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Perché il cinema è fatto per non vedenti Al Potenza Film Festival workshop, fino a domenica prossima, con il cineasta moldavo Artur Aristakisjan. Incontro con il regista cult, autore di «Ladoni» (La palma nelle mani) e «Un posto sulla terra» «Sul piano cerebrale, alcune cellule dormono. Per me è su quelle che bisogna agire col cinema, bisogna farle svegliare» Michele Fumagallo Potenza
Incontrare Artur Aristakisjan, regista moldavo cui il Potenza Film Festival ha dedicato un workshop di nove giorni (termina domenica prossima), è antigiornalismo puro. Sempre sul punto di contraddirsi e di prendere in giro se stesso e l'interlocutore, ma con una grazia e un sorriso dissacrante, Aristakisjan è arguto e in fondo divertente a dispetto dell'affermazione perentoria («Odio l'umorismo»). Con all'attivo soltanto due film (Ladoni-La palma nelle mani del 1994 e Un posto sulla terra del 2001) che hanno scosso i festival e gli spettatori che sono riusciti a vederli (da noi a Fuoriorario su Rai Tre), Aristakisjan, capelli lunghissimi in stile «hippie» (o «setta», come dice sorridendo), si concede all'intervista prima dell'incontro col pubblico in un dibattito con Enrico Ghezzi, suo grande estimatore. Intanto, possiamo sapere la tua età visto che è difficile reperire in internet una data appena vicina alla realtà? Ho 40 anni e vivo a Mosca. Anch'io mi sono divertito molto a leggere le mie biografie che oscillano da 32 a oltre 50 anni. Come vedi, non si può credere a nessuno. La menzogna accompagna la nostra vita, non solo per l'età ma anche, ad esempio, per le città. Tutti dicono le cifre più disparate sugli abitanti delle città, ma non corrispondono mai al vero. I tuoi film, con i mendicanti e i derelitti alla deriva di Ladoni e il viaggio dentro la comunità-setta in piena Mosca di Un posto nel mondo, descrivevano, nel confine tra documentario e fiction, la discesa agli inferi degli umiliati e offesi nella tragedia del post-sovietismo, l'esplosione di un bubbone nascosto sotto le pieghe del regime. Adesso la realtà è mutata. Sono passati anni ormai. Che rapporto hai con quelle due opere, e che tipo di intervento metteresti in atto oggi? No, lo spettatore può vedere quello che vuole, ma io non ho pensato a questo quando ho girato i due film. Non mi importava quello che accadeva intorno a noi. Ho girato quei due film perché in quel momento volevo farli. Ero interessato a quelle vite. Lo spettatore e l'artista sono assolutamente diversi. Vivono sensazioni diverse. Io ho girato quei due film e non ho più nessun rapporto con loro, li ho lasciati lì e dimenticati, non mi interessano più. E non vorrei mai più ritornare a rifare storie simili. Lo spettatore può invece amarli e rivederli quando crede. Sono due piani assolutamente distinti, camminano in parallelo e non si incontrano. Hai detto più volte che il cinema dovrebbe essere fatto esclusivamente per i ciechi. Puoi esplicitare meglio il tuo concetto? Sì, bisogna però sapere cosa intendo io per persona cieca. Sul piano cerebrale, alcune cellule dormono. Per me è su quelle che bisogna agire col cinema, bisogna farle svegliare. Gesù Cristo diceva che la tragedia degli uomini è quella di esprimere ciò che vedono davanti agli occhi, invece è proprio ciò che non si vede a fare la differenza. Ma per te, sul piano strettamente cinematografico, cosa ha significato la metafora dei ciechi? È un nuovo modo di vedere le cose. Un modo antitelevisivo. La televisione ti dà l'impressione di vedere, invece ti acceca. In tv si guarda un punto e tutti guardano, frustrati, lo stesso punto. Non c'è nessuna sensazione, per esempio quella che ti dava la visione di un film degli anni 50. Ne ho visti moltissimi di quel periodo, soprattutto delle cinematografie italiana, francese, indiana, latinoamericana. È lì che ho capito che dovevo fottermene di quello che dicono gli altri. Dovevo puntare decisamente alla 'camera oscura delle sensazioni'. È un po' come guardare la foto di una vecchia casa, in realtà non guardi solo la casa ma il carattere di quella casa, come il carattere di una persona. Si è parlato delle ascendenze tarkoskiane e pasoliniane nei tuoi film. In pratica che ruolo hanno avuto questi due autori nella tua formazione? Ruoli assolutamente opposti. Tanto Pasolini è stato e rimane un punto di riferimento assoluto per me (tutta l'opera ma soprattutto Accattone e Salò, col Vangelo ho un rapporto contraddittorio perché penso che è un testo e un modello talmente forte per cui non conviene rapportarsi, non ti dà tanta libertà sul piano artistico), quanto Tarkovski è stato assolutamente ininfluente, non mi piace. Se uno definisse il tuo cinema, oltre che assolutamente indipendente, anche militante, la considereresti un'offesa? Oddio, sì! Passi per l'indipendenza, anche se non so bene cosa sia. Ma la militanza in questo caso cos'è? Davvero esistono dei cretini che fanno 'cinema militante'? Come mai non hai più fatto film? Quali sono i tuoi progetti? Il mio sogno è davvero un film senza pellicola. Un po' come scomparire, evaporare. Tuttavia ho molto materiale girato. Ci sono molti progetti, molti che si fanno avanti e chiedono quando mi decido a consegnare altri film. Loro sono in attesa ma sono in attesa anch'io. fonte: il Manifesto del 21 feb, 2008 p. 16
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