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fonte: http://www.teatroabeliano.com/ PROGETTO PLURIENNALE PER IL DIALETTO E LE TRADIZIONI BARESI Centro Polivalente di Cultura Gruppo Abeliano Ideazione Vito Signorile La necessità di recuperare e salvaguardare, per quel che è possibile, il nostro dialetto, messo all’indice per intere generazioni dal pregiudizio e dall’ignoranza, è sotto gli occhi di tutti. Il compito è arduo, ma certo vale la pena operare un tentativo non effimero, per conservare quel che resta e recuperare quello che è possibile della nostra “lingua madre” e delle nostre tradizioni, al riparo dalle facili mercificazioni, dagli imbarbarimenti, dalle volgarità grasse e gratuite che spesso ci vengono propinate e che accettiamo a causa della nostra sete di conoscenza che ci rende vulnerabili. A ricercare le nostre radici siamo probabilmente spinti anche dallo stato di totale omologazione e schiavitù in cui ormai versiamo indiscriminatamente ad ogni latitudine. Il bombardamento pubblicitario miete quotidianamente le sue vittime e afferma la "società dell’apparire", del guadagno facile e di un modo di vivere estraneo e omologato. Naturalmente non si tratta di rincorrere un nostalgico e impossibile ritorno al bel mondo antico, ma di offrire un contributo, certamente infinitesimale ed incompleto ma serio, nella ricerca della identità , attraverso il teatro, la poesia, i canti, le feste, i racconti, il costume popolare, ripercorsi e riletti con metodo, catalogati, stampati, filmati, per la conservazione e lo studio ma anche per stimolare nuova creatività in dialetto barese. Preceduto da una riflessione di studiosi nazionali a confronto, un lavoro pluriennale, costante, coincidente con l’anno scolastico, attraverso lezioni e letture per i giovani delle scuole medie e gli anziani, attraverso il riordino di quelli esistenti e la eventuale costruzione di una guida alla lettura e scrittura del dialetto barese, l’aggiornamento di un vocabolario, l’allestimento di antologie multimediali dedicate alla poesia, alla tradizione orale ecc. e quindi un grande evento spettacolare inserito ogni anno nell’ estate barese, per far conoscere e premiare le creatività dei cittadini. Un vera e propria festa popolare di tre giorni, in piazze del borgo antico, o delle periferie cittadine, in cui far rivivere una “Festa della Baresità” con attori, poeti, cantanti, musicisti drammaturghi, artigiani, ecc. * * * * * * * A) IL PROGETTO PER LA LINGUA Tavola rotonda per una riflessione sul dialetto a cui invitare studiosi nazionali, in collaborazione con l’università di Bari. Pubblicazione degli atti relativi. Indagine e Riordino delle pubblicazioni esistenti e conseguente pubblicazione di una guida sulle regole fondamentali di scrittura e pronuncia, del dialetto barese, più diffusamente accettate e adottate. (equipe docenti università di Bari, ricercatori e studiosi) Aggiornamento e allestimento di un vocabolario Italiano/Barese * Barese/Italiano (equipe docenti università di Bari, ricercatori e studiosi) Letture e lezioni sulla lingua barese da tenere nelle scuole medie inferiori e alle università della terza età. (equipe di attori e lettori) Antologia dei più importanti poeti dialettali baresi: (selezionati da comitato scientifico) pubblicazione di libro con presentazioni e commenti critici; CD con letture di Attori, abbinato al libro Antologia dei racconti della tradizione orale barese: (selezionati da comitato scientifico) pubblicazione di un libro con presentazioni e commenti critici; CD con letture di Attori, abbinato al libro La “Divina Commedia” di Gaetano Savelli: Riedizione del libro, ormai rarissimo, con eventuale aggiunta del testo originale a fronte (per distribuzione gratuita a biblioteche di scuole di ogni ordine e grado, biblioteche pubbliche, eventuale vendita a prezzi popolari); abbinati al libro, 3 CD (Inferno, Purgatorio, Paradiso, letti da attori). - Le pubblicazioni e i dischi, i cui diritti e eventuale commercializzazione, resterebbe di proprietà del Comune di Bari, potrebbero essere sponsorizzati al fine di aumentarne la tiratura e moltiplicarne la diffusione
Il Premio annuale di poesia, canzone, teatro. B) L’APPUNTAMENTO SPETTACOLARE “Marcòffie e la lune” (Marcòffie è il leggendario abitatore della luna, fatto oggetto di lazzi e sberleffi, da parte del popolo barese, quasi rappresentasse gli aspetti malefici e negativi, della città, da esorcizzare). Periodo ideale: Luglio/Agosto/Settembre Luoghi ideali: Piazza Mercantile – Piazza del Ferrarese – Corte del Catapano ... Allestimento di un premio nazionale di poesia in dialetto edita. Allestimento del premio annuale di Poesia, Canzone, Testo Teatrale o Racconto (inediti), in dialetto barese. Un evento spettacolare denominato “Marcòffie e la lune”, da tenersi in tre serate/festa/spettacolo, in cui si esibiscono i più rappresentativi interpreti della cultura popolare e dialettale. Per la poesia edita, a cui possono partecipare da tutte la regioni italiane, in palio un unico premio, al primo classificato, che consiste in una “caravella” d’argento o un “Marcòffie” d’argento + un piccolo contributo in danaro. Per il premio di poesia, canzone, racconto o testo teatrale, inediti, si prevede, per ciascuna sezione, un primo, un secondo e un terzo classificato per la categoria adulti e, ugualmente per la categoria ragazzi di scuole medie. La giuria è composta in parte da personalità della cultura e dello spettacolo e parte da popolani della città vecchia e delle periferie cittadine e presieduta dall’Assessore alla Cultura e dal Sindaco. La giuria della categoria scuole è composta in parte da personalità della cultura e dello spettacolo e parte da presidi e insegnanti e presieduta dall’Assessore alla Pubblica Istruzione e dal Sindaco. La giuria del premio nazionale è composta da personalità e notabili nazionali ed è presieduta dal Sindaco. Poesie e racconti, partecipanti al concorso, sono affidati all’interpretazione di attori ospiti nella prima serata/spettacolo, durante la quale avviene la premiazione ai vincitori da parte delle autorità presenti; Le canzoni concorrenti sono affidate all’interpretazione degli autori (o cantanti o musicisti da essi designati) e vengono presentate nella seconda serata in cui si esibiscono, in qualità di ospiti, anche cantanti e gruppi, baresi e non, di tradizione popolare. Nella terza serata viene presentato uno spettacolo teatrale scelto tra i classici della baresità ovvero tra i migliori spettacoli in vernacolo, ovvero appositamente allestito (es. il vincitore della sezione teatro dell’anno precedente).
* * * * * * * Alcune note sul dialetto di Vito Carofiglio Premessa ideologica : antropologia e dialetto letterario. Occorre ripensare l’uso letterario del dialetto barese. Ancora stento, e certamente marginale , nella produzione creativa, il dialetto barese ha tuttavia grandi esempi di applicazione e esercizio nel campo della letteratura, ignorati dai più, e spesso anche da coloro che si sono dati nazionalmente il compito di raccogliere e presentare poeti in dialetto. Eppure non mancano né esempi di scrittori in dialetto barese e dell’area barese né nomi di storici antologisti e critici che localmente ( come Pasquale Sorrenti indefessamente ) (1) hanno mostrato la ricchezza e la varietà nei secoli d’una siffatta produzione locale. Pensare a scrivere in dialetto è nella tradizione italiana più illustre, e discende, per non parlare d’altri prima, fin dal divino Dante; Ruzante, Goldoni, Porta, Belli, Basile, Di Giacomo, F.Russo, Meli, Buttitta, fino a Pasolini, e oltre, attestano tale tradizione. E’ proprio della tradizione italiana l’inveramento del dialetto in lingua, l’assunzione del dialetto letterario locale (anche in senso regionale ) a dignità nazionale, l’intreccio fra i due modi di espressione. 1) Di P. Sorrenti mi limito a ricordare qui solo il volume : “La Puglia e i suoi poeti dialettali” – Antologia vernacola pugliese dalle origini ad oggi, Bari, 1962, poi Bologna, A.Forni, 1981. Il dialetto letterario è un controcanto della lingua letteraria nazionale, e ne è spesso l’humus, base stessa dell’originalità letteraria apprezzata come nazionale. Il dialetto letterario è sia un valore in sé sia un valore relazionale: è un valore in sé , in quanto esso può funzionare autonomamente nella sua comunicatività ed espressività; è un valore relazionale, in quanto prende senso e coloritura in rapporto alla lingua-cultura nazionale, in confronto con questa. E’ segno e causa di “bassezza” culturale, di “regressione”, di “caduta”, di “decadenza”, di “localismo” o “provincialismo” o “regionalismo” (a seconda della postazione da cui si giudica il fenomeno ) usare il dialetto in forme letterarie , poetiche e teatrali ? E’ segno d’incultura semplicemente affermarlo. Se non è troppo incomodare, in questa circostanza, l’ombra di Francesco De Sanctis, vorrei ricordare ciò che egli avvertiva in alcune importanti conferenze, circa la potenzialità della cultura dialettale per il romanziere e per l’artista moderno: “L’artista cercherà e s’appropierà tutto quel tesoro d’immagini, di movenze di proverbi, di sentenze, tutta quella maniera accorciata, viva, spigliata, rapida, che è nei dialetti”, egli scriveva nella conferenza su Zola e “L’Assommoir” (1879) e poi in quella su Il Darwinismo nell’arte (1883): “Il dialetto è destinato a divenire il nuovo semenzaio delle lingue letterarie”, e lo raffigurava, romanticamente o idealisticamente, come “ritorno alle fresche sorgenti della vita naturale” (2). E’ chiaro che il nostro grande critico rimaneva al di qua o al di là della questione dell’uso propriamente letterario dello stesso dialetto (2) F. De Sanctis, Opere, vol.XIV, “L’arte , la scienza e la vita”, a cura di M.T. Lanza, Einaudi 1972, rispettivamente pp.448 e 467. Ma già la prospettiva di tipo ausiliare del dialetto rispetto alla lingua letteraria nazionale poneva in giusta luce la fecondità e la specificità del dialetto per lo scrittore in lingua nazionale. Diversamente stanno le cose in un discorso sull’uso del dialetto letterario, e non sono affatto più semplici; anzi, in queste note preliminari su “esperimenti di traduzioni teatrali”, in atto da diversi anni ormai, vorrei segnalare la particolare complessità di una “ragione” dialettale nella creazione letteraria, o in un opera di mediazione combinata con materiale letterario già dato ai livelli più alti di nazionalità e universalità. Ci si può chiedere quali motivi spingano uno scrittore a usare il dialetto o esclusivamente o alternativamente con la lingua nazionale o, perfino, con un’altra lingua nazionale (ove si dia il caso). Vi sono certamente motivi psicologici e, al limite (o addirittura all’inizio), psicoanalitici: mettiamo, la permanenza o la fissazione dell’ “imago” (o immagine) materna (se si tratta di dialetto “materno”). Vi sono anche motivi di ordine culturale più complesso: mettiamo, un recupero di “istanze di comunicazione e di espressività specifiche del luogo reale in cui si vive-parla, o del luogo ideale di una destinazione operata da lontano (si può scrivere una lettera alla moglie in dialetto barese mentre, mettiamo a Montrèal in Canada si passa a piedi da un quartiere francofono a uno anglofono). Certamente, però, se l’uso del dialetto letterario si manifesta in un'opera che traduce un testo teatrale di grande tradizione, non si coglierà in ciò il segno di emersione dal “profondo” di una istanza psicologica o involontaria: si tratterà, invece , di una scelta razionale , meditata e perfino contingente, cioè di un proposito, di un programma, di una determinazione studiata. Si potrà allora pensare a una sorta di scommessa con diversi agenti della tradizione e della comunicazione attuale: il traduttore in dialetto, barese nello specifico qui, che operi su Shakespeare, passando da un opera sublime e da una traduzione già codificata, a un dialetto che, salvo qualche caso ( come quello di Vito Maurogiovanni ), non si attesta con una specifica tradizione letteraria-teatrale, e non ne ha nessuna, che io sappia, per il campo specifico (quello della traduzione in dialetto barese di testi classici siffatti); quel traduttore, dico, si assume una responsabilità particolare, che non si può prendere leggermente, ne valutare superficialmente, direi anche alla luce dell’impegno esemplare e ciclopico messo in atto dal poeta Gaetano Savelli nel volgere in dialetto barese l’intera Divina Commedia, che a me pare l’ estrema misura di una scommessa in tal genere di trasferimento, dall’epico e dal sublime di una cultura e di una lingua , a una lingua e uno stile “bassi”, certamente non “monumentali” nella specifica tradizione. Tradurre Molière in “veste napoletana” è stata un impresa più volte compiuta nei secoli. Tradurre Shakespeare in napoletano ancora è stato possibile a Eduardo. Tradurre Shakespeare in dialetto barese: qui ne viene saggiata la possibilità, a certe condizioni che saranno dette. L’esperimento è stato sentito come eccitante, e il grado di soddisfazione è variabile ma non è zero, in coloro che hanno avuto già la ventura di prenderne atto in pubblico , per parziali anticipazioni. Si prendano pure come esperimenti questi tentativi di rendere pezzi di opere celebri di Shakespeare in barese: dico “pezzi”, poiché non avrebbe senso tradurre per intero un’opera o opere del grande drammaturgo, essendo provato che questi esperimenti sono interessanti se mettono da parte la preoccupazione della completezza del campione offerto e realizzano un’altra idea, che è quella della “pertinenza” del campione nel contesto culturale entro cui s’inquadrano e si giustificano. Ciò comporta che l’operazione traduttiva si faccia secondo due procedimenti: il passaggio e la ri-creazione (che va anche oltre l’adattamento), da uno stato linguistico all’altro, da una cultura all’altra, da condizioni particolari di testo ad altre. La nuova ricezione teatrale lo esige. V’è come un effetto secondario nel passaggio dal tragico o dal comico shakespeariano al risultato conseguito in dialetto, qui barese : non un effetto di perdita, bensì un effetto di raddoppiamento e d’inversione. In altri termini, il tragico originario si mantiene e si colora di comicità, per un contrasto particolare fra l’originale e l’orizzonte d’attesa: il grande tragico, risentito in dialetto, sorprende, colpisce, e crea una specie di choc che si può percepire con una coloritura comica; ma il tragico insiste fortemente nella situazione scenica e dialogica, e, se ben interpretato, può tenere al giusto limite l’effetto secondario suddetto. Nel dinamismo fra le due dimensioni, Shakespeare deve potersi ritrovare-sentire nella nuova “veste”, nel nuovo apparato culturale messo in atto. Per un teatro dialettale a misura delle tradizioni nazionali Prima di accettare l’invito a un’operazione impegnativa – tradurre in dialetto barese, due dialoghi del Ruzante, Parlamento de Ruzante che iera vegnù de campo e Bìlora – ho esitato. Non perché non mi sia familiare questo dialetto (che, altrimenti, sarebbe stato insensato l’invito di Signorile), ma perché, semplicemente, avevo un certo pudore ad affrontare la prova. Un pudore linguistico, estetico, morale, ideologico. Linguistico: si trattava di operare il passaggio in dialetto barese odierno del linguaggio del Ruzante, il dialetto pavano e veneziano, della prima metà del Cinquecento, mantenendo struttura e coloritura a quei testi (so, per teoria e per pratica di mestiere, che significa “tradurre”, e che problemi comporta tradurre testi letterari in altra lingua o altro linguaggio). Estetico: a quali modelli linguistico-letterari potevo fare riferimento per attuare l’operazione di trapasso in barese? A quelli poetici? A quelli teatrali? E quali? Un’operazione del genere, infatti, richiede un sostrato e una tradizione culturale, che il dialetto barese non ha o non sembra aver costituito, anche se riferimenti non mancano (Lopez, Savelli, Maurogiovanni…). Morale: il timore di cadere involontariamente nella volgarità, alla quale spesso indulge una certa pratica teatrale in dialetto, dovunque, quindi anche da noi; e io aborrisco la volgarità nelle cose letterarie e di spettacolo, anche se in dialetto. Ritengo, per dirla sinceramente, che la volgarità non è una necessità o una fatalità dell’espressione dialettale, sia nelle vita sia “nell’illusione” teatrale. Ideologico: ha senso ed è giusto lavorare creativamente col dialetto? Ha senso, eccome! C’è una pratica di vita, una “visione del mondo”, registri e timbri linguistico- culturali, che non sono riducibili facilmente (o non lo sono affatto) alla lingua e alla cultura nazionale standard. Non è una mistificazione “salvare” i dialetti e conservarli, come articolati e soggiacenti al tessuto unitario nazionale: v' è una ricchezza "dal basso" che sarebbe colpevole dissipare o seppellire. Fissati questi punti, ho sciolto il mio pudore e la mia riserva. Si trattava ormai di risolvere impacci e problemi specifici in funzione dello spettacolo, per il quale valevano invito e progetto. Ho ritenuto opportuno offrire a Vito Signorile una traduzione dei due testi di Angelo Beolco Ruzante, che fosse sì una trasposizione in dialetto barese e nella “cultura” barese (coi problemi di ricezione nel pubblico di oggi), ma fosse anche – perché necessario – un adattamento a specifiche esigenze di teatralizzazione. Così ho lavorato più strettamente col regista: io pensando a fondere in una sola opera (in due tempi) i due “dialoghi” originari, tra loro distinti ma assimilabili, e Signorile pensando a rifinire e arricchire il costrutto testuale, aggiungendovi anche alcune canzoni sue proprie. Non credo che il Ruzante disapproverebbe l’operazione eseguita: egli stesso aveva praticato procedimenti analoghi con le commedie latine di Plauto. La stòrie de Ruzzulàne (ca scì a la uèrre, pe nudde) continua quelle di Ruzante e di Bilora, e Ruzzulàne è diventato un “nostro personaggio”: un personaggio tipico, lo straccione smargiasso e vile (come non pensare al Miles gloriosus?), che appartiene anche alla nostra cultura, nel comportamento e nel linguaggio, nei suoi moti interiori e nei suoi propositi. E risulta divertente e tragico, come i due personaggi originari da cui deriva. Intorno a lui fanno corona altri personaggi, di grande rilievo e verità popolare; Denàte (per gli originari Menato e Pitaro), Chiarìne o Rine (per Gnua e Dina), Sandròcchie (per Andronico), Andònie (per Tonin). Come sempre a teatro, avverto per finire, il testo è solo una parte dello spettacolo.
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