Don Anatema
— Chissà se verrà stasera Don Anatema. Forse avrà paura dell'acqua. Sarebbe strano, però, che
viene anche quando scroscia — così disse il dottor Berli, guardando l'orologio; che segnava le nove.
Gli altri giocatori di scopa, il veterinario, il farmacista ed il direttore delle scuole si strinsero nelle
spalle, come per dire: se viene, bene, altrimenti si gioca egualmente. Il dottore era socialista, ma a
"Don Anatema" voleva bene. Ne amava principalmente quella sua spontanea eloquenza, che sentiva
scaturire da un cuore generoso. Discutevano, di quando in quando, riscaldandosi tutti e due, ma si
lasciavano buoni amici. Le loro professioni li facevano incontrare, e quando, in una notte invernale,
tossicchiando e rabbrividendo, ripartivano sotto la neve o la pioggia nelle vie fangose, dal casolare
sperduto nei campi, erano muti di commozione. Quante agonie, quanti morti, quanti dolori avevano
visto insieme, e quante volte la pietà dell'uno si era giunta a quella dell'altro!
Don Bonetti diceva del dottor Berli: "È un cuore d'oro. Che peccato che abbia quelle ideacce". E
il dottor Berli diceva di Don Bonetti: "Un prete così non lo si trova che di rado". Quel vecchio che
non ristava dal lavoro che per gli obblighi del sacerdozio e per lo studio, era sempre disposto a farsi
in quattro per tutti. Ed era generoso fino a considerare superfluo il necessario. La perpetua gli
diceva: "Reverendo, la sua sottana è sfilacciata ai polsi, è ragnata e rossigna un po' dappertutto...
non crede sarebbe bene dare una mano di bianco alla cucina?... Il cornicione della casa è sbrecciato;
posso chiamare Tonio a ripararlo?" E lui, dolcemente: "Vedremo, vedremo". Non si adirava quasi
mai, ma le ingiustizie gli rivoltavano il sangue. Una volta si trovò a passare davanti alla villa del
Conte Della Torre, il più grosso signore del posto, mentre il contadino, inturgidendo la sua voce da
eunuco, alzava il frustino contro un giovane contadino che protestava contro non so quale vassallata
o birberia.
Intervenne con un "Signorino, le mani a posto" così perentorio, che quegli ne rimase sbigottito.
Volle rifarsi facendo dell'ironia, ed accennò alla "veste", ma Don Bonetti gli rispose, secco secco:
"Non sono Don Abbondio, io, i Don Rodrigo mi fanno schifo", e gli voltò le spalle, per non dirgli di
peggio.
Con gli umili era dolce e premuroso. Ad ogni nascita travagliosa, ad ogni lite in famiglia, ad
ogni malattia della parrocchia, il vecchio prete prestava un'attenzione cordiale. "Come va?" era la
sua domanda consueta, e il volto si rabbuiava o si rischiarava a seconda della risposta. Era l'amico
dei poveri per i poveri, un sacerdote esemplare per i fedeli, un galantuomo per tutti.
Solamente ai signorotti era inviso, chè nelle sue prediche e nelle sue conversazioni aveva scatti
"da prete del terzo stato", come diceva il commendator Turli, il sindaco del paese, che era fiero
della sua trovata e che, per far vedere meglio la sua cultura, lo chiamava "l'abate Meslier".
Perchè lo chiamavano "Don Anatema" i suoi compagni di scopa e di sette e mezzo? Questo
nomignolo risaliva ai tempi dell'avvento del fascismo.
Perchè Paolo Lapi si levò un occhio
L'aveva conosciuta in un caffeuccio e l'aveva sposata. L'aveva sposata per la stessa ragione che
lo conduceva tutte le sere al caffeuccio: perchè, così solo, si noiava. Egli era un ometto gracile, che
cominciava ad ingobbare, quasi interamente zucconato dalla calvizie, i baffi un poco grigi. Essa,
invece, era giovane e belloccia. Ritta al banco pareva essere là per decorare il locale più che per
servire i clienti, vari dei quali se la pasteggiavano con gli occhi. A rivolgerle complimenti
zuccherosi, il Lapi non aveva mai osato. La guardava, bevendo a zinzini. Tirava fuori un giornale e
lo leggicchiava, per darsi un contegno; e la guardava ancora. La manovra cominciava alle ore 20 e
finiva alle 23. Mai, o ben di rado, più tardi; chè alle 5 la prima corsa fischiava e lo chiamava al
casotto vetrato dei biglietti, dove scorrevano le sue giornate. Aveva un appartamentino, proprietà
sua, spazioso, non brutto, in una via centrale; ma non serviva che a fargli sentire maggiormente che
era solo. Era una specie di tomba di famiglia. La portinaia gli aveva detto cento volte: "oh, l'avessi
io un appartamento così! Sa che bella pensione metterei su? La scuola ufficiali a due passi,
l'università e la prefettura non lontane. Ne avrei dei pensionanti. E che pensionanti!"
La portinaia aveva una figlia di 34 anni, nubile non volontaria. Una pensione in casa del Lapi
valeva dei "partiti" e l'idea della pensione nella testa del Lapi poteva far sì che il signor Lapi si
accorgesse che Olimpia era la donna adatta per far marciare bene l'iniziativa, la donna "proprio per
lui". Batti e batti, l'idea della pensione nella testa del Lapi era entrata, ma aveva preso a braccetto
l'idea di sposare la bella del caffè.
Nerina sculettava un po' troppo, si lasciava pizzigottare, aveva delle uscite che non erano
certamente da ragazza ben educata. Ma gli occhi erano grandi e neri e, quando la malizia non li
accendeva, avevano un languore mucchesco che al cuore del Lapi diceva tante cose.
Essa si accorse ben presto di quella lampada votiva accesa davanti a lei, povera ragazza persa
nel mondo; ed aveva cominciato a gettar olio sulla fiamma. Una sera da cani, il Lapi era entrato
zeppo di pioggia nel caffè deserto. Nerina, soavizzando la voce, gli aveva detto: "che malinconia
stasera. Stavo per chiudere". Il Lapi s'era confuso: "ma chiuda, chiuda. Non vorrà mica restare
levata per me solo". E Nerina: "ma no, signor Lapi. Sola mi annoiavo, ma ora che c'è lei è un'altra
cosa. Mi dia il paltot che glielo metto ad asciugare... e la sciarpa... un caffè?... Non le farebbe
meglio un po' di vin caldo?... Lo faccio anche per me, lo si berrà insieme...". La voce era calda,
zuccherosa e con i chiodi di garofano, come il vin caldo. Si misero accanto alla stufa e le "quattro
chiacchere" diventarono un colloquio lungo lungo.
Marina gli disse che non aveva mai visto un uomo serio come lui; che a lei, nonostante dovesse
fare la gentile con tutti, piacevano gli uomini seri; che se avesse incontrato un uomo proprio serio lo
avrebbe adorato.
Il Lapi le disse che era stanco di star solo; che avrebbe voluto incontrare una donna così quando
era giovane; che se non fosse stato solo avrebbe messo su una bella pensione.
Quando fu l'ora di chiudere, Marina chiuse; ma Lapi rimase dentro.
Essa cominciò a strecciarsi e fu così incoraggiante che finì per essere scarmigliata dalla
convulsa felicità del suo adoratore. Allora lo sgridò, ma dolcemente; e lo spinse fuori con un:
"arrivederci, Paolo", che la scala di seta e la luna non ci sarebbero state male.
*
Sposatasi, Nerina aveva cercato di raggentilirsi e v'era riuscita abbastanza. Non ridacchiava più
sguaiatamente, era parca nell'occhieggiare appassionato, e nei gesti, nelle movenze, negli
atteggiamenti aveva quella compostezza che surroga la distinzione. Il Lapi l'adorava ed era
contento. Alle saporose gioie del plenilunio nozzeresco seguì il tran-tran di vita della pensione, che
marciava bene. Ma a rabbuiare il cuore del Lapi venne la gelosia.
Nerina non ninfeggiava, ma giovane e belloccia com'era, più di un pensionante pensava
spappolarne la fedeltà, sì che la donna era assediata con complimenti, premure, piccoli doni,
scherzucci maliziosi, con tutte quelle insidie che fanno sorridere, schernirsi, rimproverare,
vermigliare; e, poi, finiscono come finiscono. Nerina era sempre quella, accondiscendente con la
malizia negli occhi e della bocca e sostenuta con le parole: quasi a dare più sapore all'assedio. Non
era più la ragazza che si lasciava abbracciare, palpeggiare e pizzigottare; ma non era neppure la
signora.
Di questo il Lapi soffriva; e, sotto l'aspetto del marito uccellone, si nascondeva un cane
vegliatore, al quale la gelosia aveva fatti acuti i sensi e l'intuizione.
Una mattina, il signor Guidi, mentre muscoleggiava in maglietta, le aveva detto, posando i
manubri: "Oh, vediamo se è pesante"; Nerina aveva protestato. Ma aveva protestato ridendo, ed era
uscita con la bocca semiaperta da un sorriso beato. E proprio il signor Guidi che stava per uscire,
aveva chiamato, quel giorno stesso, ad aiutarla a torcigliare il bucato. "Su, lei che ha tanta forza; mi
dia una mano, da bravo". E quello, superbo con tutti come un barone di Spagna, s'era precipitato,
come se fosse caduto il ventaglio ad una regina. E pure aveva l'abito da passeggio novo novo.
La sera s'era voltata dall'altra parte, a letto, con un: "Buona notte!", senza cuore.
Il Lapi cercò di convincersi che era "il carattere fatto così" e che Nerina lo amava. Se lo disse
tante di quelle volte che finì per tranquillizzarsi. Ma una mattina del 1863 si trovò di fronte alla
verità, che, essendo nuda, quando è brutta è brutta sul serio. Che fosse un 3 di febbraio non dice
proprio nulla, ma che fosse un giorno del 1863 sì, per via di quella luce giallo temporale che filtra
su questa vicenda: luce ottocentesca.
La mattina del 3 febbraio 1863, dunque, il Lapi sorvegliava le successive soste di sua moglie
nelle camere dei pensionanti, per la distribuzione della colazione, quando udì un grido soffocato.
Nerina era nella camera del Guidi. Seguì uno scambio precipitoso di parole, e ci fu una pausa. Poi la
voce di Nerina mormorò: "Su, basta... Mi lasci andare... Se mio marito sente... Ma sa che è
sfacciato? ...".
Il tono di quella voce lo scamiciava. Il Lapi si accostò all'uscio; vi incollò un orecchio; e la
curiosità lo crocifisse.
Nerina uscì rossa e scarmigliata. Il Lapi era bianco, chè il cuore si marmava. Anche la voce gli
si era gelata, sì che labbreggiava senza poter dire parola. Le fece cenno di seguirlo. Essa gli tenne
dietro, ravviandosi con le mani tremanti. E si trovarono di fronte. Nerina guardava il tappeto giallo
di pappagalli e rosso di pagode, il Lapi guardava Nerina come per vedere la faccia del peccato. Ma
non vide che un volto dolente. Timido, non poteva, per uscire dal bozzolo, che impazzire o fare il
santo. Quel giorno s'era svegliato in vena di fare il santo, sì che tirò fuori il portafogli, ne trasse
parecchi bigliettoni, fino a farne un mucchio alto così. "Con questi — disse, porgendolo a Nerina —
con questi avrai da vivere comodamente per un bel po'; io venderò tutto il più presto possibile, e me
ne andrò via. Ti auguro di trovare qualcuno che ti ami e ti renda felice".
Nerina prese a singhiozzare. Allora il Lapi ebbe paura d'intenerire; e presala per le spalle, la
spinse fino all'uscio, lo aprì e la mise fuori, dicendole: "Vattene... vattene via... Non farmi perdere la
testa".
Nerina rimase lì, davanti alla porta richiusasi senza tonfo. Pensò al pacchetto dei soldi lasciati
sul tavolo, all'amante, ai carciofi da mondare, al marito, al conto del carbonaio, al prezzo del
biglietto per il suo paese; e s'accorse che era senza cappello ed in pantofole. Allora si avvilì del
tutto. Avendo udito qualcuno scender le scale, suonò. Il Lapi, al vederla, increspò la faccia. "Che
cosa vuoi?". Nerina avrebbe voluto dirgli: "Ma non vedi come mi mandi fuori? E, poi, i pensionanti
che cosa mangiano oggi?". Ma questo le parve ridicolo e così gettò le braccia al collo del marito
gridandogli: "Paolo, Paolo mio, sento che lontano da te non potrei più vivere! Ti giuro che non c'è
stato niente. È stato un momento di pazzia...". E continuò su questo tono, dopo aver richiuso la
porta.
Il Lapi, da santo, diventò matto; sì che le dette un manrovescio da sguanciarla. Poi l'afferrò per i
capelli e con uno strattone la sbatacchiò a terra. Poi si mise ad urlare, cercando di fare della sua
vocina una vociona da imbonitore: "Venite a vedere, o Signori, la donna senza cuore. Pare una
donna e non è una donna". A questa frase si fermò, grattandosi il capo e mormorando: "Oh che cosa
può essere?". Allora si fece alla porta dello studente in legge e gli domandò: "Secondo lei, che è
istruito, che cosa può essere quella cosa che è nel corridoio?". Lo studente infilò una vestaglia e si
sporse a guardare. Vedendo Nerina a terra, singhiozzante, guardò il Lapi e rimase là, con la faccia
di uno che ha sborniato contro un fanale. Il Lapi scuoteva la testa: "Che peccato che non trovi il
nome! Eppure nel dizionario ci deve essere!". Rimase così per qualche minuto, sempre oscillando il
capo. Poi gridò, con una faccia tutta ilare: "Che bella idea! Che bella idea!"; e se ne corse in cucina.
Dopo pochi attimi un urlo di bestia squarciata risuonò in tutto l'appartamento. Dalle camere
accorsero. Lo trovarono in un lago di sangue. S'era ficcata la punta di un coltello in un'orbita, così a
fondo da sbuzzarne l'occhio.
*
Rimase guercio. Nerina lo curò con premure materne, delle quali si pagò col diventare amica del
medico.
Il Lapi ci guadagnò che diventò quasi scemo. Quando fu vecchio, spesso borbottava tra sé e sé:
"Se avessi chiuso un occhio non avrei avuto bisogno di cavarmelo". E su questo argomento
ruminava per delle ore. Finiva con una fregatina di mani e con un risolino furbesco. E quando, la
Domenica, dei vecchi amici venivano a trovarlo, tirava fuori, insieme ad una bottiglia di quello
vecchio, anche la sua bottata. E quelli strizzavano l'occhio, con un sorriso d'intesa. E c'era sempre
uno che diceva "Vecchie storie, Paolo, vecchie storie". Il curioso è che ci fosse sempre uno a dir
così, senza intesa alcuna. Chissà, poi, perchè dicevano questo?
La Maddalena
Le due suore questuanti non avevano raccolte che poche elemosine, in quel quartiere ricco.
Indugiavano, quindi, nonostante il calar della sera, a suonar campanelli e a sussurrare gli inviti.
Davanti ad una villetta civettuola sostarono indecise, chè un grosso cane latrava, furioso, dietro le
sbarre del cancello dalle punte dorate.
Suonarono. La targa diceva in caratteri rosa su bianco: Villa Cupido.
Si affacciò una cameriera, che quietò il cane e aprì. Entrarono in salotto. "La signora viene
subito". Restarono in piedi, sui margini dell'ampio tappeto. Un violento profumo impregnava
l'ambiente, avvolto nell'ombra.
Delle candele rosa su dei candelabri dorati attiravano l'attenzione delle suore. Ma sul caminetto
a muro non c'era un'immagine sacra, bensì una statuetta: una donna nuda, seduta, che porgeva il
seno. Al muro, un'altra donna nuda, sdraiata. Guardavano con curiosità i vari ninnoli sparsi qua e là
sui tavolinetti, in un armadio vetrato. Sul divano i cuscini erano accatastati. Una pelle d'orso
biancheggiava.
Si guardarono e fecero una smorfia d'intesa. Suor Angela mormorò: "dev'essere una poco di
buono".
La signora entrò. Si scusò del ritardo. Era in accappatoio. Dei braccialetti tintinnavano ai polsi. I
capelli alla garçonne, le labbra scarlatte; gli occhi dall'ombra smisurata. I piedi erano nudi nelle
pantofole azzurre e ricamate in oro. Mentre le suore parlavano di carità, di orfane, la signora
guardava, con simpatia sorridente, come delle amiche. "Ma sì, ma sì, aspettino un minuto". Ritornò
con un biglietto da cinquanta franchi, e lo porse con un sorriso di fanciullona contenta di dare. Le
suore, irrigidite, mormorano un: grazie — ed accennarono un inchino di commiato. Ma la signora
domandò se poteva offrir loro qualche cosa, e senza lasciar il tempo per la risposta suonò il
campanello pendente dalla lampada rilucente di cristalli. "No, grazie. Non si scomodi". "Ma sì, ma
sì, avranno sete con questo caldo. E, poi, sempre in giro... Io in questi giorni, non faccio che bere".
E alla cameriera, apparsa nel vano di una porta; "Servi qualcosa, Lillì"
Le due suore si guardavano. Le aveva immobilizzate un ricordo vago, un certo riconoscimento.
La pronuncia era quella, la loro. Anche la signora le guardava con interesse. Ad un tratto sbottò:
"Ma noi ci conosciamo. Lei è la Lisa del mulino e lei la Rossa del Pino, se non mi sbaglio". Era
così. La signora era la Bianchina, la modista. In paese la chiamavano "la gatta", per i suoi occhi
verdi e, ancor più, perchè faceva delle moine.
Le due suore rimasero interdette. Quel riconoscimento era come una ventata di vento che
sollevasse loro le sottane. Ma finora Angela assentì: "sì, siamo noi. Anche a me pareva di
conoscerla". "Anche a me", mormorò suor Geltrude.
"Ma allora diamoci del tu, diamine. Siamo state così buone amiche. Ma sedetevi, dunque. Oh
che piacere che ho di avervi incontrate. Così possiamo parlare di Verdelago. Sapete? Ci sono stata
quest'estate. Ho visto la tua vecchietta, sai, Lisa: è ancora in gamba. E tuo fratello, Mariuccia, che
bel ragazzo! Ne fa delle conquiste! Quest'estate faceva all'amore con la figlia del cantoniere del
ponte, sai il Becco, e m'hanno scritto che l'ha ingravidata. E la Berta... la ricordate la Berta?... No?...
Ma quella dell'Osteria degli amici... quella ragazza con un petto così, che rideva sempre... beh, è qui
anche lei. La vedo di tanto in tanto...".
E continuò così. Le due suore rimanevano sotto quell'acquazzone di notizie paesane,
imbarazzate dei dettagli, scandalizzate da certe novità, ma curiose. Bevevano le notizie, come quel
vino dolce e frizzante, il vino di Montescuro, straordinario. Erano dieci anni che non l'avevano
bevuto. Erano dieci anni che non sapevano più niente del paese. E la loro lingua si sciolse, per
domandare. E risero anche loro, alle malizie della Bianchina, che spogliava il paese con aneddoti
che rinfrescavano i ricordi, e coi ricordi le antipatie e i rancori. — Ah, l'aveva lasciata Poldo quella
scema della Lucia e col ventre grosso. Avrà imparato a levar i fidanzati alle amiche — pensò Suor
Angela.
"E Carluccio, il Moro", cosa fa?" domandò Suor Geltrude.
Suonavano le nove. Le nove... esclamarono insieme le due suore. "Le nove! Ripeterono insieme
esterrefatte, balzando in piedi".
"Ih, che paura che avete! Non vi mangerà mica la superiora!
Le due suore la vedevano, la madre superiora, arcigna, domandare: "Come mai questo ritardo?".
Ne vedevano gli occhi scrutatori, la grigia freddezza di quegli occhi le docciava. I fumi del vino
svanivano, e subentrava la paura: una paura infantile che le rendeva sgomente come di fronte ad una
sventura irreparabile. La Bianchina le rincorava: "Su, su, andiamo a tavola. È pronto. Non sarà una
mezz'ora di più che complicherà la cosa. Intanto penseremo alla scusa". Già, la scusa non la
trovarono e chissà se l'avrebbero trovata, così sconvolte. Si aggrapparono alla "scusa", e seguirono
l'amica ritrovata.
A tavola, ancora il buon vino. La pasta asciutta era ottima, l'arrosto era ottimo, il formaggio era
ottimo. Fu un'orgia del palato per le due suore use ai pasti uniformi e scipiti del convento. E i cibi e
il vino e i conversari le immersero in un torpore che le smemorò. Suonarono le dieci. Suonarono le
undici.
"Ormai è meglio che restiate. Ho un lettone che c'è posto per un convento... di frati". E
Bianchina ridendo, aggiunse: "Staremo meglio che nel fienile della Matilde, ti ricordi, Lisa?".
Suor Angela ricordò, divenendo di bragia. Rivide. Andavano lassù, nei pomeriggi afosi. Dava
un'impressione di frescura quell'ombra venendo dalla calura dei campi affocati. Ma l'aria diventava
greve, poi, e l'odor del fieno stordiva. Si aprivano le camicette, e si asciugavano il sudore, che
imperlava il seno e sotto le ascelle colava. E quel fermento del sangue, che ribolliva in quell'ardore
del cielo e della terra, suggeriva dei giochi. Furono malizie fanciullesche da prima, ma un giorno...
Suor Angela rivide Bianchina, quella di quel giorno. Rivide le sue braccia bianche agitarsi
nell'aria, e le parve di sentire ancora una morbida freschezza serrarle le guance. Rimasero. Si
coricarono. Ma il sonno non veniva. Suor Geltrude pensava alla superiora. Suor Angela pensava a
quei lontani pomeriggi, che l'odore del corpo di Bianchina veniva, eccitava l'inquietudine del
sangue. Bianchina riaccese. Volle mostrare il proprio corredo. E le venne l'idea di vedere addosso
alle sue amiche le sue camicie tutte pizzi e trasparenti come veli. Suor Geltrude si rifiutò. Ma suor
Angela provò alcune camicie, da notte e da giorno. E si guardò nella specchiera, arrossendo, ma
trovandosi "ancora discreta".
Suor Geltrude rimproverò suora Angela, che sgambettava, con scoppi di risa, davanti alla
specchiera.
Aveva bevuto troppo, suora Angela. Il Convento, i voti, la superiora... tutto spariva, portato
lontano da una ventata di follia che aveva un profumo di fieno e l'ardore di frutto il sole delle
mietiture.
Giocarono così, finchè il respiro di suor Geltrude si fece grosso.
Accanto all'amica che dormiva, sognando di essere rimproverata dal padre confessore, il passato
risorse.
*
Al chiarore dell'alba, suor Geltrude vide suor Angela appoggiata col capo sulla spalla di
Bianchina, che posava una mano sul seno di questa. Le svegliò, e disse: "Alla scusa non abbiamo
ancora pensato".
Mentre Bianchina faceva il bagno, le due suore si proponevano varie scuse. Ma le scartarono ad
una ad una, chè non reggevano. Lo sgomento della sera prima si riaddensò. Ma Bianchina apparve,
coll'accappatoio aperto, dicendo: "Ho trovato. Vengo anch'io al convento. E mi presenterete come...
un'anima pentita".
E rivolgendosi a suor Angela, "Sei contenta, amore?". Suor Angela arrossì.
Suor Geltrude fece una smorfia. "Sono stufa di questa vita. Un po' di riposo mi farà bene.
Diremo che m'avete incontrata, che stavo per uccidermi per un grosso dispiacere, che siete
rimaste con me per assistermi, e che, parlandomi della vita religiosa del convento m'avete
convertita. Va bene così?... Non sono mica una brutta Maddalena...".
E si inginocchiò davanti allo specchio, inclinando il capo su di una spalla e giungendo le mani.
Suor Geltrude scattò: "Via, Bianchina, la religione non è una cosa da ridere". E suor Angela
consentì tutta seria. Aveva ripreso la sua faccia atona.
La condussero dal padre confessore, per preparare il terreno. Il buon vecchietto, anima candida,
fu estasiato al racconto di suor Angela.
Bianchina entrò nel convento. Ma si stancò ben presto, ed il padre confessore non trovò più la
sua "Maddalena", come la chiamava parlandone alla suora superiore che aveva già dato il suo
giudizio: "Sarà, ma quando esiste una pecorella così, ho paura per il gregge".
La medicina moderna
"...Questi scortichini si danno delle arie perchè escono dall'Università ora, freschi freschi, come
se le Università buttassero fuori i medici; è la pratica che fà il medico...". Il vecchio dottore ogni
giorno faceva la sua predica contro i medici giovani, gli sbarbatelli che si danno delle arie da
specialisti, e a favore dei vecchi medici, che "modestia a parte hanno la pratica che conta di più
delle teorie nuove e dei metodi strabilianti... nuove per il pubblico e strabilianti per gli allocchi...". Il
farmacista, a questi sfoghi faceva una faccia che voleva dire: "Avete completamente ragione" e:
"Via, non esagerate".
Alle domande del vecchio medico, che voleva un consenso senza riserve, il signor Berti,
farmacista di prima classe, rispondeva con un sorrisino, o con un'alzata di spalle, o con uno squotio
di testa, o con una frase anfibia.
Non voleva compromettersi. Il vecchio medico era un vecchio amico, ma il nuovo medico, un
dottorino che pareva un ragazzo di liceo, faceva ricette lunghe lunghe.
Certe sere, il nuovo medico ed il vecchio si incontravano in farmacia.
Il primo deferente, amabile, l'altro burbanzoso e ringhioso. La discussione inevitabile. Il vecchio
medico la voleva, nonostante che il dottorino con dei: "Lei sa' meglio di me... non sta a me
richiamarle che...", opponesse giudizio, esperienze, casi, con sicura memoria e chiarezza di
esposizione, che faceva parteggiare per lui il farmacista, il veterinario e il Cav. Antoni, che, in
qualità di sindaco, si compiaceva che Verdelago avesse un dottorino così bravo, così moderno".
Una sera di ottobre, la discussione cadde sopra un caso che faceva parlare tutto il paese. La
signora Bertelli, moglie dell'esattore delle imposte, desiderava figli e non poteva averne. S'era
confidata colla padrona del "Grappolo d'Uva", una vera e propria antenna radiofonica, che, raccolta
una confidenza, l'amplificava e la trasmetteva a più gente possibile. Tutto il paese parlava, ora, del
caso della signora Bertelli, che ancor giovane, sana e robusta, non poteva avere figli.
Chi diceva: "dev'essere conformata male" — e chi diceva: "se una donna così non può far
figlioli, è il marito che non è bono" — Della prima opinione s'era fatto paladino il vecchio medico,
della seconda il dottorino. Il quale cercava di non parlarne, e, se ne parlava, lo faceva con
discrezione.
Di noie ne aveva abbastanza con le signorine da marito che, arrivato lui, s'erano tutte ammalate
di mali semplici e brevi. Aveva ordinato per tutte: ricostituenti, a base di ferro e di stricnina. Ma
all'epidemia erano successi gli inviti a pranzo, al thè, al caffè. Ed erano sbocciate gelosie, che
avevano fatto nascere delle chiacchere. C'era anche stata qualche lettera anonima.
Il dottorino s'era pronunciato, dopo una visita. Il vecchio medico, medico di casa Bertelli,
sosteneva la sua tesi. E l'utero della signora Bertelli, nonchè gli altri organi intimi, erano
anatomizzati, vivisezionati dalla discussione dei due inconciliabili colleghi. Il farmacista s'era
pronunciato per la tesi del dottorino, facendo un gesto significativo e mormorando: "Non c'è che
questo rimedio!".
La signora Bertelli era rimasta soddisfatta della visita. Il dottorino aveva esclusa la sterilità e
ogni cattiva conformazione, e l'aveva pregata di essere discreta, con suo marito. Questa complicità
li aveva un po' legati, e la signora trovava che il dottorino oltre che bravo e intelligente, aveva degli
occhi dolci, un viso regolare, un bel personale e un modo di fare simpaticissimo. Dall'anatomia e
dalla fisiologia, erano passati a parlare del paese, monotono e meschino per tutti e due; della
musica, la più bella cosa al mondo per tutti e due; della letteratura, con comune preferenza per il
romanzo russo. La visita era durata tre ore, e si sorpresero tutti e due a constatare che s'era fatto
buio, sì che la signora Bertelli, essendo per rientrare il marito si affrettò a licenziare il dottorino,
confidandogli, a lui lo poteva dire, che il marito era gelosissimo.
Il vecchio medico fu invitato a casa Bertelli, e nel calore della maldicenza contro il collega,
saltò fuori coll'argomento della sterilità della signora, nonostante questa avesse cercato di fermarlo
a tempo con degli occhiacci.
La sera, partito il medico di casa, ci fu bufera. Per la prima volta, dopo dieci anni di matrimonio,
ci furono delle parole grosse. Si snocciolarono l'un contro l'altro rimproveri mai detti. Il lusso di lei
e i debiti di gioco di lui, la dote piccola di lei e le avarizie di lui: tutto fu frugato, gettato in faccia,
pesato. Lui finì per andare al circolo e lei per piangere. La signora si addormentò con la
convinzione di essere la più infelice donna del mondo, la moglie più incompresa; di aver sposato un
bruto, egoista e ignorante, con un naso da far paura e una pinguedine ributtante; di aver trovato nel
dottore un'anima gemella, che rimpiangeva di non aver conosciuto da ragazza.
Una signora di Verdelago che legge i romanzi russi e suona Chopin è una Madame Bovary, e
non c'è da stupirsi se il dottorino e la signora Bertelli si incontrarono per quella viottola che conduce
al convento dei Francescani, benchè al convento non ci fosse alcun frate malato e la signora non si
confessasse dai frati. Il caso volle che scoppiasse un temporale, e poichè ad uno svolto di quella
viottola c'è una quercia grossa così, con un'ampia cavità a fior di terra, è naturale che i due vi si
rintanassero. Un po' i lampi che sforbiciavano il cielo, un po' i tuoni che parevano annunciare la fine
del mondo, un po' l'angustia del rifugio, la signora Bertelli, fedele per dieci anni al signor Bertelli,
ritornò la signorina Merli, ritrovando un cuore, che batteva forte forte trovandosi così vicino a
quello di un giovane che avrebbe voluto conoscere dieci anni prima. Ritornata la signorina Merli,
arrossì, impallidì, lasciò che il forte braccio la cingesse alla vita e che la bocca ben disegnata e dai
denti bianchi premesse sulla sua.
Lo respinse subito dopo, mormorando: "Mio Dio, che cosa facciamo?".
Ma data l'angustia del rifugio, non potè scostarsi nè respingerlo, e si lasciò avviluppare, baciare,
accarezzare, mentre il Diavolo faceva diluviare a più non posso, sì che non ebbero timore di essere
sorpresi. E la quercia poco dopo, se le querce conoscessero la mitologia, si sarebbe domandata se
una driade ed un satiro gemessero nel suo seno.
Ritornarono al paese per vie diverse.
Alla fine di una giornata uggiosa di dicembre, il vecchio medico si rifugiò nella farmacia. Vi
trovò una notizia che lo sbalordì: "La signora Bertelli era gravida". L'aveva annunciato al farmacista
lo stesso signor Bertelli, trionfante.
Il farmacista strizzò l'occhio, e rimesso a posto un boccale, si avvicinò al vecchio medico e gli
bisbigliò: "Eh, bisogna che lo riconosca, la medicina moderna fa miracoli".
Una persona seria
Anche quel trimestre Bianchina portò a casa una pagella che faceva sperare poco di buono. Suo
padre tuonò contro la gioventù d'oggi, che non studia; contro i professori, che fanno il loro comodo;
perfino contro il governo, che non mette le cose a posto. Sua madre consigliò di far prendere delle
ripetizioni a questa benedetta figliola che è un po' gracile e non può, così giovane, studiare tanto,
chè rovina la salute. Il padre borbottò che erano soldi buttati via, ma poi finì col dire, col tono più
energico: "Vediamo anche questo. Ma se non passi, si rimane qui tutta l'estate. Nemmeno un giorno
al mare. E, la domenica, in casa!". Lacrime e promesse della Bianchina; sgridate paterne in tono
minore; poi la vita della casa Bosetti ritornò sui suoi binari.
Chiesero consiglio alla signora Papini, vecchia amica di casa, che conosce tutta la città, tanto
bene da dir male di tutti. Il consulto concluse che ci voleva una persona seria.
"Il Sinibaldi è un bravo ragazzo. Ha vent'anni ed è già al terz'anno di università. Ma è troppo
giovane. Non che ci sia pericolo per la Bianchina. Fossero tutte come lei! Ma è sempre meglio... e
poi chissà quanti pettegolezzi! C'è tanta gente maligna!".
I giovani furono scartati. I vecchi anche, perché o sono rimbambiti o sono peggio dei giovani. A
forza di esclusioni, rimase il prescelto il professore Carli, uomo di mezza età, ammogliato e con
figli: una persona seria sotto tutti gli aspetti. La persona seria si presentò il giorno dopo. Fece buona
impressione. Occhiali, barba con qualche pelo grigio, faccia severa. Proprio quel che ci voleva per
quella scapata della Bianchina - pensò la madre.
*
Il professore parlava con solennità e non perdeva tempo in chiacchiere. La scolara lo trovava
noioso e cercava di rompere la monotonia della lezione con qualche divagazione, ma lui tagliava
corto.
Alle lezioni di latino fu necessario aggiungere quelle d'italiano, poiché la Bianchina zoppicava
anche lì. Il professore cominciò ad animarsi. Abbandonava il tono cattedratico e giungeva a
divagare. I commenti alle poesie lo facevano parlare di tante cose che gli rendevano gli occhi vivi e
la voce calda. Bianchina pensava, guardandolo — Quante cose sa! Quante idee! Come parla bene!
— e certe frasi le aprivano finestre ignorate su panorami di sogno, un po' nebulosi, ma attraenti col
loro fascino ambiguo.
E si sforzava di fare dei bei componimenti, vergognandosi di fare la figura della sciocchina, di
fronte a lui. E nei componimenti metteva, velato di retorica, un po' della sua piccola anima di
signorina di liceo e di buona famiglia, che legge i romanzi proibiti, che va in estasi nelle sere
punteggiate di lucciole ed è capace di piangere perchè le campane sono melanconiche quando il
cielo è rosso viola.
Bianchina si sentì lusingata dal fervore che il professore metteva nelle lezioni, e quando la
mamma si affacciava a dire — Professore, l'ora è passata. Sarà stanco, eh! — le pareva che venisse
ad importunare. Deve piacere molto l'italiano al professore — diceva la madre di Bianchina, ma la
ragazza pensava, compiacendosene, che era lei che piaceva, ed aveva una voglia matta di confidarlo
all'amica del cuore. Ma temeva di non essere creduta e di far la figura di quella sciocca della Dina,
che, a sentirla, son tutti innamorati cotti di lei.
Il professore Carli, è doveroso dirlo, trattandosi di una persona seria, non era innamorato della
scolara. Non era, però, molto lontano da questo, poiché era innamorato dell'amore.
*
I figli erano il suo sollievo, il suo rifugio. Quando tornava stanco ed amareggiato, bastava che
prendesse sulle ginocchia Lisetta perchè quelle manine di rosa e quegli occhioni azzurri gli
snebbiassero l'anima. Sua moglie, una donna arida arida, che non lo capiva e l'amava di sola fedeltà,
non era più che un'abitudine.
L'aveva conosciuta in una cittadina toscana, in principio di carriera, quando ci si trova internati
da una supplenza, senza conoscenze, lontano dalla famiglia, con la nostalgia della città grande, in
qualche isolotto di case, dove la vita si svolge tra la noia e la maldicenza. Era stanco della
solitudine. Gli piacque, così bella e così fredda da parere racchiudesse un tesoro di tenerezza. L'amò
con tanta veemenza da non poterla conoscere. Quando si trovò dinanzi la realtà di una moglie e vide
svanito il sogno dell'amante dei suoi sogni, si sentì invecchiato. Vennero i figli, a rinverdire
l'autunno. E la scuola, lo studio, le preoccupazioni colmarono il tempo. L'anima si fece un bozzolo
di sogni, che lo conservava fanciullo. Troppo nobile per cercare l'avventura volgare, troppo padre
per abbruciarsi in una passione, si accontentò dei miraggi della fantasia. I peccati di pensiero, le
scappate dei romantici, furono il suo conforto. Ma un conforto triste, che lo rendeva rassegnato ma
non sereno.
*
Una sera, dopo una lezione alla Bianchina, tornò turbato, da cenare in silenzio e come
trasognato.
Cercò di distrarsi. Cominciò a sfogliare un album di disegni, illustrandolo con raccontini
fantasiosi alla Mirella, che lo ascoltava, attenta, con quel suo visetto pallido ed espressivo, che gli
faceva pena, poiché sapeva che cosa vuol dire aver cuore.
Una figura lo colpì, risvegliando il pensiero a lei. La rivide, con i capelli sciolti, legati con un
nastro, come una bambina; ma con gli occhi neri, un po' oblunghi, mobili, che rivelavano la donna
che intuisce la potenza dello sguardo e l'usa. Quegli occhi neri e brillanti lo guardavano con strana
fissità, poi illanguidivano, per ribrillare in uno sguardo audace. E la piccola bocca mostrava tra le
labbruzze rosa dei dentini bianchi ed aguzzi di gattina giovane. E il collo era pieno e bianco, come
le spalle.
Cacciò l'immagine, ma un accoramento di fanciullo lo prese.
*
La vita l'aveva reso uomo prima del tempo. Fanciullo, aveva aiutato il babbo, in bottega.
Giovinetto, era stato qualche anno in collegio. Poi all'università, in una grande città, senza amici e
con la necessità di pagarsi la vita.
Non aveva amato con speranze e propositi. Timido, sognatore, refrattario alla realtà quotidiana,
che è insolente come lo schioccare di frusta delle vetture da piazza e volgare come un postribolo di
soldati.
Povero, non poteva offrire che un cuore. Troppo poco per le signorine di buona famiglia. Le
donne che si conquistano con poche lire lo disgustavano.
I suoi amici erano senza speranza.
Una ragazza bionda dal profilo d'angelo che cuciva, sempre assorta, alla finestra di faccia. Una
signora pallida e dagli occhi fieri e dolorosi che vedeva passeggiare sempre sola in un solitario
giardino pubblico.
Furono questi i suoi primi amori.
Poi l'illusione prese forma: quella di sua moglie. E diventare la realtà quotidiana di uno sguardo
senz'anima, di una voce senza vibrazioni, di un amore freddo, quasi rassegnato.
Fuggiva la realtà, correndo lontano, a fianco dell'ignoto; verso orizzonti sempre uguali e sempre
nuovi.
*
Quando il professore Carli ricevette l'annunzio di matrimonio di Bianchina, rimase con quel
cartoncino giallo dai bordi dorati, a rileggere:
Bianchina Roselli e G. De Lupo
oggi sposi
Era la realtà, quel cartoncino. Rimase lì, come trasognato; col cuore gonfio di tristezza. Ma
Mirella vide il cartoncino e portò le forbici al babbo, perchè vi ritagliasse una bambolina.
Il miracolo
Sempre lì, ritta e ferma. La svitavano dal seggiolone, la sera; la rinvitavano, la mattina. Se non
ci fosse stata da lavarla e rimetterla lì e da metterla sul vaso non avrebbe dato alcuna noia. Prima la
lasciavano a letto, ma si piagava e faceva, per svagarsi, un verso come i piccioni: che noiava la
nuora.
Passava le giornate in quell'angolo della cucina, tra il camino e la madia. Di contro, la finestra;
che si apriva sul pollaio. Sul tetto, le stagioni: le zucche, che ingiallivano e rinverdivano; la neve, le
rondini, i fiori di pesco portati dal vento, le coppie di colombi con il becco nel becco.
Tutte le stagioni su quel tetto breve; tutti i giorni in quell'angolo di cucina.
Stava lì, sonnecchiosa. L'orecchio indurito coglieva frasi dei discorsi di casa e con quei fili la
testa ricamava lunghe considerazioni. A lei non rivolgevano la parola che per dirle: "Buon giorno -
buona notte - come va?". Ma questa domanda, abituati a vederla così, gliela rivolgevano di rado.
Sorrideva ai nipoti, se li chiamava vicino. Ma quelli le si accostavano di malavoglia, chè una
nonna che non racconta fiabe non è una nonna.
*
Il figlio fu chiamato sotto le armi. In un angolo del cervello stanco il figlio stava sempre
inchiodato, giorno e notte. Dal seggiolone se lo portava a letto, a cullarlo nelle lunghe veglie.
"È morto il figlio della Checca...".
"È morto il marito della Caterina...".
"È morto il fratello del farmacista...".
Arrivavano a stormi al municipio, i corvi di carta gialla. Era una pioggia di lacrime. Anche lui
era alla guerra. Anche lui poteva morire. E chissà se l'avrebbe trovata, al ritorno.
*
Dice le preghiere perchè ritorni. "Pater noster qui es in coelum...".
Ma ha bisogno di rivolgere una preghiera particolare; chè è per lui che prega. "...Fiat voluntas
tua, ma fammelo ritornare. Abbi pietà di una povera vecchia". E si confessa alla Madonna: "...non
ho mai fatto del male. Quando sono andata con Tonio nel fienile ero ancora una bambina e non
sapevo quello che facevo... se ho tradito il mio povero Poldo è stato perchè mi trattava male... avevo
bisogno di affezione... E Poldo, che Dio gli perdoni, non mi ha mai capita... E, poi, mi sono pentita
tanto... Alla vedova del Tordi non ho voluto prestare i soldi, ma gli ho mandato del pane e
dell'olio...". Si confessa e si difende, perchè la Madonna non pensi alla peccatrice. Le dice: "Anche
tu hai sofferto per tuo figlio". Prega così, perchè nella chiesa la Madonna è una regina, ma là, nel
suo cuore, è un'altra madre. Prega così, e nel cervello si abbuia, il pensiero del figlio rimane vivo,
come il lumicino nella stanza del moribondo.
Il saggio
Il saggio è fissato per il domani. La madre della giovane pianista non può dormire, benchè tutto
il giorno abbia sfacchinato. Tra l'altro, è dovuta andare a far visita a quattro amiche, per trovarne
una che le imprestasse un abito decente. Il suo più bello, di seta nera, è ragnato. Ma l'abito nuovo
per Nelly c'è ed accende la luce, la luce per guardarlo ancora. "Quella rosa alla cintola era forse
meglio non metterla. È un po' scolorita". Spegne la luce e mormora: "Se ci fosse Adolfo!". Lui era
contrario. Impiegatuccio, quella "storia" della musica non gli andava. Ogni volta che c'era da pagare
la maestra di piano incattiviva. E sua moglie, per evitare scenate, faceva economia fino a stillarsi il
cervello per far saltar fuori qualche lira. Vi riusciva col non badare ai reni malati. Bucato in casa;
rammendo sopra rammendo; poco tram; corse ai mercati, alla chiusura, chè i prezzi si abbassano.
Morto il marito, accrebbe le fatiche. La sera era spossata. Il cuore batteva male. Le scale lo
facevano salire in gola. Il domani, nero di incognite, non l'avviliva. Continuò a lottare, giorno per
giorno, con una energia della quale non si sarebbe creduta capace. Qualche volta piangeva; il pianto
la ristorava. Nelly era dolce e tenace. Nei ritagli di tempo si esercitava al pianoforte. Dattilografa, di
tempo ne aveva poco. Troppo poco per fare progressi rapidi. Mandarla all'Accademia: problema
difficile. Ma la madre riuscì a risolverlo. Si dette ad un piccolo commercio: vestiti vecchi. Scale,
scale; il cuore si ribellava. Ma tenne duro. Il volto smagriva e impallidiva, ma la strada era scavata
nella vita, dura e ripida come una parete rocciosa; in fondo contava la speranza: ma c'era l'abisso.
Ma la madre non voleva morire.
Anche Nelly non può dormire. Si sforza di prender sonno, ma quello sfugge con mille ali di
farfalla. Il saggio è il pane sicuro. Far riposare la mamma: il suo sogno, da anni.
*
L'alba le trova sveglie. La madre vede gli occhi stanchi ed il pallore della figlia. Nelly vede gli
occhi stanchi ed il pallore della madre. Ma non dicono nulla della notte insonne. Un uovo deve bere
la madre, se vuole che Nelly metta del burro sulle fettine di pane e beva il latte. Alla madre piace il
caffè, chè il latte costa ed i rosicchioli di pane li tiene per la figlia, che deve crescere ancora. Nelly
si sforza di mostrarsi serena. Ma nella sua voce c'è un leggero fremito. Il cuore della madre batte
batte.
*
È giunta la sera. La fuga bianca e oro dei saloni dell'Accademia, il pubblico elegante, le luci
sfolgoranti intimidiscono la madre, che teme di apparire ridicola con quel vestito antiquato. Guarda
ed ascolta ansiosa. Una signorina con gli occhi pitturati fa il nome di Nelly, ma parla piano, con
un'amica. Non può udire, la madre. Le compagne la salutano affettuosamente la sua figliola. Anche
qualche signore la saluta. Uno, con la barba alla Verdi le sorride. "È il professore di solfeggio —
spiega Nelly". "E quello là?" — e indica un signore imponente, con la caramella all'occhio e le mani
inanellate sul pomo d'oro del bastone. "Quello è il giudice più temibile qui dentro". "È un grande
musicista?" — domanda la madre, impressionata. Nelly sorride: "Oh, no. Non sa niente di musica,
ma è un importante critico musicale".
La madre sta per fare un'altra domanda, ma delle compagne chiamano Nelly. Il saggio sta per
cominciare. Nelly bacia la madre e sparisce tra la folla e riappare sulla pedana, accanto al
pianoforte. Un applauso di simpatia la saluta.
Le prime note cadono dal pianoforte sull'attento silenzio, e nel cuore della madre l'armonia è
tumulto. Quelle onde di suono, quei trilli, quei mormorii, quelle pause, quelle riprese, quelle fughe,
quei passaggi la sollevano, la precipitano, la travolgono, la posano. La sua anima vola con quelle ali
di quella musica, e nel suo sangue, nei suoi nervi è un'ansia che ha dell'agonia e dell'estasi. Un
crescendo la solleva verso un cielo di fuoco, una pausa la precipita imperlandole la fronte di freddo
sudore. Scoppia un applauso caloroso che si ripete. È uno scroscio di pioggia sull'ardore febbrile
della madre, che vede i professori avvicinarsi a Nelly, stringerle la mano, sorridenti. Un gruppo di
amiche la festeggia. Vorrebbe andarle incontro, abbracciarla. Ma i lumi si affiocano. Le voci si
attenuano. Una cascata fragorosa rimbomba nella testa. Le pare di calare nell'acqua. Rabbrividisce.
Fa uno sforzo per alzarsi. Si sente le gambe di piombo.
*
Nella corsia bianca la penombra pregna di odore di ospedale rende ancor più terreo il volto della
madre. Nelly la guarda, cercando di vincere il pianto. Sul letto sono sparsi dei giornali. Ha voluto
leggere i resoconti della serata, e lo sforzo l'ha messa in delirio.
"Vedrai che riuscirà bene. Me lo sento... Non preoccuparti per i soldi della maestra. Ho passato
dei momenti più difficili... Volevo farti gli asparagi, ma costano uno sproposito... Che sonno che
m'è venuto... Ma devo rammendare le calze... Ti piace il vestito?". Apre gli occhi guarda la figlia e
sorride: "Brava, brava Nelly. Ora hai le ali e volerai da sola...".
Richiude gli occhi e rabbrividisce. Pare addormentata, ed invece mormora: "Quel signore con
gli occhiali d'oro è un tuo professore?". Riapre gli occhi, ma sono vitrei. Dalle labbra livide il cuore
parla ancora, per l'ultima volta: "Prendila, prendila tu... lo sai che a me le pesche non piacciono".
Al caffè delle "Tre Grazie"
Da alcuni mesi al caffè delle "Tre Grazie", il caffè centrale di Montemare, il tavolino accosto
alla vetrata che dà sul giardinetto fiancheggiante il garage, era occupato di frequente da un signore
sui sessant'anni, vestito sempre di nero e con degli occhiali d'oro. Per qualche giorno il cav. Ponti,
vecchio veterinario a riposo, aveva guardato in cagnesco, di sopra gli occhiali, quell'intruso, che
aveva occupato il suo posto preferito, ma poi, il forestiero l'aveva ammansito con le blandizie di
un'amabilità settecentesca.
Quel signore conosceva l'Europa intera, il Marocco, New York, Tokio. Gli usi e costumi, i
monumenti, avvenimenti notevoli avevano in lui un descrittore affascinante. Infiorettava le sue
scorribande narrative con aneddoti, con motti di spirito, con dettagli coloriti, sì che, in breve, s'era
formato un circolo intorno a lui. Fra gli ascoltatori v'erano quasi tutti i notabili del paese: dal
sindaco al tenente dei carabinieri, dal dottore al direttore di "Antologia novissima", la rivista del
cenacolo "Pensiero ed Arte", dal maestro di musica al corrispondente locale dei grandi quotidiani.
Qualcuno aveva bofonchiato di "serpenti di mare", ma, poi, l'autorità del professore, come lo
chiamavano, s'era consolidata del tutto. Il suo enciclopedismo era stato concordemente riconosciuto
come vastissimo ed esatto. Benchè forestiero, lo nominarono consigliere del "Circolo ricreativo".
Essendo inchiodato a letto da un raffreddore, l'avvocato Dagliardi proprio alla vigilia
dell'annunciata conferenza su "L'uxoricidio ed il divorzio", s'era ricorso al "professore" perchè
l"Università popolare era agli inizi e il comitato direttivo voleva evitare la diserzione del pubblico.
Il "professore" parlò dell'amore al Giappone", e fu un successone. Parlò con grazia, con spirito, e un
"tatto", che fu molto apprezzato dalla contessa De Bellis presidentessa delle "donne cattoliche". Il
giudizio di questa: "parla meglio di Don Vannelli" fu condiviso da tutte le signore e signorine
presenti, sei delle quali pensarono che era un vero peccato che il conferenziere non fosse giovane.
Dopo quella serata trionfale, il "professore" entrò in tutti i salotti, compreso quello della contessa
De Bellis, cioè nel salotto aristocratico del paese. Al circolo, il "professore" estasiò la gioventù
insegnando un'infinità di giochi di società. In occasione di una festa di beneficenza, saltò fuori con
una nuova rivelazione: dei giochi di prestigio che stupirono tutti quanti. Quando si credeva che il
"professore" avesse vuotato il sacco, eccolo, per un'altra festa di beneficenza, sfoderare un intero
programma di illusionismo. I presidenti dei circoli dei paesi vicini cominciarono a scrivergli lettere
d'invito a partecipare alle loro serate, ma egli fu parco nell'accettare, poichè, diceva, "poco alla volta
mi faccio la fama di giocoliere".
Cominciò, invece, a dar lezioni di francese e d'inglese, dicendo che la pensione non gli bastava.
Che pensione fosse nessuno lo sapeva, e ben pochi sapevano il suo nome. Quelli che lo sapevano
stentavano a ricordarsene ostrogoto com'era: Ivo Szejmankritch. "Di origine bulgara, ma
italianissimo" — spiegava il "professore", ogni qualvolta doveva dire il proprio nome. Il suo
italiano era perfetto, ma c'era qualcosa di esotico nella pronuncia. Qualcuno glielo disse, il
"professore" spiegò: "È la pronuncia slava; da bambino parlavo russo, vivendo a Mosca con mio
padre, che era ambasciatore bulgaro. Poi imparai l'italiano, a Firenze. Mia madre era fiorentina puro
sangue. Era, infatti, una Strozzi". Ma di sè parlava pochissimo, sì che tutti ammiravano la modestia
del "professore". A giustificare questo nomignolo in titolo, era venuto lui, dicendo di esser dottore
in belle lettere, e di aver insegnato anche, ma solo alcuni anni, in America, in una piccolissima
università. Alla contessina De Bellis, alla quale dava lezioni di inglese, aveva regalato, con una
dedica lusingatrice, un suo libriciattolo in russo, "un peccato di gioventù", "pubblicato con un
pseudonimo, per non urtare suo padre, che di letteratura non voleva saperne. Quasi tutti così i
militari di un tempo". "Ma non era un diplomatico?" aveva interrotto la contessina. "Sì,
ambasciatore di Bulgaria a Mosca, ma vecchio generale. S'era dato alla diplomazia dopo che la
gotta gli impediva di partecipare alle riviste". E così, di domanda in domanda, di risposta in
risposta, il "professore" appariva sempre più "distinto e modesto", come la contessa De Bellis
l'aveva definito. "Signora Contessa, se dovessi spiegarle come non ho titoli nobiliari, l'annoierei
parecchio, che è una lunga storia...". La Contessa si fece raccontare la storia, e il giorno dopo
correva la voce: "Il professore" è un principe bulgaro, ma non vuole lo si sappia. Vive in incognito,
perchè teme la vendetta dei figli di un altro principe da lui scoperto come capo di una congiura
contro il re... contro un re di laggiù, insomma".
*
Tutto Montemare era raccolto ai piedi di un monumentino ai caduti, "modesto ma artistico"
come diceva il sindaco.
Il "professore" era fra i notabili del paese, a cuocersi la calvizie su una delle poltrone del
consiglio comunale, che zebravano di rosso gli abiti di cerimonia sul fondo dei pantaloni e sotto le
maniche. La signora del sindaco se n'era accorta, dato che suo marito, tenendo il discorso
inaugurale, le voltava il dorso. E l'aveva sussurrato alla moglie del sotto-prefetto, la quale aveva
bisbigliato al marito: "Siediti sul margine della poltrona e sta leggero. Non appoggiarti troppo ai
bracciuoli". Il marito l'aveva guardata con stupore, poi aveva sbirciato il di sotto delle maniche e,
vistolo, striato di rosso, s'era posto il problema: star seduto leggermente e non appoggiarsi. Il
problema gli era parso insolvibile e s'era messo di malumore, perchè tra poco, il sindaco urlava e,
quindi, accennava a finire, avrebbe dovuto alzarsi e prendere la parola.
Mentre pensava al rosso delle poltrone, il commissario di P.S., gli si era avvicinato, alle spalle,
naturalmente, e si era chinato a parlargli.
Quel signore con gli occhiali d'oro, a sinistra del tenente dei carabinieri, è un ricercato. È un
ladro internazionale. Che cosa debbo fare?
Il sotto prefetto soffiò: Anche questa, ora! E borbottò: Non vorrà mica interrompere la
cerimonia per questo?
Il commissario bisbigliò: non pensavo a questo, ma allo scandalo. Un ladro fra le personalità
della cerimonia, sarebbe uno scandalo a Montemare, e poi, i giornali...
Il sottoprefetto stava per rispondere, ma uno scroscio di applausi lo chiamò a succedere alla
tribuna. Pensò alle strisce rosse, al principio del discorso, e fu davanti al pubblico.
Il "professore" aveva osservato il colloquio tra il commissario ed il sottoprefetto. Il commissario
lo guardava, ora. Capì. Sussurrò al tenente dei carabinieri: "Questo caldo mi fà male. La testa mi
gira. Non vorrei mi venisse un malore, mi scusi lei"; e se ne andò.
La minestra cattiva
— Siamo alle solite! Porco dio, si deve mangiare di questa roba dopo aver lavorato tutto il
giorno? — La voce del figlio risuonò, aspra. La madre borbottò una giustificazione, e continuò a
rammendare le calze, con le mani che le tremavano. Ogni tanto passava il dorso della destra sulle
palpebre per asciugare le lacrime. Sempre così. E quasi ogni sera.
Anche quella sera il figlio era tornato in ritardo. La madre l'aveva aspettato sulla porta, per non
scaldare e riscaldare la minestra, che diventa cattiva. E poi il carbone costa caro.
Anche quella sera la minestra era cattiva, per suo figlio. Diradava le cucchiaiate e smorfiva.
Come mai? L'aveva mangiata anche lei e non c'era male. Ma se la mangiava quando il figlio gridava
e dava dei pugni sulla tavola, la mandava giù a forza, chè le pareva amara.
Doveva avere qualche cosa nel cuore, qualche spina grossa, suo figlio, per essere così
prepotente con una vecchia, con sua madre. Per trovare la minestra cattiva, ogni sera, doveva avere
una spina ben grossa nel cuore.
Sgarbato lo era sempre stato, però. Anche piccino, quando tornava affamato tanto da mangiare
le pietre. Anche allora faceva delle scenate. Ma allora era ragazzo, e tutti i ragazzi sono uguali.
Non somigliava, no, a suo padre. Il suo uomo quando tornava da lavorare, la sera, era allegro e
fischiettava. A tavola chiacchierava, poi accendeva la pipa e talvolta aiutava a sparecchiare. E stava
lì tutta la sera, o andava a fare una partita con gli amici. Alla bettola no. Lavoratore; lui, e regolato.
Mai ubriaco. Allegro qualche volta. Ma il bicchiere di più lo faceva ancor più buono.
*
Il figlio aveva finito di mangiare e si preparava ad uscire. Da parecchie sere si cambiava le
scarpe e si metteva il vestito della festa, la sera. — Andrà a fare all'amore — aveva pensato la
madre, ma non gliene aveva domandato.
Quella sera il figlio non uscì senza dir niente e sbattendo la porta. Sulla porta si fermò, guardò
sua madre e con un mezzo sorriso le disse: "Ora ti riposerai. Sai che prendo moglie?". No che non
lo sapeva. Come saperlo, lui non diceva mai nulla! "Fa un po' di pulizia, per domani. Viene la
ragazza con suo padre. Sai, non son mica poveri loro. Hanno un sacco di soldi". Non aspettò la
risposta ma non sbattè la porta e le disse "Buona notte".
— Si vede che è contento di sposarsi — pensò la madre e ne fu contenta.
Ma poi pensò alla frase del figlio: "Hanno un sacco di soldi". Cosa stava a fare lei, ormai al
mondo? Andare col figlio, in una casa nuova, fra estranei? Suo figlio ne sarebbe stato seccato. La
nuora l'avrebbe forse vista male.
Da tanto tempo era stanca della sua vita di vecchia sola senza nessuno che le volesse bene,
senza mai un'ora di riposo. Si sentiva stanca. Tante volte, mentre lavava, al fiume, le veniva voglia
di chiudere gli occhi e di lasciarsi andar giù nell'acqua, per riposarsi sempre. Ma poi pensava che
suo figlio era solo. E suo figlio benchè le avesse dato tanti dispiaceri, benchè fosse cattivo con lei,
era il figlio di suo marito, buon'anima. E così riprendeva il cammino di ogni giornata. Ma quella
sera sentì il vuoto e il freddo della sua vita più del solito. Si sentì vecchia senza forze, madre senza
figlio.
Rivisse il passato. Si rivide ragazza, gialla e scarna, tra ruote e puleggie, col puzzo dei bozzoli
che mozza il respiro e l'acqua bollente che brucia le dita. Rivide suo marito bianco bianco con la
bocca torta e gli occhi fissi e velati; quando glielo portarono a casa morto. Rivide il signor Giulio,
un giovanotto dai bei baffi neri e con una bella bottega che, vedovo voleva sposarla e le diceva:
"Pensate che avete un ragazzaccio che ci vuole un polso forte per guidarlo".
Per amore di suo figlio gli disse di sì, ma una sera capì che il signor Giulio non faceva sul serio,
e da allora in poi non aveva più pensato a riprender marito, benchè fosse ancora giovane e avesse
bisogno di un appoggio. Da anni, invecchiata anzi tempo, viveva con le gambe stanche e il cuore
tormentato. Fu così che quella sera uscì e andò al fiume e ruppe con un tonfo il mormorio delle
acque.
*
Il figlio tornò a notte tarda. Trovò la porta aperta e la chiamò, con rabbia, pensandola in
chiacchiere con le vicine. Ma fuori non c'era nessuno. Le case dormivano.
Chiamò, bussò ai vicini. Nessuno l'aveva vista. Allora vagò nella notte, lungo il fiume. E
chiamò: Mamma! Mamma! E nella sua voce era un tremito di tenerezza angosciata, un singulto di
pianto.
tratto da Pagine Libertarie
Chi va là?
Ha cenato in fretta, la madre. E non ha lavato i piatti nè spazzata la cucina.
Prepara un fagottino: il pane, i piatti, la minestra, che chissà se gli arriva calda; e un po' di carne,
che ce ne vorrebbe di più, ma costa cara. Poi la bottiglietta del vino e un pacchetto di sigarette. Ci
ha messo anche il cuore. Ed è forse per questo che le mani tremanti stentano a far entrare tutto nel
fazzolettone e si affannano intorno ai cappi che non si vogliono annodare.
Fuori è freddo. E i lampioni ritraggono la loro luce gialla, ai colpi di vento. È ancora presto, ma
pare notte. Che brutto inverno quest'anno!
*
Fa freddo nella garitta, e Cristiano batte i piedi per scaldarsi, e pensa che gli hanno rubato la
sciarpa che gli ha mandato sua madre. Deve essere stato quella carogna di Gennaro, che non per
nulla ha i capelli rossi come Carmela. Carmela s'è messa a fare l'amore con Pasquale, che sembra un
morto disseppellito; ma lui ne ha dei soldi, e la farà andare col cappello.
Ma Cristiano si consola: le braccia le ha buone e il padrone fa sapere che lo riprenderà, e, se lo
zio Gaetano si conserva buono, arriverà a metter bottega, e sposerà una ragazza più bella di Carmela
e coi quattrini, anche.
Ma il congedo non viene. Bisogna scrivere a casa che mandino venti franchi, da dare al furiere:
che mette avanti nella lista. Ha scritto la mamma che a casa stanno bene, ma hanno dovuto vendere
la vacca. Tira fuori la lettera, e cerca di leggere. Ma il fanale è in agonia, e Cristiano non riesce a
leggere che i saluti:
— E ti saluta la sorella Annarosa, lo zio Gaetano, la comare Carolina...
Li legge perchè li sa a memoria, i saluti.
Tutte le sue lettere finiscono così:
— Salutate la sorella Annarosa, lo zio Gaetano, la comare Carolina...
Perchè non portano la cena?
— Oh, signora guardia!
Picchia alla porta, Cirillo. Ma nessuno risponde. Solo un mazzo di chiavi canta: tlic tlac, tlic, e
un passo si avvicina e si allontana, e pare che canzoni.
— Mannaggia!
Cirillo comincia ad arrabbiarsi. Sempre così. Lasciano la cena in portineria, a freddare.
— Oh, me la portate la cena?
Non rispondono, quelle carognacce. E Cirillo si siede sulla branda e pensa la madre e la cena, la
cena e la madre.
*
Il fanale s'è spento. Cristiano continua a battere i piedi e sacramenta...
Un'ombra si avvicina alla garitta, e Cristiano grida: — Chi va là — E pensa al congedo e al
capo-posto: — Mi raccomando, son tempi brutti. Tre volte il Chi va là e poi: fuoco!
Cristiano vede l'ombra avvicinarsi. Grida: — Chi va là? — con la voce che trema. E l'ombra
continua ad avanzare. E Cristiano punta il fucile. E griderebbe ancora: — Chi va là — se l'ombra
non facesse una mossa come per slanciarglisi contro.
Un attimo d'incertezza, poi Cristiano spara.
*
Cirillo salta sullo sgabello e cerca di vedere, ma non vede nulla. E va alla porta e sta alla spia.
Dalle altre celle viene un brusio sordo e si sentono dei passi affrettati, per il corridoio, e delle voci
che domano.
La notizia corre, di cella in cella:
— Hanno ucciso una donna. Scoppiano imprecazioni; s'intrecciano commenti.
Cirillo trema. Perchè a portare la cena viene sua madre, ogni sera.
La bambola rotta
"Quaranta franchi? Non potrebbe farmela a meno?". No che non poteva. "Per lei lo farei più che
volentieri. Ma una bambola biscuit, come questa, creda è difficile trovarla a questo prezzo. È roba
fina, lei capisce. Non si può darla a meno. Roba che viene dall'estero, e col cambio...".
Gino Taddei, stordito da quel diluvio di parole, esce avvilito e mastica: "Quaranta lire? Ladri!
Ladri!".
Poi si calma. E si consola pensando che in due mesi, qualche spesuccia di meno, a quaranta lire
ci si arriva. Sono soldi buttati via, per una bambola. C'è bisogno di tante cose in casa. Bianca ha un
cappello vecchio, da vergognarsi ad andar fuori. Lui le scarpe che c'è da aver paura di perdere le
suole per strada. E il pastrano stinto, spelato. E il debito dal macellaio.
— Maledetta miseria! Ma sarà sempre così? — E Gino Taddei che legge Il Giornale d'Italia e
fischia l'ultima canzonetta in voga quando c'è un po' di sole e la paga è vicina, maledice il governo,
la vita, l'idea di metter su casa, e rimpiange di non essersi messo a fare un altro mestiere: lo
spazzino, magari.
— Bell'impiego il mio. Ci muoio in quello sgabuzzino.
Gino Taddei, impiegato in un'agenzia di collocamento, è povero. Quando ci pensa si infuria. Il
cuore gli si gonfia come una pozza giallastra.
Quaranta lire... lire quaranta... L.40... bambola... biscuit... Lisetta... Ladri!!!
Ha un foglio davanti, Gino Taddei, impiegato. E nello sgabuzzino non capita nessuno. La penna
stride sul foglio e scrive parole, segna le cifre, traccia profili. Poi cancella, poi scrive, segna e
traccia di nuovo.
Gino Taddei, prigioniero della paga, si annoia. Preferirebbe avere lo sgabuzzino zeppo di gente
che ha fretta ed è prepotente, che brontola e grida. Allora c'è da faticare e da tenere la rabbia coi
denti. Ma queste ore, in cui non c'è che il rumore della strada a tenerti compagnia sono lunghe.
Pensa ai guai, alle gioie mai vissute, al domani, che pare la bocca di un pozzo nero nero.
Gino Taddei pensa ai suoi. La Bianca ha una tossaccia da sputar l'anima e non le vuol passare. E
per risparmiare soldi fa il bucato in casa. Si alza presto, al mattino, con questo freddo! E nella
cucina risuonano i colpi sull'asse. Se li sente risonare nel cuore, quei colpi, e sospira. La Lisetta
cresce bene, però. È la loro consolazione quella bimbona. Ha le sue bizze, ma è buona. Qualche
volta è fastidiosa, perchè si annoia, così, sempre in casa. Bisognerà mandarla all'asilo. Là avrà
compagnia e imparerà qualche cosa. Quando sarà grandina: a scuola! Lei deve diventare una
dottoressa e guadagnare tanto.
*
Il direttore li ha contati i pochi biglietti da cento. E Gino Taddei li ha ricontati poi li ha piegati
con cura. E li ha messi nel portafoglio, dove c'era un superstite biglietto da cinque, solo solo.
Ora cammina svelto, e gli pare che la pioggia canti una bella canzoncina, sulle grondaie.
L'acqua entra per i rotti delle scarpe. Bisognerà portarle dal calzolaio. Fischiettando, va a pagare il
debito dal macellaio. Gli faceva il muso duro da due mesi in qua, ma ora gli sorride e gli dice, alle
scuse per il ritardato pagamento: Fra galantuomini... Al bazar c'è ancora la bambola dagli occhi
turchini e dai capelli biondi. È matto a buttar via quaranta lire per una bambola da signori. Ma pensa
al caro musetto che si illuminerà.
*
Nemmeno la scatola gli hanno dato — Ladri — L'ha dovuta avvolgere in un giornale, la bella
bambola, ma la porta trionfante; e la strada gli pare lunga lunga.
— Lisetta, guarda cosa t'ha portato il papà — ripete, fra sè, indugiando nel pensiero della gioia
che sta per dare. E la vede felice, la sua bimbetta, con la bambolona da cullare, da mettere a nanna,
da vestire.
Ma cosa succede in fondo alla strada che c'è tanta gente ferma a vociare?
Gino Taddei, uomo prudente, pensa di cambiar strada. Ma dovrebbe fare un lungo giro ed è
impaziente d'essere a casa.
Un uomo fugge e gli altri lo rincorrono, coi bastoni alzati. Fa per scansarsi, ma un urtone lo
sbatte contro il muro. Sparano. La gente fugge. Sbatacchiare di imposte e di porte, srotolio di
saracinesche, urlio di donne che non trovano un portone aperto e corrono lungo i muri.
Gino Taddei, uomo prudente, rimane lì sul marciapiede. A terra c'è la bambola, in pezzi.
Pallido, con un tremito alla gambe, la guarda. E vede le manine grassoccie di Lisetta tese
nell'impaziente desiderio del dono.
Guarda la bella bambola, ma le lacrime gli offuscano la vista. Un dolore di bambino l'à preso
alla gola e lo soffoca.
Se ne va, verso casa, un po' curvo e con passo lento. Sulla porta indugia, perchè Lisetta gli
correrà incontro con le manine tese. Come per ricevere la bella bambola dagli occhi turchini e dai
capelli biondi.
Camillo da Lodi
(alias, Camillo Berneri)
L'inventore
All'ufficio dell'Ing. Comm. Augusto Imperiali si presentava spesso la seccatura, nella forma di
un ometto tutto strinto nelle spalle misere, tutto timidezza ed ossequio, ma con un sorrisetto, tra la
barbetta ispida, di uomo che la sa lunga, ed uno sguardo scintillante di sotto le sopracciglia
spioventi, quasi a nascondere quei lumini troppo vivi per una faccia così affamata.
Arrivava con un rotolo di carta sotto il braccio, ma appena all'ufficio dell'Ing. Comm. Imperiali,
se lo portava dietro la schiena. L'ingegnere lo accoglieva con un grugnito, e masticava un: — Si
accomodi — secco secco. Poi dopo essere rimasto un momento assorto, con le grosse mani
inanellate intrecciate sul ventre, diceva: — Dunque a che punto siamo con questa invenzione? —
L'ometto allora, faceva roteare in avanti il braccio sinistro, con la destra poggiava il cappello sulla
seggiola più vicina e subito dopo svolgeva il suo rotolo davanti allo sguardo indifferente
dell'ingegnere. E cominciava la spiegazione, infiorettata di: — Lei mi insegna... non importa che le
spieghi... — e simili blandizie. Ma l'ingegnere finiva col dire: — Vedremo, vedremo. Ora siamo
occupatissimi, ma quanto prima prenderemo in esame la cosa —.
Il "quanto prima" si era prolungato tre anni, con proroghe mensili. Trentasei visite infruttuose:
unico totale per l'ometto paziente e tenace.
Ma un giorno, tra l'ometto magro e patito e l'omone ben pasciuto, corsero dei rapporti
strabilianti. L'ingegnere batté la destra sulla scrivania, con esclamazioni ammirative; ed invitò a
pranzo l'ometto, gongolante.
A tavola, tutti gentili; per una parola d'ordine soffiata all'orecchio della signora Imperiali e
trasmessa ai signorini. La signora sfoggiava i sorrisi più affascinanti; i signori ammiccavano,
ridacchiavano, ma discretamente.
L'ometto parlava parlava, della sua invenzione, del passato, della vita grama. Tutta la vita così:
— Paghe grame e niente ripeschi. — La signora e i signori si domandavano come mai quel
miserabile fosse alla loro tavola, ed erano vogliosi di sapere che cosa bolliva in pentola. L'ingegnere
aveva una faccia sorniona e badava a non lasciar vuoto il bicchiere dell'ospite, che avvolto da quelle
premure, e da quel caldo, ipnotizzato dallo splendore delle posate e dallo scintillio delle stoviglie,
eccitato dal vino generoso, si apriva sempre più. Guardava i ragazzi con l'aria affettuosa dello zio
che viene di lontano, la signora con soggezione nella quale c'erano lampi di galanteria, e dava
all'ingegnere dei colpetti d'intesa sulle spalle e sulla pancia. E parlava della sua pena di essere
ballottato di promessa in promessa, dei creditori che non riusciva a sbronciare, della soffitta nella
quale pioveva, sì che doveva di quando in quando montare sui tetti a dare una rimestatina alle
tegole, lavoro ormai inutile, chè la incannucciata marciva. I ragazzi si divertivano un mondo a sentir
parlare un povero, chè gli invitati consueti non facevano altro che parlare di azioni, rialzi, ribassi e
simili pasticci.
A pranzo finito, l'ospite si alzò con fatica e con passo malsicuro seguì l'ingegnere nello studio.
Riguardarono il progetto, e l'ingegnere offrendo una avana all'ometto che pareva un po' ingrassato,
venne al sodo: — Giacchè ci siamo, per non perder tempo sarebbe bene metterci d'accordo per il
lato finanziario. Domani c'è l'adunata degli azionisti della Stet e sarebbe bene potessi presentare il
contratto. Farebbe buona impressione —.
L'ometto annuì, felice di veder finita, e finita bene, la sua lunga odissea. L'ingegnere si mise a
scrivere, e presentò poco dopo un foglio, che l'inventore cercò di leggere con calma. Cercò di
capire, ma la testa era annebbiata. Vide delle cifre e delle clausole che non lo persuadevano, ma non
osava chiedere schiarimenti nè tanto meno muovere obiezioni. Temeva di urtare; temeva si
allontanasse la soluzione, proprio mentre stava per entrare in porto. E firmò.
L'ingegnere rinchiuse il documento nella cassaforte, poi estrasse dal portafoglio alcuni biglietti
di banca e li mise in una busta, che porse all'ometto, dicendogli: "Questo non come anticipo, che è
una piccolezza. Ma come amichevole prestito. Quando sarà ricco, me lo restituirà al cento per
cento". E con una risatina e una stretta di mano prevenne il ringraziamento dell'ometto, che si alzò
per congedarsi, non vedendo l'ora di guardare dentro la busta.
L'ingegnere volle accompagnarlo fin sulla porta, e all'ospite che insisteva: "Ma le pare,
Commendatore... ma non si disturbi..." — rispondeva, con un crescendo di toni cordiali: "Ormai
siamo amici... La mia casa è la vostra... Arrivederci a presto...".
Appena in strada, l'ometto guardò nella busta. Duemila franchi! Si sentì ricco. E correndo verso
casa, pensava con emozione: "Ho finito! Ho finito! Comincio a vivere". E con tenerezza ricordava
la accoglienza. Che cuore d'oro, quell'ingegnere! E che bel pezzo di donna, la signora! Vispi quei
ragazzi! Gli pareva di avere una famiglia, ora. Il vino e la gioia gli solleticavano il cuore,
innondandolo di una tenerezza stupida e dolcissima.
Entrò in un'osteria, chè a casa, tra quello squallore, non si sentiva di ritornare. Bevve con un
piacere nuovo. Da tempo beveva per affogare i dispiaceri. Ma quelli galleggiavano. E il bicchiere
vuoto diventava un caleidoscopio. Affioravano i ricordi neri. Notti afose o rigide tra il fiato
asmatico della madre e quello vinoso del padre. Lunghe giornate nella botteguccia dove, bambino,
cominciava a pagarsi la vita. Poi il mondo, girato con il bisogno alle calcagne e il buio davanti.
Buscarsi da vivere: pensiero di ogni giorno. Per non aggravare le angustie, niente vizi. Ma venne la
smania di conoscere, che mangiava molte candele e lo faceva cliente, e non quotidiano, dei
friggitori. Poco a poco arredò la testa, ma lo stomaco brontolava. E per tirare avanti in quel grigiore
di giorni lunghi ci volle il vino.
Rimase all'osteria fino alla chiusura; allora dovettero buttarlo fuori. Era notte tarda e la casa era
lontana, ma l'ometto aveva il suo sole.
*
Di ritorno dalla casa dell'ingegnere, il nostro ometto si sdraiò sul letto; per concentrarsi. Non
capiva. Aveva lasciato il progetto nelle mani dell'ingegnere e questi non si faceva trovare in casa,
oppure non riceveva. Sempre occupato od in viaggio. Ma perchè non lasciava detto nulla alla
signora? Perchè non lasciava due righe? Il dubbio di essere stato ingannato si affacciava, ma lo
ricacciava con manate di giustificazioni ottimiste. E si dava del maligno. Per calmare l'orgasmo
beveva beveva. Beveva anche per cacciare la paura di ammalarsi. Da alcuni giorni veniva preso da
malesseri improvvisi e violenti. Si sentiva soffocare, il cuore pareva si fermasse, la vista gli si
velava.
Anche quella sera il male lo aggredì. Cercò di non badargli. Volle continuare a leggere il
giornale. Accese un sigaro. Ma dovette alzarsi, e camminare in su e in giù.
Una torbida, affannosa sonnolenza lo avvolgeva. Pensò al progetto nelle mani dell'ingegnere.
Fece per scrivere, per chiedere di rivedere il contratto. Ma non aveva nè carta, nè buste e
l'inchiostro era ingrumato nel boccetto polveroso. Andò verso la porta per chiamare la portinaia.
Allungata la mano per girare la maniglia, la ritrasse con un brivido. Chè una tenda nera gli si era
abbassata davanti. Un dolore acuto gli attanagliò la nuca e una morsa di fuoco lo strinse alla gola.
Volle chiamare: Signora Nelda... Signora Nelda..., ma non uscì che un gorgoglio. Le ginocchia
cedevano. Una collera disperata snodò il groppo alla gola, che lasciò passare l'ultimo respiro in un
grido: — Ladro!...
*
La polizia gli trovò addosso milleottocentocinque lire e quaranta centesimi.
Nel vicinato fiorì la leggenda che Tirso Bartracchi, detto "l'inventore", era un avaraccio. A
crearla fu la portinaia che si pente ancor oggi di non aver avuto la buona idea di guardargli in tasca
"a quell'ebreo".
L'Adunata dei Refrattari, 21 agosto 1937
Frammento
...Una cartolina anonima: la testa ramosa di un cervo. Una mattina, dopo tre anni di matrimonio,
aveva vista uscire dalla camera n° 8 sua moglie, in vestaglia e tutta rossa.
Al n° 8 c'era un ufficiale di cavalleria, chè era il tempo delle manovre.
Una notte si svegliò e non vide sua moglie. Pensò che fosse andata al W.C. e si riaddormentò.
La mattina, allo svegliarsi, vide che era ancora via.
Al n° 5 c'era un tenore, chè in quell'inverno dettero le opere di Verdi.
Andò, a passi di lupo, nel corridoio, e guardò nel buco della serratura.
Tra le cosce tornite e bianche teneva avvinto il tenore, dalla testa tutta riccioli.
Era il quinto anno di matrimonio. Negli altri cinque anni non fece più scoperte, chè non si curò
di farne. I clienti venivano da via e se ne andavano via.
In paese tutti ammiravano la coppia: sempre in armonia e sempre più ricca.
A testimoniare della ricchezza in aumento stavano gli ori che lucevano sul collo pieno e sul
bianco sterno della signora nonchè ai lobi delle orecchie ed ai polsi.
A Teatro avevano un palco. La Domenica andavano in gita con l'automobile: la più bella del
paese, dopo quella del sindaco.
Il Cav. Carletti, nel silenzio lucido della Direzione guardava sua moglie maniare sorrisi con la
sua bella bocca corallina ai clienti in arrivo e in partenza, faceva i conti, leggeva un'infinità di
romanzi e di giornali, poppando un sigaro dietro l'altro.
Da quando al n° 7 c'era quello strano viaggiatore, sempre chiuso in camera a battere, segare,
limare, il Cav. Carletti era un po' inquieto. Quel misterioso personaggio richiamava vari personaggi
romanzeschi e faceva pensare alla cronaca dei giornali. Quella barbona nera che gli mangiava le
guance, quegli occhietti maliziosi, chissà che cosa nascondevano.
Sul registro c'era: Cognome e nome: Batterelli Luigi — Professione: meccanico — età: 1890 —
Provenienza: Milano.
Sempre al lavoro, non scendeva che per fare colazione e cenare. Il caffè-latte lo prendeva in
camera.