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Boris Pahor intervistato da Renato Minore |
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Scritto da Renato Minore
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lunedě, 12 maggio 2008 17:57 |
| | | | | | | | | | | | | | | | | RENATO MINORE
Torino A novantacinque anni Boris Pahor arriva al suo primo Salone del Libro. Ha impiegato più di quarant'anni per farsi conoscere in Italia dopo che era stato tradotto nel mondo e insignito della Legione d'onore in Francia, questo scrittore di cittadinanza italiana, di nazionalità slovena, di appartenenza triestina e di nascita austroungarica, grazie a Necropoli ripubblicato da Fazi dopo aver circolato per tanto tempo presso un piccolo editore istriano e rifiutato da editori come Einaudi, Feltrinelli, Adelphi. Necropoli è uno dei tredici libri scritti in sloveno da Pahor, italiano di una minoranza linguistica e culturale oppressa dal fascismo, antinazista internato in un lager, successivamente impegnato contro il totalitarismo comunista. Libro tremendo e memorabile, racconta il lager attraverso lo spiazzamento continuo del ricordo, con la ineliminabile consapevolezza dei limiti dell'intelligenza e della comprensione umana, come scrive Claudio Magris. Con uno sguardo affilato e millimetrico sull'«abisso di abiezione in cui fu gettata la fiducia nella dignità umana e nella libertà personale», confessa ora Pahor. E anche come «ricerca di una difficile identità transitata attraverso l'orrore del lager», nel nome di un popolo, di una lingua, di una nazione che da secoli non avevano il permesso di esistere. Una sofferenza che veniva da lontano, nell'umiliazione e nell'assimilazione coatta di tutto il ventennio per concludersi nell'immane tragedia del lager di Natzweiler-Struthof. Aveva sette anni Pahor, nel 1920, quando ha visto bruciare la Národni Dom di Trieste, il principale centro culturale sloveno. «Era un palazzo magnifico, costruito sotto l'impero. Arrivarono con fez e manganello. I carabinieri non intervennero, i fascisti tagliarono la pompa ai vigili. I triestini salirono sulle colline per veder l'incendio». Una ferita mai rimarginata, ma anche un senso di colpa? «Mi sentivo in colpa ma senza sapere di quale, come in Kafka. Dovevo rinunziare alla lingua in cui parlavo e sognavo. Ci hanno cambiato i cognomi, anche al cimitero: furono ribattezzati persino i morti. Il parroco inventava nomi nuovi per i battesimi, non potendo usare nomi sloveni. Una "pulizia etnica" iniziata nel terrore, con saccheggi, incendi, la distruzione dei simboli della cultura? «Siamo stati trattati come un popolo da colonizzare. Ci hanno annientati negandoci la lingua, la cultura, l'identità. Se parlavi in sloveno in una piazza triestina rischiavi che qualcuno ti desse uno schiaffo. Si riteneva che questo popolo di contadini e lavoratori fosse senza cultura. La nostra lingua era considerata praticamente una non lingua da eliminare per elevare la gente alla cultura». Lei come ha reagito, come ha fatto la sua "resistenza"? «La letteratura mi ha salvato. Dopo quattro anni di scuola in sloveno dovevo diventare improvvisamente italiano: è stato un disastro completo. Fui mandato a Capodistria, una città istriana ma abitata da contadine e lattaie croate e slovene. Ho preso coscienza, mi sono ricostruito. Ho sviluppato un'identità mimetica, il modo di sopravvivere dei popoli più piccoli». Nel lager si è trovato schedato come italiano pur rifiutando di appartenere a una nazione che,dalla fine della prima guerra, aveva assimilato il suo popolo. «Oltre ai cinque milioni di ebrei, nei campi c'era gente di altre dodici nazioni, oppositori al regime nazifascista. Gli ebrei venivano gasati, gli altri morivano di freddo, malattia o impiccagione, alla fine tutti diventavano cenere per concimare i campi. In tutti i campi c'erano forni crematori. Quello di Natzweiler in confronto a Dachau era piccolo. Ardeva giorno e notte. Al buio si vedeva il fuoco che bruciava nelle ciminiere, come in una raffineria». Nel lager si è trovato a faccia a faccia con l'orrore e l'abiezione più inconcepibile «Ho fatto una terribile esperienza in mezzo a uomini e corpi che venivano annientati come paglia marcia. Ho scritto di quella esperienza e ho avuto la sensazione che mi stavo liberando del male che avevo vissuto, incollato addosso come una cosa sporca. Era come se mi lavassi. L'orrore poteva inseguirmi per sempre. Molti sopravvissuti si sono suicidati incapaci di adeguarsi alla normalità». La sua reazione all'orrore è come quella di un personaggio di “Necropoli” che sogna lo sterminio dei carnefici? «All'orrore non si può rispondere con l'orrore. Odiavo il nazismo, non i tedeschi. Volevo che si punissero i colpevoli di quella terribile tragedia, non infierire su quel popolo. Se comprendo il suo errore posso perdonare il mio carnefice. Ho perdonato alcune SS che non si erano pentite che continuavano a fare il loro disumano lavoro fino in fondo. Ma il male non si perdona. Con il racconto, la testimonianza, la condanna si deve impedire che ritorni». Oggi cosa è cambiato a Trieste? «Non sono uno sloveno d'adozione come Joyce, faccio parte della comunità che vive qua da secoli. Era così ai tempi del fascismo ed è così anche oggi per coloro che pensano che ormai dovrei già essere italiano, che dovrei scrivere in italiano perché sono in Italia. Una mentalità che spero venga superata del tutto. Adesso abbiamo una legge che dà facoltà a tutti quelli che parlano un'altra lingua di farla insegnare ai propri ragazzi se lo vogliono. Il clima è cambiato. Ai comuni che si sono dichiarati la lingua slovena è ufficiale insieme a quella italiana; a Trieste, Gorizia e Udine c'è un ufficio per le pratiche in sloveno. Chi lo desidera riceve una carta d'identità bilingue. Sul Carso ci sono scritte bilingue e il busto di un poeta sloveno accanto a Saba e a Joyce. Hanno capito che non si poteva pretendere che tutti quelli che fanno parte della repubblica italiana siano italiani». Con quale stato d’animo si appresta all’incontro torinese di sabato, un nuovo “riconoscimento” tra i molti di questi mesi,arrivati però con tanto ritardo? «La italianissima Trieste non poteva accettare uno come me, triestino, ma non italiano. Sono molto contento, attraverso il mio esempio di scrittore fuori corso emerge la questione della lingua di un altro popolo che vive in Italia. Non vivo di rancore, metà della mia cultura è italiana, essere antifascista però non significa essere antitaliano». Il Salone è accompagnato dal boicotaggio dei paesi arabi e dalle polemiche successive per aver scelto Israele come paese ospite. Come ne pensa? «La parola boicottaggio non dovrebbe esistere. Non deriva da un potere letterario o culturale. Serve il dialogo, la comprensione. Cultura vuol dire sbarazzarsi dei pregiudizi, dell’odio, è uno strumento per vincere i conflitti.Gli scrittori d’Israele, in maggioranza, si battono da quarant’anni per la pace, non ha senso che paghino per la politica del loro governo».
Fonte:
Il Messaggero p. 27, Giovedì 08 Maggio 2008 |
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