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Manifesto del silenzio Stampa E-mail
Scritto da Gillo Dorfles - Stuart Sim   
lunedì, 14 luglio 2008 11:48
  • Cari artisti, riscoprite il silenzio

  • «Dopo Beckett, Antonioni e Cage solo tanto rumore per nulla»


    Quando - se non tutta, una buona parte dell' umanità - si sarà resa conto dell' importanza che il silenzio e il vuoto presentano per la creazione e la fruizione artistica, forse molte incomprensioni attuali cesseranno o si attenueranno. Silenzio, ovviamente dentro all' opera musicale; vuoto spaziale dentro a quella visiva. E questo vale non da oggi ma da sempre: pensiamo al vuoto «invisibile» di una gigantesca piramide; all' intervallo spaziale nell' intercolumnio d' un tempio greco; al grande vuoto d' una cattedrale barocca. E pensiamo al silenzio nelle pause di un preludio di Bach o di un brano di Webern, per non parlare del silenzio nell' opera 4' 33" di John Cage, (parte integrante di quella composizione come di molte altre) e ancora a certi «silenzi» in alcuni lavori di Beckett e di Antonioni. Questi elementari esempi valgono per il pubblico occidentale perché, come è noto per l' arte e la mentalità orientale - tanto più per il pensiero Zen del Giappone - questi concetti d' un «vuoto attivo» e di un «silenzio sonoro» sono connaturati: ed è proprio questo spazio intervallare - questo between - tutto ciò che sta nel mezzo a due entità creative - a costituire quello che il termine sanscrito sunyata - indica: un vuoto come generatore estetico, spaziale e temporale insieme. Le autocitazioni sono sempre deprecabili: ma quando ebbi a dedicare un mio testo al «vuoto dell' intervallo», e più recentemente a quell' horror pleni da cui ci sentiamo spesso sopraffatti; lo facevo appunto per riaffermare un concetto che mi è sempre sembrato fondamentale, nell' arte e nella vita; come difendersi dal rumore - non solo fisico, ma più ancora ideologico e cogitativo che ci opprime e ci avvolge. Ecco perché considero un' ottima occasione l' uscita del nuovo testo di Stuart Sim Manifesto per il silenzio (tradotto da Adele Oliveti, Feltrinelli, pp. 190, 15) che viene ad «allargare» quell' intervallo che mi vantavo di aver «aperto». E lo fa con un' analisi molto approfondita che considera il silenzio come una delle fondamentali esigenze dell' uomo e di tutta la nostra «inciviltà del rumore» (come l' avevo battezzata nel mio libro). L' urgenza sempre più urgente di fuggire l' inquinamento, non solo acustico, delle nostre città: il fatto che il rumore sia esteso anche attraverso le nuove, subdole informazioni elettroniche, solo in apparenza più silenziose d' un tempo; il fatto che, addirittura si siano escogitate delle «armi rumorose» capaci di annichilire il nemico: «sonic bullet, proiettili acustici con fasci sonori ristretti che superano la soglia di sopportazione dell' essere umano»: tutto ciò fa parte di quell' atteggiamento che, in tutt' altro ambito, rivela come l' eccesso di rumore e di informazione non percepiti equivalga a quella assenza di un ascolto impegnato (per esempio in campo musicale) tanto biasimato a suo tempo da Adorno e definito «ascolto disattento». «La consapevolezza del rumore è qualcosa che può e deve essere insegnata»: tanto per l' importanza del saper ascoltare «un brano di musica, quanto in quella del sapersi difendere da tutto ciò che non fa parte di una utile informazione». Se il silenzio e il vuoto hanno avuto tanta importanza nella concezione e nella realizzazione di molte arti estremorientali (penso ai famosi giardini di Ryoanji), alle nude pietre (secondo i numeri sacri: «shichi go san») poste in mezzo al grande «vuoto» della sabbia; non bisogna dimenticare il silenzio di tante meditazioni sacre e religiose, da quelle dei monaci buddisti a quelle degli anacoreti cristiani, a tutte le estasi silenziose dei frati nelle loro celle (con la regola appunto del silenzio); alle diverse sette più o meno religiose, degli Amish americani, dei quaccheri, dei Rosacroce... L' autore si sofferma anche su questo aspetto dei culti religiosi e cita anche i molti filosofi che hanno spesso investigato il problema del silenzio: dal grande Wittgenstein del Tractatus a certi lavori di Lyotard, alle note contaminazioni buddiste-cristiane di Raimon Panikkar... Ecco, allora, come - senza volerci adeguare ai silenzi e agli spazi isolati dei monaci buddisti o degli anacoreti stiliti, dovremo esercitarci a ritrovare - dentro e attorno a noi - quel silenzio e quella spazialità negativa - più psichica che materiale che ci permetta non certo di raggiungere il nirvana del buddismo né l' assolutezza meditativa d' un sacerdote (magari chiuso in una cella sul Monte Athos), ma almeno quel tanto di isolamento dal rumore - fisico e psichico - e dal frastuono visivo e mentale per cui ci sia possibile di assaporare finalmente tutto ciò che rimaneva coperto dal «rumore» o dal «troppo pieno» di una «inciviltà» come la nostra. * * * Maestri Samuel Beckett (1906-1989), autore di Aspettando Godot *** Michelangelo Antonioni, il regista è morto nel 2007 *** Il musicista americano John Cage (1912-1992)

    Dorfles Gillo

    Pagina 35
    (13 luglio 2008) - Corriere della Sera
 
Manifesto per il silenzio

Traduzione: Adele  Oliveri
Collana: Serie Bianca
Pagine: 192
Prezzo: Euro 15
  


In breve
Il silenzio è un diritto che viene troppo spesso calpestato. Dobbiamo riscoprire le sue virtù, perché in un mondo troppo rumoroso rischiano di andare perse le capacità di pensare, agire creativamente, riflettere criticamente.
Il libro
“Fuggite il rumore e l’inquinamento.” Così recita la gran parte delle pubblicità che magnifica la vita delle città satellite che sempre più numerose sorgono nei pressi delle grandi metropoli. Dapprima in Inghilterra, poi negli Stati Uniti, la realtà dei suburbs sembra attecchire con forza anche in Italia. Le ragioni che spingono verso questa scelta abitativa sembrano quindi essere radicate in una percezione ormai difficile da contestare: le città sono sempre più invivibili. E non solo per l’insicurezza sociale, l’inquinamento, il traffico, ma anche per il rumore e l’inquinamento acustico.
Al contrario, il silenzio ha da sempre giocato un ruolo importante nel plasmare la storia e i momenti più salienti della creatività umana. E noi tutti abbiamo bisogno di più silenzio. Non solamente nei mesi estivi, quando le finestre sono spalancate alla ricerca di un po’ di refrigerio e i rumori molesti della città invadono incontenibili la nostra privacy. Ne abbiamo bisogno sempre, perché la capacità di pensare, creare, riflettere dipende dalla nostra possibilità di accesso regolare al silenzio.
Il libro tocca gli aspetti più vari della questione, spaziando dalle pratiche contemplative alla musica contemporanea, dalla letteratura all’analisi del rumore utilizzato come arma di pressione psicologica e strumento di tortura nei confronti di quei detenuti che si vuole necessariamente “ammorbidire”, o addirittura in ambito militare come nuova tipologia di arma. Perché gli effetti del rumore sullo stato del benessere psichico sono ben documentati. Senza il silenzio, un vero e proprio diritto di tutti regolarmente calpestato dalle pratiche metropolitane, non sembra possibile dedicarsi alle funzioni più creative che caratterizzano la specie umana. Non solo contemplazione, quindi, ma anche capacità riflessiva e creativa.
Occorre dunque riscoprire le virtù del silenzio. Ecco perché questo è un vero e proprio manifesto politico. Solo tramite il silenzio, infatti, si può formare e conservare un’attitudine critica, necessaria per contrastare l’invasione perniciosa di media sempre più invasivi e rumorosi. Anche le sorti della democrazia dipendono dalla difesa di questo diritto.

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