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Home arrow Articoli arrow SEZIONE: Libri consigliati arrow Camillo Berneri:Individuo e comunitā
Camillo Berneri:Individuo e comunitā Stampa E-mail
Scritto da D'Errico Stefano   
domenica, 02 novembre 2008 14:35
Stefano d’Errico rilegge
in un volume l’opera
del socialista anarchico
che polemizzava
con Cesare Battisti
contro l’interventismo
INTERVISTA
Individuo
e comunità
Riscoprire Berneri
e l’altra «autonomia»
ZENONE SOVILLA
soli diciott’anni Camillo
Berneri era in piazza, a
Reggio Emilia, per
contestare un comizio
interventista di Cesare
Battisti, il 25 Febbraio 1915. La
manifestazione, che vedeva
nell’irredentista trentino l’oratore
principale, degenerò in scontro
violento e pure quello studente
socialista che gridava slogan «pacifisti»
si prese un po’ di legnate. Fu anche
quel giorno che Berneri maturò il
distacco dal partito socialista,
rassegnato nel confronto tra favorevoli
e contrari all’entrata in guerra
dell’ltalia. La speranza di pace e libertà
del giovane politico trovò dimora nelle
idee anarchiche, le stesse di Giovanna
Caleffi, la ragazza che di lì a poco
sposerà.
Da quell’incontro-scontro con Battisti il
percorso di Berneri si sviluppa via via
nei contatti con esponenti di primo
piano della galassia antiautoritaria
italiana, non solo anarchica (Errico
Malatesta) ma pure liberalsocialista
(Gobetti e altri). Il pensiero di Berneri,
la sua visione di una liberazione
individuale e collettiva che faccia i
conti con l’eguaglianza e la solidarietà,
passa per un sistema federativo di
autonomie locali e offre tuttora spunti
di straordinaria freschezza,
scarsamente indagati nella
pubblicistica nazionale. Spunti tanto
più significativi in tempi di crisi della
rappresentanza istituzionale in una
società atomizzata e individualista che
per molti versi toglie ai poveri (in lotta
fra loro) per dare ai ricchi (di denaro e
di potere).
A riaprire questo prezioso baule del
bagaglio ideologico novecentesco è ora
il sindacalista Stefano d’Errico, con un
volume corposo: «Anarchismo e
politica. Rilettura antologica e
biografica di Camillo Berneri» (Mimesis
edizioni, 752 pagine, 48 euro).
Il filo conduttore è attualissimo, tra
federalismo, autonomia delle comunità
locali, strutture decisionali politiche ed
economiche. Socialista anarchico,
antidogmatico, incline al pragmatismo
democratico, aperto alla
sperimentazione libertaria, attivo
militante, Berneri fu perseguitato dal
fascismo e costretto all’esilio. Finì,
però, sotto i colpi mortali dei sicari di
Stalin, nella Barcellona rivoluzionaria
del 1937.
«Berneri - spiega d’Errico all’Adige - è
conosciuto come martire della guerra
civile spagnola, assassinato perché si
opponeva ai diktat di Mosca che
intendeva soffocare il “cattivo
esempio” della rivoluzione libertaria.
Scomoda per tutti (fascisti, togliattiani
e liberali), la sua opera è passata in
secondo piano: un lascito teorico
impressionante e ancora di grande
attualità. Di fronte alla “crisi della
politica” ed alla débacle della sinistra
marxista, anche il “socialismo
irregolare” stenta a trovare risposte
adeguate. Come segretario
dell’Unicobas sono indotto da fatti e
comportamenti ad affrontare queste
tematiche. Da una parte vedo
riproporre la prassi “gruppettara” delle
conventio ad escludendum, dei servizi
d’ordine che impongono alle piazze
sempre più anacronistici “leader” – l’un
contro l’altro armato – che fanno e
disfano “cartelli” per la lottizzazione e
l’egemonia sulle lotte e sui cortei.
all’altra, i settori più sinceri
paiono succubi di un antiideologismo
di maniera che
rigetta e “parifica” tutte le
esperienze storiche,
compresa la grande tradizione del
socialismo libertario. Il rifiuto di
un’indagine senza preconcetti sugli
errori del passato non porta risposte
per il futuro».
Dunque?
«Basterebbe esaminare la storia per
capire che occorre fare quel che non
s’è mai fatto: operare una
riconversione etica della politica. Il fine
non giustifica i mezzi, sono bensì
D
A
questi ultimi a determinare
automaticamente i risultati. Ancora
scorgiamo il Sisifo del socialismo
autoritario ripercorrere
pedissequamente le stesse strade,
nonostante la storia dimostri senza
appello come la dittatura di partito
riproduca matematicamente la servitù
economica e morale. Il paradosso sta
nel fatto che di tale politicismo i cattivi
maestri furono e restano proprio quelli
che ora si dichiarano post-comunisti.
Solo che costoro, come le
organizzazioni sindacali concertative,
intendono oggi realizzare il liberismo
con i metodi dello stalinismo».
Ma la visione libertaria (e berneriana)
è socialmente poco o mal percepita...
«Pur esistendo una – più o meno
consapevole – “domanda” di
anarchismo, a questa non corrisponde
“offerta” adeguata. Quel che resta del
movimento libertario non riesce da
tempo ad esser presente a se stesso a
causa della marginalizzazione indotta
da un dottrinarismo ossificato. In
primis, occorre un programma, perché
per vincere bisogna saper convincere.
Se l’anarchismo è uno strumento di
emancipazione, per dimostrare di
essere valido non può arroccarsi nei
suoi valori in una sorta di
autocompiacimento nullista e
narcisista. Occorre un vero soggetto
organizzativo, ma aperto ed
orizzontale: un sistema complesso
votato a studio, discussione e
sperimentazione, che sviluppi relazioni
e valorizzi le differenze, per creare una
vera prospettiva generale. È l’ora di
una nuova, inclusiva, costituente
libertaria. Ecco perché il movimento
d’emancipazione ha un grande bisogno
della riflessione berneriana. Essa
avversa quel comunismo da caserma
trasformatosi poi in capitalismo di
stato e quindi di nuovo in liberismo,
ma non fa sconti a nessuno, neppure
all’ortodossia anarcoide. Berneri
rincorre, “stana” e svela le fobie di quel
“ritualismo” che ha reso quasi
impotente un movimento altrimenti
portatore dei più adeguati “anticorpi”
prodotti dall’umanità per contrastare il
dominio in tutte le sue forme».
Lei attribuisce a Berneri un’idea
anarchica che si sostanzia in «un
sistema politico a-statale, ossia un
insieme di autonomie federate»...
«Il lodigiano scrisse: “Io sono
semplicemente autonomista-federalista
(Cattaneo completato da Salvemini e
l’anarcosindacalismo, lo sono i
comitati di gestione della produzione e
dei servizi espressi dal mondo del
lavoro. Occorre, per Berneri,
disperdere definitivamente l’ombra
dello stato.
a non sarà impugnando
le armi spuntate fornite
dalle astrazioni
ideologiche che si
abbatterà la
centralizzazione, si porrà fine allo
sfruttamento e si scongiurerà il
capitalismo, “tradizionale” o di stato».
Da qui si arriva anche al discorso
sulla rappresentanza. Berneri,
rispetto al filone dominante
dell’anarchismo (che per esempio
rifiuta i processi elettorali), è più
aperto nell’analizzare la questione
nodale del rapporto tra libertà
individuale e decisione collettiva.
Definisce gli anarchici «i liberali del
socialismo»...
«Ci fa capire che non bisogna
confondere giudizi di fatto e giudizi di
valore. Per questo “osa” mettere in
discussione anche la pratica
astensionista. Pure Bakunin ammoniva
di non confondere tattica e strategia,
perciò: “Il non distinguere la prima
dalla seconda conduce al cretinismo
astensionista non meno infantile del
cretinismo parlamentarista”. Berneri è
un gradualista rivoluzionario, perché è
ben conscio della futilità del tutto e
subito o del “tanto peggio-tanto
meglio”, così come dell’irraggiungibilità
della perfezione. Ancora oggi la sinistra
“radicale” non sa invece distinguere tra
riformismo e gradualismo».
Più in generale, quale ispirazione
traducibile in prassi politica concreta
può trarre oggi dal pensiero di
Berneri chi mira a una
trasformazione della società nel
segno della pari dignità di ogni
individuo?
«Berneri insegna ad accettare la
necessità di una sinistra e di una
società aperta, come elemento non
mediabile e non rinunciabile di
arricchimento e revisione rispetto a un
passato di macerie. Viceversa, le realtà
“antagoniste” (costruite ancora
“contro” più che “per”) non sanno
fissare davvero per il futuro,
programmaticamente, l’ineliminabilità
del pluralismo e del pensiero
divergente. L’incapacità di coniugare
strutturalmente la libertà con la
democrazia economica spiana la strada
al liberismo arrembante, i cui fautori
hanno buon gioco nel parificare ogni
movimento solidarista ed egualitario ai
rottami del comunismo dittatoriale
statolatra. La questione dello stato
resta centrale. Berneri anticipa la
denuncia di un vero e proprio
collettivismo burocratico. La ricerca di
Marx, indirizzata prevalentemente
verso la “struttura” economica
produttiva ha lasciato in ombra
elementi fondamentali e di cultura, a
torto definiti “sovrastrutturali”,
facendo del marxismo un’ideologia
collaterale e del tutto compatibile con
lo sviluppo (e il sottosviluppo)
capitalistico e industrialista. La
deviazione ha poi raggiunto il suo apice
nell’operaiolatria (ben denunciata da
Berneri) e nel culto del produttivismo
(stakanovismo). La sinistra ha così
accumulato anni luce di ritardo in un
campo strategico dell’analisi sociale».
M
dal Sovietismo)”. Quello di Berneri, era
un sovietismo sociale, molto critico
rispetto all’anarchismo “dagli occhiali
rosa” di kropotkiniana memoria. I
corporativismi locali e la “giustizia
popolare” sono rischi che non si
possono correre. La libertà non è
quindi mai assoluta, perché deve
contemperare il rispetto di precisi
doveri verso gli altri. A tal fine la
collettività esprime una sua
autorevolezza che è altra cosa rispetto
all’autoritarismo. La libertà non è nulla,
se non finalizzata, e non è possibile
un’eguaglianza generale fra gli esseri
umani raggiunta per diktat ideologico.
Occorre ripartire dall’impegno su
valori condivisi e dall’impiego degli
stessi come metro comune. La società
libertaria si deve creare intorno alla
responsabilità e quindi anche con
l’accettazione di regole, condivise ma
cogenti».
In questo sguardo federalista c’è una
distinzione netta fra istituzioni e stato.
«La scuola, ad esempio, è una
istituzione che va diretta e gestita dalla
società civile, come “sfera pubblica
non statale”, in alternativa al privato,
ma anche alla "ragion di stato". Così le
mille altre realtà, secondo un sistema
che si organizza dal semplice al
complesso. Elemento centrale è il
decentramento amministrativo, che ha
nei comuni i principali punti di
riferimento, così come, tramite
Si definiva «federalista»,
vedeva una società libertaria
da creare con gradualismo
intorno alla responsabilità
e con precise regole condivise
Il suo lascito ci aiuta a capire
i disastri del capitalismo
tradizionale o «di stato»
e il bisogno di saper coniugare
libertà e democrazia economica
L’ARCHIVIO
Sopra, un ritratto
di Camillo Berneri
da un fondo
dell’«Archivio
Famiglia Berneri
Aurelio Chessa»
di Reggio Emilia,
che custodisce
un ricco patrimonio
documentario
su circa un secolo
di storia: fatti noti
intessuti di episodi
ignoti o perduti
nella memoria
dell’anarchismo
italiano
e internazionale
(Archivioberneri.it).
IL PERSONAGGIO
Camillo Berneri (Lodi 1897 - Barcellona 1937) trascorse
l’infanzia seguendo la madre, maestra elementare, in varie città
d’Italia. A Reggio Emilia è giovanissimo militante socialista
dell’ala «culturista» (puntava all’emancipazione delle masse
tramite l’educazione) e trova riferimenti in Camillo Prampolini e
Angelo Tasca. Ma nel 1915, dopo i tumulti al comizio interventista
di Battisti (due morti in piazza), l’antimilitarista Berneri lascia i
socialisti e si avvicina all’anarchismo. Sarà mandato al fronte, poi
al confino a Pianosa (perché faceva propaganda anarchica
nell’esercito). Dopo la laurea in filosofia (allievo di Salvemini a
Firenze) insegna al liceo e continua l’attività politica. È amico di
Gobetti, Ernesto Rossi, Calamandrei e dei Rosselli. Nel ’26, dopo
le leggi «fascistissime», ripara in Francia, poi fugge in Belgio
(incarcerato sei mesi). È tra gli organizzatori del primo contingente
di volontari italiani in Catalogna a difendere la rivoluzione dai
fascisti. Critica con vari articoli le purghe staliniane in Russia. Nel
confronto del maggio 1937 tra marxisti e anarchici, viene
assassinato da un commando di comunisti italiani e spagnoli.
l'Adige lunedì 13 ottobre 2008 5 Cultura e Società
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