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Socrate's Zen Garden : le origini (1) |
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Scritto da Rochan,Chân Pháp Y, Thanavaro
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sabato, 23 agosto 2008 16:05 |
Alcuni anni fa per amicizia ideammo on line un giardino zen virtuale ad Avola. Nell'esperimento coinvolgemmo alcuni nostri cari amici, ricercatori spirituali di diverse tradizioni. Di quell'esperimento trascriveremo i contributi ricevuti per stima personale da inserire nel giardino socratico Zen che la telestreetbari ci ha affidato in completa libertà e indipendenza, con l'esperienza di incontri e letture a nostro avviso fondamentali per chi cammina sui sentieri di Verità. Dell'esperimento ad Avola alcune indicazioni vanno rivalutate (il maestro Thich Nath Hanh non ha una comune da noi visitata in Francia utile per i ricercatori del Vero, a nostro avviso) quindi queste note hanno solo lo scopo di introdurre con gioia alcuni amici che ci scrissero i loro contributi come Chân Pháp Y e Thanavaro.
S.D.Rochan Socrate's Zen Garden
Un giardino Zen ad Avola e perché? La risposta non c'è ma c'è. NON C'E': Con i mille problemi che ci sono, le tante iniziative da fare, idee da sviluppare, progetti da realizzare perché questo ulteriore viaggio ? CHE gli è preso alla compagnia internazionale raccolti in quell'angolo di Avola per iniziare e iniziarci in un'altra avventura? E perché Zen, noi non si ha del nostro ? C'è: Ma non capite che è importante conoscere altri orizzonti culturali, che quanto iniziamo ci riallaccia a quanto di più interessante e bello c'è al mondo, ascoltare alcuni discorsi al massimo livello spirituale sul tempo, la verità, l'amore, la rabbia, l'odio, i mille sentimenti e emozioni, pensieri che attraversano l'uomo? Semplicemente il Caso ha voluto che tre di noi ritengano Thich Nath Hanh un uomo sincero, un buon giardiniere. Thich Nath Hanh (Thay che significa Maestro in vietnamita) è un monaco zen amato da centinaia di migliaia di persone - di tutte le religioni - in tutto il mondo, Martin Luther King quando lo conobbe ne divenne così amico ammirandone la statura spirituale (e Thay è fisicamente un dolce tappetto), da proporlo per il premio Nobel. I riconoscimenti pubblici di tutte le tradizioni per il Maestro vietnamita sono innumerevoli e tutti i leaders religiosi l'hanno accolto con rispetto. Una biografia e altro si può leggere in www.esserepace.org il sito italiano di Thay. In questo nostro giardinetto Zen di Avola il discorso sarà tra amici che seduti su una panchina bevono un'orzata e parlano della vita. Abbiamo la fortuna di avere un nostro conterraneo siciliano a cui il sito di Ciccio piace molto, e che vive accanto a Thay e quindi sarà come una festa di paese in cui si discute di cose belle e non belle, della vita insomma. Dalla panchina del giardinetto zen di Avola buone letture e conversazioni ciao Rochan Quale sentiero per l’uomo ? Carissimi amici, la proposizione avanzata non so se da Rochan, o da Ciccio, poco importa, è stimolante perché svela un’esigenza ed è eccitante perché al contempo nasconde un pericolo. Un sentiero per l’umanità di oggi. Quale domanda fu più antica e più irrisolta? Quale più pericolosa? E quale più economicamente redditizia? Non conosco la data o le date in cui l’umanità iniziò la sua ricerca del Graal, non so quanti Graals siano stati inventati, non ho mai assistito a fenomeni surnaturali, non ho mai testimoniato miracoli. Non ho mai visto simboli di salvezza sulla via di Damasco o di Kabul o di Bagdad. Neanche sulle vie di Roma e di Benares. E pertanto questa variegata umanità non ha mai cessato di inquisire sulla propria natura, la ragione della propria esistenza, la miglior maniera di costruirsi una vita felice. Ogni tentativo di penetrare la realtà dell’esistenza ha sempre prodotto risultati massacranti. Perché il concetto stesso di esistenza fu sempre legato alle necessità dell’immediatezza fisica, perché anche la visione metafisica o mistica della realtà mai sciolse il cordone ombelicale radicato nel perimetro delle abitudini del corpo. Perché la sociologia e la epistemologia accettate rimanevano lo scudo protettivo da eventuali scoperte o intuizioni che avrebbero potuto scardinare, sebbene superficialmente, l’ordine costituito che era e doveva restare incorrotto. Ma scardinato fu l’ordine, e da molti. Quanti? Non serve contarli tutti, di certo il Buddha, il più antico nella lista, e poi Pitagora, Socrate, Epicuro, il Cristo, il Profeta dell’Islam, e tanti altri fino ad oggi. Risultato? Milioni di esseri umani hanno vissuto e vivono, grazie a loro, una visione dell’esistenza che aiuta a trasformare la sofferenza in felicità. Le generazioni pero si susseguono l’una dietro l’altra e il bisogno di nuovi sentieri, di nuove risposte all’eterno quesito , cresce piò solido, geneticamente più forte. E si susseguono, cambiando, anche le condizioni socio-economiche nel cui contesto l’umanità si pone domande. Nel cui contesto agiscono mestatori e mercanti dello spirito, guaritori al balsamo delle coscienze, facitori di felicità a basso prezzo, imbonitori da lupanari medioevali che calano a orde sulla massa degli infelici che infelici non vogliono più essere. E poi i miracolanti, quelli che aspergono al borbottio di abracadabra in lingue perlopiù sconosciute anche a loro. Basta guardarsi attorno e abecedare quante barbe intrecciate, mantelli arancioni, sottane rosse e turbanti bianchi accatastano su strade, piazze, oggiorno anche in antichi manieri e, soprattutto, sulle pagine pubblicitarie di gazzette specializzate. Tutti pesatori di monete. In inglese c’è un termine molto efficace per definirli, moneymongers. Tutti all’agguato. Le prede potenziali sono tante. Noi siamo fra queste. Ma anche loro stessi, gli allettatori, poiché sono esseri profondamente complessati e infelici. Guardiamoli con amorevole compassione ma proteggiamoci da loro. Qui giace, purtroppo non morto, il pericolo cui accennavo al principio della lettera. Il pericolo che la debolezza insita nell’insicurezza possa trasformare un essere umano in clone. Il lavaggio del cervello é pratica sottile ma facile, occorre solo una ferma attenzione, intelligenza nell’intruppamento. Immediata potatura dei rami a produzione incerta. Ripetizione costante degli stessi esercizi, mai una variante, e un lento delicato lavoro, molto evanescente, dedicato alla instaurazione del culto della personalità. Ovviamente quella del Guru, del Maestro, della Guida, del Consigliere. Bene, non ho alcuna intenzione di sviluppare un’analisi sociologica del fenomeno piò appariscente del nostro secolo. E’ un fenomeno sì largo che include non solo la sociologia e la filosofia, ma la psichiatria, la psicologia, l’antropologia culturale, la criminologia, l’economia e forse pure... la meccanica dei quanta. Troppo, almeno per me che vivo al fruscio della clessidra. La mia intenzione è molto meno ambiziosa: stimolare l’attenzione di tutti coloro che vorranno intervenire a questo interessante e proficuo dialogo. Grazie ancora Ciccio e Rochan, esiste una frase idiomatica che dice mettere la mano nella piaga. Voi ne avete messe quattro di mani. Bene, perché no? Può diventare una sfida; non so quante siano le vittime, gli illuminati, i liberati lungo la penisola. So che solo in California sono state contate 19.000 (Diciannovemila) sette "religiose", so cosa sta accadendo negli USA, in Europa e perfino in alcuni paesi africani. É sintomatico. Il bisogno di una nuova realtà della vita, cioè della comprensione della vita, che significa bisogno di nuovi valori o ritrovamento di valori perduti, é sentito da maggioranze crescenti. Sempre crescenti purtroppo sono anche le maggioranze con bisogni immaginari, i fuggitivi dalle responsabilità sociali, i mitomani, i falsi mistici, gli scavatori di reliquie nascoste, i piagnoni patologici, i mammoni senza mamma. Certo, anche loro soffrono, anche a loro son dovuti compassione e comprensione, ascolto e dialogo. Ogni sofferenza ha il suo alfabeto. La storia dei sentieri e dei cercatori di sentieri mi tocca da presso. Non ho mai avuto molta propensione per le greggi e per i loro pastori ma ho scrutato le stelle molto spesso. Mai mi si è manifestato un sole. Oggi sono intimamente libero dalla frenesia delle piste, non ho più bisogno di torce resinose a darmi luce nella notte. Amo comunque tutte e tutti coloro che ancora nuotano nei salmastri stagni dell’ansia e vogliono liberarsi, vogliono una vita di libertà. Soprattutto a loro dedico la mia metafora "Di come un sogno uscì da se stesso". Per quel che mi riguarda la risposta è la domanda. Contribuisco al dialogo con una prima condivisione che è appunto una metafora concepita per altre isole e con motivazioni diverse, ma adatta al nostro scopo. La metafora è di lettura facile, anche se a volte gioisce di se stessa, oltretutto fu iniziata come gioco. Alcuni passaggi sono volutamente non accessibili alla prima lettura; se c’è interesse a comprendere, un minimo di sforzo vale la candela. Il Suono è il cammino della speranza, è il Logos, il Vac degli Hindu, la supposta e agognata liberazione. Il resto snoda avventure d’incontri. Che sono prolegomeni, e sentieri, alla liberazione finale. L’avevo iniziata a scrivere per alcuni amici che pubblicano una rivista negli USA, in un momento di sofferenza, di eccitamento e di felicità. E’ stata liberatoria, in parte. Pressoché riscritta per il Giardino acquisisce, per me, ulteriore virtù autoliberatoria. La metafora doveva svilupparsi per un’altra diecina di pagine ma così come è, una sintesi, gioca più agilmente la sua parte nel dialogo in giardino. Spero non vi annoi troppo. Grazie a Ciccio che, con grandezza d’animo, apre le porte del suo sito perché ci si possa incontrare, e una terza volta grazie al mio amico Rochan dalle creative intuizioni. Fraternamente vi abbraccio Chân Pháp Y Di come un sogno uscì da se stesso I vecchiardi della valle incantata ci dissero che aldilà dei canali avremmo osservato una parte del mondo che ci era stata promessa dai sornioni e astuti indagatori di tarocchi. Non potemmo giurare sulla fiducia nei centenari della valle però promettemmo loro la nostra partenza. Quegli anziani erano sette e non molto saggi a notar dai logori scialli legati alle gambe. Anche il colore dei loro volti non ci dava molto affidamento. Erano di pelle cobalto con striature sottili e vagabonde di carminio, al contrario dei veggenti al tarocco che invece erano di un bel solido verde e arancio e dalle mani azzurro cristallino. Uscimmo dalla valle ansiosi di nuove scoperte, gli occhi dilatati ad assorbire vasti orizzonti che, alla luce delle dimensioni appianate di Euclide, vasti non erano proprio. Vasta e profonda scoprimmo era la fame e ancor di più la sete. Rinviammo all’indomani gli innamoramenti-flash con i panorami dedicando forza e acume alla ricerca di vettovaglie. Su tutta la distesa non c’era un solo albero da frutta né orti di cavoli oblunghi, zucchini quadri, alberi-lattughe o pomodori dalla polpa saporosa di triglia. Neanche una gallina in vista per un’omelette al tartufo siberiano con germogli di canne palustri e pinoli di Tamanrasset. Ci era stato comunque insinuato che le galline del pianeta DD (Dreamtime Dimension) erano sterili. Né scavando la sabbia corallina emersero radici di bergamotto e cannella. Fummo costretti a digiunare, ci consolammo pensando al povero Gandhi che si trovò desellato e monumentato da complotti più grandi, indianamente segreti, di quanto la storia da pizza al tarassacco ci abbia siringato. Digiunammo sapendo che anche la salute era irreale nel pianeta dei rododendri nani ma bere, no, bere dovevamo sennò chi ci avrebbe evitato la fine della tigre nel deserto del Gobi mentre azzannava una yurta vuota? Si dice che la tigre si aprì, con una striscia di cuoio duro della yurta, una grossa ferita ad una gamba posteriore per bere il proprio sangue ma non potendo stirare il collo sino al taglio morì non solo disidratata ma anche dissanguata. Il nostro gruppo, rappezzato da dodici sognatori di pace, si chiamava Dreamtime Company. Una sorta di omaggio agli aborigeni australiani. Ma anche alla dimensione spazio-atemporale nella quale vivevamo. Cantare, danzare, suonare era il nostro esercizio dell’anima, ricreammo il jazz di New Orleans per l’uso di cembali, sistri, arpe e violoncelli. Barklove, una ragazza della banda, d’origine Armena o qualcosa del genere, tamburellava gli alberi quali strumenti di “percussione d’amore”. Junglaboy, sottonipote di Tarzan e Jane, vissuto sempre nei boschi tenebrosi delle motropolitane, suonava invece un didjerido che si portava sempre appresso da una delle sue misteriose scomparse presso gli sciamani dell’East Kimberleys.
Didjerido Spesso ci costruivamo gli strumenti manipolando selci, lunghi steli d’erba, rami di nespolo, ciotoli, e foglie di loto. Canopius, uno che veniva dall’isola delle tartarughe, soffiava in un teschio di bisonte ricoperto d’oro. Triko invece, che da bambino aveva ascoltato melodie di trinacriose lupare, creava lamentazioni colorate ditando il maranzano. Per lungo tempo usammo il canto gregoriano, ovviamente rivisto e riciclato. Eravamo andati da mari a terre in cerca di strumenti antichi, dai poteri acustici segreti, rivelanti, catartici, illuminanti. E di Maestri che ce ne insegnassero l’uso ché senza Maestri ci sentivamo perduti. Trovammo rare terrecotte cinesi ma il loro suono era troppo sibilante, acuto, piatto. Ci furono regalati strumenti indiani dalle vibrazioni di apparenze culminanti come il Basuris, il Sarod, la Veena. Scoprimmo anche il dolce flauto Khangling dei Ladakhis, il flauto persiano Nay, i flauti cinesi Yu dalla voce voluttuosa, di penetrazione organica. Joublette, la gallo-balalaika ultima immissione nel minilab della coscienza, ebbe in dono alcuni timpani, atabales, Maya in legno cavo de sonido pesado y triste, dal suono grave e triste. Ma era un suono che condivideva la saggezza degli alberi andini di millenaria nascenza. Come il suo omologo fenicio, cioè mediterraneo, tammurro che é vivace, ballerino, incostante. Può essere osservato nei dipinti degli orci ellenici. La nostra aspirazione ultima era pervenire alle radici del suono; il suono della danza shivaita; il suono della trasformazione elementare, alchemica; il suono che dà inizio alla vita nella placenta cosmica. Il suono nella sua natura di comunicazione primeva, il suono quale voce intima e atemporale dell’anima, della mente che sa vedere oltre l’ event horizon dove la velocità della luce non è più una costante, non è più termine di referenza; il suono nella sua essenza di espressione dell’assoluto, assoluto significante la dimensione, o una delle dimensioni, della comprensione trascendente. In Sanskrito si chiama Prajnaparamita oppure Nirvana. I Cristiani dicono presenza di Dio, gli Hindu convertono il lemma in Brahma e chiamano il suono nada (che si pronuncia naad), gli Islamici hanno un luogo di felicità assoluta. Tutti esprimono lo stesso bisogno di liberazione ma tutti usano dizionari differenti, tutti hanno disparate visioni, tutti mistificano attraverso l’etnicità dei linguaggi. L’infelicità della parola, la sofferenza dei vocabolari! Il suono come sentiero verso la comprensione dell’esistenza, il cammino che porta alla dissoluzione del desiderio, alla liberazione dall’attaccamento, alla trasformazione del sé, alla realizzazione del non-io. Un koan chiede: due mani che battono l’una contro l’altra emettono il suono dell’applauso. Quale suono emette una sola mano? Sappiamo che il koan è soltanto un mezzo abile per stimolare la mente a oltrepassare il signficato immediato della verbalità, non c’è risposta al koan perché una mano non emette rumore eppure una risposta c’è perché una sola mano non è una entità indipendente, autonoma. Non esistono koan a cui si possa rispondere, perché non sono domande ma stimoli, suggerimenti, indicazioni, sfide all’ozio della mente. Vidi una volta, in un’altra dimensione, la pubblicità di un libro, una sorta di antologia di tutti i koan cinesi e giapponesi con relative catalogate risposte. No comment! Il cerchio resta aperto, l’integralità si manifesta nelle singolarità apparenti. É questo suono che volevamo indagare, è questo suono che volevamo vivere. Ascoltavamo i suoni delle foreste, le melodie e le tempestose risonanze delle nuvole in trasformazione. In stato di meditazione potevamo percepire il battito delle ali di uccelli nei cieli, la gioia delle foglie nell’azione di assorbire la luce e donare nuova linfa alla vita degli alberi.
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Ma dovevamo bere. La nostra stessa esistenza era in pericolo. Ci affidammo alla grazia degli dei. Invocammo il piccolo dio del Texas, un sabbioso pianeta della mitologia waspiana, con danze e canti non sempre rispettosi e armoniosi, tuttavia il divino pastore di vacche, dopo qualche ora, nella sua compassione, ci inviò uno stormo di gru coronate e ognuna di esse aveva appeso al collo uno jerrycan colore dell’alba a Samarra. La nostra gioia fu macdonaldianamente euforica, ruscelli di bollicine clonate ad Atlanta sgambettavano dai pori degli occhi mentre correvamo all’incontro con gli alati messeri di Huston cui assegnammo il tassonomico di idrofori. Driedskin, è il nome di uno della company, sgattò sulla schiena del più vicino avionico, l’abbrancò di sinistro mentre svelta la destra-le destre sono sempre immancabilmente leste- gli scollava la corba di plastica non biodegradabile. D’un pugno ne svitò il coperchio, anch’esso di plastica fertilizzante alla diossina, e se lo inchiodò alla bocca avida di erbosa frescura. Driedskin, siamo grati alla sua irresistibile avidità, siderale divenne all’istante proiettando se stesso contro il cielo che si attardava a scurarsi mentre un filo di liquido carbonaro gli serpeggiava dalla gola sul petto. Lo ancorammo d’acchito prima che svanisse, come un polipo incollerito, negli anfratti tortuosi e jungleschi dei cirri alla melassa cubana. Quest’affare inconsueto non ci fu previsto dai taroccari né gli antenati della valle ci misero all’erta. Impauriti dalla faccia contorta di Driedskin lasciammo i pennuti da parte, non toccando i plasticati dell’acqua per quanto la sete cominciasse a bruciarci le budella, e ci affannammo sul corpo epilettico del compagno il quale d’improvviso si rimise su talloni e ci guardò di uno sguardo incredulo e cattivo. Allargò le gambe, arcuò soldatescamente le braccia sui fianchi e tuonò: acqua non è, il dio vaccaro s’è burlato di noi, ci ha mentito. É petrolio. Niente acqua niente vita. Cartapecora diventiamo, parcemino! Sbalorditi fummo incapaci di commento, poi Kyra disse: è il dio dei bugiardi e un sottodio dell’olio nero che gli fermenta sotto i piedi là dove pascola vitelli già grigliati e capre sterili. Abbiamo danzato e cantato per niente. Tristezza modulava d’attorno, le voci divennero sospiri. Enoch propose di tornare indietro ma i portali della valle, lo sapevamo già, erano chiusi e invalicabili. * Vagammo a vuoto fra deserti e savane, montagne e pianure di cloro. La stagione dei fiori d’acqua era lontana e i pochi saguari che vedemmo sudavano solo aria secca. Alle soglie della disperazione ci sedemmo in cerchio, prendemmo i nostri strumenti e dedicammo l’ultimo canto al momento che sapevamo prossimo della nostra trasmutazione genetica. Triko chiese al maranzano, che usualmente non è molto allegro, di convertire le aspre note di metallo in armonia di gioia. Noi seguimmo e nell’arco di un tempo non definibile l’intorno tremò, sussultò, danzò nel cuore della nostra musica; dal cielo scesero gabbiani rosa e falchi dalle ali a foglie di ginkgo biloba, le gazzelle trottarono a frotte per adagiarsi sulle ginocchia e acoltare, alcune nuvole dall’odore di curry indiano scesero ad avvilupparci e d’un tratto sentimmo la frescura di ruscelli e dolci acque di laghi. Poi la stanchezza ci obbligò ad arrestare la musica, i cirri scomparvero e davvero potemmo vedere nastri d’acqua intersecarsi in arabeschi di trasparente felicità. Lentamente ci avvicinammo ai canali, affondammo i nostri corpi nell’acqua dal colore di brezza, bevemmo, nuotammo e tutti si ritornò insieme in silenzio, ancora ebbri di stupore, al cerchio del suono. Nessuno però toccò gli strumenti. Le nostre menti sapevano che avevamo appena ascoltato il suono che scorre nelle vene dell’universo. Ma sapevamo anche di non averlo immesso nelle nostre vene. Yelaina, ch’era nata nelle steppe Siberiane, propose di dare un’occhiata dietro le sinuose colline da dove i ruscelli scendevano e veder se c’erano erbe da mangiare o frutti. Tre di noi partirono, fecero il giro di una collina e ritornarono carichi di lattughe rosa, cetrioli al tulsi, agli con l’anima di prezzemolo e cento meraviglie ancora a noi sconosciute ma dal profumo acuto e tentatore. Junglaboy, l’imprevedibile, spuntò dal nulla con un sacco di yuta verde alla spalla, gonfio di qualcosa. Con l’aria sorniona che gli era solita, tese il braccio destro verso di noi e sorrise: Immaginate? Immaginare cosa? Rispondemmo in coro. Questo, disse lui, e brandì il sacco verde. Noi restammo muti e in attesa che ci svelasse qualche mistero davvero inconsueto; cosa avrebbe potuto stupirci, noi i viandanti dei misteri? E misteriosamente Junglaboy affondò il braccio nel sacco e ne trasse una manciata di fili rigidi giallastri fitti di puntini colorati. Vedete? Vediamo. Cos’é ? Bohhhh!!!!!!! Guardate bene, avvicinatevi, toccate, gustate. Canopius strisciò l’ombra della sua immobilità verso Junglaboy, staccò un segmento di filo, l’apportò alle narici per odorarlo, se lo mise in bocca e l’assaporò. Nel mezzo della sua degustazione sbarrò gli occhi allucinato, spalancò la bocca e urlò: spaghetti! Ci avvicinammo tutti a Junglaboy e tutti volemmo una brancata di fili per esaminarli, masticarli, sputarli fuori e sorridere di Canopius. Ma...spaghetti erano, spaghetti a pois, microscopici punti verdi, rossi, blu, gialli.bruni, malva, bianchi e neri. All’unisono chiedemmo a Junglaboy: dove? Là dietro, fu la risposta. Oh tu pensi di ciurmare? Chiese Barklove, lì certo non ci stanno bancarelle spaghettare. No che non ci stanno, rispose Junglaboy, ma che tu non hai visto l’albero? Che albero? Ma l’albero degli spaghetti, no? Fu cosí che cucinammo per la prima volta da quando avevamo lasciato l’albergo dei tarocchi. E ci scoprimmo raffinati cuochi. Il primo piatto fu spaghetti alla salsa verde. E che salsa! Ne condivido la ricetta: petali di asfodelo, virgulti di menta carminia, pinoli del Kalahari, sale dal mare di Galileo e aglio, cosmica panacea; il tutto sminuzzato e pestato in un vaso di giada dell’epoca Ming (patrimonio segreto di Goldenheart sin da quando era una monaca Ch’an nel tempio di Mount Emei), dà un gusto di amarene tostate. Se non possedete una scodella di giada, potete usare un mortaio di basalto, lava, e un pestello di frassino che é legno dolce.
* Dopo un pasto gratificante decidemmo ch’era tempo di continuare la nostra ricerca di nuovi continenti dove pensavamo di scoprire registrato in qualche roccia diamantifera l’eco di suoni immemoriali. Camminammo a lungo e molte strane cose si svelarono agli occhi quando arrivammo al pianoro delle pagode dimenticate. Vedemmo alberi e vacche giocare a rugby fra cespugli di torte al pistacchio. Le nuvole erano di marzapane e giovani impala volavano dalle cime di margherite verso le nebulose di zucchero e mandorle ma i gatti del territorio accanto arrivarono prima, balzando dai boschi di eleuterococchi allo zenzero, e una lunga pioggia di filamenti policromi dal gusto di miso inondò le arate spiagge di melanzane e convolvoli. Vedemmo una capra planare sul tetto della pagoda blu nell’isola dei canali ridenti ma non era una capra. Ci vollero trentasei secondi per capire che la capra era houdinamente Einstein scrutando da quelle sacre altezze le galassie certo che l’espansione fosse un tristo gioco di Hubble. Non eravamo interessati al canuto Albert e proseguimmo nella nostra avventurosa ricerca. Gli inviai però un messaggio sublimale: che ne pensi, old boy, se il campo unificato fosse la mente? Fra rocce smussate, dal colore viola bruciato, si stagliava una costruzione simile a una pagoda ma molto piò prossima a una stalla o a un fienile. Ci avvicinammo tutti insieme verso la porta aperta che si mostrò essere quattro assi male inchiodati e dalla quale uscì un vecchio dalle sembianze orientali, vestito di stracci, e una donna giovane, bellissima, dallo sguardo vacuo e fisso. Sembravano Giapponesi. Irasyamase (Benvenuti)! Lanciò il vecchio, posso aiutarvi? Entrate, c’è dell’acqua calda per un buon té. La sua voce era tenera, adescante, non paternale, amichevole. Ringraziammo ma preferimmo sederci nella veranda, accettando tuttavia l’offerta del tè. Tè verde. Dall’interno si udivano rumori di tazze e fruscii di paglia rimestata. Il vecchio si accosciò con noi e ci chiese le ragioni della nostra presenza in quelle lande solitamente inabitate. Partecipammo con lui i nostri sogni ma la risposta che gli sortí fu una tonante risata carnascialesca. Il suono? Quale suono? Davvero credete sia possibile trovarne le radici? Ascoltate, ascoltate questo canto, e chiese alla giovane accanto di cantare. E lei cantò. Una melodia soffusa di nebbie ma di una purezza solare, la nervatura della voce era una trama di colori, una cavalcata di onde oceaniche dalle schiume di cristallo, un canto struggente, di quelli che prendono l’anima alle caviglie e ti proiettano fuori della dimensione dell’ascolto. Dove la voce ascoltata e chi ascolta rompono i confini della separazione. Ascoltammo a bocca aperta, attoniti, stupiti, immobili, incapaci di seguire i nostri pensieri. La voce, la voce era di una potenza accecante, vibratile, sinuosa, con toni da rami di giunco, penetrante, ammaliante. Fu allora che ci accorgemmo che la cantatrice era cieca. E sembrò ancora più bella. Il suo nome è Mori, sussurrò il vecchio, Lady Mori, la più grande menestrella del paese di Nippon. È la manifestazione del mio amore, forse il mio ultimo amore, poiché volgo verso gli 80 e lei è cinquant’anni più giovane di me. Al suono del nome Mori, Anthea balzò in piedi e balbettò tremante, nonostante volesse gridare: ma è Ikkyu, il grande Ikkyu Sojun! E questo il suo famoso tempio, Shuon-An. -Si, sono Ikkyu- disse in risposta il Vecchio. Ikkyu, il favoloso monaco Zen vivo e incontaminato in questa nuova dimensione del Dreamtime! Il grande saggio che seppe esprimere l’universalità della visione Zen in termini di vita quotidiana, e pertanto bollato di anatema! Il suono - stavolta assunse un tono meditativo come se stesse ascoltando lontane risonanze o vedendo qualcosa invisibile a noi – chi vi ha detto che bisogna cercarlo o scoprirlo in dimensioni che sono proprie del sogno? Qualcuno un tempo venne da me e mi disse che cercava il Buddha. Gli diedi un calcio nel didietro e lo spinsi giù in una conca di mota. L’indomani ritornò. Stessa storia. E così per giorni e settimane finché una notte si avvicinò alla mia capanna tenendo in mano una lanterna spenta. Dove vai al buio? Gli chiesi. E chi ti dice che è buio? mi rispose. E mi spinse nel fango. Aveva trovato Dio o il Buddha o, molto più probabilmente, se stesso, la sua vera natura, che è quella di Dio o del Buddha, come vi pare. [1] Posso condividere qualche pensiero. Suonate lo strumento del vostro corpo, cantate con la mente, apritevi ai suoni del cielo, come ora già fate, ma lasciateli fuori. Allenatevi all’ascolto di voi stessi, senza arpe né Kora, ascoltate il silenzio.Quando le note della comprensione, che è amore integrale, compassione cosmica, penetreranno tutte le cellule, anche quelle virtuali, del vostro essere, allora sentirete la voce di un’altra Lady Mori. È il Suono. È l’essenza profonda dell’essere. Ci guardammo l’un l’altro e i nostri sguardi lacrimavano eloquenza, non ci servivano parole, i nostri pensieri comunicavano a velocità e intensità mai assaporate prima. Con un lontano sentore di vaniglia. Un grande pesce verde-issopo e bianco volava intorno ai pilastri, semplici tronchi già erosi, della veranda e sembrava ridesse di noi. E cantava, sì il pesce cantava; le Foglie Morte, cinguettò Junglaboy, me la ricordo. Lentamente ci alzammo, uno a uno, ci inchinammo al mitico monaco Zen e cominciammo ad allontanarci in silenzio quando Barklove chiese: ci offriresti uno dei tuoi poemi? Ikkyu ciondolò la testa spelacchiata, sussurrò qualcosa a Lady Mory e Lady Mori cantò: Questo mondo Non è che Un sogno fuggente. Le inconsistenze della vita Per quanto dolorose Ci insegnano A non attaccarci A questo mondo evanescente. Molti sentieri partono dai piedi della montagna Ma dalla sommità Noi tutti fissiamo lo sguardo a una Singola brillante luna. [2] Camminammo muti per vie di notte, non c’erano lampare, né stelle di fragole glassate brillavano sopra di noi. Camminammo muti su sentieri di giorno, e c’erano arcobaleni all’orizzonte. Ne raggiungemmo uno, ne salimmo titubanti i primi scivolosi passi, in un angolo sulla striscia del viola vedemmo la caricatura di un flauto, Mozart in cerca di se stesso. Avrei voluto salutarlo ma Canopius mi tirò per il polso e mi spinse ad andare avanti. E tutti avanti andammo, non più muti ma raucando in armonia, al suono del maranzano di Triko. Fu in quel momento che mi sovvenne un altro poema di Ikkyu che non mi aveva comunicato molto quando lo lessi per la prima volta, l’avevo mentalizzato troppo zen, ma che adesso mi tuonava nel cervello, scannava sciami di orrifiche formazioni mentali, rilasciava l’ossigeno del mondo fluire nelle arterie. Vorrei Offrirti qualcosa Ma nello Zen Non abbiamo proprio alcunché. Quando fummo a metà strada, al sommo dell’arcobaleno, sentimmo una calda vibrazione ondeggiare nell’aria e odorammo effluvi di mango. Triko lasciò il maranzano scivolare giù per il pendio della fascia blu, noi tutti lasciammo che i nostri strumenti prendessero la stessa via dell’esilio, Barklove a malincuore lasciò scivolare il suo bambù delle percussioni d’amore. Ci prendemmo per mano formando un angolo acuto, chiudemmo gli occhi e seguimmo la nostra respirazione, inspirare espirare, inspirare espirare, inspirare espirare. Il respiro trascendeva la materialità dei nostri corpi, i nostri corpi trascendevano la consapevolezza di se stessi, sentimmo l’aura di uno zeffiro marino penetrarci, dilatare la nostra coscienza. Sentimmo la vibrazione insinuarsi dentro di noi, puntare agli occhi, al cervello, alla lingua. Poi tutto svanì e noi volammo. Volammo nell’infinito profondo del Suono.
Chân Pháp Y West Hamlet, 2003
<![endif]> [1] Forse Ikkyu non raccontò mai questa storia, ma avrebbe potuto. [2] Collage di estratti da tre diverse poesie di Ikkyu, libera ma fedele traduzione.
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