Dopo una dozzina d’anni sto per tornare per qualche giorno in Puglia, a Bari per l’esattezza, da dove tanti anni fa me andai sbattendo la porta.
Perché ero nauseato di un certo tipo di qualità della vita che dipendeva soprattutto da una diffusa mentalità gattopardesca.
Perché ero nauseato da una maniera di pensare il proprio territorio da parte della cultura dominante locale.
Perchè ero nauseato da un certo tipo di fatalismo che si andava diluendo sempre di più in un totale disinteresse per tutto quello che accadeva a pochi centimetri dal proprio deretano.
Perchè ero nauseato per il fatto che ci si fosse definitivamente abituati a considerare fatti spiacevoli contingenti come fatti ineludibili e quindi fonte di rassegnazione. Mentalità che ormai permeava (e temo continui ancora adesso a permeare) l’intera società barese.
Perchè ero nauseato dello scempio che il consumismo dilagante stava facendo delle giovani generazioni dei figli, scempio a cui padri e madri davano una sostanziosa mano. Da noi nel sud in maniera molto più pacchiana che al nord, dove la disoccupazione giovanile era ed è tuttora molto meno marcata.
Perchè ero nauseato dalla spocchia e dalla sicumera della microcriminalità che ormai aveva conquistato il territorio. Considerando poi che, negli anni cinquanta, la Puglia era la fabbrica dei finanzieri, dei carabinieri e dei poliziotti, e degli emigrati a Milano e a Torino. Finanzieri, carabinieri, poliziotti e classe lavoratrice emigrata, categorie di persone che si fecero e si stanno facendo onore lontano dalla propria terra. A proposito della nuova criminalità che ormai pèrmea il territorio basterebbe leggere le annate dei giornali meridionali degli anni cinquanta per notare l’assoluta mancanza di fenomeni di microcriminalità nella regione. Microcriminalità che è esplosa in maniera abnorme negli anni seguenti, senza che nessuno si fosse mai preso la briga di analizzarne le cause, tranne qualche gnomo universitario e qualche solitario bonzo dedito alla politica, ai quali nessuno ha mai ahimè dato retta. E di questo bisognerà pur parlarne un giorno. Lo si deve per il rispetto che si deve alla cronaca e alla storia.
Perchè ero nauseato dall’indifferenza dei quarantenni che ormai davano per scontata una qualità della vita che quanto meno secondo me sfiorava e sfiora il paradossale.
Perchè ero nauseato dall’intellighenzia locale che si barcamenava in un piccolo cabotaggio di terza scelta.
Ero, insomma, letteralmente nauseato da tutto quello che mi capitava nella vita culturale e professionale.
Qualunque esempio di vita scadente avessi avuto bisogno di osservare, bastava che mi guardassi semplicemente intorno. Si vis exemplum circumspice.
Non avevo più dentro di me altri spazi da riempire con altre categorie.
Ero totalmente nauseato e basta.
Peppino Torinelli era dunque andato via sbattendo la porta, trasferendo il suo lavoro nel Veneto, a Venezia per l’esattezza, andando peraltro a vivere nella Marca Trevigiana, nel cosiddetto mitico (si fa per dire) Nordest, anche del quale in seguito bisognerà parlare.
Da quella traumatica partenza, che, comunque la si voglia interpretare, aveva tutti i connotati di una emigrazione/fuga, sono passati oltre una dozzina d’anni, finchè un bel giorno, per stranissime ragioni familiari, culturali e storiche, ai primi di dicembre, Peppino Torinelli aveva preso il treno per Bari e se ne stava tornando temporaneamente in Puglia come se avesse dovuto compiere un pellegrinaggio sentimentale.
Con questi pensieri che gli andavano e venivano dalla mente, Peppino Torinelli continuava ad osservare il paesaggio che gli scorreva sotto gli occhi. Quel giorno nello scompartimento c’erano solo un paio di studenti che stavano tornando a casa, quindi, avendo anche una discreta tranquillità dovuta alla quasi assenza di cicaleccio fra i passeggeri, Peppino riusciva ad inglobare quanto più paesaggio poteva. Il continuo susseguirsi dei vari paesaggi che gli passava davanti agli occhi lo intrigò particolarmente. Si trattava del lungo tratto di costa, sulla sinistra, che gli si stava sfilando di fianco in rapida sequenza.
Un disastro. Tutta la costa adriatica, tranne qualche centinaio di metri in Abruzzo e qualche tratto di litorale, più o meno delle stesse dimensioni verso la Puglia, completamente devastata dall’incuria, dal cattivo gusto, dal cemento selvaggio, dall’assoluta mancanza di manutenzione. Il tessuto edilizio di bassa speculazione/macelleria si era ormai completamente sostituito alla civiltà formale preesistente della vecchia edilizia costiera che negli anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale caratterizzava con grande discrezione i tratti della costa dove l’intervento dell’uomo si era timidamente e sobriamente dispiegato. Di quel tipo di civiltà formale a malapena sopravvissuta alla follia si poteva ancora notare qualche residuo centinaio di metri. Il resto, tutto completamente stuprato dalla più incolta e totale stupidità costruttiva. Mentre questo scempio gli si dipanava davanti agli occhi, Peppino Torinelli si chiedeva, guardando la desolazione formale di quelle centinaia di chilometri di coste, dove fossero andati a finire gli architetti, i loro rappresentanti, le amministrazioni comunali per bene, se mai ce ne fossero state. All’altezza di Vasto e di Termoli qualche brevissimo tratto libero ancora stranamente risparmiato dagli architetti, geometri, ingegneri, che, coadiuvati da impresari incolti e voraci e da amministrazioni allegre assai, avevano fatto strame di una delle coste che sarebbe potuta essere una delle più belle dell’intero lago Adriatico, chè di lago e non di mare secondo Torinelli si trattava e si tratta.
Giunto a Bari, lasciato il borsone nello studio di Paolo, Peppino se ne andò in giro per la città con una diffusa e profonda sensazione di curiosità. Dopo tanti anni è più facile cogliere i mutamenti urbani e quelli dei propri abitatori. La città è pur sempre un organismo vivo, e come tale subisce delle trasformazioni sia come contenitore che come contenuto, trasformazioni che, mentre sono difficilmente riscontrabili da parte di quelli che la frequentano quotidianamente, sono molto più facilmente evidenti per chi, conoscendola bene, vi dovesse ritornare dopo un discreto lasso di tempo. Le annotazioni si accavallavano e si sovrapponevano con chiarezza, il traffico, il modo di usare la città da parte dei nuovi giovani, l’aumento notevole delle etnie che addirittura avevano iniziato ad occupare certi livelli a pianterreno della città con uffici negozi, gli orari di frequentazione della città medesima, i nuovi negozi, quelli vecchi rifatti, l’aumento dei bar e il cambiamento dei costumi, quali per esempio la nuova abitudine di bersi un buon calice di vino, abitudine inesistente una ventina di anni addietro, il proliferare di culture nuove per la città, venti trent’anni prima mai ci si sarebbe sognato di trovare nella vita notturna barese tanti gruppi jazz per esempio, l’arredo urbano e la cultura della città modificatisi in peggio generalmente e raramente in meglio, le donne più autonome e più belle e con dei culi magnifici (ma questo forse dipendeva dalle condizioni anagrafiche Torinelliane) erano tutte caratteristiche che saltavano disordinatamente agli occhi del nostro. A proposito dei culi delle pugliesi, Peppino Torinelli non poteva fare a meno di paragonarli con i culi delle veneziane. In trent’anni a Venezia erano scomparsi quegli stupendi culi da sposa, estremamente femminili, per far posto a tipi di donne sempre più androgine, con le spalle leggermente più larghe e con i culi che si avviavano a diventare culetti. Armando avrebbe detto culicieddi.
Una tristezza! Questo diffuso oftalmico paradiso culesco rallegrò parecchio il Torinelli. Il rumore della città era più diffuso e più colorato ma pur sempre rumore. Insomma una vivezza notevole con moltissime connotazioni negative e con parecchie nuove connotazioni positive. In certi momenti Peppino aveva la sensazione di aver trovato tutto così come l’aveva lasciato, in certi altri momenti aveva la nettissima sensazione dell’esatto contrario. Solo che stavolta era molto più documentato, era molto più cinicamente forte e, soprattutto era molto meno disposto a farsi incastrare dall’emotività pura e semplice. Questa chiarezza e rigorosità nell’osservare il fenomeno urbano che gli si andava dipanando sotto gli occhi incuriosirono Peppino Torinelli. Come mai era così straordinariamente lucido? Così straordinariamente ricettivo e selettivo? Come mai tutto quanto gli capitava di osservare non si confondeva con gli altri eventi fino a far diventare le esperienza visive, sonore, sentimentali, professionali, simili in tutto e per tutto ad una fotografia sfocata, mossa? Una ragione alla base di questa sua limpida chiarezza analitica doveva pur esserci! Se ne rese conto nelle seguenti ventiquattr’ore nella quali continuava per l’appunto a chiedersi il perché di questo suo meccanismo di analisi del reale. Il perché, dopo un po’, gli apparve chiarissimo e privo di inutili ornamenti culturali. L’odio per la città, o meglio, per la sua qualità della vita, era scomparso. Gli era rimasta un’infinita lucida tenerezza.
Avrebbe dovuto incontrare Saverio Simi de Burgis la sera dopo, verso le sei e quindi aveva tutta la sera e tutta la mattina seguente per girarsi da solo Bari in lungo e in largo, andando soprattutto ad incontrare gli amici e andandosi ad ubriacare di amicizia, di frutti di mare e pesce fresco alla Bella Bari, che non gli era mai andata via dal cuore. Quando si dice la forza delle radici!