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Cinema Brasiliano: Storia di una resistenza Stampa E-mail
Scritto da Silvana Silvestri   
domenica, 02 novembre 2008 13:28
Storia di una resistenza a colpi di «cinema novo» - I maestri brasiliani si confrontano con l'oggi .
                                                                                             Silvana Silvestri

All'appello dei registi del Cinema Novo brasiliano, restato giovane per sempre, mancano ormai tanti esponenti celebri, perché molti di loro sono scomparsi come Glauber Rocha appena quarantenne, Paulo Cesar Saraceni, Joacquim Pedro de Andrade, Leon Hirszman e Gianni Amico, l'italiano considerato il più brasiliano dei registi e che nel suo film Tropici del '69 seguiva un uomo che viaggiava verso San Paolo e quell'uomo, allora sconosciuto, era Lula. Ma nel Focus brasiliano del festival di Roma arrivano Nelson Pereira dos Santos e Carlos Diegues a portarci tutta la vitalità di un tempo e l'energia contemporanea che investe il paese. Ad accoglierli e raccontarli c'è Bruno Torri, presidente dei critici italiani, che li conobbe fin dai tempi della prima rassegna di cinema latinoamericano che organizzò con padre Arpa a Sanremo o a Pesaro, quando invitare i registi era anche un lavoro politico per liberare le cinematografie sotto dittatura: «Il loro era uno sguardo sulla realtà, ognuno seguiva percorsi individuali, ognuno andava verso la sua utopia». E fu proprio Nelson Pereira dos Santos, il regista di Vidas secas, che Rocha chiamava il papà del cinema brasiliano, ad aprire la strada con Rio Zona norte nel '57, seguita nel '62 con Cinco veces favelas di De Andrade, Diegues, Borges, Farias, Hirszman. «Io fui portato dagli altri nel cinema novo - dice Nelson - ero già al mio quinto film quando al festival di Cannes scoppiò la fama del cinema novo con Deus o diabo na terra do sol di Glauber. La proposta di quel gruppo di giovani era fare una rivista dal titolo 'Cinema Novo', un omaggio al critico italiano Aristarco che ammiravamo, poi non so come tutti quei ragazzi hanno fatto i loro film, la rivista non è mai stata fatta e il nome è rimasto, così sono diventati 'i ragazzi del Cinema novo'. Io dicevo che il cinema novo era la presenza di Glauber a Rio: quando arrivava lui sorgeva sempre qualche polemica. Il cinema novo era un processo di decolonizzazione culturale meno evidente nella musica o la letteratura che sono sempre stati autoctoni».
Per Carlos Diegues, invece, il cinema novo non è mai esistito, i film erano tutti molto diversi tra loro. «Era un fenomeno di amistade, di amicizia - racconta il regista di Ganga Zumba e Xica da Silva - La cosa buffa è che eravamo amici perché ci piacevano i film degli altri, Nelson con il suo realismo brasiliano, Paulo Cesar con il romanticismo realista, Glauber con la sua poesia barocca. Per questo il cinema novo assumeva svariate forme. Il suo obiettivo era molto semplice: cambiare la storia del cinema, del Brasile e del pianeta. Volevamo inventare l'immagine del Brasile che non esisteva negli anni cinquanta, trattare temi nuovi con un linguaggio brasiliano, ma non chiedetemi cosa significasse. Rossellini lo consideravamo il padre del cinema moderno e di tutti noi, la nostra arroganza era provare a creare qualcosa che solo noi potevamo fare. Ora stiamo vivendo il momento più ricco e fertile della nostra storia, abbiamo dimostrato che il cinema non ha limiti». Oggi, infatti, si fanno circa cento film all'anno («e il giovane non ha più l'obbligo di salvare il mondo»), mentre all'inizio dei '90 se ne facevano solo uno o due. Vidas Secas, Ganga Zumba e Deus o diabo na terrado sol erano a Cannes un mese dopo il golpe e il successo dei film ha impedito la censura in Brasile. Nelson racconta del suo El Justiciero a cui era stata tolta la voce, si vedevano parlare gli attori ma non si sentiva niente. Mandato al macero, la copia conservata a Pesaro lo fece resuscitare, il suo Como era gustoso o meu frances fu censurato aveva osato mostrare che gli indios vivevano nudi nel sedicesimo secolo. Ma il cinema resistette per l'appoggio internazionale, per le coproduzioni. «La dittatura ha voluto eliminare la materia prima del nostro lavoro, la realtà brasiliana - dice Carlos Diegues - abbiamo avuto una storia bella e divertente che chiamerei del 'sussurro dell'estetica'. Invece di utilizzare questa censura come alibi per non fare più cinema, abbiamo utilizzato allegorie, metafore. Noi abbiamo resistito, abbiamo continuato a fare film anche se non proprio come volevamo, ma abbiamo continuato».

fonte: il Manifesto del 26 ottobre 2008 p.15
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