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Quale Gramsci sopravvissuto oggi? Stampa E-mail
Scritto da Guido Liguori   
venerdì, 11 gennaio 2008 15:46
Quale Gramsci sopravvissuto oggi?

di Guido Liguori

su Essere comunisti 2/1 del 01/08/2007

 

Più volte si è sentito affermare che Gramsci è l’unico marxista sopravvissuto al crollo del «socialismo reale»: i Quaderni, già sfuggiti alle insidie della polizia fascista e poi a quelle dell’Urss stalinista, avrebbero fornito una ennesima prova di vitalità, sottraendosi alle macerie del Muro. Qual è però il Gramsci oggi «sopravvissuto»? Come la sua fortuna è andata via via crescendo, a livello mondiale, mentre i comunisti, anche quelli italiani, che al suo pensiero direttamente si rifacevano, hanno subito le «dure repliche della storia»?
Accenniamo solo a quel che accadde tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta: mentre in Italia si susseguivano disinvolti tentativi volti a salvarlo facendone un autore «postmoderno» o a dannarlo come irrimediabilmente legato a una eredità non più esigibile1, diveniva pienamente evidente la dimensione mondiale del pensiero del comunista sardo. In primo luogo, secondo una ricerca dell’Unesco Gramsci era il saggista italiano moderno più letto e citato del mondo. In secondo luogo, John Cammett presentava la sua Bibliografia gramsciana2, contenente allora seimila titoli, oggi giunti a 17mila. In terzo luogo, proprio nel 1989 si tenne a Formia un convegno internazionale, promosso e organizzato dalla Fondazione Gramsci, significativamente intitolato Gramsci nel mondo3. Infine, sempre in quel «mirabile» e «indimenticabile» 1989, venne annunciata la costituzione della International Gramsci Society, libera associazione di studiosi e «militanti» gramsciani di tutto il mondo4, oggi vero punto di snodo dello scambio permanente di informazioni fra studiosi di Gramsci di vari continenti.
Quale Gramsci, allora, dopo la fine dell’Unione Sovietica, del «comunismo» e del suo partito? Cerchiamo di capire cos’è successo nella storia della fortuna di Gramsci dopo di allora, assumendo come emblematiche le date dei due decennali della morte del pensatore sardo, il 1997 e il 2007, tradizionali occasioni di pubblicazioni e convegni, ovvero di riflessione collettiva.

1997: Gramsci senza Pci
Il decennale gramsciano del 1997 è stato il primo dopo la fine del partito che fu di Gramsci. Il superamento del nesso forte Gramsci-Pci fu per certi versi positivo: servì a rilanciare gli studi più seri, meno preoccupati delle implicazioni politiche. Permise anche di focalizzare le letture non italiane. Tale superamento, che non ebbe solo implicazioni positive, si sposò con la fortuna ormai planetaria dell’autore dei Quaderni. Se ne ebbe una importante verifica con i maggiori convegni svoltisi in Italia in quell’anno, in primo luogo nel tradizionale appuntamento decennale organizzato dalla Fondazione Gramsci, tenutosi a Cagliari in aprile5.
Qui fu soprattutto l’impronta gramsciana nel campo degli studi di politica internazionale a trovare un’eco significativa. Le tematiche più dibattute furono quelle della «società civile internazionale» e dell’«egemonia internazionale», largamente presenti in ambito anglofono in un’ottica liberaldemocratica. La globalizzazione e la crisi dello Stato-nazione erano in questo quadro assunti come fenomeni ricchi di potenzialità positive. Paradigmatico il discorso di Robert Cox, il quale ammetteva che la progressiva perdita di peso dello Stato dovesse essere sì considerata una sconfitta per le masse subalterne, ma vedeva in ciò la possibilità di un nuovo modo di essere sinistra: la «società civile» diveniva per Cox non il luogo delle contraddizioni di classe, ma il risultato, tutto letto in positivo, del «complesso delle azioni collettive autonome» dei ceti subalterni. Ong, volontariato, ecc. sarebbero la gramsciana società civile, l’«ambito nel quale avvengono i cambiamenti culturali»6. Su tale base l’autore auspicava una «società civile globale»: un mix volontaristico non economicistico quale possibile alternativa al dominio del capitale.
Anche per Jean Cohen Gramsci era il teorico della autonomia della società civile rispetto allo Stato. Mentre per Stephen Gill erano gli intellettuali a ergersi quali portatori di una funzione di coscienza collettiva alternativa. Classi e partiti erano del tutto espunti da questo orizzonte. Fine dello Stato-nazione, orizzonte democratico post-nazionale, centralità della società civile internazionale: veniva rimossa la tradizione panstatalista, nazionale e insieme classista in cui, lo si voglia o meno, Gramsci affonda le proprie radici. Usciva da questa lettura un Gramsci irriconoscibile, non comunista, liberaldemocratico. O addirittura, per alcuni, liberale7. Indubbio il connotato politico di quel convegno che, pur in una comprensibile ottica di confronto con le maggiori correnti interpretative di Gramsci fuori d’Italia, finiva soprattutto per offrire l’immagine di un Gramsci teorico di una «globalizzazione buona» (la «società civile globale») che certo non era nei suoi pensieri8.
Il primo convegno della International Gramsci Society (Igs), che si svolse a Napoli nel settembre di quello stesso 19979, presentò un quadro abbastanza diverso, benché percorso anche da temi e problemi al centro del convegno cagliaritano. Esso si interrogava sulle condizioni di costruzione di una nuova egemonia in contesti così diversi come quelli dei tanti paesi rappresentati, e vide interventi appassionati di studiosi provenienti dal Brasile e dall’Australia, dalla Germania e dal Giappone, dalla Francia e dagli Stati Uniti. Si andavano delineando – accanto a studi più tradizionali (come le riflessioni su «socialismo e democrazia» di Carlos Nelson Coutinho) – linee di ricerca nuove, legate al tema della nazione e dell’identità a fronte dei processi di globalizzazione. Fu anche una delle prime volte che nel nostro paese si sentì parlare di Gramsci in relazione ai cultural studies e a Stuart Hall (Giorgio Baratta) o a Edward Said (Joseph Buttigieg). Ma l’importanza politica di quell’incontro risiedeva soprattutto nel fatto che per la prima volta oltre cento studiosi di Gramsci provenienti dai cinque continenti si ritrovavano per ribadire non solo l’interesse per l’autore dei Quaderni, ma anche l’interesse per un Gramsci non subalterno alle correnti culturali dominanti a livello internazionale, anche nella cultura della sinistra liberal.
In una direzione del tutto diversa rispetto a quella prevalente nel convegno di Cagliari voleva muoversi il convegno Gramsci e la rivoluzione in Occidente, organizzato da Rifondazione comunista e svoltosi a Torino nel dicembre 199710. Gramsci vi era considerato – come leggiamo nella Premessa agli atti – «un compagno di strada e di battaglia». Si voleva un rapporto con Gramsci più direttamente politico, non imbalsamato, considerandone la lezione valida per illuminare la lotta dell’oggi, o almeno quella ricognizione del terreno indispensabile per procedere nell’azione. Tra gli interventi più interessanti, quelli di Domenico Losurdo, per il richiamo a non considerare tramontata la dimensione nazionale dei problemi; di Aldo Tortorella, efficace nel polemizzare con le interpretazioni di Gramsci come alfiere della «rivoluzione liberale»; di Alberto Burgio, che argomentava contro una lettura demonizzante di Americanismo e fordismo, del resto largamente diffusa, che vedeva Gramsci tutto interno alla cultura industrialista e produttivista della prima metà del Novecento. Che le cose anche nella sinistra non fossero così scontate lo dimostrava l’intervento conclusivo di Fausto Bertinotti, che considerava Gramsci autore «ambiguo», con una «idea della razionalità e della scienza fortemente connotata da derivazioni positiviste, o quanto meno da una concezione segnata dalla presunzione di neutralità della scienza»11. Un altro intellettuale «d’area» allora particolarmente in auge, Marco Revelli, rincarava la dose, vedendo in Gramsci un supino sostenitore del taylorismo, benché consapevole del suo carattere di ferocia verso i lavoratori12.
Il Quaderno 22 è un testo complesso, in qualche passaggio – come spesso i Quaderni – anche ermetico e oscuro. Il giudizio che vede Gramsci interno alla cultura industrialista di inizio Novecento non è che non abbia alcun fondamento. Tuttavia un discorso più equilibrato sarebbe necessario, poiché Gramsci proprio in Americanismo e fordismo sa vedere i caratteri specifici del capitalismo statunitense e non è per nulla propenso ad accoglierli13.

Ritorno a Gramsci
Gramsci rischiava dunque di essere sottoposto a una tensione interpretativa che lo spingeva ancora più lontano dal suo effettivo posizionamento nel pensiero politico del Novecento. Fu anche per questo che negli studi tra il 1997 e il 2007 prevalse in Italia una forte tendenza al «ritorno a Gramsci», non per negarne ogni uso, ma per gettare le premesse per un uso rispettoso di quello che Gramsci aveva voluto dire e fare, non ridotto alla stregua della merce di supermercato da prendere e consumare a pezzi staccati dal contesto.
Furono tante le concause che concorsero a determinare questo ritorno ai testi. Qui è solo possibile accennare agli effetti che esso produsse, ad esempio il libro di Gerratana Gramsci. Problemi di metodo14, che riproponeva scritti in parte dedicati alla preparazione dell’edizione critica dei Quaderni o alla loro struttura, i quali con il loro stile sobrio e antiretorico costituivano essi stessi una «lezione di metodo». O il libro di Alberto Burgio Gramsci storico15, che faceva scaturire proprio dal testo il procedimento messo in essere da Gramsci: partire dalla ricognizione storica, individuando categorie storiografiche decisive, per lavorarle attraverso un processo che le rendesse categorie teorico-politiche applicabili in contesti temporali e spaziali diversi. Fabio Frosini poi, in Gramsci e la filosofia16, muoveva dalla convinzione secondo la quale non si capisce Gramsci se non si indaga l’evoluzione dei concetti dei Quaderni a partire dalla loro genesi: il modo in cui il pensiero gramsciano si struttura non può prescindere dal suo stesso farsi temporale.
La novità e la bontà di questo «ritorno a Gramsci» era però soprattutto evidenziata – nel periodo preso in considerazione – dal «seminario sul lessico dei Quaderni» della Igs Italia, una lettura collettiva multidisciplinare di analisi testuale delle categorie gramsciane che diede un primo frutto nel libro Le parole di Gramsci17. Vi si cercava la messa a punto di una moderna metodologia di scavo, volta a ricostituire la genesi e soprattutto l’evoluzione dei concetti tipici gramsciani. Di contro alla tendenza a «sollecitare i testi», nasceva l’esigenza di fissare alcune linee-guida per la comprensione di quella peculiare «opera aperta» che sono i Quaderni. Una risposta alla tentazione postmoderna di usare gli autori, e anche Gramsci, pescando troppo disinvoltamente suggestioni e contributi tali da stravolgere intenzionalità e significato del testo originario.

2007: quale Gramsci oggi?
Negli ultimi anni è stata soprattutto l’espansione dei cultural studies a provocare la rilevante dilatazione del numero dei titoli degli scritti su Gramsci raccolti nella Bibliografia gramsciana. Uno specchio interessante del processo in corso è stato il convegno organizzato nell’aprile scorso dalla Fondazione Istituto Gramsci in collaborazione con l’Igs, dedicato a Gramsci, le culture e il mondo. Un altro contributo importante alla consapevolezza delle tematiche che più hanno fortuna al di fuori del nostro paese nell’ambito degli studi gramsciani è stato fornito da una pubblicazione della stessa Fondazione Gramsci, Studi gramsciani nel mondo 2000-200518.
Il volume in questione, come anche il convegno di Roma, hanno visto in atto una interessante dinamica tra coloro i quali rimandavano soprattutto l’immagine di un certo Gramsci caro ai cultural studies, slegato dal suo contesto, dalle categorie portanti del suo lascito teorico, dall’orizzonte politico in cui esse si situavano; e coloro i quali – dall’interno dello stesso mondo anglosassone – sono impegnati a combattere una battaglia volta sì ad affermare la presenza di Gramsci, ma anche a denunciare le molte distorsioni, le letture parziali (spesso dovute all’incapacità degli autori di leggere l’italiano, non essendo i Quaderni ancora tutti pubblicati in inglese), l’utilizzo tipicamente postmoderno delle sue categorie. Tra gli autori presenti nel volume degli Studi culturali, ad esempio, gli scritti di Joseph Buttigieg e di Marcus Green sono imperniati sui concetti di «società civile» e di «subalterno», oggi centrali nel mondo anglofono. Buttigieg critica la concezione di «società civile», erroneamente attribuita a Gramsci, fondata sulla concezione binaria Stato/non Stato tipica della tradizione liberale. Analogamente fa Marcus Green per il concetto molto diffuso di «subalterno», che viene da Gramsci e che grande fortuna ha avuto a partire dall’uso che ne ha fatto in India la scuola che annovera Guha e Spivak. Con quest’ultima polemizza Green, accusandola di avere stravolto il concetto, astraendolo dal contesto di lotta per l’egemonia in cui era immesso.
Un altro momento importante dell’attuale decennale è l’inizio della pubblicazione dell’«Edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci promossa dalla Fondazione Istituto Gramsci», per i tipi dell’Istituto della enciclopedia italiana, con il volume (in due tomi) dedicato ai Quaderni di traduzione (1929-1932), a cura di Giuseppe Cospito e Gianni Francioni. La scelta di iniziare dai Quaderni di traduzione è ineccepibile: essi erano finora quasi del tutto inediti e una «edizione nazionale» non può che seguire un criterio di completezza. Quale sia la valenza di tali «esercizi di traduzione» sarà il tempo a dircelo, a seconda di ciò che produrranno. Ancora più interessante è però il discorso che fa Gianni Francioni nella Nota al testo, in cui riepiloga l’idea di edizione dei Quaderni che sarà alla base dell’«edizione nazionale», differente da quella dell’edizione Gerratana.
Francioni non darà al lettore «la disposizione in sequenza di tutto il materiale in base alla data di inizio di ciascun quaderno», poiché a suo giudizio Gramsci stesso opera delle ripartizioni mirate a distinguere quaderni di traduzione, quaderni miscellanei, campi tematici particolari. Si tratta di restituire la complessa geografia degli scritti di Gramsci, leggendone l’intenzionalità con cui essi vennero prodotti. La nuova edizione vedrà mutata nei Quaderni 4, 7, 8, 9, 10 e 11 anche la disposizione dei paragrafi (e, pare di capire, la loro numerazione). Il nuovo criterio preannunciato – che in sé appare già una interpretazione – sarà foriero di nuovi sviluppi ermeneutici? Ci aiuterà a capire meglio Gramsci e la sua complessa scrittura? Sarà sulla base delle risposte a queste domande che potremo dire se tale nuova edizione avrà o no senso, e anche se essa avrà o no diffusione. Poiché – e non è particolare da poco – l’edizione Gerratana è divenuta uno strumento basilare per la lettura e la diffusione del comunista sardo. Quale effetto di spiazzamento l’edizione Francioni avrà fra gli studiosi di tutto il mondo che, ad esempio, sono accorsi in Sardegna nello scorso mese di maggio per il III convegno-congresso della Igs?19
Intanto va segnalato che la Igs Italia e il Centro interuniversitario da essa promosso stanno approntando un Dizionario gramsciano 1926-1937 che, con oltre 600 voci, vuole aiutare a leggere Gramsci a partire da «ciò che ha veramente detto». Insomma, la filologia, il ritorno ai testi, la contestualizzazione storica, non sono terreni politicamente neutri rispetto a una lettura di Gramsci legata alla sua attualità politica. L’uso disinvolto di Gramsci apre la strada allo snaturamento del suo essere comunista. È su questo terreno dell’incrocio fra filologia e politica che probabilmente si giocherà nel futuro prossimo una delle partite più interessanti in relazione al lascito teorico-politico dell’autore dei Quaderni.

1. Mi si permetta il rinvio – per la storia della ricezione gramsciana fino al 1996 – al mio Gramsci conteso. Storia di un dibattito 1922-1996, Editori Riuniti, Roma 1996.
2. Cfr. J.M. Cammett (a cura di), Bibliografia gramsciana (versione provvisoria), Fondazione Istituto Gramsci, Roma 1989; Id., Bibliografia gramsciana 1922-1988, Editori Riuniti, Roma 1991. Oggi la bibliografia è aggiornata on line da M.L. Righi e F. Giasi (cfr. http://213.199.9.13/bibliografiagramsci/Archinauta_NSC.aspx).
3. Cfr. M.L. Righi (a cura di), Gramsci nel mondo, Fondazione Istituto Gramsci, Roma 1995.
4. Vedi il sito della Igs: www.italnet.nd.edu/gramsci/. E il sito della Igs Italia: www.gramscitalia.it.
5. Cfr. G. Vacca (a cura di), Gramsci e il Novecento, 2 voll., Carocci, Roma 1999.
6. Ivi, vol. I, p. 240.
7. Curioso ed emblematico il richiamo in tal senso fatto nell’intervento di M. D’Alema nel corso della tavola rotonda che concludeva il convegno e pubblicato dal «Sole 24 Ore» (31 luglio 1977) col titolo significativo: Che curioso quel Gramsci liberale. Contro il rischio di arruolare, volontariamente o involontariamente, il comunista sardo tra gli alfieri del neoliberismo, cfr. l’intervento di A. Tortorella in G. Baratta e G. Liguori (a cura di), Gramsci da un secolo all’altro, Editori Riuniti, Roma 1999.
8. Cfr., fra i tentativi più complessi di ricostruzione di un Gramsci democratico, alla fine propenso anche ad accettare l’orizzonte della forma-merce, M. Montanari, Introduzione ad A. Gramsci, Pensare la democrazia, Einaudi, Torino 1997. Una versione di sinistra di alcune delle tematiche sviluppate a Cagliari – soprattutto quelle legate alla crisi dello Stato-nazione, che apriva la strada a una sorta di alter-mondialismo teorico – era riscontrabile nel volume Gramsci e l’internazionalismo (a cura di M. Proto, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 1998, atti di un omonimo convegno internazionale tenutosi a Lecce in settembre). Cogliendo fenomeni certamente in atto, P. Voza ad esempio vi avanzava la tesi che si fosse ormai in presenza di una «egemonia capitalistica senza Stato», le cui «casematte» sarebbero state da ricercarsi a livello sovranazionale.
9. Cfr. Baratta, Liguori (a cura di), Gramsci da un secolo all’altro, cit.
10. Cfr. A. Burgio, A.A. Santucci (a cura di), Gramsci e la rivoluzione in Occidente, Editori Riuniti, Roma 1999.
11. Ivi, p. 367.
12. Fondazione Istituto Gramsci Piemontese (a cura di), Il giovane Gramsci e la Torino di inizio secolo, Rosenberg & Sellier, Torino 1998, p. 34. Le posizioni critiche verso Gramsci sono assolutamente prevalenti in questo convegno, con l’eccezione dell’intervento di A. d’Orsi, convincente nell’indicare una diversa e opposta lettura del comunista sardo.
13. Contro le letture critiche di Gramsci cfr. anche G. Baratta, Americanismo e fordismo, in F. Frosini, G. Liguori (a cura di), Le parole di Gramsci, Carocci, Roma 2004.
14. Editori Riuniti, Roma 2007.
15. Laterza, Roma-Bari 2002.
16. Carocci, Roma 2003.
17. Frosini, Liguori (a cura di), Le parole di Gramsci, cit. Per altre informazioni sull’attività del seminario successiva all’uscita del libro cfr. la sezione Seminario del sito della Igs Italia (www.gramscitalia.it).
18. Studi gramsciani nel mondo 2000-2005, a cura di G. Vacca e G. Schirru, il Mulino, Bologna 2007.
19. Cfr. la cronaca, a cura di C. Meta, A. Errico, E. Forenza, nel citato sito della Igs Italia: www.gramscitalia.it.

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