In mostra
«Basilico Bari», sguardo sulle case
Michele Fumagallo
Bari
Gabriele Basilico si è conquistato un posto di primo piano nella fotografia che, per semplificazione estrema, si può definire architettonico-metafisica, ovvero una visione delle città in cui è sempre l'essenziale a emergere in tutta la sua forza. Una scarnificazione che riporta gli edifici a essere protagonisti assoluti della storia, dentro un silenzio che più eloquente non si può. Con alle spalle architetti come Aldo Rossi o scrittori come Italo Calvino e Gianni Celati (ne parla nel recente suo volume Architetture, città, visioni, nato dopo il viaggio in Israele con il regista Amos Gitai), dopo il ciclo di fotografie dedicato a Beirut presentato all'ultima Biennale di Venezia e successivamente anche all'esperienza cinematografica in Come l'ombra di Marina Spada dove è stato direttore della fotografia (oltretutto, il reporter ha deciso di non abbandonare il cinema e ha confessato di sognare un docufilm su Milano), Gabriele Basilico ci regala adesso una perlustrazione su Bari, città del nostro sud che, nei suoi aspetti più intimi, risulta essere ancora piuttosto sconosciuta.
La mostra (curata da Clara Gelao), che la Pinacoteca Provinciale del capoluogo pugliese ospita nella sua sede, e che non ha titolo se non quello, essenziale come le sue foto, di Basilico Bari (visitabile fino al 2 marzo), ci racconta l'anima più profonda della città in cento scatti, rigorosamente in bianco e nero. Dagli agglomerati a una piazza, dalla Bari Vecchia all'asse ferroviario che taglia in due la città, dalle periferie a una chiesa, dagli isolati a un palazzo storico, al lungomare, alle case più apparentemente anonime, il fotografo racconta l'essenza della città, e viene in mente l'espressione accorata di Nanni Moretti in Caro Diario, episodio del viaggio in Vespa dentro le case e i quartieri di Roma: «Come sarebbe bello un film fatto solo di case!».
Questa rassegna, in realtà, è proprio un film fatto solo di case, le persone, gli abitanti che attraversano ogni giorno le strade cittadine, non esistono. Apparentemente, perché Basilico ha il tocco acuto di un artista moderno, che conosce l'alienazione inevitabile della metropoli ma sa guardare anche alla città come grembo materno, luogo che non può non contenere che la vita e la storia degli uomini. Racconta l'artista nel bel catalogo (edito da Motta): «Mi hanno sempre affascinato le piazze metafisiche di De Chirico, ma anche le periferie di Sironi: lì il vuoto non l'ho mai visto come uno spazio abbandonato, cioè privato della presenza degli uomini, ma al contrario uno spazio che, approfittando di questa condizione, era in grado di esprimere in modo più poetico la propria identità».
E non si pensi che il viaggio dentro Bari non abbia una sua linearità soltanto perché Basilico mantiene una straordinaria linea democratica nelle sue foto: ognuna ha la sua dignità, non c'è giudizio o differenza dal palazzo storico all'edificio più spregiudicato, come lui lo definisce, o anonimo, come amano definirlo in molti.
La personale, così come già fatto del resto dall'artista in altri percorsi di città, si proietta dentro il futuro, in cui tutto il passato, italiano non solo barese, è in gran parte (perché Basilico non dimentica la storia e la tradizione), lasciato alle spalle.