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Baruch Spinoza . Individuo e moltitudine |
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Scritto da Fabio Raimondi
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martedì, 15 aprile 2008 17:24 |
Un pensiero della libertà nelle pratiche della relazione Una mappa per orientarsi nella «grande trasformazione» che ha sovvertito la realtà sociale. E che offre alcune coordinate per orientarsi in essa, mantenendo aperte le possibilità di emancipazione. Un volume collettivo su Baruch Spinoza Fabio Raimondi Sarà che da più parti e da lungo tempo ormai si dice che la classe operaia è scomparsa (mentre gli operai vengono visti solo quando muoiono sul lavoro, come i migranti), per cui bisogna cercare di nominarla con un nome nuovo che ne dica le caratteristiche molteplici e irriducibili al modello della fabbrica, cioè moltitudinarie, come si usa dire riprendendo il termine da Spinoza; sarà che c'è la necessità da parte di molti di concepire l'individuo non come punto di partenza della politica, ma semmai come punto d'arrivo di un insieme di pratiche non solo politiche e comunque di un insieme di relazioni che lo configurino come «transindividuale»; sarà che dalla scienza e dal suo mos geometricus non si torna indietro anche per parlare di dio o della religione; sarà che la modernità ha bisogno di sistemi di pensiero che si affermino senza cercare fondamenti eterni; saranno questi e probabilmente molti altri motivi, fatto sta che il pensiero di Spinoza non cessa di fornire spunti importanti per riflessioni che vogliano spingersi oltre le colonne d'Ercole delle opinioni consolidate, oltre i luoghi comuni della politica e della morale, oltre il buon senso di tanta filosofia contemporanea.
Umane capacità Ne è un esempio il volume collettivo Spinoza: individuo e moltitudine (Il Ponte Vecchio, pp. 406, euro 25, a cura di Riccardo Caporali, Vittorio Morfino e Stefano Visentin)che raccoglie gli atti di un convegno internazionale, tenutosi a Bologna nel 2005, che ha visto presenti alcuni tra i maggiori esperti della filosofia di questo ebreo olandese, eretico, molatore di lenti per necessità e capace di rifiutare una cattedra a Heidelberg in nome della libertà di pensiero. Memore del quaderno che gli dedicò il giovane Marx o della sua decisiva importanza per pensatori come Leo Strauss, Jacques Lacan, Louis Althusser o Gilles Deleuze, la maggior parte degli interventi ruota attorno a una lettura che vede in Spinoza il filosofo dell'emancipazione umana - più che un teorico dell'equilibrio -, ora apertamente rivoluzionario ora riformista, ma comunque sempre proteso a mostrare le infinite possibilità di autoliberazione insite nelle capacità dell'umano: liberazione dalla paura, dalla tirannia, dalla teologia, dalle passioni tristi, dall'ignoranza. Una filosofia, insomma, che vede nell'autodeterminazione collettiva (e mai individualistica in senso liberale) così come nella trasformazione politica e sociale la via per essere felici. Se la nozione di individuo cercava di bloccare l'umano in un'identità definita e immodificabile, la nozione di moltitudine ha sicuramente lo scopo di rompere quest'antropologia identitaria per proporne un'altra, basata invece sul concetto di relazione e, dunque, su quella di affetto. La teoria degli affetti, che è il cuore dell'Ethica spinoziana, mostra infatti l'assai varia componibilità e scomponibilità della supposta identità umana, col risultato, verrebbe da dire, che più che di una sola moltitudine bisognerebbe parlare di diverse moltitudini, tante sono le possibilità di aggregarsi e disaggregarsi degli esseri tra loro.
Potenza dell'ottimismo Una mobilità che spiega il variare dei gruppi sociali e delle classi, l'inquietudine insita in ogni apparente stabilità, la fragilità costitutiva dell'essere. Potenza di dividersi, ma anche e ugualmente di unirsi. Per questo la filosofia di Spinoza è «ottimistica»: non tanto perché prefiguri orizzonti di gloria per una qualche moltitudine, ma perché anche di fronte alla disperazione, alla miriade di vicoli ciechi che imbocchiamo continuamente o alle possibilità più dolorose insiste nell'infinita potenza della sostanza divina o, che è lo stesso, della natura, vede sempre - e lo teorizza - un varco, un'apertura, un vuoto, una via d'uscita, magari difficile, tortuosa e incerta, ma comunque possibile: praticabile perché costruibile. Una libertà, quella pensata e praticata da Spinoza, che non è disgiungibile dalla conoscenza. È questo uno degli aspetti più rilevanti del suo pensiero che da sempre attrae l'attenzione degli studiosi. Non a caso, anche se a torto, lo si è etichettato come un precursore dell'illuminismo. In realtà, la riflessione spinoziana sta, al contempo, prima e dopo l'illuminismo con la sua pretesa di conoscenza non solo dell'universale, ma soprattutto del singolare, e con la sua idea dell'inseparabilità tra ragione e affetto. Vi si può vedere il retaggio di un mondo magico, pur all'interno di una razionalità nascente, oppure interrogarla dal punto di vista delle scienze più moderne e evolute per comprendere la reale possibilità di una conoscenza totale di ogni «qualsivoglia vilissima minuzzaria», per usare un'espressione di Giordano Bruno. Di certo, libero è chi conosce, perché la ragione, come gli affetti, non sono facoltà individuali, ma relazioni e, dunque, prodotti sociali. Conoscenza è libertà e libertà è conoscenza, perché solo così la natura intera esplica tutta la sua infinita capacità di crescere, cioè di trasformarsi. L'umano è libero solo se e quando cambia se stesso e, al contempo, l'ambiente che lo circonda. L'umano vive di trasformazioni e solo in esse. Lo «sforzo di conservare se stessi» impone la mutazione continua e proibisce che ci si possa cullare nell'illusione dell'intangibilità dell'essere, perché in un mondo contingente e non garantito, in cui anche dio è divenire, solo la capacità di staccarsi, scartare e deviare dalle condizioni di vita presenti e dalla loro tendenza alla fossilizzazione, può rappresentare la chance di un futuro. Contro tutti i fondamentalismi, intesi come le dottrine di coloro che credono esista un fondamento eterno - l'essere o dio - Spinoza parlava della potenza produttiva dell'umano e della sua necessità di costruire il mondo trasformandolo incessantemente, perché nulla è sacro se non la potenza di dio in cui anche noi abitiamo, seppur con in nostri limiti. In questo libro si possono trovare sia molte prove a sostegno di questa filosofia disincantata e felice sia molte domande, che ne sono ugualmente prova e sostegno. Fonte: Il Manifesto 11 aprile p. 13
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