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Apologhi. La storia del maestro che divenne ricco |
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Scritto da Nguyen Huy Thiep e Alessandra Chiricosta
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martedì, 05 febbraio 2008 15:05 |
Apologhi La storia del maestro che divenne ricco
Dal discorso di Nguyen Huy Thiep per il premio Nonino: «In un villaggio, c'era uno scrittore buono e saggio, che insegnava ai bambini e coltivava la terra. Tutti lo consultavano sempre e ricevevano sempre ottimi consigli. Il maestro era poverissimo, aveva solo una coperta per coprirsi, spesso rosicchiata dai topi. Un passante provò compassione per il maestro e gli regalò un gatto per catturare i topi. Gli abitanti del villaggio gli portavano il latte per nutrire il gatto. Un giorno, una ricca pellegrina gli regalò una mucca per fornire latte al gatto. I compaesani costruirono una stalla per la mucca. «Ma è possibile che la mucca abbia un tetto e il maestro no?» si domandarono. Allora gli costruirono una piccola pagoda. Da quel momento il maestro non ebbe più tempo per meditare e scrivere, doveva allevare la mucca, che forniva il latte al gatto, che cacciava i topi. Gli abitanti del villaggio gli mandarono allora una donna per curare la mucca. Ormai il maestro era ricco, ma non riusciva più a ritrovare il proprio equilibrio. Prese in moglie la donna. Presto cominciò ad arrabbiarsi, bestemmiare, spettegolare, a bere, a picchiare la gente, a correre dietro le ragazze dell'età di sua figlia. Così finì il tranquillo percorso religioso del maestro».
Nguyen Huy Thiep
Vecchio e nuovo Vietnam in cerca di semplicità Contrario a una visione stereotipata che lega il paese asiatico soltanto a immagini di guerra, lo scrittore vietnamita propone nei suoi racconti, editi in Italia da Obarra O, l'eroismo della vita quotidiana. Parla Thiep, nei giorni scorsi a Udine per il premio Nonino Alessandra Chiricosta
Nonostante abbia al suo attivo dieci opere teatrali e quattro romanzi, è soprattutto per i suoi racconti che Nguyen Huy Thiep è considerato uno tra i maggiori scrittori vietnamiti contemporanei. Tradotti in più lingue, e disponibili anche da noi in tre raccolte - Soffi di vento sul Vietnam, Il sale della foresta e Attraversando il fiume - tutte uscite per ObarraO nell'ottima traduzione di Tran Tu Quan e Luca Tran, i racconti di Thiep sono stati bollati in Vietnam come «sovversivi» (lo scrittore ha dovuto perfino trascorrere qualche tempo agli arresti domiciliari) prima del loro definitivo riconoscimento. Nato nel 1950 in un villaggio alla periferia di Hanoi, lo scrittore - sebbene di madre buddista e nonno confuciano - ha frequentato le scuole cattoliche per laurearsi poi in storia. Dopo alcuni anni trascorsi insegnando nelle scuole al confine con il Laos, Thiep è tornato nel 1980 ad Hanoi dove ha illustrato testi scolastici per il Ministero dell'Educazione sino al 1986, quando ha cominciato a pubblicare i suoi libri. Abbiamo incontrato lo scrittore nei giorni scorsi a Percoto di Udine dove ha ricevuto nei giorni scorsi il Premio Nonino Risit d'Âur 2008, perché - questa la motivazione del riconoscimento - «con i ritmi sintetici degli antichi cantastorie ha saputo descrivere mirabilmente la vita rurale immersa nella desolazione post-bellica». In Italia siamo rimasti prigionieri di una visione stereotipata del Vietnam, sia per problemi di natura linguistica, vista l'oggettiva difficoltà di tradurre da una lingua così lontana, sia per scelte editoriali e giornalistiche che hanno privilegiato la pubblicazione di alcuni autori che rafforzavano proprio questa immagine. Quali aspetti del suo paese sono rimasti in ombra? Nonostante la guerra sia finita da molto tempo, finora agli occhi dell'Occidente il Vietnam è legato all'immagine di Dien Bien Phu, o del 30 aprile 1975. Per quanto mi riguarda, appartenendo alla generazione di scrittori apparsa dopo il Doi Moi, il «rinnovamento» del 1986, ho deciso di evitare ogni argomento legato alla guerra, sin da quando ho preso in mano la penna. E anche adesso preferisco scrivere d'altro, per due ragioni: da un lato l'immagine del Vietnam ne risulta banalizzata, dall'altro si crea un mito del mio popolo che vorrebbe fare di ciascun vietnamita un eroe. Secondo me, però, il vero eroismo sta altrove, nei compiti quotidiani: tirare su la famiglia, costruire una casa decente, provvedere in modo degno ai culti domestici e alle festività rituali. Quanto alla conoscenza della nostra letteratura all'estero, ci sono autori - penso per esempio a Bao Ninh - che pongono minori difficoltà di traduzione, non solo per il loro stile, ma anche perché sono meno legati al contesto tradizionale. Nei miei libri invece è molto forte il richiamo alla cultura vietnamita, alla storia letteraria, artistica, sociale, del paese. Anche quando descrivo ambienti e personaggi, ho sempre in mente situazioni specifiche della vita quotidiana in Vietnam. Se parlo di due persone che bevono una tazza di tè, è all'aroma del tè verde vietnamita che penso, al modo in cui viene servito e al significato che ha l'offrirlo agli ospiti. In uno dei suoi scritti, «Ricordi dalla campagna», il protagonista riflette sulle parole, sulla loro possibilità espressiva. «Penso alla semplicità delle parole, forme espressive troppo deboli per rendere conto del mondo». La sua prosa è molto essenziale e si avverte quasi una sofferenza della parola, inadeguata a dire la vita. È questo il motivo della concisione del suo stile? Il criterio estetico orientale è la semplicità , l'obiettivo è vivere con il meno possibile. Le linee pure, diritte, rappresentano l'ideale di bellezza. Del resto, quando leggo i classici, vietnamiti o stranieri, apprezzo proprio questo tipo di stile. La forma breve, che lo scrittore Do Trung Quan ha paragonato al «volo libero di un uccello» per le possibilità di sperimentazione che offre, non è dunque solo una scelta di stile, ma si rispecchia nella interiorità dello scrittore, in quella necessaria «semplificazione» che, se vogliamo, trova riscontro nel concetto, tipicamente vietnamita, di persona pigra e semplice. D'altra parte, uno scrittore deve saper scrivere su vari argomenti e in varie forme. Per usare il paragone, imperfetto ma efficace, proposto nel poema settecentesco Truyen Kieu di Nguyen Du, uno scrittore è come una ragazza: se è bella, e anche buona d'animo, avrà sicuramente più problemi nella via sentimentale. Per me scrivere non è un bel mestiere, perché devo osservare e riflettere sul dolore dell'uomo. Spero però che le traduzioni dei miei libri all'estero mantengano anche la capacità di provocare un sorriso. Se uno scrittore esprime solo la sofferenza, ha compiuto solo la metà del cammino. Per essere completo deve essere in grado di far superare il dolore con un sorriso. Su cento scrittori forse solo uno ci riesce realmente. E un sorriso lo strappa anche il poeta nel racconto «Attraversando il fiume», colui che riesce a guardare il mondo con occhi differenti, vedendo pesci-fata nel fiume e trovando chiavi ironiche per leggere la realtà . In quel racconto, più che in altri suoi scritti, si trovano scarti tra un linguaggio alto e uno colloquiale, che fa uso di termini corrivi, a volte grevi. I personaggi sulla barca che attraversa il fiume sono molti, simboli di vari aspetti della sua società : il poeta, il ladro, il bambino, gli antiquari, il monaco: in quale di essi si rispecchia di più? Lo scrittore assomiglia più di tutti a un religioso, o meglio, a un eremita. Oppure usa la letteratura come strumento per comprendere e approfondire la sua vita religiosa. In ogni caso non bisogna dimenticare che lo scrittore è una persona normale, a volte pigra, che pensa a divertirsi. Ritengo che lo scarto, nel caso di un bravo scrittore, sia nella volontà di riflettere sulle azioni umane e superarne gli aspetti negativi. Continuando nella metafora, il monaco del racconto però è l'unico che rifiuta di sbarcare: chiede di tornare indietro. Traversa il fiume, ma all'ultimo decide di non scendere all'approdo, rimandando l'attraversamento a un'altra volta, o forse a mai. Per una persona illuminata andare, tornare, essere buono, cattivo, non ha senso. All'ingresso di ogni pagoda in Vietnam si trovano sempre due generali: uno cattivo e uno buono, uno vecchio e uno giovane, uno chiaro e uno scuro, uno bello e uno brutto, uno Am e uno Duong (Yin e Yang). La figura di Buddha però è sempre al di sopra di queste due statue, perché supera tutte queste futilità , per trovare un'armonia. Un equilibrio come cielo e terra, giorno e notte, uomo donna. Il fine di ogni essere umano è la ricerca di questo equilibrio. Dalle sue parole e dai suoi testi emerge una profonda attenzione verso la filosofia e la religione vietnamita. Nei suoi scritti, però, si trovano spesso anche riferimenti alla tradizione occidentale, Nietszche e Goethe, per esempio. Nell'ottica che ha descritto è possibile armonizzare anche questi due mondi culturali? Ognuno ha il compito di studiare, di sondare l'esperienza dei predecessori, di cercare maestri, senza tuttavia rimanere prigionieri di questo debito. Mi permetto un'analogia religiosa. Nel buddismo praticato in Vietnam esistono due tradizioni: quella Mahayana, proveniente dal Nord, detta «Ruota Maggiore» e quella Hinayana, che viene dall'India. Nell'interpretazione delle scuole vietnamite, la Mahayana sostiene che con il tempo e una corretta pratica di vita, chiunque può lentamente migliorare e giungere all'illuminazione. In Cina lo definiscono «apprendimento lento». I bonzi che insegnano questa tradizione distribuiscono la propria conoscenza a tutti. La Hinayana, o «Ruota Minore», invece, concepisce l'illuminazione come immediata: secondo questa scuola l'uomo non può essere educato. Se un maestro vede in qualcun altro la natura del Buddha, allora lo aiuta nel percorso, altrimenti no. Non bisogna cercare di far proseliti, tutto giunge senza sforzo: se il discepolo arriva al maestro, significa che è già arrivato. Tendenzialmente sono uno scrittore della «Ruota Minore». Se incontro uno scrittore, o un appassionato di lettura, so di potergli regalare libri, perché è una persona a cui interessano e ha già una base. Ma se dimostra poco interesse, è inutile regalarglieli. In uno dei suoi scritti, infatti, sostiene: «Se incontri uno spadaccino, sfodera la tua spada. Ma se non sei un poeta, non cantare la tua poesia». Esattamente. La spontaneità è l'obiettivo più alto che si possa raggiungere. Per questo motivo i miei racconti sono spesso ambientati in campagna e il tema centrale è la natura. Dobbiamo vivere con la natura, nella natura, perché siamo parte di essa. Come è evidente nel suo «Sale della foresta», la concezione della natura in Vietnam è diversa dalla nostra: non è reificata, ma una forza vitale che fornisce continui spunti per comprendere meglio cosa significhi essere umani. Purtroppo la natura, e il rapporto vitale con essa si sta sgretolando. Non è solo un problema vietnamita, ma una questione mondiale. L'effetto dell'industrializzazione sull'ambiente è terribile. Molte compagnie straniere che investono in Vietnam, provengono dalla Corea, da Taiwan, dalla Thailandia e non hanno una tecnologia d'avanguardia, non si preoccupano di utilizzare sistemi poco inquinanti, puntano solo sullo sfruttamento della mano d'opera. L'inquinamento degli scarichi industriali è ancora più distruttivo, tanto che anche da noi cominciano a nascere centri abitati definiti «villaggi dei tumori». E i contadini spingono i loro figli ad andare in città , per trovare una via d'uscita, con le tensioni sociali che ne derivano. I giovani scrittori vietnamiti, nati dopo la guerra, parlano ora di questi problemi, e molti critici hanno sottolineato che le voci più importanti sono al femminile, come quella di Do Hoang Dieu, tanto che si parla di una «supremazia dello Yin sullo Yang». Cosa pensa della denuncia di queste scrittrici? Prima degli anni Ottanta, il Vietnam era povero e manteneva una forma di ipocrisia mentale nello spirito come nelle abitudini quotidiane. Dopo il Doi Moi queste tensioni sono esplose e come accade sempre in casi simili, le donne hanno avuto una risposta emotiva più rapida di quella degli uomini, che sono più testardi e cercano di resistere. L'apertura verso l'esterno ha determinato una volontà di uscire dai propri confini. Molte ragazze cercano di andare all'estero per aprirsi nuove prospettive, ma una famiglia in campagna guadagna quattrocento dollari l'anno: con quali mezzi può offrire speranze alle proprie figlie? L'oppressione sessuale delle generazioni precedenti, aggravata dalla guerra e dalla vita dura, si riversa sulla generazione degli anni Ottanta con una forza dirompente. Le studentesse devono andare a letto con i loro insegnanti per ottenere buoni voti; un industriale di successo deve per forza avere un'amante giovane, a volte più d'una. Descrivo questa situazione in un romanzo: uno dei miei personaggi pensa che tutti i problemi della società , della vita, sono irrisori al confronto dei capricci della sua amante. Spero che le donne vietnamite riescano a cambiare questo tipo di mentalità .
Fonte: il Manifesto del 1 feb. 2008 p.12
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