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O Dadò o Dadà (con prefazione) Stampa E-mail
Scritto da Staff Telestreet Bari   
giovedì, 20 aprile 2006 00:00

Frank FalancaTitolo: O Dadò O Dadà. Lessico Raccontato e Quasi Ragionato dei Termini Dialettali Baresi
Autore: Franz Falanga
Anno: 2006
Pagine: 308
Formato: 17x24
Prezzo: € 18,00


Prefazione di Franz Falanga

Devo innanzi tutto scusarmi con gli amici che professano la loro intelligenza e la loro professionalità nel campo della glottologia, della dialettologia e della filologia, per questa mia dilettantesca incursione in un campo che mi affascina parecchio, ma che purtroppo non mi appartiene professionalmente. Spero soltanto di contribuire, anche se molto marginalmente, allo studio di certi meccanismi linguistici della baresità e alla comprensione di alcuni atteggiamenti comportamentali dei baresi. Sono infatti convinto che l’anima di un popolo è anche indagabile attraverso il proprio lessico dialettale e attraverso il proprio uso delle parole che, comunque e fortunatamente, si caricano nel tempo di valori aggiunti che vanno poi a formare e ad arricchire l’inestimabile patrimonio di una popolazione "discretamente" omogenea. Omogeneità che nel tempo si va perdendo a scapito di una omologazione piatta e priva di eccellenze, omologazione già preconizzata da molti anni dal carissimo Pasolini. Si badi bene a tenere ben separati i concetti di "omogeneità" e di "omologazione" che evidentemente sono poco compatibili. Ho usato la parola "discretamente" mutuandola dalla matematica.
Sono inoltre altrettanto convinto che lo studio e la conoscenza dei rispettivi dialetti sia occasione di sottili e intriganti relazioni fra tutte le persone di madrelingua italiana.
In questi tempi oscuri e barbari, sono sempre più dell’avviso che i dialetti siano parte importante della comune madrelingua e che siano elemento fondante delle varie mentalità e delle varie culture. Va subito detto che, a parere di chi scrive, mentalità e cultura sono parole tra loro intercambiabili. Parlare della cultura di un gruppo è la stessa cosa che parlare della mentalità del gruppo medesimo.
Chi ha scritto queste note ha potuto notare sottili e imprevedibili relazioni che, ancorchè nascoste, esistono per esempio fra i dialetti veneti e il dialetto barese, segno questo del gran potere unificante che esercita sulle varie popolazioni il fatto di abitare tutti sulle rive del mare Adriatico, che in certi momenti della propria esistenza, ha assunto più connotazioni di grande lago che di mare vero e proprio.
Questo viaggio fra le parole, teso al recupero e alla rivalutazione dei termini dialettali, mi ha convinto sempre più di quanto i nostri dialetti siano un inestimabile tesoro di conoscenza. Ogni parola è talmente carica di plusvalori da essere essa stessa un inesplorato continente.
Noto nelle nuove generazioni, con molta malinconia, la lenta ma costante perdita del senso del proprio dialetto. Perdere contezza di questo sterminato patrimonio, talora anche con ottuso autocompiacimento (!), è errore gravissimo e prelude a tempi assai poco civili. Purtroppo la speditezza con la quale si corre verso la cancellazione assoluta dei dialetti aumenta la propria velocità con il passare degli anni. Molte, troppe, persone giovani, con espressione beota, si vantano di non conoscere il proprio dialetto. Questa caratteristica è notevolmente estesa anche alla popolazione che dovrebbe essere più acculturata, e cioè a quella universitaria, che, proprio per la sua vocazione allo studio, dovrebbe comprendere quali ricchezze vadano perse abbandonando il proprio modo di parlare dialettale. I danni di questo scadimento di conoscenza e di interesse nei riguardi dei vari dialetti sono incalcolabili. A fronte di questo particolare tipo di analfabetismo è poi riscontrabile un altrettanto grave fenomeno che dà al dialetto stesso delle connotazioni che "non" dovrebbe avere. Sto parlando qui di tutte quelle persone che esibiscono i propri dialetti come un ottuso firewall, come un ottuso muro di fuoco, nei confronti delle altre culture linguistiche.
E’ assolutamente fondamentale sottolineare il fatto che utilizzare i dialetti solo e soltanto come recinti/riserve dove bearsi di se stessi è operazione sciocca, pericolosissima, antistorica e contraria ad ogni tipo di rigore scientifico e storico. Una tale visione porta prima o poi a considerare gli altri da sé "diversi". E nel secolo ventesimo si è visto a che punto di barbarie ha portato un tale modo di concepire la storia propria e altrui. Personalmente preferisco utilizzare il termine "varietà" al posto della parola "diversità", così come preferisco il termine "mentalità" al termine "cultura". Mi piace concludere questa premessa affermando che la "varietà" dei dialetti esistenti sul territorio italiano, è un patrimonio straordinario da conservare e tutelare ad ogni costo, da parte di tutte le persone di madrelingua italiana. Chè poi, a pensarci bene, lo stesso metodo di analisi (nel quale sia presente il concetto dei vasi comunicanti) è esportabile, con i dovuti meccanismi di rigore scientifico e con i dovuti coefficienti, nello studio delle lingue che caratterizzano questo nostro stranissimo ma amatissimo ed, almeno per ora, unico pianeta abitato.

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