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«Gaviotas blindadas»: Raymundo è tornato
Il giovane gruppo del cinema politico argentino «Mascarò Cine Americano» porta in Italia il suo ultimo film su mezzo secolo di storia del paese. Per non dimenticare
Maria Grosso
Me matan si no trabajo y si trabajo me matan. A un cinema che non ha paura di affrontare il grado zero della metafora, né di sentire la responsabilità/possibilità di farsi acuminato strumento di denuncia, al «Cine de la base» di Raymundo Gleyzer, autore del film sopra citato, militante del Prt (Partito rivoluzionario dei lavoratori) e desaparecido dal '76, si ispira il tracciato di Mascarò Cine Americano, gruppo fondato da 5 registi argentini, Aldo Getino, Laura Lagar, Monica Simoncini, Omar Neri e Susana Vasquez, e laboratorio del movimento Cine Insurgente.
Con un nome preso in prestito dallo scrittore Haroldo Conti, un altro degli scomparsi del regime, e una formazione giornalistica di assoluto rigore etico - la matrice del loro incontro è la Universidad Popular Madres de Plaza de Mayo - il progetto collettivo di Mascarò attraversa lo studio dei mezzi audiovisivi, approdando quindi al documentario che interpreta come imprescindibile via di controinformazione. Una esperienza che è miscuglio di passione e fattività lucidamente strutturata, di povertà di mezzi e di creatività nell'organizzarli (come l'idea di affidare le interviste in luoghi lontani a compagni del posto), tra autofinanziamenti e contributi solidali, canali insoliti di circolazione e sorprendenti ramificazioni internazionali. Narrare storie che siano capaci di generare una «speranza nell'azione», questo l'obiettivo del gruppo, generare nutrimento ai movimenti dell'oggi, nonché disvelare la trama unitaria e compenetrata dei vissuti dei paesi dell'America Latina, lasciando che affiori il disegno della memoria de la actualidad.
È ciò che accade con Gaviotas blindadas, il loro ultimo lavoro diviso in tre parti (tra archivi e testimonianze 180 ore di materiali originari), ad abbracciare il percorso congiunto del Ptr - Erp (Esercito Rivoluzionario Popolare), in un arco temporale dal 61 all'80, ma di fatto trasversale a 40 anni di storia argentina. Approdato in questi giorni in Italia, il documentario continuerà la sua opera di contagio in diversi paesi europei. Spinta portante del progetto la sua spietata volontà di tramandare una memoria, di salvare l'esperienza di un gruppo politico quasi interamente cancellato dall'azione del regime, il suo coraggio di voltarsi indietro ad ascoltare le testimonianze, per lo più mai narrate, dei sopravvissuti del partito, per evitare che «la storia diventi proprietà privata di coloro che sono padroni di tutte le cose».
«Volevamo impedire che le persone scomparse morissero una seconda volta», ha raccontato Susana Vasquez giunta a Salerno in rappresentanza di Mascarò. «Quando si parla di quanto è accaduto in quegli anni si tende a porre al centro l'aspetto della tortura, le sparizioni e il modo in cui avvenivano, ma non si indaga il perché di tutto questo. Così, con Gaviotas blindadas abbiamo cercato di capire perché 30mila persone siano scomparse in quegli anni in Argentina, tenendo conto del fatto che non si trattava di persone qualsiasi, ma di militanti, dei migliori quadri della nostra società». Fondo radiante del documentario è dunque il bisogno soggettivo dei componenti del gruppo di riallacciarsi a un tratto cruciale e solo parzialmente vissuto della propria storia (Vasquez è appena diciottenne nel 76 quando si instaura la dittatura), e di attualizzare il potere della memoria, la sua capacità di scolpire lo spirito critico del presente. Il racconto si riannoda allora alle origini del progetto umano e politico del partito, fondato nel 1965, alla sua matrice marxista leninista, alla sua radice indoamericanista, al suo costante riferirsi al pensiero e all'esperienza del Che (a lui si deve l'idea della continentalità della lotta e la Junta de Cordinaciòn Revolucionaria, come strategia unitaria volta a contrastare l'orrore megalomane e scientifico del Piano Condor). Ne seguiamo poi l'evolversi attraverso gli anni, la strutturazione nelle diverse fasi della storia del paese, la riflessione sull'imprescindibilità della lotta armata, il suo senso, i suoi modi, i rapporti con le masse e con i peronisti, l'aumentare delle proporzioni e della forza (il 75 è l'anno delle più grandi mobilitazioni di massa della storia dell'Argentina). A tutto ciò, racconta la voce registrata di Roberto Santucho, leader storico del Prt, la borghesia non sa trovare una risposta. Fino alla prefigurazione del golpe, mentre la propaganda grottesca del governo cerca già di giustificare l'orrore che verrà.
Poi gli anni ammorbanti della dittatura, un intreccio sanguinante di vissuti tra esilio e carcere, tra la disconnessione dalla vita del partito e la sua esistenza riorganizzata in cella (Gaviotas blindadas è la rivista pubblicata dal carcere della Patagonia, ma anche la soggettiva dei gabbiani filtrati dalle sbarre), quando l'unica consegna diventa preservarsi la vita (e una militante si scopre loca per rimuovere la visione dei compagni torturati). E gli squarci «altrove» che ci portano in Italia dove in quegli anni alcuni esuli argentini aprono scuole di politica e incontrano il Cafra e gruppi partigiani, Pertini riceve i genitori di Santucho mentre il Papa Videla in udienza privata e le pagine di alcuni giornali italiani bucano il muro del silenzio internazionale. Ciò che conta è far sapere quanto sta avvenendo in Argentina, e in questo il cinema si rivela fondamentale (il film Las A.A.A. son las armas viene inviato in Europa prima dei mondiali del 78 come regalo pasquale nascosto dentro scatole di cioccolatini).
Tirare un filo della trama mette in moto tutti gli altri: l'Algeria e le tecniche di tortura che il regime copia dai francesi e l'esperienza euforizzante del Nicaragua che a molti intervistati appare la conferma della validità della metodologia del partito, e infinite altre diramazioni. Fino al progressivo vacillare del regime, la marcia delle Madri, l'imporsi del dolore dei familiari, l'intervento della commissione per i diritti umani. Tutto questo con vibrante camera a mano, ricezione lucida e partecipe ad accogliere non solo il tracciato politico del partito, ma soprattutto l'aura soggettiva del vissuto degli intervistati e il riverbero di quel passato sul loro quotidiano attuale. «Il nostro incontrarci è avvenuto a piccoli passi - ha detto ancora Susana - Innanzitutto li abbiamo rassicurati sul fatto che il nostro obiettivo non era di fare un necrologio, o di raccontare la distruzione della loro storia, bensì di rivendicare il valore delle loro idee. Allora le persone si sono talmente rese disponibili a condividere con noi la loro esperienza che il documentario è diventato di tre parti, anziché due, come era previsto». Parlando delle strategie di sopravvivenza in carcere, dei libri imparati a memoria o trascritti sulle cartine delle sigarette e insieme del modo di fare cinema di Mascarò, o di Ruiz che dice tutto ciò che ti manca è a tuo vantaggio, Vasquez ha raccontato di uno degli intervistati che aveva partecipato all'evasione dal carcere di Trelew. I suoi resoconti erano talmente divertenti che la troupe aveva per un attimo dimenticato le torture che i prigionieri subivano lì dentro. L'uomo aveva risposto che il senso dell'umorismo era una delle forme della resistenza. E aveva chiesto loro di non rappresentare lui e i suoi compagni come dei torturati, per far sapere invece come in carcere non avessero mai perso il senso dell'interezza della persona, e come utilizzassero raffinate strategie di sopravvivenza: il silenzio, il cameratismo, il memorizzare libri e il ridere. Come dire, non associare mai il mio nome alla tristezza. Da Julius Fucik, prima di salire alla forca, citazione che apre la seconda parte di Gaviotas.
taglio medio documentaristi Un filo rosso dagli anni '60 a oggi Silvana Silvestri
Il nuovo cinema argentino è stata la sorpresa cinematografica degli ultimi anni (e ha ben due film in concorso al festival di Cannes, dei fuoriclasse Trapero e Martel), ma accanto al cinema di finzione un vero e proprio esercito di documentaristi ha lavorato a riprendere le immagini della società che cambiava in maniera tanto esplosiva e non si sono limitati a fare i cineasti, ma hanno portato il loro sostegno nelle zone povere, con scuole per i bambini, mense comunitarie, supporto legale.
Uno di questi gruppi si chiama Ladrones de Gallinas, ha realizzato Los Perros (2004) firmato da Adrian Jaime, un film che racconta le vicende del Prt, il Partido rivolucionario de los trabajadores (partito rivoluzionario dei lavoratori). Il titolo si riferisce all'appellativo dispregiativo con cui erano chiamati dagli oppositori i suoi militanti, los Perros, (i cani), si racconta la vicenda dei fratelli Santucho e dei sindacalisti. Come gli altri gruppi (tra cui quello che lavora costantemente con le Madres in un lavoro di continua controinformazione) si collega direttamente al movimento di controinformazione degli anni '60, nato sotto l'influenza della scuola di Santa Fè fondata da Fernando Birri i cui studenti continuarono a filmare con l'8 mm anche durante la dittatura, al lavoro politico di Fernando Solanas. Ladrones de Gallinas in particolare è nato a Cordoba, una città che negli anni '60 vide le grandi manifestazioni dei movimenti più importanti del latinoamerica, il famoso «Cordobazo» che per la prima volta nel '69 sconfisse un regime dittatoriale in Argentina. L'enorme numero dei cineasti che lavoravano nel sociale si unì ai gruppi armati contro la dittatura militare e da qui uscirono cineasti come Solanas con Las hora de los hornos, Jorge Denti, Raymundo Gleyzer con il suo «Cine de base» («solo il socialismo, diceva, può cambiare la disperata situazione nel latinoamerica»), materiali visti dappertutto nel mondo. Gleyzer fu l'unico cineasta desaparecido, sequestrato e fatto sparire dai militari nel '76 e scomparvero anche i suoi film che si sono potuti rivedere sono negli anni '90. Per ricordarlo è stato realizzato nel 2002 un bellissimo documentario, Raymundo. Il cinema militante degli anni '60 era inserito nel progetto politico della rivoluzione, si voleva costruire un apparato di cinema per la lotta rivoluzionaria, questo obiettivo aveva Gleyzer che con il Cine di base realizzò la cellula di cinema militante del Prt. Nei tempi più recenti e ispirandosi alla lotta sociale contro il neoliberalismo, i nuovi documentaristi fanno controinformazione rispetto alla immagine edulcorata che dell'Argentina ha sempre dato la televisione: le marce di lotta, le manifestazioni, le indagini sulle fabbriche occupate e su quello che via via sono diventate, le indagini sulla difficile sopravvivenza sono tutti film che hanno circolato nelle centinaia di sindacati, nei centri sociali, nelle scuole secondarie, nelle commissioni anche prima dei cambiamenti che ha subito il paese negli ultimi anni, un possente tessuto militante.
Fonte: ilManifesto del30aprile2008 p. 14
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