione sociale presente della città, dalla sua modernità capitalistica, dalla sua natura di centro operaio e industriale, dalla sua fisionomia di capitale di una nuova civiltà dei produttori. «L’attività capitalistica vi pulsa con fragore immane di officine ciclopiche che addensano in poche migliaia di metri quadrati diecine e diecine di migliaia di proletari»1. Quell’articolista, che quasi mai firmava i suoi pezzi, era un osservatore attento e curioso, penetrante nelle analisi, originale nella forma, creativo nella scrittura: sotto la sua specola passava la vita sociale, politica e culturale della città che egli ormai aveva fatto sua. Non soltanto Torino v’era, naturalmente, in quegli scritti, ma l’Italia, il mondo, e i problemi dell’ora presente, con una straordinaria capacità di coglierne gli elementi non transeunti, con uno stile spesso brillantissimo, dalla forte vena polemica, che mescolava analisi scientifiche e momenti di acre battaglia, o, su tutt’altro registro, con pezzi sobriamente lirici, capaci di giungere fino al cuore del lettore. Nel suo modo del tutto inconsueto di fare giornalismo emerge un retroterra culturale di tutt’altra derivazione, rispetto tanto a quelli del giornalismo professionale o semiprofessionale dell’epoca, quanto a quello del giornalismo militante di partito. Il retroterra del Gramsci giornalista degli anni torinesi rinvia invece a una grande tradizione civile, che in qualche modo raccoglie e fonde il migliore liberalismo e il cristianesimo sociale, l’esperienza del movimento socialista e l’universo della fabbrica, la cultura della produzione e l’etica del lavoro, che si esprime specialmente nella gioia che nasce dal «lavoro ben fatto». Soprattutto, quel giornalismo, come poi l’intera produzione «matura», si rivela una battaglia contro la menzogna, che, in tempo di guerra – la guerra militare del conflitto europeo, ma anche, poi, la guerra sociale dello scontro di classe – impera, e diventa strumento di guerra esso stesso. La battaglia per la verità è in primis una lotta contro le «false notizie» (per dirla con Marc Bloch), contro le menzogne d’ogni genere con cui la realtà cruda della guerra viene coperta o edulcorata; ma è anche una battaglia per mostrare che dietro il velo dell’ideologia borghese una verità si erge, drammatica e grandiosa: quella dello sfruttamento capitalistico, dell’oppressione sociale, della subordinazione dei più da parte dei pochi. Il dominio di classe, insomma, è in sostanza la verità da far emergere, in ogni sua manifestazione: da quelle elementari, nella fabbrica, a quelle raffinate e più nascoste, nell’ideologia. Ivi compresa l’opera che la Chiesa cattolica, universo a cui pure Gramsci guarda con attenzione e non senza rispetto, svolge, accanto a una larga parte dell’élite intellettuale, per tenere incatenati alla falsa coscienza i proletari. Non sono tanto i fatti militari e la loro gestione a essere oggetto dell’indagine gramsciana, bensì i problemi economici, i prevedibili sviluppi politici e ideologici, i guasti culturali, le tragedie umane, i costi sociali del conflitto europeo. Giorno dopo giorno, il «giornalista» coglie efficaci pretesti per smontare il meccanismo mostruoso della guerra, con tutte le sue vittime, sul piano fisico, economico, spirituale. Il «giornalismo integrale» che avrà in mente il Gramsci prigioniero, che rimedita il passato, analizza il presente e non demorde da una prospettiva di «città futura», è forgiato innanzi tutto nell’analisi del fatto guerra, nella sua infinita complessità. Della Grande guerra, madre di tutte le guerre del Novecento – quella «lunga e disgraziata» guerra2 –, foriera di tutte le gigantesche trasformazioni che attraversano il secolo, genitrice della modernità e della società di massa, Gramsci è, fin dall’inizio, infaticabile analista in controluce. Qui troviamo un elemento profondo di continuità con la riflessione dei Quaderni, che possono essere visti come una delle più complesse chiavi di interpretazione della prima metà del Novecento, tesa a penetrare i gangli del «moderno»; del resto, Torino, che più volte definisce «città moderna», si rivela un eccellente centro di osservazione su quei fenomeni. Inoltre, la guerra, quella guerra europea e mondiale, con le sue conseguenze, i suoi esiti e le inedite prospettive che ne discesero, sarebbe rimasta centrale nell’analisi degli anni Trenta, nella quale persino il lessico risente profondamente del conflitto militare: guerra di posizione e di movimento, trincee, casematte, assalti frontali… Centrale, comunque, rimane la battaglia contro la falsa coscienza, che dev’essere un paziente e tenace lavoro pedagogico e culturale; di qui evidentemente uno sforzo di definire le coordinate di un concetto di cultura, di educazione, di scuola che rimarrà sostanzialmente lo stesso anche nell’universo magmatico dei Quaderni, con tutte le aggiunte e le sottrazioni che la mutata situazione storica e personale comporteranno. La cultura come «organizzazione, disciplina del proprio io interiore», «presa di possesso della propria personalità», «conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri»3. E l’insegnamento come un vero «atto di liberazione»4, all’insegna di una reciprocità educativa tra docente e discente. Naturalmente, a partire dal ’17, entra in scena la doppia rivoluzione russa, di cui Gramsci fornì una lettura in chiave non pedissequamente marxista all’insegna di una interpretazione rivoluzionaria, ma che rifiuta il dogma e la chiesa, del pensiero di Marx, «maestro di vita spirituale e morale, non pastore armato di vincastro»5. Inutile aggiungere che l’antidogmatismo sarebbe rimasto come un lievito vivificatore del marxismo di Antonio Gramsci, cifra essenziale dei Quaderni. Il fuoco della elaborazione gramsciana era ormai la classe operaia, il mondo del proletariato di fabbrica; Torino – città i cui tratti con un errore di prospettiva Gramsci tendeva a estendere all’Italia tutta, indebitamente allargando le potenzialità rivoluzionarie del proletariato industriale – era davvero per Gramsci la «Pietrogrado d’Italia», la sede ideale della «civiltà dei produttori», la città dove meglio si poteva vedere la fabbrica come microcosmo tanto della società borghese oggi, quanto di quella proletaria di domani, il luogo della nuova «democrazia operaia», che traducesse il traducibile dell’esempio che giungeva dalla Russia. Nei Quaderni questo grumo di problemi sarebbe rimasto, ma in una mutata prospettiva politica e dunque con accenti diversi, e in parte con un armamentario teorico e lessicale nuovo. Così come sarebbe rimasta, fortemente accentuata anzi, l’idea della necessaria preparazione pedagogico-culturale della rivoluzione, che egli cominciò a intendere non come un atto, ma come un processo, non come un assalto, ma come un percorso, non come una serie di gesti affidati a gruppi di rivoltosi (di qui la polemica serrata contro anarchismo, luddismo, e ogni forma di estremismo verboso e inconcludente), ma come un progetto complesso capace di costruire grandi unità di masse ed élite, operai e intellettuali, proletari dell’industria e proletari della terra. Si tratta di un insieme di temi, accanto ai quali va ricordata anche la concezione particolare della «dittatura del proletariato», che sembra riportare l’espressione al genuino significato marxiano, un significato democratico in senso proprio, di cui ancora nei Quaderni si troverà traccia. La dittatura del proletariato è una formula vuota, a cui si può dare un contenuto solo incominciando subito a lavorare per il cambiamento, per l’instaurazione dal basso dello Stato operaio, che certo «non s’improvvisa». Perciò, la dittatura è condizione temporanea, un modo per solidificare quella libertà sovrana della storia, suo motore primo; la dittatura le fornisce le garanzie per resistere a chi la libertà vorrebbe negare. Dal caos russo i bolscevichi si sono preoccupati di generare una gerarchia, «ma che fosse aperta, che non potesse cristallizzarsi in ordine di casta e di classe». Il mondo uscito dalla guerra era un mondo provato; i rivoluzionari non debbono cedere alla tentazione di aggiungere distruzione a distruzione, disordine a disordine. Si tratta piuttosto di costruire un ordine diverso, fondato sulla espulsione del capitalista dalla fabbrica, sull’incremento della produzione autogestita, su una disciplina che sia spontaneamente accettata e costruita, e non imposta dall’esterno, con la forza, sullo sforzo collettivo di realizzare una consapevolezza politica dei compiti epocali della classe operaia e dei suoi alleati. Si tratta, insomma, di edificare un «ordine nuovo», in grado di coniugare la giustizia con l’efficienza, la democrazia sostanziale con l’autogoverno dei produttori, liberando la società e lo Stato dalle «cricche plutocratiche». Del resto, dietro il lavoro politico, pedagogico e organizzativo per trasformare i centri di vita proletaria in organi dell’autogoverno delle masse (nella fattispecie le commissioni interne in consigli, l’equivalente italiano dei soviet russo), teorizzato dal Gramsci «ordinovista», si coglie la preoccupazione per una situazione di crisi, una di quelle situazioni da cui si esce con la vittoria dell’uno o dell’altro contendente, senza vie di mezzo, senza compromessi, senza mediazioni. La riflessione post-1929, dietro le sbarre, in una situazione di impotentia agendi, avrebbe in fondo ripreso e sviluppato questi approcci. E la meditazione su come fare una rivoluzione diversa sarebbe divenuta la meditazione sui perché della mancata rivoluzione, ma anche sui modi possibili – innanzi tutto di elaborazione ideologica e di pedagogia culturale – di una nuova, e ancora diversa, trasformazione. In ogni caso, coerentemente alle idee che avevano animato Gramsci nell’«Ordine Nuovo» (’19-20), sarebbe rimasta e anzi esaltata la tesi fondamentale: la rivoluzione più come processo che come atto, più un punto d’arrivo che un punto di partenza. Anche su questo punto essenziale, dal 1913, anno del primo scritto torinese di Gramsci, al 1936 – l’anno delle estreme pagine vergate dalla mano ormai stanca – si può dire permanga una forte continuità, pur nel cambiamento di clima politico e umano in cui egli scrive, trattandosi di uno dei capisaldi del pensiero del sardo, via via adeguato, adattato, rielaborato, ma sempre nella convinzione di fondo che alla rivoluzione si arrivi attraverso un lavoro di lunga lena, quasi metaforizzato in quel «ritmo del pensiero in isviluppo» che Gramsci stesso ci propone come chiave di interpretazione della sua elaborazione.
1. Cultura e lotta di classe, «Il Grido del Popolo», 25 maggio 1918. 2. La taglia della Storia, «L’Ordine Nuovo», 7 giugno 1919. 3. Socialismo e cultura, «Il Grido del Popolo», 29 gennaio 1916. 4. L’Università popolare, «Avanti!», 29 dicembre 1916. 5. Il nostro Marx, «Il Grido del Popolo», 4 maggio 1918.
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