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Gramsci, il fascismo e la rivoluzione Stampa E-mail
Scritto da Luigi Cavallaro   
venerdì, 11 gennaio 2008 15:39
Gramsci, il fascismo e la rivoluzione

di Luigi Cavallaro

su Essere comunisti 2/1 del 01/08/2007

 

Nell’Europa dal 1789 al 1870 si è avuta una guerra di movimento (politica) nella rivoluzione francese e una lunga guerra di posizione dal 1815 al 1870; nell’epoca attuale, la guerra di movimento si è avuta politicamente dal marzo 1917 al marzo 1921 ed è seguita una guerra di posizione il cui rappresentante, oltre che pratico (per l’Italia), ideologico, per l’Europa, è il fascismo. [1229]

Non è la prima volta che mi accade di ricordare che a scrivere così a chiare lettere che il fascismo va spiegato innanzi tutto in riferimento all’Ottobre sovietico non è un antesignano o un epigono di Ernst Nolte, ma Gramsci, in una nota del decimo dei Quaderni del carcere1. E in effetti, quando si ricordi che, nel lessico gramsciano, il sintagma «guerra di posizione» è equivalente a quello di «restaurazione-rivoluzione» o di «rivoluzione passiva» – nel senso che esprime «il fatto storico dell’assenza di un’iniziativa popolare», che ha fatto sì che il progresso si sia andato verificando «come reazione delle classi dominanti al sovversivismo sporadico, elementare, disorganico delle masse popolari con “restaurazioni” che hanno accolto una qualche parte delle esigenze dal basso» [1324-5] – si può perfino trasalire al solo pensare che, dal fondo del carcere di Turi, il comunista sardo vedesse nell’avvento del fascismo un’occasione per un ammodernamento in senso «progressivo» dello Stato, sul modello di quanto era avvenuto nella storia europea dell’Ottocento in quei paesi in cui la borghesia aveva conquistato il potere gradualmente, «riformisticamente», senza dunque passare per il tramite di rotture clamorose, quali una rivoluzione politica di tipo «giacobino».
Eppure in più d’un luogo Gramsci avanza l’ipotesi che il fascismo possa replicare, «nelle condizioni attuali», il «movimento» realizzato, nel secolo precedente, dal «liberalismo moderato e conservatore» [1227-8]. L’idea, più precisamente, è che, tramite il fascismo, la borghesia italiana intenda sì introdurre elementi di modernizzazione (e prima fra tutti, una qualche forma di pianificazione pubblica, che fosse stata capace di prevenire i rovesci finanziari ed economici che in quel periodo si accavallavano l’uno sull’altro), ma in un quadro di sostanziale conservazione delle gerarchie sociali tradizionali.
È chiaro che la plausibilità di questo disegno deve non poco all’incapacità delle «forze antagonistiche» di «organizzare a loro profitto» il «disordine di fatto» generato dalla crisi economica [912-3], un’incapacità che rimanda a quella che afflisse durante il Risorgimento il Partito d’azione dei mazziniani e dei garibaldini, che proprio per ciò furono sistematicamente «diretti» da Cavour e dai «moderati» [2010 ss.]. Ma ciò non toglie che, agli occhi di Gramsci, il fascismo, malgrado la sua essenza reazionaria, possa mettere capo a trasformazioni relativamente «progressive» e che, di conseguenza, possa anch’esso assolvere alla funzione di realizzare la transizione da una formazione sociale a un’altra: lo rivela il suo giudizio sulla funzione potenzialmente decisiva per il processo produttivo degli istituti sorti in quel torno di tempo dalla fantasia «creativa» di Alberto Beneduce, grazie ai quali lo Stato veniva a concentrare «il risparmio da porre a disposizione dell’industria e dell’attività privata, come investitore a medio e lungo termine» [2175-6].
È proprio l’importanza attribuita a codesto controllo sul risparmio privato che induce Gramsci a rispondere negativamente alla questione concernente l’eventualità che, «una volta assunta questa funzione», lo Stato possa poi «disinteressarsi dell’organizzazione della produzione e dello scambio», lasciandola come prima all’iniziativa privata:

Se ciò avvenisse, la sfiducia che oggi colpisce l’industria e il commercio privato, travolgerebbe anche lo Stato; il formarsi di una situazione che costringesse lo Stato a svalutare i suoi titoli (con l’inflazione o in altra forma) come si sono svalutate le azioni private, diventerebbe catastrofica [...]. Lo Stato è così condotto necessariamente a intervenire per controllare se gli investimenti avvenuti per il suo tramite sono bene amministrati [...]. Ma il puro controllo non è sufficiente. Non si tratta infatti solo di conservare l’apparato produttivo così come è in un momento dato; si tratta di riorganizzarlo per svilupparlo parallelamente all’aumento della popolazione e dei bisogni collettivi. [2176]

Sta qui il motivo che spinge Gramsci a chiedersi con insistenza se gli anni Trenta debbano considerarsi «un periodo di “restaurazione-rivoluzione”» e se l’Italia fascista possa avere nei confronti dell’Urss «la stessa relazione che la Germania [e l’Europa] di Kant-Hegel con la Francia di Robespierre-Napoleone» [1209]. Domande certamente sensate, se pensiamo che la prima vera legislazione a tutela del lavoro, le prime moderne forme di previdenza sociale, il primo disciplinamento della produzione industriale e della funzione creditizia (vero cuore pulsante della «distruzione creatrice» del capitalismo, come diceva Schumpeter) si ebbero appunto nel Ventennio, che sotto questo profilo si connotò per una «costituzione economica» altrettanto «mista» di quella delle nazioni europee che furono teatro della «modernizzazione passiva» del periodo 1815-1870.
Nondimeno, il discorso gramsciano è complesso e cautelato. A quanti scorgono nel corporativismo «la premessa per l’introduzione in Italia dei sistemi americani più avanzati nel modo di produrre e di lavorare» [2153], Gramsci obietta che il corporativismo è piuttosto originato non tanto

dalle esigenze di un rivolgimento delle condizioni tecniche dell’industria e neanche da quelle di una nuova politica economica, ma piuttosto dalle esigenze di una polizia economica, esigenze aggravate dalla crisi del 1929 e ancora in corso. [2156]

Nondimeno, aggiunge, è pur vero che, «nel quadro concreto dei rapporti sociali italiani», la soluzione «corporativa» propugnata dal fascismo

potrebbe essere l’unica soluzione per sviluppare le forze produttive dell’industria sotto la direzione delle classi dirigenti tradizionali, in concorrenza con le più avanzate formazioni industriali di paesi che monopolizzano le materie prime e hanno accumulato capitali imponenti. [1228]

Il punto di fondo, però, è che l’intervento statuale nell’economia capitalistica possiede un’ambivalenza insopprimibile. Sicuramente, dice Gramsci,

si avrebbe una rivoluzione passiva nel fatto che per l’intervento legislativo dello Stato e attraverso l’organizzazione corporativa, nella struttura economica del paese verrebbero introdotte modificazioni più o meno profonde per accentuare l’elemento «piano di produzione», verrebbe accentuata cioè la socializzazione e cooperazione della produzione senza per ciò toccare (o limitandosi solo a regolare e controllare) l’appropriazione individuale e di gruppo del profitto. [ibid.]
Ma

se lo Stato si proponesse di imporre una direzione economica per cui la produzione del risparmio [...] fosse per divenire funzione dello stesso organismo produttivo, questi sviluppi ipotetici sarebbero progressivi [...]: bisognerebbe perciò promuovere una riforma agraria [...] e una riforma industriale per ricondurre tutti i redditi a necessità funzionali tecnico industriali e non più a conseguenze giuridiche del puro diritto di proprietà. [2176-7]

Insomma, se è vero che il fordismo in quanto tale costituisce una mera «causa antagonistica» rispetto alla legge tendenziale della caduta del saggio del profitto, e quindi una risposta che resta nell’ambito del «mercato determinato» dai rapporti di produzione capitalistici, i processi di intervento statuale nell’economia, che in Europa il fordismo stesso in certa parte presuppone e richiede, aprono potenzialmente una cesura rispetto al preesistente mercato determinato. Il modo con cui lo Stato interviene può, cioè, rappresentare una variante «restauratrice» o «progressiva» in ragione della sua capacità di incidere sull’appropriazione del plusprodotto. Questo, a mio avviso, è il senso del lascito gramsciano, reso esplicito dalla considerazione secondo cui l’ideologia corporativa, lungi dall’essere un fenomeno transitorio, avrebbe rappresentato «l’elemento di una “guerra di posizione” nel campo economico» [1228], nel corso della quale avrebbe potuto compiersi «riformisticamente» la trasformazione della «struttura economica […] da individualistica a economia secondo un piano (economia diretta)», permettendosi così «il passaggio a forme politiche e culturali più progredite senza cataclismi radicali e distruttivi in forma sterminatrice» [1089].
Vista retrospettivamente, l’ipotesi gramsciana appare gravida di fecondi sviluppi interpretativi. La coppia concettuale guerra di movimento-guerra di posizione (o rivoluzione passiva) sembra, infatti, capace di dar conto delle diverse forme in cui, in «Oriente» (cioè nell’Urss) e in «Occidente», si è manifestato l’intervento dello Stato nel processo di produzione e soprattutto del fatto che, in Occidente, esso si è affermato non solo senza alcuna «soppressione» del modo di produzione capitalistico ma anzi (e specie inizialmente) in forme a esso ancillari. In Urss, dove all’epoca della rivoluzione «lo Stato era tutto» e «la società civile era primordiale e gelatinosa» [866], la presenza statuale non poteva che assumere la forma della pianificazione centralizzata, che implicava l’allocazione autoritativa di tutti i fattori della produzione. In Occidente, invece, dove «tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile» [ibid.], il problema era diverso: di allocazione organizzata dei fattori produttivi si sarebbe potuto (e dovuto) parlare solo per quei settori in cui il mercato falliva del tutto (infrastrutture di base, energia, trasporti di massa, istruzione, sanità, previdenza e assistenza sociale, ecc.), mentre per gli altri settori produttivi si sarebbe potuto ricorrere a dei «piani d’orientamento» (come furono, in Italia, i «piani autarchici» del periodo fascista e, soprattutto, gli strumenti programmatori varati nel Secondo dopoguerra, dal Piano a lungo termine del 1948 allo «Schema Vanoni» del 1954) che, sebbene non vincolanti se non per gli operatori pubblici, avrebbero senz’altro influito sui processi decisionali a livello microeconomico, dal momento che costruivano un insieme di previsioni sull’andamento dei principali indicatori macroeconomici che avrebbe coerentemente orientato le aspettative dei decisori privati, sul modello delle «profezie autorealizzantisi».
Naturalmente, è impossibile sposare un giudizio del genere fintanto che si resta impigliati nelle contrapposizioni ideologiche fra capitalismo di Stato e socialismo, o tra statalismo e comunismo, che da sempre animano la discussione in campo marxista. Ma se non si vuol rimanere sul piano delle ideologie, bisogna riconoscere che quel che negli anni Venti e Trenta era alle prove, nella Russia sovietica come nell’Italia fascista, era un sistema economico e istituzionale in cui l’allocazione delle risorse avveniva secondo una logica che sostituiva al profitto monetario delle imprese private una qualche nozione di «utilità pubblica» giuspositivisticamente intesa, risultante cioè dai processi decisionali collettivi, democratici o autoritari che fossero; un sistema, insomma, che – per parafrasare un celebre luogo di Marx – al «comunismo» dei capitalisti sostituiva il «comunismo» dei pubblici poteri.
In quest’ottica, e con grande anticipo sui tempi, Gramsci considera il «ritorno al “corporativismo”» [1743] non già come espressione di un (impossibile) ritorno al passato, quando il concetto di corporazione era sinonimo di chiusura ed esclusivismo, ma come sintomo di una nuova modalità di formazione delle decisioni politiche, «in funzione di necessità storiche attuali» [ibid.]. E anche se «trattando l’argomento» bisognava «escludere accuratamente ogni […] apparenza di appoggio alle tendenze “assolutiste”», ciò sarebbe stato possibile solo «insistendo sul carattere “transitorio” (nel senso che non fa epoca, non nel senso di “poca durata”)» dell’assolutismo fascista [1744], non già – questo sembra il suggerimento – su quello del corporativismo.
Ed è proprio a questo proposito che emerge la straordinaria articolazione del concetto di Stato che troviamo nei Quaderni del carcere. Gramsci, infatti, intravede un intero periodo storico nel corso del quale «l’elemento Stato-coercizione si può immaginare esaurentesi mano a mano che si affermano elementi sempre più cospicui di società regolata (o Stato etico o società civile)»:

Nella dottrina dello Stato ‡ società regolata, da una fase in cui Stato sarà uguale Governo, e Stato si identificherà con società civile, si dovrà passare a una fase di Stato-guardiano notturno, cioè di una organizzazione coercitiva che tutelerà lo sviluppo degli elementi di società regolata in continuo incremento, e pertanto riducente gradatamente i suoi interventi autoritari e coattivi. Né ciò può far pensare a un nuovo «liberalismo», sebbene sia per essere l’inizio di un’era di libertà organica. [764]

La prima fase, egli aggiunge, sarà tanto più lunga quanto più «la società civile è primordiale e gelatinosa», dunque quanto più lo «Stato-società politica» dovrà porsi come elemento trainante della riorganizzazione della struttura economica e sociale, ma dovrà necessariamente avere termine. Se un periodo di «statolatria» può essere indispensabile per

determinare la volontà di costruire nell’involucro della Società politica una complessa e bene articolata società civile, in cui il singolo si governi da sé senza che perciò questo suo autogoverno entri in conflitto con la società politica, anzi diventandone la normale continuazione.

Tuttavia tale «statolatria» non deve essere abbandonata a sé, non deve, specialmente, diventare fanatismo teorico, ed essere concepita come «perpetua»: deve essere criticata, appunto perché si sviluppi, e produca nuove forme di vita statale, in cui l’iniziativa degli individui e dei gruppi sia «statale» anche se non dovuta al «governo dei funzionari», nella qual cosa – conclude Gramsci – sta il segreto per «far diventare “spontanea” la vita statale» [1020].
Una breve riflessione (qui non possibile) basterebbe per mostrare che fu proprio questo il nodo a venire in questione in quella grande «rivoluzione mondiale» che fu il Sessantotto e che, non a caso, si manifestò contemporaneamente a Ovest e a Est della «cortina di ferro» e simultaneamente verso le forze politiche, economiche e culturali ivi dominanti, cambiando connotati solo a seconda del fatto che la «cultura marxista» – per dirla con Pasolini – fosse «eretica» o «ufficiale». E per comprendere quanto l’aver misconosciuto questo aspetto della riflessione gramsciana possa aver pesato negativamente sul dibattito teorico e sulla pratica politica della sinistra italiana di allora è sufficiente ricordare le mirabolanti costruzioni concettuali di tanti «marxisti sempliciotti» (come li definì Joan Robinson) che criticarono ferocemente il welfare State perché strumento di integrazione dell’«aristocrazia operaia» nelle secche della affluent society e ritennero Keynes colpevole di aver salvato il capitalismo dall’autodistruzione, immaginando i capitalisti come degli stupidi che, senza la «spiegazione» di Keynes, non sarebbero riusciti a imparare dall’esperienza fatta durante la guerra che la spesa pubblica mantiene i profitti.
Ancorata a un marxismo oscillante tra determinismo volgare e ipersoggettivismo, la cultura di sinistra non comprese minimamente che, a Est come a Ovest, lo «statalismo» non era la fase suprema del capitalismo, ma la malattia infantile del comunismo; nulla di strano, quindi, che si sia accodata, coi suoi tristi epigoni, ai fautori del suo smantellamento, in nome di un ritorno al mercato che – per citare ancora Gramsci – non è più «astratto», bensì «generico» o «indeterminato», cioè frutto non di un processo di astrazione storicamente determinata, ma di una astrazione «per cui l’ipotesi di omogeneità diventa l’uomo biologico» [1276]. Ma questo, come ognun vede, è un altro discorso.

1. Cfr. quanto ho argomentato al riguardo in Lo Stato dei diritti. Politica economica e rivoluzione passiva in Occidente, Napoli, Vivarium, 2005, pp. 119-45, e in L’Italia dell’Est. Ovvero: revisionare il revisionismo, «900», 13 (2005), pp. 7-23.

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