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 Dizionario Biografico degli anarchici:
Pinelli, Giuseppe 
Nasce a Milano il 21 ottobre 1928 da Alfredo e Rosa Malacarne, ferroviere. Trascorre la prima parte della sua vita nel natio quartiere popolare di Porta Ticinese. Finite le scuole elementari deve andare a lavorare, prima come garzone, poi come magazziniere. Continua a leggere, un’abitudine che lo accompagna per tutto il resto della vita. Nel 1944, sedicenne, partecipa alla Resistenza antifascista come staffetta della BGT “Franco”, collaborando con un gruppo di partigiani anarchici, che costituiscono il suo primo tramite con il pensiero libertario.
Nel 1954 entra nelle ferrovie come manovratore. Nel 1955 si sposa con Licia Rognini, conosciuta a un corso serale di esperanto: presto verranno due figlie, Silvia e Claudia. Nei primi anni ’60 si costituisce a Milano un gruppo di giovani anarchici (Gioventù libertaria) poco più che ventenni, tra i quali Amedeo Bertolo, che nel 1962 aveva avuto l’onore della cronaca quale componente di un gruppo che aveva rapito il viceconsole spagnolo a Milano per ottenere (come ottenne) la trasformazione in pena detentiva di una condanna a morte di un anarchico nella Spagna franchista. P. – “Pino” per i compagni e gli amici – con i suoi 35 anni è il più vecchio di loro, ma questo non è un problema: il suo carattere gioviale ed espansivo ne fa un “compagnone”. E quando nel 1965, dopo una decina di anni senza sede, se ne apre una in viale Murillo, P. è tra i fondatori del circolo “Sacco e Vanzetti”.
Qui si tiene nel dicembre 1966 anche un incontro della gioventù libertaria europea. In seguito a uno sfratto, gli anarchici milanesi cambiano sede e il 1° maggio 1968 viene inaugurato il Circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”, sito in piazzale Lugano, nel periferico quartiere operaio della Bovisa. Prende il nome dall’attiguo sovrappasso stradale, dal quale si vedono i binari della stazione ferroviaria di Porta Garibaldi, dove Pinelli lavora.
Siamo nel ’68, appunto, e il vento della contestazione che soffia dalla Francia arriva anche a Milano. P. è attivo su molti fronti: come anarchico, è tra quelli che tengono aperta la sede, organizza un’efficace servizio-libreria, è tra gli organizzatori di intensi cicli di conferenze serali. Approfittando della possibilità di viaggiare (in quanto ferroviere) gratis in treno, tiene i contatti diretti con i compagni “di fuori”, tra i quali Luciano Farinelli ad Ancona, Aurelio Chessa a Pistoia, Umberto Marzocchi a Savona. Intensi anche i rapporti con Alfonso Failla, a Marina di Carrara, dove si reca anche in vacanza con la famiglia.
Operaio, P. si impegna anche in campo sindacale, in particolare per la riattivazione dell’USI, di cui viene aperta una sezione presso il Circolo. Anche il CUB dei lavoratori dell’Azienda trasporti milanese elegge il Circolo a propria sede e la lascerà solo dopo l’attentato del 12 dicembre 1969: la repressione anti-anarchica suggerirà questo trasloco. L’ambiente anarchico milanese è in pieno fermento, in molte scuole superiori nascono nuclei libertari, anche nelle fabbriche ci sono operai anarchici e frequenti sono i volantinaggi di primo mattino. Escono libri, opuscoli, i vecchi giornali riprendono fiato.
Gli anarchici milanesi sentono la necessità di una seconda sede, questa volta nella zona Sud di Milano. Tra i più impegnati nella sistemazione e nell’apertura del Circolo di via Scaldasole (nel quartiere Ticinese) c’è P. Il 25 aprile 1969 due attentati colpiscono la Stazione centrale e la Fiera. Le indagini si indirizzano verso ambienti libertari e alcuni anarchici vengono arrestati: è l’inizio di una campagna di criminalizzazione, che trova nuova linfa in agosto, quando alcuni attentati ai treni vengono ancora attribuiti ad anarchici. Viene fatta circolare anche la voce di una possibile implicazione di P., anarchico e ferroviere.
P. e il suo gruppo “Bandiera nera” insorgono, denunciano la manovra, danno vita – sull’esempio della “Black Cross” inglese di quei mesi e della “Croce nera” russa degli anni ’20 – alla Crocenera anarchica, specificatamente dedita alla solidarietà concreta con i compagni detenuti, ma anche alla pubblicazione di un bollettino di controinformazione. P. è l’anarchico più “in vista” tra quelli milanesi e frequentemente è in questura per richieste di autorizzazione, convocazioni, ecc.. Il suo interlocutore è perlopiù un giovane commissario di polizia, informale nei modi, elegante, ammiccante: Luigi Calabresi. Così, quando nel tardo pomeriggio del 12 dicembre 1969, subito dopo l’attentato di piazza Fontana, Calabresi si presenta al Circolo di via Scaldasole e invita P. a recarsi in questura, questi acconsente senza problemi, inforca il motorino e segue l’auto della polizia. In questura P. incontra, in un grosso salone, gran parte degli anarchici milanesi, fermati come lui per chiarire il proprio alibi. Entro 48 ore, limite massimo concesso dalla legge di allora per il “fermo di polizia”, i fermati vengono rilasciati, alcuni vengono spostati nel carcere di San Vittore.
P. viene invece trattenuto in Questura aldilà del limite legale. Viene interrogato. Poi, intorno alla mezzanotte tra il 15 e il 16 dicembre, il suo corpo vola da una stanza dell’Ufficio politico al quarto piano e si sfracella a terra. Le prime contrastanti versioni della polizia lasciano intendere che la verità non può essere quella ufficiale del “suicidio”. Muore a Milano all’Ospedale Fatebenefratelli nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969.
La vicenda politico-giudiziaria del suo assassinio, intrecciata con l’intera storia della strage di piazza Fontana, in particolare con il “caso Valpreda”, diventerà negli anni un vero e proprio boomerang per il Potere. I maldestri tentativi di mettere a tacere il tutto, culminati nella tesi del “malore attivo” proposta da una sentenza del giudice Gerardo D’Ambrosio, non faranno che evidenziare quella verità che non ha ancora trovato spazio nelle carte ufficiali. Decine saranno i libri, i filmati, le opere teatrali, le installazioni artistiche, le canzoni dedicate a P. e al suo assassinio, non solo in Italia. Ne citiamo qui solo due: la Morte accidentale di un anarchico del premio Nobel Dario Fo, e la gigantesca opera I funerali dell’anarchico Pinelli di Enrico Baj. (P. Finzi)
Fonti: CSLAP.
Bibliografia: Le bombe di Milano. Testimonianze di G. Pansa [et al.], Parma 1970; Crocenera anarchica, Le bombe dei padroni, Catania 1970 (1989, 2a ed.); La strage di Stato. Controinchiesta, Roma 1970; C. Cederna, Pinelli. Una finestra sulla strage, Milano, 1971; V. Nardella, Noi accusiamo! Contro requisitoria per la strage di stato, Milano 1971; M. Sassano, Pinelli: un suicidio di Stato, Padova 1971; Id., La politica della strage, Padova 1972; M. Del Bosco, Da Pinelli a Valpreda, Roma 1972; L. Rognini, Una storia quasi soltanto mia, a c. di P. Scaramucci, Milano 1982; G. Boatti, Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta, Milano 1993, ad indicem; Il malore attivo dell’anarchico Pinelli, Palermo 1996; L. Lanza, Bombe e segreti. Piazza Fontana 1969, Milano 1997.
Andrea Papi
Enrico Baj
 "I funerali dell'anarchico Pinelli"
Enrico Baj " I funerali dell'anarchico Pinelli "
sabato, 19 maggio 2012 01:06
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Pino Pinelli nella memoria dei ferrovieri, degli anarchici e della moglie Licia. Stampa E-mail
Scritto da Pantaleo,Licia Pinelli,Barilli, Sinigaglia,Cardia, Fortini, Finzi, Dario Fo   
venerdì, 26 settembre 2008 15:19
Pino Pinelli nella memoria dei ferrovieri, degli anarchici e della moglie Licia.






Pino Pinelli
A GIUSEPPE PINELLI
FERROVIERE ANARCHICO
UCCISO INNOCENTE  IL 16-12-1969
NEI LOCALI DELLA QUESTURA DI MILANO 
(Targa in memoria di Giuseppe Pinelli messa da studenti e democratici in Piazza Fontana)

“Io vidi una donna bellissima, con gli occhi bendati
ritta sui gradini di un tempio marmoreo.
Una gran folla le passava dinanzi,
alzando al suo volto il volto implorante.
Nella sinistra impugnava una spada.
Brandiva questa spada, colpendo ora un bimbo, ora un operaio,
ora una donna che tentava ritrarsi, ora un folle.
Nella destra teneva una bilancia;
nella bilancia venivano gettate monete d’oro
da coloro che schivavano i colpi di spada.
Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto:
“Non guarda in faccia a nessuno”.
Poi un giovane col berretto rosso
Balzò al suo fianco e le strappò la benda.
Ed ecco, le ciglia eran tutte corrose
sulle palpebre marce;
le pupille bruciate da un muco latteo;
la follia di un’anima morente
le era scritta sul volto.
Ma la folla vide perché portava la benda”

(A Carrara, cimitero di Turigliano questa è la poesia di Edgar Lee Masters riprodotta sulla tomba di Giuseppe Pinelli)
 
Molti si son dimenticati di Pino Pinelli, il ferroviere anarchico morto alla questura di Milano molti anni fa, come altri anarchici in tutto il mondo, così come ai tempi di Sacco e Vanzetti in America:  Pinelli si trovava nel palazzo della questura, sottoposto ad interrogatorio gestito - per pubblica responsabilità procedurale- dal questore di Milano Marcello Guida (già direttore durante il fascismo dei campi di confino in cui venivano perseguitati soprattutto anarchici e comunisti...) e dal commissario Luigi Calabresi, oltre che da alcuni sottufficiali di polizia e di un carabiniere.  In quei giorni ,inoltre, il presidente della Camera dei deputati Sandro Pertini si reca a Milano. Incontra le autorità, gli inquirenti e il questore di Milano, proprio Marcello Guida  a cui Pertini rifiuta di stringere la mano . I due si conoscono bene giacché nel 1942 entrambi si trovavano  nell’isola di Ventotene. Sandro Pertini in qualità di confinato detenuto, il dottor Marcello Guida – fedelissimo sostenitore di Mussolini e funzionario zelante fino alla crudeltà – in qualità di direttore del confino. Nel 1943 da Ventotene il dottor Guida era stato trasferito a direttore del campo di concentramento di Farfa, in Sabina fino alla caduta del fascismo.
Negli anni Settanta Guida fece carriera e terminerà la sua carriera come alto funzionario del Viminale... 

Pino Pinelli anche in questi tempi in cui si dibatte sul libro  in difesa della memoria paterna del figlio del commissario Calabresi - nelle cui stanze partì il volo mortale di Pino – viene poco menzionato… Da parte nostra vorremmo dire qualcosa in aggiunta alla veritiera intervista di Licia Pinelli, moglie di Pino che pubblichiamo dal Manifesto.
Pino Pinelli nei diversi incontri con i colleghi ferrovieri che con lui lavorarono o che lavorarono di lì a poco nel suo impianto di Milano Porta Garibaldi, è sempre ricordato con profonda stima e rispetto professionale e umana : “Pino non si sarebbe mai ammazzato ed era una gran brava persona e un ottimo capo manovra” ci han detto. Il capo manovra in ferrovia ha una sua piccola squadra di manovratori con cui aggancia e sgancia carrozze ferroviarie, compone e scompone treni, sposta vetture da un binario all’altro, lavora con i veri ferrovieri quelli in prima linea, sulle rotaie e binari, traversine e scambi, bandierine e lampade, marmotte di manovra, segnali; lavorava Pino con i suoi manovratori collaborando con i deviatori, i veicolisti, i verificatori, i macchinisti, i capistazione, i macchinisti di giorno e di notte. Capomanovra lo si diventa dopo anni di gavetta, e con la stima dei dirigenti ma soprattutto quella dei colleghi. Pino, come tutti i capo manovra, organizzava il lavoro spostandosi da un binario all’altro programmandolo, e magari quando ci si fermava per attendere il controllo del treno pronto da parte dei verificatori, le prove tecniche di sicurezza e validità del convoglio, doveva anche preparare qualcosa da mangiare per far gruppo e stare di buon umore, durante la lunga notte per la sua squadra e per i colleghi – fratelli con cui divideva i turni di pomeriggio – mattino – notte.
E, nei giorni di riposo, Pino era impegnato ancor più soprattutto per la sua famiglia, la moglie e le due figlie,  la madre e gli altri, ma trovava il tempo per incontrare ed animare i fratelli anarchici di Milano del Circolo del Ponte della Ghistolfa e in tutta Italia (da ferroviere poteva spostarsi con poca spesa salvo i panini e il cibo che la moglie gli preparava).
A Canosa dove esisteva una tradizione di contadini anarchici ormai leggendaria (Damiano, Agostino Raimo ecc..), ce ne parlarono con tanto affetto (mentre Valpreda essendo “artista” non era amato come Pino). Ecco, Pino Pinelli era tutto questo per i famigliari, i ferrovieri e gli anarchici, e rimarrà nel loro cuore:
 il marmo e le medaglie, la retorica e le menzogne della storia ufficiale non lo interessavano.


Michele Pantaleo Dragone, anarchico

p.s.:
Una nota di movimento su MARCELLO GUIDA:
Riceveva dalla Fiat circa 1.000.000 all'anno (sotto le voci "aiuto in una manifestazione", "aiuto durante uno sciopero"). La sua carriera: uomo di fiducia di Mussolini, è stato direttore del carcere per prigionieri politici di Ventotene, dove sono morti diversi antifascisti. Dopo la guerra fa il questore.

A Torino ce lo ricordiamo aver comandato le cariche contro il corteo di studenti medi davanti alla facoltà di Architettura, con inaudita violenza. Allora si parlò di una studentessa uccisa, ci furono interrogazioni in parlamento. (20 novembre '68).

Ordina la carica contro un corteo antifascista di solidarietà con la Grecia. (8 maggio '69).

Organizza, prepara e comanda personalmente le cariche e i rastrellamenti contro un corteo operaio autonomo in corso Traiano. Ne seguono scontri per otto ore, ci sono centinaia di feriti, molti gravi. L'ordine è di arrestare (e far licenziare) quanti più operai possibile. L'attacco avviene al culmine di una lotta operaia autonoma che dura da 50 giorni. (3 luglio '69). In corso Traiano Marcello Guida viene ferito in fronte da una pietra. Pochi giorni dopo viene trasferito a Milano. In tutte le occasioni riferite l'organizzatore materiale della violenza poliziesca è il vice questore Voria che si è meritato l'appellativo di nazista dai proletari di Torino.

A Milano: giovedì 6 novembre '69: Guida fa attaccare un corteo operaio che manifesta davanti alla Fiat di corso Sempione. Sabato 19 novembre '69: provoca un corteo dell'Unione dei Comunisti Italiani durante uno sciopero generale per la casa, in via Larga. Escono operai da un comizio sindacale al Teatro Lirico, vengono caricati. Seguono ore di scontri. Muore l'agente di P.S. Annarumma. In serata Guida viene cacciato dalle caserme di P.S. in rivolta. Lunedì 15 dicembre '69: Questura di Milano. Calabresi, Mucilli, Lograno, Panessa assassinano Giuseppe Pinelli durante un interrogatorio. Marcello Guida è il complice principale. E' il primo ad arrivare all'ospedale Fatebenefratelli dove impone la presenza di un poliziotto al capezzale di Pinelli. Poche ore dopo dichiara il falso alla TV: "era fortemente indiziato, il suo alibi era crollato" . Poi aggiunge: "Vi giuro: non l'abbiamo ucciso noi". Pochi mesi dopo viene promosso ad incarichi ministeriali e trasferito a Roma.




"Pino Pinelli, ferroviere, è morto nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, precipitando da una finestra della questura di Milano. Non sappiamo come. Sappiamo soltanto che era innocente. Marcello Guida, questore, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre aggrediva Pinelli con accuse infamanti, ne dichiarava caduti gli alibi. Lo definiva ormai preso dalla legge, ne annunciava la morte come una confessione. Non sappiamo perché. Sappiamo soltanto che mentiva."
Marino Berengo, Elvio Fachinelli, Lucio Gambi, Giovanni Giolitti, Giulio A. Maccacaro, Cesare Musatti, Carlo Salinari, Vladimiro Scatturin, Mario Spinella, settembre 1970


VIDEO DA VEDERE: CLICCA
http://video.google.it/videoplay?docid=4829085733780766219&ei=GJDjSPeuE6f62wK-0JCdCw&q=pinelli&vt=lf&hl=it


Storie
Stranovolo DI UN ANARCHICO - LA MEMORIA DI LICIA PINELLI: «PINO, VITTIMA DI CALABRESI»

A trentotto anni dalla morte di Pino Pinelli, la moglie Licia ritorna su quei giorni e sulle «giustificazioni» oggi di moda: «Mario Calabresi ha scritto un libro che, per difendere la memoria del padre, offende la nostra»
Francesco Barilli
Sergio Sinigaglia
Licia è una donna per nulla incline a sentimenti di vendetta, che ancora oggi chiede giustizia rifuggendo dai sensazionalismi e dal clamore mediatico. Vive ancora oggi a Milano e l'intervista si svolge a casa sua, il 14 gennaio 2008.


Volevamo chiederti qualcosa su quegli anni, sulla militanza di Pino. E sulla vostra vita a Milano, anche paragonandola con il contesto attuale.
Sono situazioni totalmente diverse, quasi impossibili da confrontare. Un tempo c'era un clima molto più aperto, mentre oggi si ha un'impressione di estraneità, di distacco fra le persone, persino fra chi abita nello stesso condominio. Già un dialogo, un livello minimo di conoscenza, è difficile; l'idea di darsi una mano è addirittura impossibile. A questo discorso si collega pure la militanza di Pino. Alcuni mesi prima di piazza Fontana, c'erano stati altri attentati (in diverse città italiane), e già in questi casi erano stati incolpati gli anarchici. Lui si era attivato subito dopo quelle prime accuse, cercando di portare aiuto. Ricordo gli scioperi della fame, lui che andava a portare da bere a chi era impegnato in iniziative di solidarietà. Spiegare cos'era Milano e la nostra vita è davvero difficile. Quel che voglio farvi capire è che se oggi i rapporti interpersonali si mantengono al minimo essenziale, all'epoca era diverso. All'epoca io battevo a macchina le tesi per diversi studenti, quindi casa nostra era sempre aperta e piena di ragazzi, ricordo la sensazione di avere sempre gente da noi. Quegli studenti venivano per le loro tesi, quindi anche in quel caso in teoria ci si poteva limitare a un rapporto «distaccato»; invece si finiva col parlare di tutto, anche e soprattutto di politica, perché pure quella faceva parte della vita, e il confronto era normale. È vero, erano tempi di conflittualità molto dura, ma c'era un atteggiamento aperto verso l'idea stessa di politica. Pino, poi, figuriamoci!... Non gli pareva vero di poter intavolare una discussione su quegli argomenti; appena entrava in casa e trovava uno di quei ragazzi gli diceva subito «Io sono un anarchico. Voi come la pensate?». Finiva spesso che io facevo da mangiare per tutti e con noi si fermavano anche quegli studenti. Era una vita allegra, malgrado le difficoltà, le bambine piccole, il suo stipendio bassissimo. Ecco, questo mi dispiace: mi chiedevate di Milano come città, e io oggi la ricordo buia, scura, quando ci penso la vedo d'inverno, il cielo coperto come oggi. Probabilmente perché il ricordo di Milano di quell'epoca lo associo e si sovrappone proprio a quei giorni di dicembre 1969. (...)


Dobbiamo chiederti «del fatto». Tu come e quando ne vieni a conoscenza?
Dobbiamo fare un passo indietro, prima di parlare della notte del 15 dicembre. Dobbiamo partire dal 12, dal giorno di piazza Fontana. Pino viene invitato in questura, non viene arrestato. Addirittura segue l'invito accodandosi all'auto della polizia col suo motorino, senza nessuna coercizione. Nessuno mi telefona per dirmi che Pino è stato chiamato in questura, lo vengo a sapere qualche ora dopo, quando la polizia viene a casa nostra per una perquisizione. In quel momento io non solo non sapevo che mio marito era in questura, ma non ero a conoscenza nemmeno della bomba alla Banca dell'agricoltura, semplicemente perché avevo il televisore rotto e non avevo sentito i notiziari; per cui anche la perquisizione mi capita come una cosa strana, scioccante... Ricordo i poliziotti che rovistavano per casa, probabilmente alla ricerca di qualcosa di compromettente, e sono finiti con lo scartabellare fra le tesi (i ragazzi spesso me ne lasciavano una copia per ricordo, una volta finita). Fra questi lavori ce n'era uno che attirò l'attenzione dei poliziotti. Adesso non saprei dirti con sicurezza di cosa si trattasse: forse era sulla rivoluzione francese, oppure sull'epoca in cui c'era stata una rivolta contro lo Stato Pontificio nelle Marche, qualcosa del genere... Sta di fatto che gli agenti all'inizio pensavano di aver trovato chissà quale documento rivoluzionario! Spiegai che era una tesi, che io le battevo a macchina per lavoro, e uno di loro mi chiese «ma lei lavora per hobby o per bisogno?». Credo d'averlo guardato con ben poco rispetto: a quell'epoca, coi pochi soldi che giravano, uno lavorava proprio per hobby!... Ecco, ho questo ricordo della perquisizione: io che continuo a brontolare mentre i poliziotti giravano per casa. Poi, ancora più tardi, arrivò la telefonata di Pino: mi disse solo che era in questura, c'era tanta gente e avrebbe tardato. Anche se era un momento drammatico, non fu una telefonata allarmante, ma rassicurante.


Tu riuscisti a vederlo, in quei giorni?
No, però ci riuscì mia suocera il giorno dopo, il 13 o forse il 14. Dopo la perquisizione, o dopo la telefonata di mio marito, l'avevo chiamata, le avevo spiegato la situazione. Tra l'altro proprio il 12 Pino aveva appena ritirato la tredicesima, per cui lei andò di persona in questura a farsela consegnare. Era anche un modo per vederlo ed essere rassicurate.


Licia, scusa la domanda, ma con tutto quello che è accaduto, negli anni successivi ti è mai venuto di pensare che la sua attività politica era la causa di quanto vi era successo? Hai mai pensato (irrazionalmente, magari) a una sorta di «rimprovero» verso tuo marito?
No. Esiste il libero arbitrio... Capisco quel che volete dire, ma direi di no, non ho mai avuto quel pensiero. Vedi, per spiegarti bene questo aspetto devo fare un passo indietro nel tempo. C'è stato un momento, prima della militanza di Pino (prima della «militanza attiva», intendo, visto che lui comunque era ed è sempre stato anarchico), in cui avevamo le due bambine piccole, io avevo mille lavoretti, le tesi eccetera, e Pino sembrava dibattersi in quella casa che sembrava così stretta. Io allora lo incitavo a trovarsi degli interessi al di fuori della vita familiare. Gli dissi «perché non vai dagli esperantisti, perché non riallacci quei rapporti?», visto che noi ci eravamo conosciuti nel '52, proprio a scuola di esperanto, e ricordavamo quell'ambiente come una bella esperienza. Lui accolse il mio consiglio... Solo che, invece di andare dagli amici di esperanto, andò a trovare gli anarchici del circolo. Scelse la sua passione più vera, la politica: come potrei rimproverarlo, anche irrazionalmente? No, non posso parlare di sue colpe, né di miei ripensamenti sulle sue scelte.
La notte fra il 15 e il 16 dicembre, che Pino è precipitato dalla finestra lo vieni a sapere dai giornalisti...
Sì, vengono a bussare da me verso l'una. Io, le bambine e mia suocera eravamo già a letto. Te lo dico perché in seguito ci fu persino chi disse che dormivo con un amante. Non è una cosa poi così strana: se devi infangare una vittima è meglio infangare anche i suoi parenti... Comunque sono andata ad aprire e ho trovato questi due giornalisti. Sembravano affannati, dopo 4 piani di scale senza ascensore, e soprattutto davano l'impressione di farsi forza l'un altro, cercavano le parole per dirmelo: «sembra che suo marito sia caduto da una finestra». Gli chiusi la porta in faccia e mi precipitai a telefonare alla questura. Chiesi di Calabresi e me lo passarono. Dissi che c'erano due giornalisti alla mia porta, gli riferii cosa m'avevano detto, chiesi perché non m'avevano avvertito. «Sa, signora, noi abbiamo molto da fare», mi rispose... Non so se gli ho detto ancora qualcosa, sicuramente gli ho sbattuto la cornetta in faccia. Dalla questura non seppi nulla: mentre Pino era all'ospedale, invece di chiamarci loro avevano indetto la famosa conferenza stampa... Mia suocera si vestì e si precipitò all'ospedale, al Fatebenefratelli. Io dovevo aspettare, c'erano le bambine da guardare, non avevo altra scelta. A tanti anni di distanza i ricordi sono confusi, ma rammento bene mia suocera, alla sua età e senza una lira in tasca, precipitarsi in piena notte all'ospedale, dove nessuno le dice nulla, dove non le fanno nemmeno vedere il figlio. Mi telefonò dall'ospedale, dicendomi che c'era un sacco di polizia e non la facevano passare. Poi mi disse «non so cosa sta succedendo, ma temo che...». Aveva capito che era morto perché aveva visto un inserviente tirare fuori i moduli.


La tua reazione quale fu?
Dopo un po' ero riuscita a far portare via le bambine, che si fecero svegliare e vestire senza dire nulla. Sempre quella notte, o poco più tardi, arrivarono a casa mia Camilla Cederna, Stajano, un dottore dell'università cattolica per cui avevo lavorato (che sulla vicenda in seguito scrisse un lungo articolo sull' Europeo ), e qualcun altro ancora. Ad un certo punto non ce la facevo più a stare in quella stanza, volevo andarmene da sola in camera. Mi venne dietro mia suocera. Mi disse: «Vedrà, domani daranno a lui la colpa di tutto». «Va bene», risposi, «ma ci siamo anche noi, con cui dovranno fare i conti». Il giorno successivo, in tribunale, ricordo i capannelli di gente... C'era davvero tantissima gente, la strage di piazza Fontana e la morte di Pino avevano destato uno scalpore enorme. C'erano dei giovani avvocati, che chiedevano (loro a me...) cosa si poteva fare. «Denunciare tutti quelli che erano in quella stanza», rispondevo. E da lì comincia tutta la storia delle varie istruttorie, che è finita come sai...


Licia, tu hai letto il libro di Mario Calabresi (figlio del commissario), «Spingendo la notte più in là»?
No. Non voglio leggerlo, non m'interessa. Non potrei mai riconoscermi in quel testo. A volte penso che c'è stato un momento in cui se avessi incontrato per strada la vedova, con i bambini, forse avremmo potuto parlarci, avere un rapporto. Ma così, con tutto quello che è successo, no. C'è una distinzione netta, fra noi. Io ho avuto la netta impressione che Calabresi eviti di affrontare la storia di Pino, se non di striscio, e questo mi ha dato fastidio. Capisco l'esigenza di difendere la memoria del padre, però penso che con quell'operazione si neghino almeno due fatti: in primo luogo che le due vicende, piaccia o meno, sono strettamente collegate; in secondo luogo che, indipendentemente dalle implicazioni sul fatto in sé, sul commissario gravano comunque responsabilità «sul dopo», sulle menzogne che raccontarono, il «Pinelli gravemente indiziato»... Direi non solo sul dopo: ricordiamo che Calabresi era titolare dell'ufficio da cui cadde mio marito. Dunque, indipendentemente dalla sua presenza, la responsabilità, anche diretta, c'era. Poi viene il resto, le menzogne su Pino gravemente indiziato eccetera... Tornando sulla presenza o meno di Calabresi nella stanza, non voglio riaprire polemiche, ma mi sembra giusto ricordare che uno degli anarchici fermati, Pasquale Valitutti, sostenne di non aver visto Calabresi uscire dalla sua stanza prima che Pino cadesse, e successivamente confermò sempre la stessa versione: non solo non aveva visto Calabresi uscire dalla stanza, ma affermò pure che (considerata la posizione che occupava nel corridoio) avrebbe senz'altro notato se il commissario fosse uscito. Quella dichiarazione la sostenne di fronte alla magistratura, ma non fu mai chiamato a deporre nuovamente davanti a D'Ambrosio, mi disse, nel corso dell'istruttoria decisiva.


Tornando alle menzogne successive alla morte di Pino, alla sentenza D'Ambrosio almeno una cosa bisogna riconoscerla: esclude che Pino si sia suicidato, quindi conferma che tutti quelli che erano nella stanza e dichiararono il contrario mentirono. I 4 poliziotti e il carabiniere presenti hanno avuto conseguenze?
Che io sappia no, la storia si è chiusa così. Anzi, per quanto ho saputo alcuni, se non tutti, sono stati promossi. Quando succede un fatto del genere, che vede coinvolti elementi delle forze dell'ordine, alla fine oltre a non arrivare alla verità si finisce con le promozioni. Lo stiamo vedendo anche oggi, per i fatti di Genova.


Negli anni successivi, hai mai avuto altre notizie, anche da fonti «strane» (voci, telefonate dei soliti «bene informati») che ti facessero pensare di poter essere vicina a una nuova svolta?
Una volta mi arrivò una lettera anonima di questo tipo. La consegnai all'avvocato Carlo Smuraglia, ma non ne facemmo nulla, era una cosa totalmente delirante.


Sono passati 38 anni da quei giorni, ma ne sono passati anche 25 da quando hai raccontato la tua storia a Piero Scaramucci in «Una storia quasi soltanto mia». È cambiato qualcosa nella tua opinione circa lo svolgimento dei fatti?
Quello che penso sia successo lo raccontai innanzitutto al magistrato e te lo confermo ora. È difficile da spiegare, ma si tratta di una convinzione talmente radicata in me che la sento come si trattasse di un avvenimento accaduto con me presente; se ci penso è come se io fossi stata lì, in quella stanza. Quando sono stata interrogata da Bianchi d'Espinosa (procuratore generale a Milano, che poi assegnò il fascicolo a D'Ambrosio) mi chiese proprio quale opinione mi fossi fatta sull'accaduto, e la stessa domanda in seguito me la pose lo stesso D'Ambrosio. Risposi molto semplicemente, come rispondo a voi ora: l'hanno picchiato, creduto morto e buttato giù; oppure l'hanno colpito al termine dell'interrogatorio, facendolo poi precipitare incosciente, e questo spiegherebbe anche il suo volo silenzioso, senza neppure un grido, e spiegherebbe pure che dei 5 agenti solo uno (il carabiniere) si precipita giù per accertarsi delle sue condizioni. Di questo racconto sono convinta ancora oggi. Alla tesi del suicidio, poi, non ho mai creduto. Pino non l'avrebbe mai fatto, era un'eventualità che non ammetteva. Una volta avevamo parlato di una ragazza che conoscevamo, che aveva tentato il suicidio, e lui era stravolto. Non era una scelta che concepiva, amava la vita, non l'avrebbe mai fatto.
 
Fonte: il Manifesto del 23 settembre 2008 p.18

clicca il video per gli anarchici di Canosa:
http://video.google.it/videoplay?docid=-1244937302775939592&ei=7OLcSLbSLYKg2gLh_aGqCw&q=canosa+anarchici&vt=lf&hl=it

Dopo vent'anni di silenzio parla la vedova di Pinelli
"Non mi interessa la punizione ma chi sa parli"
"Verità sulla fine di mio marito
solo così si supera il passato"
di GIUSEPPE D'AVANZO


                                              
Licia Pinelli


MILANO - "E' il mio destino ricordare. Per lungo tempo i ricordi mi venivano incontro e s'impadronivano della mia vita, quasi la schiacciavano. Sapevo di doverli tenere lontani, ma è un lavoro doloroso e spesso inutile. Ora, con quel che succede, i ricordi mi sono di nuovo tutti addosso e mi lasciano angosciata, pietrificata in un passato che non vuole passare. Guardi le mie mani...". Licia Pinelli abita in una via appartata nei pressi di Porta Romana. La casa è ordinata, e silenziosa, le stanze sono in ombra. Non sediamo in salotto, ma in cucina intorno al tavolo tondo con la cerata. Beviamo una gazzosa. Licia Pinelli stende le sue mani sul tavolo per fermarne il tremore. Quando finalmente decide di parlare ancora - ora ha le mani chiuse a pugno - dice con un soffio di voce e d'impeto, come per un'urgenza che le brucia in petto: "Immagino soltanto una soluzione per questa tragedia lunga trent'anni: chi, quella notte, era nella stanza al quarto piano della questura di Milano, parli, racconti la verità. La verità è giustizia e soltanto la verità potrà rimarginare le nostre ferite e liberarci del passato".

Quel che succede è questo: per il procuratore D'Ambrosio, "l'anarchico Valitutti" - era nel corridoio dell'ufficio politico della Questura di Milano la notte del 15 maggio di trent'anni fa, quando suo marito Pino Pinelli, ferroviere e anarchico, volò giù nel cortile - ha testimoniato che Luigi Calabresi non era in quella stanza...

"Non è vero, Lello Valitutti ha detto il contrario. Ha detto di non aver visto uscire Luigi Calabresi dalla stanza. Se il commissario non era uscito, vuol dire che era dentro".

Secondo lei, che cosa accadde in quella notte?
"Un giudice (Caizzi) ha parlato di 'morte accidentale', un altro (Armati) di 'suicidio', D'Ambrosio, infine, di 'disgrazia plausibile'. Io ho sempre immaginato che Pino sia stato duramente picchiato. Si è sentito male. Lo hanno creduto morto, lo hanno buttato giù dalla finestra".

La ricostruzione di D'Ambrosio è un'altra.
"Sì, D'Ambrosio descrive un'altra scena. L'interrogatorio è finito. Pino si alza. Accende una sigaretta. Si avvicina alla finestra. La ringhiera è bassa. Pino apre un battente che sbatte contro il muro. Si sente male. E' tra due poliziotti, Panessa e Mainardi. Precipita. Nessuno vede, tutti gli altri alzano gli occhi solo quando Pino cade giù e vedono Panessa che si sporge dietro di lui. Per trattenerlo, dice D'Ambrosio. Per spiegare che cade due o tre metri in fuori, il procuratore sostiene che c'è il malore e un appoggiarsi verso il vuoto. Anche D'Ambrosio non è sicuro del fatto suo. Dice che è una ricostruzione 'verosimile'. Verosimile per verosimile, ce n'è allora una terza".

Quale?
"D'Ambrosio ha ragione nella prima parte del racconto. L'interrogatorio è finito. Pino si accende una sigaretta. E' libero, sta per tornare a casa. E' allegro e come rinfrancato dopo tre giorni di pressioni. Forse troppo rinfrancato. A quel punto, non rinuncia alla battuta sarcastica. E' nel suo carattere. Sfotte i poliziotti e uno di loro cerca di mollargli un ceffone: ne resta traccia sul collo sotto forma di 'macchia ovolare'. Il colpo gli fa perdere l'equilibrio. Questa scena mette insieme molti dettagli. Il trambusto che avverte Valitutti, seduto in corridoio in attesa di essere interrogato. Il volo di Pino senza un grido. Quelli nella stanza che vedono solo le gambe, le scarpe di Pino che precipita e il brigadiere Panessa, il più vicino, che si sporge per afferrarlo".

Suo marito Pino le ha mai parlato di Luigi Calabresi?
"Una volta me ne ha parlato. Mi disse: 'C'è un giovane alla questura, è intelligente, ci si può parlare'".

L'anarchico si fidava del poliziotto?
"Pino era fatto così. In ognuno vedeva del buono, era pieno d'entusiasmo, ma non era uno sprovveduto. Calabresi era sempre un poliziotto".

E' stato scritto che tra loro, tra il commissario giovane e intelligente e l'anarchico generoso e appassionato, ci fosse una specie di amicizia. Si scambiavano libri ad esempio.
"Calabresi regalò a Pino 'Mille milioni di uomini' di Enrico Emanuelli. Pino allora aveva ricambiato Calabresi con una copia dell'Antologia di Spoon River che era il libro della sua vita. Nei quattordici anni che abbiamo vissuto insieme, ha sempre riletto quelle poesie aggiungendo, nelle pagine, piccoli biglietti con i suoi commenti. Così gli deve essere venuto naturale regalare il libro a Calabresi come avrebbe fatto con chiunque altro. Cose del tipo: sto leggendo questo libro, non lo conosci? Leggilo...".

Ha mai incontrato la vedova Calabresi?
"No".

L'ha mai sentita?
"No".

Non ha avuto mai voglia di condividere con lei i suoi ricordi?
"No, mai. Viviamo in due mondi diversi".

Ma il dolore che vi è stato inflitto non è lo stesso? Intorno a questo dolore comune non ha mai pensato che potesse nascere una solidarietà, e forse anche una comprensione?
"E' vero forse, ma la morte di Luigi Calabresi non mi risarcisce della morte di Pino".

Ha conosciuto il commissario?
"L'ho visto una sola volta, in tribunale durante il processo a Lotta Continua".

Che impressione ne ebbe?
"Mi ha fatto pena. Quando è entrato in aula, hanno preso a gridargli dal pubblico: 'Assassino!'. Per un attimo mi sono sentita nei suoi panni. La gente continuava a gridare e mi ha fatto pena".

Perché?
"Perché erano colpevoli tutti, non soltanto Luigi Calabresi, mentre in quell'aula, agli occhi della gente, soltanto lui era l'imputato, soltanto lui era il colpevole. Per me erano tutti imputati allo stesso modo, il questore, il prefetto, il ministro e ancora più su. Io non volevo, non trovavo giusto che si aggredisse il capro espiatorio. Per questo ne avevo pena".

Hai mai pensato che Calabresi potesse essere sincero nella sua ricostruzione dei fatti?
"Me lo ha chiesto anche Piero Scaramucci in un libro che abbiamo scritto venti anni fa ('Una storia quasi soltanto mia'). Gli risposi che se Calabresi avesse detto la verità, sarebbe subito venuto a dirmela quella sera stessa. Quando gli ho telefonato, quella notte, invece mi disse: 'Signora, abbiamo molto da fare!'. Non ho motivo per cambiare la mia risposta. Calabresi non ha mai detto davvero tutta la verità. All'inizio disse che Pino era 'fortemente indiziato'. Un mese dopo, che 'era una bravissima persona' e che 'non c'erano indizi contro di lui'".

Perché allora, dopo trent'anni e nella convinzione che Calabresi sia stato un capro espiatorio, non perdonare o pacificarsi con la famiglia Calabresi?
"Luigi Calabresi fu, sì, il capro espiatorio, ma anche il responsabile morale di quanto accadde in questura. Importa poco se fosse o non fosse nella stanza. Fu lui a convocare Pino in questura. Fu lui a trattenerlo nel suo ufficio illegalmente per tre giorni. Era il capo. Erano suoi gli uomini che lo interrogarono. Io li ho denunciati tutti e, oggi come ieri, non voglio far ricadere la responsabilità di quanto è accaduto soltanto su un'unica persona".

Quali sono state le sue reazioni quando hanno ucciso il commissario?
"Mi sono sentita derubata".

Perché?
"In quel momento, passato lo sgomento e la paura, ho capito che non avrei avuto più la verità che stavo cercando".

Per l'assassinio di Calabresi sono stati condannati Sofri, Bompressi e Pietrostefani...
"Io non credo alla loro colpevolezza. Anche a Lotta Continua, come a me, è stata sottratta la verità. La 'campagna' di Lotta Continua aveva lo scopo di dare una verità alla morte di Pino. Avevano ottenuto il processo, non avevano alcuna ragione di ucciderlo. Questo penso...".

Signora, ci deve essere da qualche parte una strada per chiudere questa stagione di odio e di morte. Non crede che ognuno, per la sua parte, dovrebbe cercarla?
"Io credo che quella strada possa essere soltanto la verità, non la menzogna o la disattenzione o l'oblio. Soltanto la verità potrà fermare il tremore delle mie mani, restituirmi una quiete capace di tenere lontani i ricordi. Voglio conoscere la verità. Non mi interessa la punizione dei colpevoli. Non mi piacciono le prigioni, non è in prigione che i colpevoli comprendono la natura dei propri errori. Voglio sapere chi ha fatto che cosa. Chiedo che siano attribuite delle responsabilità. Mio marito è entrato vivo in una questura, ne è uscito morto. Perché? E chi ne è responsabile? Uno Stato forte e credibile sa afferrare e sopportare la verità. Se è spaventato dalla verità, quello Stato rinuncia a se stesso, si indebolisce, perde, si dichiara sconfitto. Per ritornare alla sua domanda, la strada per chiudere questa maledetta stagione di odio può essere soltanto la giustizia".

Parola alquanto sbiadita, non le pare?
"Non parlo della giustizia dei tribunali, ormai. Per me, giustizia è la consapevolezza degli uomini di che cosa è accaduto. Che si sappia chi ha ucciso Pino. Chi ha ucciso Pino ne sia riconosciuto responsabile. Chi sa, trovi il coraggio di dire la verità: è la sola strada verso una pacificazione che sappia liberarci del passato".

(18 maggio 2002)


A proposito di Pinelli, Calabresi, ecc.

autore:
Tullio Cardia
A Roma, a Villa Torlonia, è stata dedicata una strada a Luigi Calabresi...

Remembering Giuseppe Pinelli

December 12, 2006 by KSL - Kate Sharpley Library


Pino Pinelli

The 12th of December is the anniversary of the 1969 Piazza Fontana bombing carried out by neo-fascists working with the Italian secret services. Sixteen people were murdered. The seventeenth victim was the anarchist railway worker, Giuseppe Pinelli, accused and then murdered by the police. His death - and the controversy and trials which followed it - unmasked the strategy of tension: Pinelli was innocent, Piazza Fontana was a state massacre.
Giuseppe 'Pino' Pinelli (1928-1969) the 17th victim of the Piazza Fontana bombing


He was born in Milan on 21 October 1928 to Alfredo Pinelli and Rosa Malacarne. The early part of his life was spent in his native Porta Ticinese district of the city. After completing elementary school he had to start work, initially as a waiter and later as a warehouseman. He carried on reading: this was a lifelong habit of his. In 1944 when he was 16 he took part in the antifascist resistance as a runner for the "Franco" Brigade, working with a group of anarchist partisans who were his first encounter with libertarian thought. In 1954 he joined the railways as a labourer. In 1955 he married Licia Rognoni whom he met at an evening Esperanto class; they soon had two daughters, Silvia and Claudia.

In the early 1960s an anarchist youth group was formed in Milan (the Gioventu Libertaria) with a little over twenty members who included Amedeo Bertoli who in 1962 made headlines as a member of a group that kidnapped the Spanish vice-consul in Milan in order to press for (and achieve) the commutation into a prison term of the death sentence that had been passed on an anarchist in Francoist Spain. Pinelli – just 'Pino' to his friends and colleagues – at 35 was the oldest of the group, but that was not a problem: his cheerful, outgoing personality made him "good company". And when in 1965, after ten years without a local, one was opened in the Via Murillo, Pino was among the founders of the "Sacco and Vanzetti Circle". On those premises there was a get-together of young anarchists from all over Europe in 1965. After eviction, Milan's anarchists moved premises and on 1 May 1968 the "Ponte della Ghisolfa" Anarchist Club in the Piazzale Lugano on the outskirts of the La Bovisa working class district was opened. It was called after the former viaduct, the pillars of which can be seen from the Porta Garibaldi railway station where Pinelli worked.

In 1968 the winds of challenge blowing from France reached Milan. Pinelli was active on many fronts: as an anarchist, he was one of those who kept the club open, organising an efficient book-service and he was one of the organisers of a busy series of evening lectures. Capitalising upon his free rail travel privileges (as a railway employee), he kept in direct contact with "outside" comrades, among them Luciano Farinelli in Ancona, Aurelio Chessa in Pistoia and Umberto Marzocchi in Savona. He was also in frequent contact with Alfonso Failla in Marina di Carrara, also holidaying there with his family. As a worker Pinelli was also involved in trade union affairs, especially helping to refloat the USI, a branch of which opened on the club premises. And the Milan Transport Authority's CUB (rank and file committee) chose the club as its own base, leaving only in the wake of the bombing on 12 December 1969: that move was prompted by the crackdown on anarchists. Anarchist circles in Milan were all excitement, with libertarian groups emerging in lots of high schools and in the factories there were anarchist workers and frequent early morning leafletting campaigns. Books, pamphlets were produced and some of the older newspapers underwent a revival. Milan's anarchists felt the need to open a second clubhouse, this time in the southern part of the city. Among those most committed to the preparation and opening of the Via Scaldasole Club (in the Ticinese district) was Pinelli.

On 25 April 1969 two bombings struck at the Central Station and the Show Grounds. Inquiries were directed towards libertarian circles and a number of anarchists were arrested: this was the start of a campaign of criminalisation that received a further boost in August when some train bombings were also credited to anarchists. There was also a rumour around to the effect that Pinelli, the anarchist railway worker, might be implicated. Pinelli and his "Bandiera Nera" (Black Flag) group bridled at this and took exception and denounced this black propaganda, launching – after the model of the British "Black Cross" at around the same time and the Russian Black Cross from the 1920s – the Anarchist Black Cross, specifically committed to concrete solidarity with arrested comrades, but also to publication of a counter-information bulletin. Pinelli was the highest profile anarchist in Milan and was regularly summoned to police HQ over applications for licences, meetings, etc. The person he dealt with more often than not was a young police inspector, approachable in his manner, elegant and friendly: Luigi Calabresi. So when, on the afternoon of 12 December 1969, right after the Piazza Fontana bomb outrage, Calabresi arrived at the Via Scaldasole Club and asked Pinelli to come to the station, Pinelli readily agreed, climbed on to his motor bike and followed the policeman's car. At headquarters, Pinelli found many of Milan's anarchists in one large room. They like him had been brought in for questioning about their alibis. Within 48 hours, the maximum "police custody" allowed under the laws at the time, those arrested had been released and a few had been transferred to San Vittore prison. Pinelli was detained at headquarters longer than the law allowed for. He was interrogated. Then, at around midnight on 15-16 December his body "flew" from a room belonging to the Political Bureau on the fourth floor and hit the ground. The initial conflicting versions of the police story suggested that the truth could not have been the official story of a "suicide". Pinelli died in Milan at the Fatebenefratelli Hospital on the night of 15-16 December 1969.

The political-legal follow-up to his killing, interwoven with the entire story of the Piazza Fontana massacre, especially with the "Valpreda affair" which over the years backfired on those in power. Clumsy attempts to hush everything up, culminating in the "active affliction" thesis put forward in his finding by Judge Gerardo D'Ambrosio, merely highlighted a truth that has yet to find its place in the official record. Dozens of books, movies, plays, art installations and songs were devoted to Pinelli and his murder and not just in Italy. Here let us cite only two of them: Nobel Prize-winner Dario Fo's Accidental Death of an Anarchist and Enrico Baj's massive painting Funeral of the Anarchist Pinelli.

Paolo Finzi, Sicilia Libertaria, December 2005

For more information on the Piazza Fontana massacre and the strategy of tension (the bombing campaign by fascists organised by elements of the Italian secret services) see Secrets and bombs: Piazza Fontana, 1969 by Lucio Lanza (ISBN 1873976208, from Christiebooks.com)

This article first appeared in KSL: Bulletin of the Kate Sharpley Library, number 48 (October 2006)
Link esterno: http://www.katesharpleylibrary.net

Pino Pinelli
Giuseppe Aragno - 16-06-2007

Dallo Speciale Il tempo e la storia



Testimoni


Un'orgia di memoria. Ultimo arrivato con la marea sormontante dei ricordi tirati per la giacca e prescritti per legge, ora c'è il nove maggio, il giorno dedicato alle "vittime del terrorismo". Seduti in Parlamento per forza d'una legge di stampo fascista, l'hanno scelto con voto unanime e certo non lo sanno: il giorno è quello giusto.
Nel paese dei ricordi, però, nessuno l'ha ricordato: il nove maggio non è solo via Fani. C'è un altro nove maggio: quello del 1897 coi funerali di Romeo Frezzi, vittima di un terrorismo di cui non si parla, benché accompagni, scuro e sanguinoso, la vicenda d'un paese che ha mille ricordi eppure è smemorato: il terrorismo di Stato, con le bombe e le stragi. Portella della Ginestra, Piazza Fontana, Brescia, l'Italicus, la stazione di Bologna. Un terrorismo senza terroristi.
Romeo Frezzi fu muratore innocente in un giorno in cui serviva un colpevole a ogni costo, anarchico ovviamente, come oggi, quando serve, è meglio musulmano e integralista. La questura era regia; Marcello Guida, direttore fascista di Ventotene e Santo Stefano, riciclato nella repubblica nata dalla Resistenza, non era ancora comparso all'orizzonte e non c'era nemmeno il commissario Calabresi. La questura era regia, ma la storia è più o meno la stessa: l'innocente interrogato muore di molte morti e non c'è un assassino: si è suicidato battendo ripetutamente la testa contro il muro, giura il questore; ha avuto un malore, afferma il commissario; s'è lanciato da una finestra schiacciato dalle responsabilità, sostengono in coro i questurini. Il magistrato non si chiama D'Ambrosio, non è senatore indipendente candidato nelle liste dei DS, ma il "malore attivo" è vecchia tradizione e giustifica tutto. L'autopsia rivelerà che la morte di Frezzi non può essere dovuta a un suicidio. Pare - chi sarà mai stato? - che il decesso sia da attribuirsi a un feroce pestaggio: il medico trova fratture al cranio, la colonna vertebrale staccata addirittura dalle costole all'altezza della spalla destra e lesioni alla milza e al pericardio.
Un paese civile, che si sceglie un giorno per ricordare le "vittime del terrorismo", il nove maggio non dà la parola solo ai parenti di Moro e Calabresi. Di Frezzi non so se vivano parenti, ma Pinelli - come non pensare a lui se si parla di Frezzi? - Pinelli aveva moglie, due figlie e mille compagni: nessuno è andato a cercarli, nessuno tra quanti si sono accampati nell'aula sorda e grigia tramutata in bivacco, ha ritenuto di dover ricordare. Facciamolo noi, per quello che possiamo.

Pino Pinelli, nasce a Milano, due anni prima di Gerardo D'Ambrosio, nel 1928, quando il fascismo disonora l'Italia e Marcello Guida, muove i suoi primi passi nella polizia del regime, preparandosi a dirigere galere e colonie di confino. Trascorre la prima parte della sua vita nella zona popolare di Porta Ticinese e, finite le scuole elementari, smette di studiare. Soldi non ce ne sono e si arrangia come può: prima garzone, poi magazziniere. A Marcello Guida i mezzi invece non mancano; studia e fa carriera senza pensarci troppo: l'antifascismo merita la galera. Se mai ne avrete voglia e siete a Roma per caso, passate per l'Archivio di Stato, chiedete qualche fascicolo dei confinati politici e lo trovate lì, tra i carcerieri degli antifascisti. "Servitore dello Stato", garante dell'ordine fascista e secondino di Sandro Pertini. Questa è la storia: le strade di Guida, Pinelli D'Ambrosio e del commissario Calabresi sembrano lontanissime, ma poi si incontreranno e, a leggere bene le carte dell'archivio, la spiegazione in fondo poi la trovi.
Pinelli è uno a cui piace leggere e si sa: se un anarchico legge molto, è un tipo pericoloso. Sarà per questo, perché legge ed è pericoloso, che nel 1944, appena sedicenne, Pinelli partecipa alla Resistenza come staffetta della Brigata "Franco", un gruppo di partigiani anarchici, che lo avvicinano al pensiero libertario. Il giovane non lo sa, non può saperlo, ma durante il regime, tra i nemici giurati dei suoi compagni di lotta, c'è stato Marcello Guida, l'alto funzionario di Pubblica Sicurezza che l'aspetta a Milano.
Quando la Resistenza finisce e Mussolini paga per tutti, Marcello Guida rimane al suo posto di tutore dell'ordine e "servitore dello Stato". Altro ordine, s'intende, altre garanzie, la legalità è ora repubblicana, ma anarchici e partigiani sono pericolosi come e più di prima e lo Stato perciò si difende: nel passaggio di consegne, le sezioni politiche non sono praticamente cambiate. Nel 1954, mentre l'ex partigiano Pinelli entra nelle ferrovie come manovratore, l'ex fascista Guida prosegue la sua brillante carriera in polizia. Per suo conto, Gerardo D'Ambrosio si avvia ad entrare in quella Magistratura che ha conservato nei suoi ranghi tutti i giudici del regime di Mussolini. A Roma, intanto, tra la media borghesia dell'Italia uscita dl fascismo, Luigi Calabresi compie gli studi che lo condurranno in polizia. L'uno e l'altro, giudice e commissario, finiranno a Milano a fianco di Marcello Guida, ex campione dell'ordine fascista e ormai questore nella repubblica democratica.
Trovato un lavoro, Pino si sposa. La moglie, Licia Rognini, l'ha conosciuta ad un corso serale di esperanto. Gli anarchici ce l'hanno nel sangue il sogno di una lingua comune - vivono di pericolose utopie, pensa Marcello Guida - e sono internazionalisti per ragioni cromosomiche. Presto verranno due figlie, Silvia e Claudia e, nei primi anni '60, una militanza che si fa sempre più matura. A Milano Pino è l'anima di "Gioventù Libertaria", un gruppo di giovani anarchici che nel 1962 ha un momento di pericolosa notorietà quando uno dei soci partecipa al rapimento del vice-console spagnolo a Milano per strappare alla pena di morte un anarchico che lotta nella Spagna franchista. Nel 1965, in viale Murillo, Pinelli diventa l'anima del gruppo raccolto attorno al circolo "Sacco e Vanzetti", che nel dicembre del 1966 riesce ad organizzare un incontro della gioventù libertaria europea. Il Circolo anarchico "Ponte della Ghisolfa", situato in piazzale Lugano, tra gli operai della Bovisa, nasce il primo maggio del 1968. Si chiama così perché è a quattro passi dalla breve sopraelevata sui binari che vanno a Porta Garibaldi, la stazione dove Pinelli lavora. Sono i giorni del maggio francese e l'onda lunga della contestazione scuote il paese. Guida e Calabresi, che alla squadra politica si occupa degli extraparlamentari di sinistra, lo tengono d'occhio da tempo e nel suo fascicolo si accumulano rapporti sempre più allarmati: Pinelli non si risparmia. Apre e chiude la sede, tiene in piedi - la passione per la lettura gli rimane nel sangue - una sorta di biblioteca che presta libri e organizza conferenze serali che allarmano Guida e Calabresi. D'Ambrosio è lì, giudice istruttore, ma Guida e Calabresi non hanno in mano nulla che possa interessare la Procura. Certo, Pinelli che è ferroviere e in treno viaggia senza pagare, incontra compagni libertari in mezza Italia. Noti sovversivi, riferiscono ovviamente i rapporti di polizia. Ma le leggi della Repubblica - mastica amaro Guida - sono garantiste: non si può sbatterlo dentro solo perché incontra Luciano Farinelli ad Ancona, Alfonso Failla a Marina di Carrara, Aurelio Chessa a Pistoia, Umberto Marzocchi a Savona; o perchè ospita al "Ponte della Ghisolfa" una sezione del CUB dei lavoratori dei trasporti milanesi. Calabresi però gli sta addosso: a Milano gli anarchici si agitano, trovano consensi tra gli studenti medi e nelle fabbriche all'apertura dei cancelli, non è raro incontrare operai anarchici che fanno volantinaggio. C'è poco da fare: con le leggi ordinarie la protesta cresce, l'autunno si preannunzia caldo e i sovversivi fanno il bello ed il cattivo tempo. Tornano a circolare libri "pericolosi" e vecchi giornali che trovano nuovi lettori. Gli anarchici milanesi sono così numerosi che a via Scaldasole, nel quartiere Ticinese in cui Pinelli è cresciuto, apre i battenti un secondo circolo. Pinelli dà fastidio. Il 25 aprile del 1969, quando due misteriosi attentati colpiscono la Fiera e la Stazione centrale, la polizia brancola nel buio. Chi mette le bombe? Calabresi non ha dubbi: occorre cercare tra i libertari. Guida, naturalmente, concorda. Non ci sono prove, non esistono indizi, e a destra non si cerca. Qualche anarchico finisce dentro e, mentre gli attentati si ripetono e nel mirino entrano anche i treni, si apre una campagna di criminalizzazione che leva un polverone e impedisce di ragionare freddamente su quello che sta accadendo.
Pinelli è nell'occhio del ciclone. Legge, è aggiornato e conosce la storia, perciò è pericoloso. Ricordando la "Croce nera", l'organizzazione anarchica che negli anni '20 ha operato in Russia per offrire solidarietà agli anarchici detenuti, il suo gruppo, "Bandiera nera", ha dato vita ad un'organizzazione che soccorre i compagni incarcerati e pubblica un bollettino di controinformazione. In questura è di casa: ci va per le rituali richieste di autorizzazione, lo convocano per le indagini di routine e il commissario Luigi Calabresi lo conosce così bene che il 12 dicembre del 1969, dopo l'attentato di piazza Fontana, va a cercarlo personalmente in via Scaldasole e lo invita a seguirlo in questura. Pinelli, non se ne preoccupa e non batte ciglio; balza in sella al suo motorino e segue il commissario senza fare storie: avanti la pantera della polizia, dietro l'ex partigiano, atteso in questura. Il piccolo corteo è l'immagine concreta della storia che è andata a rovescio: la legalità repubblicana in mano a chi tutelava l'ordine fascista. A condurre l'interrogatorio non è, come sarebbe stato logico e naturale, il partigiano. No. Interroga l'ex fascista e i morti di Piazza Fontana non hanno alcuna speranza di trovare giustizia.
Cosa accada in questura quando Pinelli ci mette piede è impossibile dire. Certezze però ce ne sono. La legge ha i suoi tempi e le sue regole e un "fermo di polizia" può durare fino a quarantott'ore: quanto basta per formulare un'accusa e ottenere così dal giudice istruttore un mandato d'arresto o per restituire senza colpo ferire la libertà al cittadino fermato. La notte del 16 dicembre 1969, ben oltre i limiti di legge, l'anarchico invece è ancora lì e, come accadde a Frezzi, anche la sua fine si avvolge nel mistero. Si è ucciso, sosterrà poi Marcello Guida, fatalmente schiacciato dall'evidenza di prove che - si scoprirà ben presto - nessuno ha mai trovato. Calabresi, il commissario, non saprà che dire: non c'era, affermerà, s'era allontanato. E nessuno spiegherà mai perché, contro la legge, Pinelli fosse tenuto prigioniero. Gerardo D'Ambrosio, allora giudice istruttore, oggi senatore nel Parlamento che ha scelto di ricordare le "vittime del terrorismo", mandò tutti assolti: un "malore attivo" aveva colto d'un tratto Pinelli. Un malore - sostenne il giudice - gli aveva consigliato di fare un salto dalla finestra del quarto piano per sfracellarsi al suolo nel cortile di una questura per la quale la Repubblica nata dalla Resistenza probabilmente non era ancora venuta alla luce.


Le notizie su cui sono ricostruite le vicende di Frezzi e Pinelli sono ricavate da fonti di archivio e dalle seguenti pubblicazioni: AA. VV. Le bombe di Milano, testimonianza di Giampaolo Pansa e altri, Guanda Parma 1970; Crocenera anarchica, Le bombe dei padroni, Edigraf, Catania, 1970; AA: VV:, La strage di Stato. Controinchiesta, Savonà e Savelli, , Roma 1970; Camilla Cederna, Pinelli, Una finestra sulla strage, Feltrinelli, Milano, 1971; Marco Sassano, Pinelli: un suicidio di Stato, Marsilio, Padova 1971; Marco Sassano, La politica della strage, Marsilio, Padova 1972; Marcello Del Bosco, Da Pinelli a Valpreda, Editori Riuniti, Roma 1972; Massimo Felisatti, Un delitto della polizia? Oggi, 2 maggio 1897, Romeo Frezzi si è suicidato nel carcere di San Michele, Bompiani, Milano, 1975; Licia Rognoni Pinelli, Una storia quasi soltanto mia, intervista di Piero. Scaramucci, Mondatori, Milano 1982; Giorgio Boatti, Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell'innocenza perduta, Feltrinelli, Milano 1993; Ferdinando Cordova, Alle radici del Malpaese: una storia italiana, Bulzoni, Roma, 1994; Adriano Sofri (a cura di) Il malore attivo dell'anarchico Pinelli: la sentenza del 1975 che chiuse l'istruttoria sulla morte del ferroviere Pino Pinelli, che entrò innocente in un ufficio al quarto piano della Questura di Milano, e ne uscì dalla finestra il 15 dicembre 1969, Sellerio, Palermo, 1996; Luciano Lanza, Bombe e segreti. Piazza Fontana 1969, Eleuthera, Milano, 1997; Paolo Finzi, Giuseppe Pinelli, voce curata per il Dizionario biografico degli anarchici italiani, Biblioteca Serantini, Pisa, II, 2004, p. 353-354.



Come e' morto Giuseppe Pinelli

                                          Dal libro “La strage di Stato”

E' circa la mezzanotte di lunedì 15 dicembre 1969. Un uomo discende lentamente lo scalone principale della questura di Milano. Giunto nell' atrio dell' ingresso principale di via Fatebenefratelli si ferma un momento, accende una sigaretta. E' indeciso se uscire, andarsene a casa, oppure rimanere ancora qualche minuto, fare un attimo il giro negli uffici della squadra mobile che stanno lì di fronte a lui, dall'altra parte del cortile. Sono giornate faticose queste per i cronisti milanesi e lui in particolare si sente stanco, avvilito: si sa già che nella mattina e' stato arrestato un anarchico di nome Valpreda; c'entrerà' davvero con le bombe di Piazza Fontana? E poi nelle camere di sicurezza della questura, nelle stanze al quarto piano dell' ufficio politico ci sono ancora almeno un centinaio tra anarchici e giovani della sinistra extraparlamentare che da tre giorni, dal venerdì delle bombe, sono sottoposti a continui interrogatori.
L'uomo, Aldo Palumbo, cronista dell'Unita' di Milano, muove i primi passi per attraversare il cortile. E sente un tonfo, poi altri due, ed e' un corpo che cade dall'alto, che batte sul primo cornicione del muro, rimbalza su quello sottostante e infine si schianta al suolo, per metà sul selciato del cortile, per metà sulla terra soffice dell' aiuola. Palumbo rimane paralizzato per qualche secondo al centro del cortile, poi si avvicina al corpo, ne distingue i contorni del viso. E subito corre a dare l'allarme, agli agenti della squadra mobile, agli altri cronisti che sono rimasti in sala stampa quando lui e' uscito. La mattina dopo tutti i quotidiani escono a grossi titoli con la notizia del suicidio di Giuseppe Pinelli. Di questi giornali, quelli che al momento dell'incidente avevano il loro cronista in questura scrivono che il suicidio e' avvenuto a mezzanotte e tre minuti. Nei giorni seguenti, stranamente questo particolare del tempo viene modificato: prima lo si corregge a "circa mezzanotte", poi lo si sposta ancora indietro, sino ad arrivare ad un tempo ufficiale: "Pinelli e' morto alle ore undici e 57 minuti del lunedì notte 15 dicembre". Ai primi di Febbraio, dall'inchiesta condotta dalla magistratura trapela un particolare: la chiamata fatta quella notte dalla questura di Milano al centralino telefonico dei vigili urbani per richiedere l'intervento di una autoambulanza, e' stata registrata da uno speciale apparecchio e quindi si può stabilire con certezza l'attimo esatto, che risulta essere mezzanotte e 58 secondi. Come a dire due minuti e due secondi prima della caduta di Pinelli, se si sta al tempo segnalato da tutti i giornalisti che erano in questura quella notte. Si e' trattato di una svista collettiva, e abbastanza clamorosa per gente abituata ad avere delle reazioni automatiche, professionali, quali il guardare per prima cosa l'orologio quando avviene un incidente del genere? E' n fatto però che nel frattempo sono successe due cose strane. Qualche giorno dopo la morte di Giuseppe Pinelli, due agenti della squadra politica della questura si sono presentati al centralino telefonico dei vigili urbani per controllare il momento esatto di registrazione della chiamata. Cosa significa questo zelo del tutto gratuito dato che e' la magistratura, e non la polizia, che si occupa dell'inchiesta sulla morte di Pinelli? Perché preoccuparsi tanto dell'orario di chiamata dell'ambulanza se le cose si sono svolte così come sono state raccontate? La risposta potrebbe essere questa: la chiamata e stata fatta prima che Giuseppe Pinelli cadesse dalla finestra. Verso i primi di gennaio il giornalista Aldo Palumbo, la prima persona che si e' avvicinata a Giuseppe Pinelli morente nel cortile della questura, trova la sua abitazione sottosopra. Qualcuno e' entrato, ha rovistato dappertutto, ha aperto cassetti, rovesciato mobili, frugato armadi. Ladri? Sarebbero ladri ben strani considerato che non hanno rubato ne le tredicimilalire che erano in una borsa, e che pure devono aver visto poiché la borsa e' stata aperta, e neppure quei pochi gioielli nascosti in un'altra borsa, pure essa trovata aperta. Due quindi le ipotesi: o gli ignoti cercavano qualcosa, qualcosa collegato agli ultimi istanti in qui il giornalista fu vicino, e da solo, a Giuseppe Pinelli morente; oppure si e' trattato di un avvertimento, un monito a tenere la bocca chiusa rivolto a chi, come Aldo Palumbo, poteva essere sospettato di sapere qualcosa, forse di aver sentito mormorare da Pinelli un nome, una frase. Basterebbero questi primi, pochi elementi per formulare pesanti sospetti sulla versione dell' anarchico morto suicida. In realtà ce ne sono molti altri, e sono questi. Pinelli cade letteralmente scivolando lungo il muro, tanto che rimbalza su ambedue gli stretti cornicioni sottostanti la finestra dell'ufficio politico; non si e' dato quindi nessuno slancio. Cade senza un grido e i medici stabiliranno che le sue mani non presentano segni di escoriazione, non ha avuto cioè nessuna reazione a livello istintivo, incontrollabile, nemmeno quella di portare le mani a proteggersi durante la "scivolata". La polizia fornisce nell'arco di un mese tre versioni contrastanti sulla meccanica del suicidio. La prima : quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo ma senza riuscirci. La seconda: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo e ci siamo parzialmente riusciti, nel senso che ne abbiamo fermato lo slancio: come dire, ecco perche' e' scivolato lungo il muro. Ma questa versione e' stata resa a posteriori, dopo cioè che i giornali avevano fatto rilevare la stranezza della caduta. Infine l'ultima, la più credibile, fornita in "esclusiva" il 17 gennaio 1970 al Corriere della sera: quando Pinelli ha spalancato la finestra, abbiamo tentato di fermarlo ed uno dei sottouffuciali presenti, il brigadiere Vito Panessa, con un balzo "cercò di afferrarlo e salvarlo; in mano gli rimase una scarpa del suicida" I giornalisti che sono accorsi nel cortile, subito dopo l'allarme lanciato da Aldo Palumbo, ricordavano benissimo che l'anarchico aveva ambedue le scarpe ai piedi. Poi la polizia fornisce due versioni contrastanti anche sul movente anche sul movente del suicidio. Primo: Pinelli era coinvolto negli attentati, il suo alibi per il pomeriggio del 12 dicembre era crollato, e sentendosi ormai perduto ha scelto la soluzione estrema, gridando "E' la fine dell'anarchia". Seconda versione, fornita anche questa a posteriori, dopo che l'alibi era risultato assolutamente valido: Pinelli, innocente, bravo ragazzo, nessuno riesce a capacitarsi del suo gesto. Dando questa seconda versione, la polizia afferma anche che la tragedia e' esposta nel corso di un interrogatorio che si svolgeva in una atmosfera del tutto legittima, civile e tranquilla, con scambio di sigarette ed altre delicatezze del genere. L'anarchico Paquale Valitutti, uno dei tanti fermati che tra il venerdì delle bombe ed il lunedì successivo hanno riempito le camere di sicurezza della questura, ha fornito invece questa testimonianza: "Domenica pomeriggio ho parlato con Pino (Pinelli) e con Eliane, e Pino mi ha detto che gli facevano difficoltà per il suo alibi, del quale si mostrava sicurissimo. Mi anche detto di sentirsi perseguitato da Calabresi e di avere paura di perdere il posto alle ferrovie. Verso sera un funzionario si e' arrabbiato perché parlavo con gli altri e mi ha fatto mettere nella segreteria che e' adiacente all'ufficio di Pagnozzi (un'altro commissario, come Calabresi, dell'ufficio politico: n.d.r.); ho avuto occasione di cogliere alcuni brani degli ordini che Pagnozzi lasciava ai suoi inferiori per la notte. Dai brani colti posso affermare che ha detto di riservare a Pinelli un trattamento speciale, di non farlo dormire e di tenerlo sotto pressione per tutta la notte. Di notte il Pinelli e' stato portato in un'altra stanza e la mattina mi ha detto di essere molto stanco, che non lo avevano fatto dormire e che continuavano a ripetergli che il suo alibi era falso, mi e' parso molto amareggiato. siamo rimasti tutto il giorno nella stessa stanza, quella dei caffè, ed abbiamo potuto scambiare solo alcune frasi, comunque molto significative. Io gli ho detto "Pino, perché ce l'hanno con noi?" e lui molto amareggiato mi ha detto: "si, ce l'hanno con me". Sempre nella stessa serata del lunedì gli ho chiesto se avesse firmato dei verbali e lui mi ha risposto di no. Verso le otto e' stato portato via e quando ho chiesto ad una guardia dove fosse , mi ha risposto che era andato a casa. Io pensavo che stesse per toccare a me di subire l'interrogatorio, certamente più pesante di quelli avvenuti fino ad allora: avevo questa precisa impressione.. dopo un po', verso le 11, 30 ho sentito dei rumori sospetti, come di una rissa ed ho pensato che Pinelli fosse ancora li e che lo stessero picchiando. Dopo un po' di tempo c'e' stato il cambio della guardia, cioè la sostituzione del piantone di turno fino a mezzanotte. Poco dopo ho sentito come delle sedie smosse ed ho visto gente che correva nel corridoio verso l'uscita, gridando "si e' gettato". Alle mie domande hanno risposto che si era gettato il Pinelli: mi hanno anche detto che hanno cercato di trattenerlo ma che non vi sono riusciti. Calabresi mi ha detto che stavano parlando scherzosamente del Pietro Valpreda, facendomi chiaramente capire che era nella stanza nel momento in cui Pinelli cascò. Inoltre mi ha detto che Pinelli era un delinquente, aveva le mani in pasta dappertutto e sapeva molte cose degli attentati del 25 aprile. Queste cose mi sono state dette da Panessa e Calabresi mentre altri poliziotti mi tenevano fermo su una sedia pochi minuti dopo il fatto di Pinelli. Specifico inoltre che dalla posizione in cui mi trovavo potevo vedere con chiarezza il pezzo di corridoio che Calabresi avrebbe dovuto necessariamente percorrere per recarsi nello studio del dottor Allegra e che nei minuti precedenti il fatto (cioè la stessa caduta di Pinelli n.d.r) Calabresi non e' assolutamente passato per quel pezzo di corridoio". Dunque l'ultimo interrogatorio di Giuseppe Pinelli non e' stato così tranquillo come si e' cercato di far credere, ed e' falso anche che al momento della caduta il commissario aggiunto Luigi Calabresi non fosse presente nella stanza. Ma perché queste menzogne? La risposta può essere trovata in un articolo pubblicato dal settimanale Vie Nuove nelle settimane seguenti. "Quando l'anarchico fu trasportato nella sala di rianimazione dell'ospedale Fatebenefratelli non era in condizioni di coscienza, aveva un polso abbastanza buono ma il respiro molto insufficiente, il che poteva essere provocato da ragioni organiche (cioè il gran colpo ') oppure psicologiche (cioè lo stato di tensione precedente alla caduta, ma questa sembra un'eventualità' meno valida.) Il particolare che stupì i medici fu che il corpo, almeno da un esame superficiale, non presentava nessuna lesione esterna ne perdeva sangue dalle orecchie e dal naso, come avrebbe dovuto essere se Pinelli avesse battuto violentemente la testa. Una constatazione, questa, che fa sorgere subito un'altra domanda in chi non ha mai voluto credere nella versione del suicidio: se e' vero, come sembra, che la necroscopia ha accertato una lesione bulbare all'altezza del collo, quale si sarebbe potuta produrre battendo al suolo il capo, come mai orecchie e naso non sanguinavano ne volto e testa non presentavano lesioni evidenti? Per logica si arriva quindi ad una seconda domanda: non e' possibile che quella lesione al collo fosse stata provocate prima della caduta? Come e da cosa non ci vuole molta fantasia per immaginarlo: sono ormai molti anni che nelle nostre scuole di polizia quella antica arte giapponese di colpire col taglio della mano, nota come Karate'. Fossero stati interrogati, quei due medici (che hanno prestato cure a Pinelli morente n.d.r.) avrebbero potuto raccontare un'altro episodio. Quella notte del 16 dicembre, nell' atrio del Fatebenefratelli regnava una grande confusione. Si era trasferito tutto lo stato maggiore della polizia milanese, il questore Marcello Guida compreso. Ma la polizia era presente anche all'interno della sala di rianimazione dove i due medici tentavano invano di tenere in vita Giuseppe Pinelli, tranquillo, silenziose, non molto turbato dalla vista dell'operazione di intubazione orotracheale e di ventilazione con il pallone di Ambu' alla quale l'anarchico veniva sottoposto, un poliziotto in borghese, camicia e cravatta, baffetti neri e un distintivo all'occhiello della giacca, non si allontanò neanche per un attimo dal lettino dove Pinelli stava morendo, attento a raccogliere ogni suo rantolo(...) Chi gli ha dato l'ordine di entrare nella stanza compiendo un abuso di autorità che non e' tollerato negli ospedali? E perché e' entrato, cosa pensava o temeva che Pinelli potesse dire prima di morire?"

I risultati dell'autopsia, dalla quale sono stati esclusi i periti di parte, non vengono resi noti. I due medici - Gilberto Bontani e Nazareno Fiorenzano- che hanno tentato di salvare Pinelli, solo il secondo, e solo molte settimane più tardi, e dietro istanza della moglie dell'anarchico, viene interrogato dal procuratore Giuseppe Caizzi, il magistrato cui e' affidata che nel mese di maggio 1970 si concluderà con un sibillino verdetto di "morte accidentale" (non suicidio quindi, se la lingua italiana ha un senso. Ma allora la polizia ha mentito...).

Subito dopo che il dottor Nazareno Fiorenzano e' stato interrogato, nel palazzo di giustizia circola una voce secondo cui la polizia lo ha pesantemente "avvertito" che il caso Pinelli e' un caso da archiviare, e perciò e' meglio che non si ponga troppi interrogativi. Ma cosa può aver notato o capito il medico di guardia davanti al corpo di Pinelli morente?

La testimonianza che egli rilascia a un collega prima di essere interrogato dal magistrato e questa:

"1) Gli infermieri che raccolsero Pinelli ebbero l'impressione che fosse già morto.

2) il massaggio cardiaco esterno fu praticato da un infermiere di nome Luciano.

3) solo eccezionalmente - e per lo più in vecchi dallo scheletro rigido - il massaggio cardiaco può produrre incrinature alle costole.

4) da quando fu raccolto, e fino alla morte Pinelli non emise ne un lamento ne una parola.

5) quando Pinelli arrivò al pronto soccorso del Fatebenefratelli, non aveva più polso, pressione e respirazione. Appariva decelebrato; ma il dottor Fiorenzano non ebbe l'impressione che la teca cranica fosse fratturata. Non perdeva sangue dagli occhi, dal naso, dalla bocca. Presentava anche abrasioni alle gambe. Lesione bulbare? Mani intatte.

7) Pinelli fu intubato, sottoposto a ventilazione artificiale ed altre pratiche di rianimazione. Riebbe polso e pressione. Respiro che confermerebbe lesione bulbare. Mancanza di riflessi ecc. confermano che (parole testuali) "si trattava di un morto cui avevano dato un po' di vita vegetativa". Rianimazione sospesa dopo 90'

8) Il dottor Guida arrivo tre minuti dopo Pinelli. Disse al dottor Fiorenzano che non poteva fare nulla contro l'irreparabile, ebbe l'aria di scusarsi e se ne andò.

9) Il dottor Fiorenzano ignorava l'identità' del ferito, che non gli fu detta dai poliziotti. La sua insistenza per conoscerla irritò molto i poliziotti.

10) I poliziotti ripetevano, tutti con le stesse parole, che si era buttato dalla finestra. Sembra ripetessero una formula."

La ballata del Pinelli clicca:
http://video.google.it/videoplay?docid=1384821342368737648&ei=pJPjSKCcCIaQ2AKiqfWcCw&q=pinelli&vt=lf&hl=it

L'opera del premio nobel Dario Fo su Pinelli "Morte accidentale di un anarchico" è in:
http://www.veoh.com/downloadFlow.html?watch=true&permalinkId=v4719932k4gBGme6
  
 


     
 
          
   
      
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