Chi uccise l’anarchico Camillo Berneri? Contributo alla ricerca dei responsabili
Camillo BerneriDa Anarchopedia.
Camillo Berneri
Camillo Berneri nasce a Lodi nel 1897.Trasferitosi nel 1905 a Reggio Emilia aderisce giovanissimo al movimento giovanile socialista. Nel 1915 matura la sua conversione all' anarchismo; si sposa nel 1917 con Giovanna Caleffi; nel 1918 nasce la loro primogenita Maria Luisa, che diviene anch'essa una militante anarchica; nel 1922 si trasferisce a Firenze dove si laurea con Gaetano Salvemini.
Gli anni del primo dopoguerra vedono Berneri tra i protagonisti più attivi di quel periodo di grandi rivolgimenti sociali. Collabora alla stampa libertaria e interviene su tutti i principali temi di attualità politica e sociale.Berneri avversa il fascismo e ne paga le conseguenze, venendo costretto ad espatriare , prima in Francia poi in numerosi altri paesi europei.
Il regime continua a perseguitarlo attraverso agenti provocatori e trame di ogni tipo, che lo costringono a nuovi trasferimenti.
Muore assassinato dai comunisti il 5 maggio del 1937 a seguito del tragico scontro tra antifascisti scoppiato a Barcellona.
L'opera teorica di Berneri, rimasta ovviamente incompiuta a causa della sua prematura scomparsa, è disseminata in centinaia di scritti pubblicati sulle varie riviste e giornali su cui scriveva.
Berneri prosegue sulla strada tracciata da Malatesta, ovvero cerca di sviluppare il metodo malatestiano, basato sulla separazione tra giudizi di fatto e giudizi di valore, nel tentativo di trovare nuove vie che rendano quindi l'azione anarchica più aderente alla realtà dei fatti, e quindi più concreta, senza però cambiarne la finalità ultima.
L' anarchismo di Berneri può definirsi come un anarchismo antidogmatico, revisionista ed eclettico. Esso è frutto anche di una contingenza storica particolare, ovvero l'esaurirsi dell' anarchismo nato nel 1872, stretto tra il sorgere dei fascismi e dei nazionalismi da un lato, e il nascere del movimento comunista internazionale, sorto sulla scia della vittoriosa rivoluzione d'ottobre, della quale non si conoscono ancora contraddizioni ed orrori, e che così tanto fascino esercitava sulle masse proletarie, stremate dalla guerra e dalla miseria crescente.
Berneri si trova a riflettere, nel periodo che va dall'affermarsi del fascismo in Italia alla guerra civile spagnola, sulle cause della crisi dell' anarchismo, della quale intuisce la portata storica. L'antidogmatismo di Berneri era confliggente con il dogmatismo nel quale tendeva a rinchiudersi l' anarchismo d'allora. Per esempio mosse delle critiche al tradizionale ateismo anarchico, sostenendo invece una posizione agnostica.
Polemizzò duramente con le concezioni ultra-individualistiche e antiorganizzatrici che avevano spaccato il movimento anarchico impedendone il radicamento sociale. Ugualmente Berneri criticava le teorie economiche rigidamente comuniste e collettiviste optando per una posizione di eclettismo. Anche qui si può notare il lascito malatestiano, in particolare per quanto riguarda la distinzione tra i giudizi di fatto e i valori.
Questa distinzione si traduce in una distinzione tra dimensione economica e dimensione politica: la dimensione politica si basa comunque su un giudizio di valore, la dimensione economica su un giudizio di fatto. Tale approccio porta Berneri a scrivere "Sul terreno economico gli anarchici sono possibilisti (...) sul terreno politico (...) sono intransigenti al 100%".
L' anarchismo può essere, di volta in volta, mutualista, collettivista, comunista, liberista, (o combinazione di queste dottrine) mentre non può che rimanere rigida nel campo politico, ovvero nella negazione dell' autorità. Conciliare realismo ed idealismo è quindi quello che il revisionismo di Berneri si pone come obiettivo. All'antidogmatismo di Berneri nel campo economico e filosofico, corrisponde un antidogmatismo anche in campo polittico.
Berneri critica l'astensionismo anarchico, che si era tramutato da strumento tattico e mezzo di agitazione, in un periodo in cui peraltro la gran parte della popolazione era priva del diritto di voto, ad un vero e proprio dogma, una specie di elemento di costume di cui il movimento anarchico si serviva per mantenere integra la sua fragile identità.
Come si può notare, la gran parte dei dubbi e dei nodi che Berneri ha affrontato sono ancora oggi attuali, purtroppo Berneri non ha potuto portare a termine le sue riflessioni data la sua prematura scomparsa. I dubbi di Berneri sono i dubbi dell'anarchismo stesso, quando questi inizia a comprendere i propri limiti e le ragioni della propria sconfitta.
La vita, l’impegno politico, l’intenso lavoro intellettuale di Camillo Berneri traspaiono dal suo ricco epistolario. Da esso, infatti, emergono le idee, le letture, le critiche, la fatica e il piacere dello scrivere, i fatti di una biografia che si costruisce nella Reggio di Prampolini, nell’ Italia del fascismo e, ben presto, in una terra d’asilo, la Francia, e in una di lotta, la Spagna.
Nell’epistolario sono conservate lettere di Berneri a suoi corrispondenti, ma soprattutto le lettere che a Berneri scrivono personalità dell’antifascismo come Piero Gobetti, Gaetano Salvemini, Max Nettlau, Pietro Nenni, Carlo Rosselli, Mario Bergamo, Alberto Jacometti e molti altri ancora. Sebbene siano numerose le lettere di corrispondenti anarchici (non mancano quelle del reggiano Torquato Gobbi), nell’epistolario emerge anche il quadro dei complessi e variegati rapporti con personalità che non fanno parte del movimento anarchico – repubblicani, socialisti, militanti di Giustizia e Libertà – il che dimostra come Berneri sia esente da pregiudizi settari e/o da intolleranze ideologiche.
[modifica] Berneri nella Guerra civile spagnola Il tentativo di Berneri di conciliare realismo ed idealismo caratterizzano anche l'attività militante svolta in Spagna prima del suo assassinio.
Berneri si trova a denunciare la mancanza di una chiara strategia politica degli anarchici spagnoli,- oscillanti tra un intransigentismo di principio, impossibile per la presenza di altre forze rivoluzionarie, e per le condizioni particolari in cui si dibatte la rivoluzione - e un arrendevole atteggiamento compromissorio. Il primo caratterizzava la base, il secondo invece era appannaggio dei vertici, dei leader carismatici di CNT e della F.A.I., che ad eccezione di Buenaventura Durruti e pochi altri, accettarono la ricostituzione del governo centrale e periferico dello Stato, finendo persino per ricoprire cariche istituzionali.
Essi giustificavano questo fatto affermando che la rivoluzione sociale doveva essere subordinata alla lotta antifranchista e che la realizzazione del programma comunista anarchico, definito nel congresso della CNT (Saragozza 1936) avrebbe comportato l'instaurazione di una "dittatura anarchica".
Per Berneri, viceversa, guerra e rivoluzione dovevano procedere congiunte, perché la sconfitta dell'uno avrebbe determinato, come logico corollario, la sconfitta dell'altro. Il popolo spagnolo, infatti, era insorto non solo contro Francisco Franco, ma anche per un mondo nuovo, più libero e più giusto.
I fatti dettero ragione a Berneri. Lo scontro tra anarchici e sinistra antistalinista da un lato e comunisti e partiti borghesi dall'altro, determinato anche dalla politica compromissoria della CNT fece precipitare la situazione. Lo smantellamento progressivo di tutte le conquiste rivoluzionarie, il compromesso con i partiti e gli "Stati borghesi" ( Francia e Inghilterra) la sempre più evidente interferenza sovietica, il delinearsi sempre più chiaro e netto di una sorta di dittatura bolscevica portarono alla disillusione fra le file degli autentici rivoluzionari . Migliaia di anarchici abbandonarono indignati il paese, lo sconforto si tramutò in disfatta.
In Spagna si vide il "fascismo rosso" - come lo definì Elio Vittorini - al lavoro e questo fascismo rosso portò alla vittoria il fascismo vero. Berneri, preoccupato di questa involuzione autoritaria, denunciò, dalle colonne di " Guerra di classe", le manovre controrivoluzionarie dei comunisti e il tradimento dei leader sindacali. Per questo venne ucciso senza pietà.
Con la morte di Berneri e la sconfitta della rivoluzione libertaria in Spagna si chiude definitivamente una fase storica dell' anarchismo. La repressione da parte dei regimi totalitari e la seconda guerra mondiale ridurranno il movimento anarchico a poco più di un movimento residuale. Ma gli "anni 60" e la nuova contestazione antiautoritaria del 68 porteranno nuova linfa al movimento anarchico e l'ideale libertario sarà nuovamente di 'attualità.
[modifica] L'assassinio di Berneri Durante la rivoluzione spagnola Berneri rivolge sa sua critica soprattutto verso quelle forze che, all’interno del campo repubblicano e “democratico”, perseguono obiettivi “particolari” o ritenuti comunque pericolosi. In breve gli eventi precipitano, culminando con i fatti del tragico maggio barcellonese, dove Camillo viene ucciso insieme al compagno di lotta Francesco Barbieri, il 5 maggio 1937, dagli agenti della Ceka, un commando composto da comunisti italiani e spagnoli.
«... Verso le 6 del pomeriggio un gruppo di "mozos de escuadra" e di "bracciali rossi" del PSUC irrompe nel porton numero 3. Li comanda un poliziotto in borghese; in tutto, saranno una dozzina. Salgono gli scalini di marmo che portano al primo piano e bussano alla porta di Berneri. Ad aprire è Francisco Barbieri, 42 anni, anarchico di origine calabrese. Nell'appartamento, oltre Berneri, c'è la compagna di Barbieri e una miliziana. - Il poliziotto in borghese intima ai due anarchici di seguirlo. - E per quale motivo? - Vi arrestiamo come controrivoluzionari. - Barbieri è paonazzo. - In vent'anni di milizia anarchica - dice - è la prima volta che mi viene rivolto questo insulto. - Appunto in quanto anarchici, siete controrivoluzionari. - Il suo nome fa Barbieri irritato - Gliene chiederò conto presto. - Il poliziotto rovescia il bavero della giacca e mostra una targhetta metallica con il numero 1109. - I due anarchici vengono portati via, mentre la compagna di Barbieri chiede invano di poterli seguire. - Ma il viaggio è breve, di quelli che non ammettono testimoni. Berneri è gettato a terra in ginocchio e con le braccia alzate, e da dietro gli sparano a bruciapelo alla spalla destra. Un altro colpo alla nuca, lo finisce. Barbieri segue la stessa sorte, ma il lavoro è meno pulito, gli assassini sprecano più colpi. Più tardi, verso sera, i cadaveri vengono abbandonati nel centro della città... ».
«... Durante il mattino il corpo straziato di Camillo Berneri fu trovato dove era stato gettato dalle guardie del PSUC, che lo avevano preso dalla sua casa la sera precedente. Berneri... era sfuggito agli artigli di Mussolini e aveva combattuto i riformisti (compresi i leader della CNT) nel suo organo influente, "Guerra di Classe". Egli aveva definito la politica stalinista in poche parole: "odora di Noske". Con parole audaci aveva sfidato Mosca: "Schiacciata tra i prussiani e Versailles, la Comune di Parigi aveva dato inizio ad un fuoco che aveva acceso il mondo. Che i generali Goded di Mosca lo ricordino". Egli aveva dichiarato alle masse della CNT: "il dilemma guerra e rivoluzione non ha più senso. Il solo vero dilemma è: o la vittoria su Franco grazie alla guerra rivoluzionaria, o la sconfitta". Come terribilmente vera era stata la sua identificazione di Noske con gli stalinisti! Come il socialdemocratico Noske aveva fatto rapire e assassinare Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, così gli stalinisti avevano assassinato Camillo Berneri. Ricordiamolo con l'amore che portiamo al nostro Karl e alla nostra Rosa. Mentre scrivo, compagni, non posso fare a meno di piangere, piangere per Camillo Berneri. L'elenco dei nostri morti è lungo quanto la vita della classe operaia. Fortunati furono quelli che caddero combattendo apertamente i loro nemici di classe, nel mezzo della battaglia con i loro compagni a fianco. Molto più terribile è morire soli, per mano di coloro che si chiamano socialisti o comunisti, come è accaduto a Karl e a Rosa, come stanno morendo i nostri compagni nelle camere di esecuzione dell'esilio siberiano. Un'angoscia particolare fu quella di Camillo Berneri. Morì per le mani di "marxisti-leninisti-stalinisti", mentre i suoi più cari amici, la Montseny, Garcia Oliver, Peirò, Vasquez stavano consegnando il proletariato di Barcellona ai suoi esecutori. Giovedì 6 maggio. Ricordiamo questa data... ».
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[modifica] Voci Correlate [modifica] Collegamenti esterni
SU BERNERI E TOGLIATTI Pubblichiamo la lettera che il nostro collaboratore Carlo De Maria ha scritto a Repubblica per ribattere a un articolo che sosteneva che, secondo documenti dell’Ovra Camillo Berneri sarebbe stato ucciso in una faida fra “amici” e non dai comunisti. Pubblichiamo le foto dell’articolo del ‘37 del giornale dei comunisti italiani che “rivendicò” l’omicidio, e il commento, sempre del ‘37, a tale rivendicazione del giornale anarchico Guerra di classe. Pubblichiamo le parole, a dir poco miserabili se messe a fianco dell’articolo del ‘37, che Togliatti, nel ‘50 su Rinascita, dedicò a Salvemini che aveva ricordato l’allievo ucciso dagli stalinisti.
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| | | All'attenzione della redazione di "Repubblica" All'attenzione di Massimo Novelli Oggetto: Articolo "Chi uccise l'anarchico Berneri" (12.6.2007) Gentili Signori, nel corso degli anni la figura di Camillo Berneri è stata oggetto degli studi di storici seri e preparati, tra i quali Pier Carlo Masini, Giampietro Berti, Claudio Venza, Pietro Adamo, Gianni Carrozza. Negli ultimi anni anche autori più giovani si sono cimentati con Berneri. Tra questi ultimi, io stesso, che ho dedicato a Berneri una biografia (Franco Angeli, 2004). Le carte della polizia politica fascista sulle quali si fonderebbero le novità proposte da Roberto Gremmo di "Storia Ribelle", e illustrate da Massimo Novelli, sono da tempo a disposizione degli studiosi, che le hanno già indagate più volte con attenzione. Come gli storici contemporaneisti sanno bene, le carte di polizia e, in particolare, le relazioni delle spie dell'Ovra sono documenti da trattare con cautela e da verificare e confrontare sempre con altre fonti pienamente attendibili. Ricordo bene che dalle carte della polizia politica consultabili all'Archivio centrale dello Stato emergono svariate ipotesi sull'assassinio di Berneri: ucciso dai comunisti perché anticomunista; ucciso dai fascisti perché antifascista; ucciso dagli antifascisti perché spia fascista (niente di meno!!) e, infine, anche l'ipotesi ora sbandierata da Gremmo e raccolta prontamente da Novelli. Non dimentichiamo, per restare sul piano delle certezze, che l'assassinio di Berneri venne rivendicato da "Il Grido del Popolo" (Parigi), giornale del partito comunista italiano, il 29 maggio 1937, con un corsivo non firmato intitolato "Bisogna scegliere", nel quale si legge che Camillo Berneri "è stato giustiziato [...] dalla Rivoluzione democratica, a cui nessun antifascista può negare il diritto di legittima difesa". Nello stesso articolo i comunisti arrivavano fino al punto di rimproverare aspramente i socialisti del "Nuovo Avanti", colpevoli di aver commemorato la morte di Berneri. L'impressione che io traggo da questa vicenda è che i quotidiani, anche i più autorevoli, si occupano spesso di storia contemporanea solo quando c'è possibilità di un facile scoop, ignorando magari, con una certa superficialità, la letteratura in materia. Ringraziando per l'attenzione, saluto cordialmente. Carlo De Maria
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| | | | Le parole di Gaetano Salvemini *Non si ritorna senza un battito di cuore alla scuola che vi accolse adolescente, e fece di voi un uomo, e poi vi riprese insegnante, e poi doveste dividervene col pianto nell’anima, ed ora vi ritornate dopo lunga frana di eventi. Qui, studente, ebbi compagno Cesare Battisti, che durante la prima guerra mondiale, nel 1916, doveva essere impiccato dagli austriaci. Qui, insegnante, ebbi alunni ed amici Nello Rosselli e Camillo Berneri: il primo con suo fratello Carlo doveva essere assassinato nel 1937 da sicari francesi per mandato italiano; il secondo doveva essere soppresso in Spagna da comunisti nel 1937. I ricordi si affollano alle porte del cuore. ... *E’ l’inizio del discorso tenuto da Gaetano Salvemini, il 16 ottobre 1949, all’Università di Firenze nel riprendere l’insegnamento di Storia Moderna dopo 25 anni di esilio e pubblicato su Il ponte del febbraio 1950.
Le parole di Palmiro Togliatti *Non perdoniamo però, sempre a Gaetano Salvemini, di portare persino nelle aule universitarie alcuna tra le più infami calunnie della libellistica anticomunista. In una sua lezione prolusiva al corso di storia moderna all’Università di Firenze, pubblicata dal Ponte, non ha egli trovato il modo di ricordare, dopo Nello Rosselli, “assassinato da sicari francesi per mandato italiano”, Camillo Bernieri, “soppresso in Spagna da comunisti nel 1937”? O quest’uomo le beve veramente tutte le panzane, purché siano di marca americana e anticomunista, o è disonesto. Cammillo Bernieri era anarchico, e fra gli anarchici di Barcellona, nell’apriIe del ‘37, egli apparteneva alla tendenza che in certo modo si stava avvicinando ai socialisti unificati ai catalanisti e ai repubblicani, in quanto si era opposto anche vivacemente e suscitando contrasti alla condotta dei famosi incontrolados, che col pretesto di fare l’anarchia sfasciavano il fronte e facevano strada ai fascisti. Vi fu la nota rivolta barcellonese del maggio: una serie confusa di sanguinose battaglie di strada, da casa a casa, dai tetti, ecc. Il Bernieri cadde in uno di questi scontri: ecco tutto. Contro gli insorti anarchici si batterono, prima di tutto le forze armate e di polizia della repubblica, con fanteria, carri armati, ecc.; e, come partiti, si batterono contro gli insorti anarchici tanto i comunisti (termine improprio, però, perché in Catalogna non vi era un vero partito comunista, ma un partito socialista unificato di composizione molto eterogenea), quanto i repubblicani di tutte le tendenze. In questa situazione affermare, a proposito di uno dei caduti di quelle giornate, che egli fu “soppresso dai comunisti”, è una enormità morale. Così faceva la storia, prima di Gaetano Salvemini, il Padre Bresciani. *E’ il commento alle parole di Salvemini, apparso su Rinascita del marzo 1950, a firma Roderigo, cioè Palmiro Togliatti.
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Fonte:
CALENDARIO La fabbrica del falso Roberto Gremmo ha pubblicato a Biella (per le Edizioni Storia ribelle) un curioso libro pieno di documenti, che demolisce la favola dell' uccisione dell' anarchico Camillo Berneri ad opera degli immancabili, e immancabilmente perfidi, «sicari stalinisti» (Barcellona, 5-6 maggio 1937). Anche Gaetano Salvemini, duramente smentito da Togliatti, aveva fatto propria questa falsa versione (che ha avuto poi il posto d' onore nel famigerato, e ormai squalificato, «Libro nero del comunismo» di Courtois & Company, alla pagina 319). Ora Gremmo ha trovato prove molto chiare dell' origine ben diversa dell' assassinio. Una tra le tante merita qui una segnalazione, che non dispiacerà agli studiosi di falsi. Fu Mussolini in persona a far confezionare dal «commendator Di Stefano» (pezzo d' oro della polizia politica) un falso giornale anarchico, «Periodico d' azione e propaganda libertaria», che accusava i comunisti dell' attentato (26 maggio ' 37). La fabbrica del falso non conosce soste. Canfora Luciano, Pagina 47 (2 ottobre 2008) - Corriere della Sera Dalla risposta a Canfora dello storico anarchico Berti all’interno dello speciale sull’anarchia sul quotidiano il giornale del 20 ottobre 2008 p.30 Quindi, altro giro della storia e altri disastrosi «fratricidi» fra proletari.. «Sì, con la guerra civile in Spagna. [...] Recentemente Luciano Canfora ha insistito su una nuova tesi storiografica, la quale finalmente dimostrerebbe che l'uccisione di Camillo Berneri (filosofo e scrittore anarchico italiano) non è da addebitare ai comunisti. Invece sì, furono proprio i comunisti responsabili di quell'assassinio (peraltro rivendicato una settimana dopo, mel maggio del '37, su Il grido del popolo, il giornale dei comunisti itaiani che veniva pubblicato in Francia). La vera"bufala" è quella di Roberto Gremmo, che attribuisce l'omicidio agli anarchici, in seguito a una regolamento di conti interno. In realtà, ciò che interessa a Canfora è scagionare i comunisti. Comunque, con la guerra di Spagna l'anarchismo nato dalla Prima Internazionale è finito del tutto».
http://www.radioradicale.it/scheda/15511/15534-passione-e-morte-di-un-anarchico-camillo-berneri
rivista anarchica anno 36 n. 317 maggio 2006 -------------------------------------------------------------------------------- La breve estate catalana intervista di Gianni Sartori a Claudio Venza fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/317/43.htm Conversazione con un anarchico, docente universitario a Trieste, sulla Catalogna di ieri e di oggi. Viene a cadere quest'anno il settantesimo anniversario dell'inizio della Guerra Civile spagnola (per molti storici la “prova generale” della Seconda Guerra Mondiale). Questa ricorrenza e il dibattito sul nuovo Statuto della Catalogna, stanno riportando sotto i riflettori le vicende della penisola iberica. Ne abbiamo parlato con il professor Claudio Venza, docente universitario di Storia della Spagna contemporanea all'Università di Trieste, condirettore della rivista “Spagna contemporanea” e direttore responsabile di “Germinal”. Autore di numerosi saggi sui movimenti culturali e sociali della penisola iberica, attualmente sta completando un lavoro sulla presenza italiana nella Guerra Civile spagnola del 1936-'39. Recentemente è tornata attuale la questione “nazionalitaria” in Catalogna con relativo strascico di polemiche e anche di velate minacce da parte di esponenti dell'esercito spagnolo all'indisciplinata regione. Una sua opinione in merito… Ritengo che per comprendere questa polemica occorra contestualizzarla. La questione nazionale della Catalogna (intendendo per nazione una lingua, una cultura, una tradizione che definiscono un'identità) riporta a conflitti di più ampio respiro. Il generale José Mena Aguado che ha minacciato di far intervenire l'esercito (in quanto garante dell'unità della nazione spagnola) è un erede di quei militari, guidati da Sanjurjo, il capo della Guardia Civil, che nell'agosto 1932, a poche settimane dal riconoscimento dell'autonomia della Catalogna (all'epoca la regione più sviluppata e progressista) con l'approvazione dello Statuto da parte delle Cortes, minacciarono le istituzioni repubblicane con un tentativo di colpo di stato. I militari spagnoli sono da sempre ipercentralisti e sullo sfondo della storia della penisola iberica incombe la presenza ossessiva dell'esercito, sempre pronto a farsi “sentire”. Anche il golpe del luglio 1936 aveva tra i suoi scopi quello di mantenere la Spagna “Una” contro le richieste autonomiste. Questo retroterra ha condizionato anche il dibattito sul nuovo Statuto per la Catalogna, un testo che andrebbe oltre i limiti di quello del 1979 e che è stato approvato da quasi il 90% dei deputati alla Generalitat catalana nel settembre 2005. Questo conflitto emerge anche in relazioni a episodi apparentemente secondari come quello dell'archivio di Salamanca. L'archivio della discordia Ce ne può parlare? I generali insorti insieme a Franco nel luglio 1936 fin dai primi giorni si resero conto che non avrebbero vinto immediatamente e che stava per iniziare una lunga guerra. I golpisti, aiutati dalla Germania nazista e dall'Italia fascista, volevano tagliare tutte le radici del “sovversivismo”, sia quello sociale (vedi la forte presenza del movimento anarchico) che quello autonomista di Baschi e Catalani. In ogni villaggio, città conquistati dalle loro truppe sequestrarono ogni documento prodotto dai “rossi”: liste di iscritti ai sindacati CNT e UGT, alle associazioni di laici, alle biblioteche popolari; si impadronirono anche dei verbali delle riunioni, comprese quelle delle collettività autogestite e dei consigli comunali quando il sindaco era considerato filorepubblicano…insomma tutto quello che testimoniava del fermento sociale organizzato contro i latifondisti, contro il militarismo, contro l'egemonia della chiesa. Tutto il materiale veniva portato a Salamanca e l'archivio assunse una precisa funzione repressiva. Terminata la Guerra Civile, esso divenne uno strumento della “limpieza” politica condotta dal franchismo in modo sanguinario dal 1939 in poi, soprattutto fino al 1945. Va ricordato che la Spagna, vedendo già nel 1942 che l'“Asse” cominciava a perdere la guerra, dal 1943 cominciò ad avvicinarsi al fronte degli Alleati. Naturalmente venne ricambiata. Nel dopoguerra senza gli aiuti dagli Usa (e dall'Argentina) molti spagnoli sarebbero morti di fame e il regime avrebbe corso dei rischi. Ha svolto ricerche a Salamanca? Personalmente ho avuto la possibilità di lavorare nell'archivio di Salamanca consultando il materiale relativo alle collettivizzazioni, alle riunioni della CNT (sindacato anarchico) e ho visto che i nomi erano stati diligentemente sottolineati in rosso, con matite dalla punta grossa. Poi interveniva la repressione nei confronti delle persone individuate. In sei anni si calcola che i giustiziati (in genere fucilati) siano stati tra i novanta e i centocinquantamila. Recentemente la Generalitat ha chiesto la restituzione della parte di archivio riguardante la Catalogna e Zapatero ha riconosciuto questo diritto. Da parte sua il sindaco di Salamanca (esponente del PP di Aznar) ha cercato di boicottare l'invio delle prime 500 (anzi 499) casse, contenenti solo documenti relativi alla Generalitat, che hanno dovuto essere trasferite di notte, quasi di nascosto. In questo caso il centralismo franchista è riemerso sotto la foglia di fico dell'“unità” del materiale d'archivio (hanno detto che non lo volevano “smembrare”), anche se ai nostri giorni il materiale cartaceo in originale non è indispensabile per la ricerca storica (fotocopie, microfilm…). In realtà si vuole impedire la ricostituzione degli archivi catalani da parte di chi nega il diritto all'autonomia. A mio avviso se il braccio di ferro fra autonomismo e centralismo dovesse continuare troppo a lungo in futuro una parte degli attuali autonomisti potrebbe diventare apertamente indipendentista. Ultimo scritto di Camillo Berneri prima di essere assassinato dagli stalinisti a Barcellona - 1937 Lei ha una profonda conoscenza della realtà catalana. Dovendo individuare alcune caratteristiche culturali del popolo catalano che cosa metterebbe in evidenza? Quello della identità è un terreno complicato e scivoloso. È facile cadere nelle generalizzazioni e nella costruzione di stereotipi folcloristici. Per quanto riguarda la mia esperienza (ambiente universitario, ricercatori, movimenti popolari…) direi innanzitutto che è tuttora diffuso il bilinguismo e che la maggior parte usa indistintamente il catalano e il castigliano. Forse tra i più giovani prevale ormai il catalano, almeno a livello scolastico e istituzionale. Ho tenuto diverse lezioni all'Università, usando il castigliano e in passato non c'erano problemi. Ultimamente mi sembra che ci sia qualche difficoltà. Dai trenta anni in su comunque prevale il bilinguismo. Mi riferisco soprattutto a Barcellona, la realtà che conosco maggiormente, insieme a Gerona e Lerida. Aggiungo che personalmente tendo a considerare la “questione catalana” all'interno di una cornice spagnola. Ha notato un'atmosfera più “europea” a Barcellona? Un altro elemento (ma sempre senza generalizzare), soprattutto nel passato, potrebbe essere la maggiore apertura culturale, la sensibilità verso la cultura internazionale, l'interesse per quello che accadeva nelle capitali europee, soprattutto a Parigi (anche per la presenza a Barcellona di una consistente comunità francese). Non va dimenticato che la Catalogna era la regione più sviluppata economicamente. Qui agli inizi dell'800 sono sorte le prime industrie tessili, in ritardo rispetto alla Gran Bretagna, ma in anticipo rispetto alla Spagna. L'industria si sviluppò poi, a fine ottocento, nei Paesi Baschi e solo negli anni sessanta e settanta del secolo scorso nel resto della penisola iberica. Ma nell'800 Barcellona, oltre che di commercianti, operai e industriali era anche una città di artisti. Migliaia di artisti, in genere squattrinati, che costituivano un vero strato di intellettuali poveri (pittori, architetti, decoratori, poeti, letterati…), bohemien spesso sconosciuti che però contribuirono immensamente allo sviluppo culturale di questa città. C'è altro? Direi che lo spirito commerciale (quelli di Barcellona venivano chiamati “fenici”) e poi industriale ha contraddistinto la mentalità catalana, determinando un'etica del lavoro e del risparmio che emerge anche nei discorsi quotidiani, nelle scelte di vita della gente. È uno “stile di vita” distinto da quello castigliano che è invece alla base della colonizzazione dell'America Latina, a partire dal Cinquecento. Tra gli spagnoli più dinamici il prestigio veniva affidato alle imprese coloniali, alla guerra di conquista, all'evangelizzazione (in genere forzata) degli indigeni più che al duro lavoro quotidiano e al risparmio. Il processo di evangelizzazione in simbiosi con la colonizzazione ha riguardato poco i catalani che si dedicavano soprattutto a migliorare il loro territorio e i rapporti mediterranei. Questo si può collegare ad un esplicito e diffuso laicismo, ad una vera e propria diffidenza nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche, considerate spesso retaggio di un passato oscurantista. Anche perché la chiesa sostenne, a partire dal 1833, i gruppi carlisti, fautori di un sistema politico teocratico. Altro elemento significativo è l'antimilitarismo. Numerosissimi i “non-sottomessi” (obiettori totali) e gli obiettori di coscienza, molti di più di quanti accettavano di vestire la divisa. Ciò accadeva anche perché l'esercito veniva, e viene, percepito come centralista, emanazione del potere di Madrid. È significativo che i vertici dell'esercito costringano ancora i soldati, ormai “volontari”, ad usare solo il castigliano. L'ideale pacifista è molto diffuso: a Barcellona milioni di persone hanno manifestato per settimane contro la guerra in Iraq. Francesco Barbieri, anarchico italiano arrestato e ucciso dagli stalinisti assieme a Camillo Berneri Il crollo dello stato repubblicano Risale a settanta anni fa l'inizio della Guerra Civile spagnola. La forte presenza del movimento anarchico in Catalogna stroncò sul nascere l'operato dei militari golpisti. Cosa può dirci in proposito? A metà luglio del 1936 c'è il golpe militare contro la Repubblica (e contro il separatismo di baschi e catalani) che interrompe un processo di apertura, modernizzazione (v. in ambito scolastico) della società spagnola. Ai golpisti rispondono debolmente il governo legittimo e l'esercito lealista, ma si oppone soprattutto il protagonismo popolare, vicino alla CNT e alla FAI. Lo stato repubblicano crolla e la vita si riorganizza su altre basi, soprattutto a Barcellona, a Valencia, anche a Madrid… dovunque sia presente un forte sindacato anarchico, ma anche uno socialista. Diverso è il discorso di Bilbao dove è più forte l'UGT e prevale su tutto la questione dell'autonomia. A Saragozza e Siviglia trionfano i militari golpisti e scatta una dura repressione. Nel territorio rimasto fedele alla Repubblica i settori privilegiati della società (alleati di Franco) scappano o vengono neutralizzati. In quel momento Barcellona (chiamata la “Rosa de foc”) ha un milione di abitanti; è una città colta, vicina agli standard europei. Ma è anche il centro dell'anarcosindacalismo europeo, forse mondiale. Qui l'anarchismo è operaio, mentre in Andalusia è rurale. Si sviluppa la prospettiva di una nuova società; da sempre nei circoli della CNT si discuteva di valori universali, di solidarietà internazionale, non solo di salario. La componente libertaria vince nelle strade, sulle barricate contro i golpisti, con la perdita di militanti preziosi (come Francisco Ascaso); ma quella che nelle intenzioni dell'esercito si doveva risolvere con una sfilata per la Diagonal barcellonese non riesce. Si rovescia la situazione e la classe operaia anarchica batte i militari. Non era successo in Germania e nemmeno in Italia, dove c'era un forte movimento sindacale. Ma in Spagna c'era l'abitudine al conflitto anche violento, all'azione diretta in sintonia con gli scioperi generali. Dovrà riconoscerlo anche il presidente della Generalitat Lluis Companys, esponente dell'ERC (Esquerra Republicana de Catalunya. N.d.R.) e avvocato che talvolta aveva difeso anche militanti anarchici. Luis Romero, Garcìa Oliver, José Peirats… hanno raccontato con molta efficacia dell'incontro tra Companys e i “capi” anarchici; l'episodio viene riportato anche da H.M. Enzensberger in “La breve estate dell'anarchia”… Cosa decidono gli anarchici? Per ragioni di opportunità politiche CNT e FAI decidono di non spodestare il governo catalano. Companys riconosce la loro egemonia, ma gli viene detto di restare. Si crea un Comitato delle Milizie Antifasciste, una sorte di potere parallelo che organizza in modo orizzontale, volontario le forze popolari. Sono le formazioni che partiranno subito per combattere a Saragozza, in Aragona… Qual era l'ideologia dei golpisti? Potremmo definirli “nazionalcattolici”. L'ideologia di base del franchismo (o meglio: i valori di riferimento) sarà questa identificazione degli interessi nazionali con quelli della Chiesa. Sostanzialmente è l'ideologia della CEDA (Confederación Española de Derechas Autonomas. N.d.R.), destra cattolica reazionaria, anche se l'aspetto ufficiale sarà quello della Falange, più filofascista, e del corporativismo, ad imitazione del sistema italiano. Cosa succede in Catalogna dopo la sconfitta del tentativo golpista? Come si organizzano le masse popolari e quelle libertarie in particolare? Nel Comitato (denominato “Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste) il ruolo dirigente spetta agli anarchici che collaborano con i socialisti e il neonato PSUC, a egemonia comunista. Ma oltre alle milizie ha inizio l'autogestione produttiva, le collettivizzazioni, soprattutto nelle medie e piccole industrie, oltre ai servizi pubblici. Assemblee e comitati degli operai decidono di farsi carico della produzione. Quello che resta delle influenze clericali viene emarginato. Nei conventi e nelle chiese si insediano gli “atenei libertari”. In quel momento Barcellona è il cuore delle tendenze rivoluzionarie rappresentate dalla CNT, dalla FAI, dal POUM (Partido Obrero de Unificación Marxista, piccolo partito comunista antistalinista. N.d.R.) e da molte organizzazioni spontanee che ruotano attorno alla volontà di fondare una nuova società, alla sperimentazione sociale. È interessante leggere i resoconti di viaggiatori e inviati dei giornali di mezzo mondo, sorpresi dal clima rivoluzionario della città catalana. Nei ristoranti non si paga, i trasporti sono gratuiti, un clima di rapporti umani che sembra quello vagheggiato dai teorici dell'anarchismo… Buenaventura Durruti, anarchico e comandante militare durante la rivoluzione spagnola In difesa della proprietà privata Aveva prima accennato al PSUC… Il PSUC (Partit Socialista Unificat de Catalunya, con un Comitato Centrale autonomo rispetto al PCE) nasce dopo il 19 luglio 1936 dall'unificazione tra alcuni partitini comunisti (Partit Comunista de Catalunya e Partit Català Proletari) con la Federaciò Catalana del PSOE. La leadership è indubbiamente degli stalinisti. Ottenne il riconoscimento della Terza Internazionale, un caso raro dato che veniva riconosciuto un solo partito comunista per ogni stato. Evidentemente Stalin stava seguendo con attenzione quanto avveniva in Catalogna. In poche settimane il PSUC cresce di proporzioni, grazie alla propaganda, al fatto di essere rappresentante dell'URSS. Quando arrivano a Barcellona le navi con le armi cresce il consenso verso la Russia che le manda (insieme a consiglieri militari, esponenti politici, agenti della polizia segreta). Anche se può sembrare paradossale l'altra “gamba” che favorisce la crescita del PSUC è la “difesa della proprietà privata”, contro le collettivizzazioni. Cioè? Lo scopo dichiarato dagli stalinisti è quello di mantenere i legami con la piccola e media borghesia per vincere la guerra. Quindi sostengono la repressione contro i movimenti rivoluzionari che porterebbero confusione, che “oggettivamente” farebbero il gioco dei fascisti. Il PSUC restaura il concetto di disciplina militare e politica; considera la battaglia in atto puro scontro militare tra eserciti. Le milizie, dopo essere state abbondantemente calunniate, vengono sciolte e si creano reparti militari, con precise gerarchie e in cui non si discute. I combattenti vengono a trovarsi in condizione di inferiorità rispetto agli ufficiali. È il cosiddetto Esercito Popolare. Sulle masse popolari, controllate dai vertici, si impone una determinata visione della lotta contro il fascismo. Anche polizia e propaganda vengono controllate dal PSUC. In perfetta sintonia con la politica del PCE: ricostruire stato ed esercito e difendere la proprietà privata. In questo il PSUC ha anche l'appoggio di alcuni settori catalanisti che collaborano nella restaurazione. Ma le collettivizzazioni non avevano funzionato? Operai e contadini avevano dimostrato di essere in grado di far funzionare l'economia. Probabilmente le collettivizzazioni risultavano più praticabili in ambito rurale, da parte dei contadini. Nelle fabbriche non erano molti i tecnici disponibili. Ma numerosi studi sui trasporti, l'elettricità, l'edilizia, anche sulle fabbriche meccaniche…hanno dovuto riconoscere che l'esperimento aveva funzionato. In compenso la distruzione nell'agosto 1937 delle collettività rurali aragonesi (opera di Lister) metterà in crisi l'approvvigionamento anche dei combattenti. Nel ‘36 ci sono due visioni conflittuali (una libertaria e l'altra autoritaria, per restare su una distinzione classica) in merito alla riorganizzazione sociale. C'era comunque il problema di una situazione di guerra… La guerra dura troppo per un'esperienza libertaria. Anche rifiutando la riorganizzazione dell'esercito restava sempre il problema dell'efficienza. La produzione doveva essere indirizzata verso armi, munizioni…non poteva privilegiare i “beni sociali”. Nel corso del tempo la guerra trasforma lo spirito iniziale e anche alcuni libertari finiscono per giustificare scelte discutibili da un punto di vista rivoluzionario antistatale. Quello di Bakunin contro Marx, per intenderci. Nel settembre 1936 la CNT partecipa al governo catalano e dopo due mesi quattro militanti anarchici entrano come ministri nel governo di Largo Caballero. Federica Montseny, diventa ministro della Sanità, una delle prime donne in Europa. Qui si occupa di pratiche contraccettive, di aiuto all'autogestione della maternità… Il nuovo ministro della Giustizia è Juan Garcìa Oliver, ex assaltatore di banche; potremmo definirlo un “tecnico”… Un altro è Peirò, operaio del vetro, considerato un “moderato” all'interno della CNT, che diventa ministro dell'Industria. Con la sconfitta della repubblica si rifugiò in Francia, ma poi venne catturato dai nazisti e riconsegnato a Franco (come Companys). Venne torturato affinché entrasse a far parte del sindacato verticale, franchista. Rifiutò e venne fucilato nel 1942. Un aspetto importante della Guerra Civile spagnola è quello degli interventi stranieri, Brigate Internazionali da una parte e nazi-fascisti dall'altra… A metà ottobre erano state costituite le Brigate Internazionali, a tre mesi di distanza dal golpe. Ma le prime settimane erano state decisive; all'inizio tre quarti della popolazione della penisola iberica non erano ancora controllati dai golpisti. A fine luglio Franco ottiene l'aiuto di Mussolini e quasi subito anche dei nazisti. L'Italia invia nel complesso 80 mila uomini, divisioni corazzate, aviazione, navi e sommergibili (da cui verranno lanciati siluri contro le navi russe che portavano armi alla Repubblica). L'intervento italiano del CTV (Corpo Truppe Volontarie, anche se di “volontario” c'era poco) peserà moltissimo. Tutti sanno dei Tedeschi che bombardarono a tappeto, con bombe incendiarie, Guernica facendo un migliaio di morti. Ma si preferisce ignorare che l'aviazione italiana causò circa tremila morti solo a Barcellona. Una delle figure più note di questo periodo è il grande rivoluzionario anarchico Buenaventura Durruti… Ai primi di novembre 1936, Durruti viene invitato a lasciare il fronte aragonese, ad egemonia libertaria, per andare a Madrid (che sta per capitolare) con la sua colonna di qualche migliaio di miliziani. Arriva dopo un viaggio massacrante e va subito a combattere. Muore quasi immediatamente, probabilmente per un suo errore (scese dall'auto con il colpo in canna, stando a quanto narra Abel Paz). Era il 20 novembre 1936, lo stesso giorno in cui veniva fucilato dai repubblicani ad Alicante José Antonio Primo de Rivera, il fondatore della Falange. Secondo molti autori la morte di Durruti rappresenta un evento molto significativo. Esso dimostra che ormai la spinta iniziale deve fare i conti con la logica bellica, oltre che con lo stalinismo. Le prime avvisaglie dei contrasti armati tra anarchici e stalinisti alleati dei catalanisti si registrano in alcuni villaggi della Catalogna nel gennaio del 1937. È significativo che già nel febbraio dello stesso anno la “Pravda” scriva che contro i “trotzkisti” e gli anarchici verrà usato il pugno di ferro, come in Russia. È un'anticipazione del maggio '37. Federica Montseny, anarchica e ministro della Sanità nel governo di Largo Caballero Il ruolo non secondario di Vidali Cosa avviene nel maggio 1937? Il Primo Maggio a Barcellona non ci sono manifestazioni. Dopo alcuni giorni un gruppo di poliziotti, guidati da un membro del PSUC, va all'assalto della Centrale telefonica occupata dagli anarchici. Era un esempio classico di “doppio potere”: chiunque avesse voluto parlare con la Generalitat doveva prima passare per gli anarchici, anche (come avvenne) il presidente Manuel Azaña. È noto l'episodio del telefonista che gli aveva chiesto chi fosse. Ovviamente Azaña rispose di essere il Presidente della Repubblica, ma si sentì rispondere:”Questo è ciò che tu credi”. Era un potere di fatto che interrompeva il controllo statale. L'intervento della pattuglia di poliziotti provoca una vera battaglia sui vari piani della centrale e una rivolta nei quartieri proletari, contro lo strapotere degli stalinisti, minoritari ma ben organizzati. Da un lato anarchici e POUM, dall'altro PSUC e alcuni catalanisti. Gli stalinisti attaccarono il piccolo POUM, accusandolo di trotzkismo e di essere una “quinta colonna” al soldo dei franchisti (curioso che Trotzki accusasse gli anarchici di essere la “quinta ruota” della borghesia, N.d.A.). Contro la CNT-FAI la tattica del PSUC doveva essere più sottile. Togliatti, per esempio, elogiava la base operaia della CNT mentre attaccava i dirigenti per i loro “errori e ambizioni”. Non potevano ovviamente dire che la CNT, con due milioni di iscritti e centinaia di migliaia di combattenti, era “al soldo dei franchisti”. Un inciso: in quel momento l'iscrizione al sindacato era obbligatoria, ma anche prima, nel 1933-34, gli iscritti erano un milione e 400 mila, a fronte di poche migliaia di comunisti. Il maggio 1937 di Barcellona si può considerare una “guerra civile nella guerra civile”. Vi furono circa cinquecento morti, in maggioranza libertari. Morirono anche anarchici italiani? Il più noto è sicuramente Camillo Berneri, intellettuale anarchico, direttore di “Guerra di classe”, sequestrato ed eliminato dagli stalinisti. L'incertezza regnò per una settimana. Il Comitato di difesa dei quartieri che aveva eretto le barricate, viene fermato dai vertici della CNT. Gli anarchici italiani presenti hanno raccontato varie volte che alla caserma “Spartaco”, dove gli anarchici avevano già puntato i cannoni contro la caserma “Karl Marx” in mano agli stalinisti, dovettero intervenire di persona Oliver e Montseny. Poi da Valencia (dove si era trasferito il governo repubblicano nel novembre 1936) arrivarono 5000 guardie d'assalto che ripresero il controllo. Venne arrestato anche il dirigente del POUM Andrés Nin (poi torturato e assassinato) e alcune centinaia di anarchici. È probabile che in questa operazione (chiamata operazione “Nikolai”) abbia avuto un ruolo non secondario il comunista triestino Vittorio Vidali. Invece un altro triestino, l'anarchico Umberto Tommasini, raccontava di essere stato arrestato dalla polizia stalinista, mentre stava iniziando un'azione contro le navi fasciste italiane e di essersi salvato soltanto grazie alle proteste della CNT. Le giornate di Barcellona furono decisive per il campo repubblicano. Si può dire che da quel momento termina la fase rivoluzionaria? Questa resa dei conti mette il movimento anarchico di fronte ad una scelta molto delicata; militarmente avrebbero potuto sconfiggere gli stalinisti, almeno a Barcellona, ma non vollero farlo. Contro di loro ci sarebbe stata una repressione diretta dallo stesso governo repubblicano. Accettarono quindi lo scioglimento dei Comitati di Difesa dei quartieri operai e anche il fatto che centinaia di militanti libertari fossero arrestati. Largo Caballero si dimise, non volendo portare a termine la repressione contro quelli del POUM (accusati di essere “agenti di Franco”) senza prove. Probabilmente gli agenti stalinisti che avevano sequestrato Nin pensavano di estorcere una “confessione” con la tortura, ma il piano evidentemente andò male e Nin venne assassinato. Intanto ai suoi compagni che scrivevano sui muri di Barcellona: “¿Donde está Nin?”, gli stalinisti, con macabro umorismo, rispondevano “Está en Burgos o en Berlín” (Burgos era la capitale del governo di Franco). Invece il cadavere del “desaparecido” era stato occultato nei pressi di Alcalà de Henares. Recentemente sono stati recuperati i resti di un cadavere che potrebbe essere il suo. Si ebbe quindi un consistente ridimensionamento del protagonismo rivoluzionario e un rafforzamento dello stato in cui i comunisti controllavano molte strutture di potere. Queste lotte intestine, a prescindere dalle responsabilità, finirono indubbiamente per indebolire la resistenza alle truppe franchiste. Ad ogni modo nella sconfitta repubblicana svolse un ruolo preponderante l'appoggio nazifascista. Gianni Sartori
da "Contropotere - giornale anarchico" numero 14 - Luglio/Agosto 2003 - anno 2
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Una vita per l?idea
"Nell?inferno della vita entra la parte pi?ile dell?umanitGli altri stanno sulla soglia e si scaldano.? C. F. Hebbel La memoria collettiva 蠡lla base dell?identitࠤi un popolo. Un evento si ?memorizza? attraverso un lungo percorso di ricostruzione del passato, un meccanismo che permette di tracciare le linee di demarcazione tra cie 蠮ecessario ricordare e cosa consegnare all?oblio. Spesso la memoria si concretizza nelle pratiche, ovvero in celebrazioni, cerimonie commemorative, lapidi, statue e altro. Questi espedienti, materiali e simbolici, permettono alla comunitࠤi impedire di ?sterilizzare? il ricordo di un passato che non pusere dimenticato. Tuttavia non tutti i trascorsi sono ?memorizzati?, ma a volte volutamente rimossi di modo che la loro sia una storia di silenzi, una memoria senza dimora. A questi passati non ?manifesti? ma pur sempre ?latenti? 蠯pportuno dare voce per farli riaffiorare e rivivere nel presente, perch頡nche le vicende di personaggi ?minori? offrono spunti di meditazione quanto meno sotto il profilo del percorso umano. Significativa 蠬a vicenda di Francesco Barbieri. Spesso il nome di questo anarchico calabrese 蠡ssociato a quello di Camillo Berneri, in quanto i due vennero brutalmente assassinati dai comunisti durante i moti di Barcellona nel lontano 1937. Ma se il Berneri, membro di spicco del movimento anarchico italiano, 蠳tato ?memorizzato?, pi?te celebrato e ricordato dagli anarchici in vari modi, il ricordo di Francesco Barbieri non ha ancora ricevuto una adeguata rappresentazione . Se ci si accosta, pur casualmente, alle ?buste? del casellario politico custodite presso gli archivi di stato, balza immediatamente agli occhi la grossa consistenza del fascicolo di Francesco Barbieri. Ben 413 carte redatte decine di anni fa da zelanti servitori del regime fascista, racchiudono le notizie di polizia sulle principali attivit࠰olitiche dell?anarchico pi?osciuto (ma non troppo) in Calabria. Francesco Barbieri nasce a Briatico il 14 dicembre 1895 da una famiglia agiata. Le possibilitࠥconomiche della famiglia gli consentono di intraprendere gli studi e conseguire il diploma di perito agrario nel 1914. Negli ambienti studenteschi ha modo di conoscere dapprima alcuni esponenti socialisti, poi gli anarchici. Sebbene il movimento anarchico calabrese non abbia in quegli anni una struttura organizzata e funzionale, il Barbieri si impegna nella diffusione delle idee libertarie e si mostra subito refrattario nei confronti della guerra e svolge una costante attivitࠡntimilitarista. Questa risolutezza 蠮otata dagli organi di polizia che aprono un fascicolo su di lui, schedandolo come sovversivo-anarchico. Nell?aprile del 1921 parte per l?Argentina e si stabilisce a Buenos Aires. Il paese della pampa dopo i moti della Semana Tragica 蠮uovamente teatro di scontri a seguito delle occupazioni contadine dei grandi latifondi della Patagonia. I moti, ancora una volta, sono repressi nel sangue. In questo contesto emerge la figura del giovane Barbieri. Decide di stare con gli sfruttati e aderisce al ?Comitato Antifascista Italiano?, in cui ha modo di conoscere gli esuli politici che per la maggioranza erano legati al sindacato anarchico della F.O.R.A., molto attivo nelle lotte sociali argentine. Con l?arrivo di Severino Di Giovanni, nel 1923, si rafforza l?ala dell?anarchismo di azione, di tendenza individualista, conosciuto come ?anarchismo espropriatore?. Barbieri, che in Argentina chiamano ?Chico il professore?, si lega subito al Di Giovanni e ai fratelli Scarfnch?essi anarchici di origine calabrese. Tra il 1927 e il 1928, il gruppo compie pi?venti attacchi dinamitardi: a confezionare gli esplosivi ci pensa Barbieri. Quando il tre maggio del 1928 Di Giovanni ?piazza? una bomba presso il Consolato Italiano, provocando la morte di nove persone e pi?trenta feriti, il movimento libertario argentino si spacca sull?accaduto. Durissime sono le accuse del periodico ?La Protesta?, organo ufficiale della F.O.R.A., nei confronti degli esecutori dell?attentato, accusati di fare il gioco della polizia. Anche il giornale ?Antorcha?, tradizionalmente vicino alle tesi degli ?espropriatori?, prende le distanze da un gesto di simili dimensioni. Il gruppo di Di Giovanni si disperde per evitare ovvie ritorsioni poliziesche. Barbieri ripara prima in Uruguay poi in Brasile. Per caso la polizia scopre il laboratorio in cui ?Chico? aveva preparato gli esplosivi e per questa ragione non pu?ntrare a Buenos Aires. Grazie all?intervento di un avvocato vicino agli anarchici riesce a non essere estradato in Argentina e rientra in Calabria. Nella sua terra 蠡ncora sottoposto a continue ?attenzioni? poliziesche. Noto per la sua intensa attivitࠡntifascista, viene arrestato e condannato a un anno e sei mesi di reclusione. Riesce per evadere dal carcere nel febbraio del 1930 e a riparare a Marsiglia. Anche in Francia la sua militanza politica 蠩nstancabile, viene nuovamente arrestato per propaganda sovversiva e si lega al gruppo anarchico ?Sacco e Vanzetti? di Lione. Dopo ennesimi arresti e rocambolesche evasioni, si rifugia a Ginevra dove ha sede la Federazione Anarchica Internazionale. Ma la polizia elvetica non 蠰i?era delle altre, per cui 蠣ostretto a scontare altri mesi di prigione per il possesso di documenti falsi e in seguito espulso dal paese. L?unico posto dove purigersi 蠬a Spagna; non gli resta altra scelta e fra l?altro a Barcellona trova gli amici del periodo argentino, Durruti e Ascaso. Qui intraprende un?attivitࠤi commercio di prodotti agricoli, ma 蠳empre interessato e presente nelle lotte politiche, attirando su di s頬?interesse della polizia iberica. Viene arrestato per banali motivi e una volta scarcerato 蠣ostretto a tornare a Ginevra. L?evolversi della situazione politica spagnola 蠰err lui un motivo di attrazione irresistibile. Tant?蠣he riparte ancora per Barcellona dove incontra Camillo Berneri. Tra i due nasce un rapporto di amicizia quasi fraterno. Barbieri assume, per il noto intellettuale, un ruolo protettivo e quasi paterno. Ma se Berneri 蠵n uomo politico, maggiormente predisposto allo studio e alla elaborazione intellettuale, ?Ciccio? 蠵n uomo d?azione e in breve tempo assume il delicato ruolo di coordinatore tra i vari comitati e le varie milizie che si formano in Catalogna. Dopo i primi anni di guerra civile le fratture tra le forze rivoluzionarie diventano insanabili. Finch頡lle brigate internazionali giunge l?ordine stalinista di eliminare gli anarchici da Barcellona. Il cinque maggio del 1937 una quindicina di uomini, con bracciali rossi e armi in pugno, bussano all?appartamento che Barbieri e Berneri condividono. I due anarchici chiedono spiegazioni. Si sentono rispondere che sono in arresto perch頣ontrorivoluzionari e forse spie dei fascisti. L?indomani i compagni di sempre trovano i corpi dei due anarchici. I funerali si svolgono l?11 maggio in una Barcellona tetra e impietrita dal dolore. Cinque carri trasportano i feretri di Camillo Berneri, Adriano Ferrari, Lorenzo di Peretti, Pietro Macon e Francesco Barbieri: tutti italiani e tutti anarchici. Ƞl?ultima grande, solenne e tragica manifestazione pubblica dell?Anarchia. Cos젳i conclude, con il saluto di migliaia di persone, la vita appassionata, intensa e non comune di questo calabrese di Briatico. Ma tutto questo, per la grande storia, poco conta.
Oscar Greco
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