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L'errato uso della "J" nel dialetto barese scritto |
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Scritto da Gianni Serena
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domenica, 02 novembre 2008 15:21 |
ARGOMENTAZIONI TEORICHE E PRATICHE SULL’USO DELLA VOCALE “I” IN LUOGO DELLA SEMICONSONANTE (o SEMIVOCALE) “J” NEL DIALETTO BARESE (di Gianni SERENA ) Prima di procedere allo studio di quel suono della lingua dialettale che tanti identificano e scrivono col segno grafico “J”, vorrei fare una breve premessa suggeritami dal volume scolastico di MARCELLO SENSINI “Le parole e il testo (Teoria e pratica della comunicazione linguistica)”, edito da Mondadori, Milano, 1994”, il quale in un capitolo cita: Le semivocali (o semiconsonanti) “J” e “W” nell’alfabeto italiano «Le semivocali (o semiconsonanti) sono suoni intermedi tra quello vocalico e quello consonantico. Nella lingua italiana le semiconsonanti (o semivocali) sono due: la semiconsonante palatale i (detta jod e trascritta foneticamente /j/) e la semiconsonante velare u (detta uau e trascritta foneticamente /w/). In pratica si tratta delle vocali chiuse i e u pronunciate restringendo ulteriormente il canale orale attraverso cui passa l’aria: ieri, piano, uomo, guida. La differenza tra una i vocalica ed una i semiconsonantica risulta subito evidente se si confrontano due parole come tiro e piove. Nella parola tiro la i è una vocale: è l’elemento portante della sillaba in cui si trova, è accentata ed è sostituibile solo da un’altra vocale: “tiro” - “toro”. Nella parola piove, invece, la i è una semiconsonante: non è accentata, ha bisogno della vocale o per fare sillaba ed è sostituibile non con una vocale ma con una consonante: “piove” - “prove”.» Ecco, ho voluto fare questa breve premessa per far comprendere che già in partenza risulta piuttosto complicato addentrarsi a cuor leggero nell’universo delle semivocali e semiconsonanti. Inoltre, c’è da considerare che nella lingua italiana la semiconsonante j, usata nella lingua latina e pronunciata come se fosse una i (oggi, anche nel latino scritto, la j è stata semplificata in i), in seguito si è evoluta fino ad essere pronunciata col suono della consonante g (it. gi), anzi, è stata proprio soppiantata da detta consonante: - (lt. Juventus) = gioventù = giovèndù; - (lt. Jesus) = Gesù = Gesù; - (lt. justitia) = giustizia = gestìzzie. - (lt. judicium) = giudizio = gedìzzie. Se inserita nel corpo della parola, il suono risulta rafforzato e, graficamente, viene evidenziato con gg (it. ggi): - (lt. majorem) = maggiore; - (lt. pejorem) = peggiore. Nel dialetto, però, raramente si riflette in questo fonema. • L’uso della grafica “j” nel dialetto barese Chi in passato si è cimentato nella scrittura del dialetto barese ha fatto ampiamente uso del segno grafico J . Esempio: - oggi = jósce; - eri = jìve (o jére); - uno = jùne; - ora = jóre; - esci = jìsse; - chiasso = jòse; ecc. Ho detto all’inizio, a proposito delle semivocali e semiconsonanti, che la lingua italiana considera una semiconsonante la i (ovvero l’antica lettera latina j) non accentata che ha bisogno di una vocale per fare sillaba. La si può riconoscere quando, sostituendo alla detta i un’altra consonante, si ottiene un’altra parola di senso compiuto. L’esempio già esaminato riguarda la parola italiana “piove” in cui sostituendo la i con una consonante (ad esempio la r) si dà origine ad un’altra parola di senso compiuto: “prove”. Per quanto concerne il dialetto potremmo dire la medesima cosa, esaminando gli esempi visti poc’anzi: - jósce < cósce, nósce, vósce; - jìve < vive, dive, live, rive; - jére < cére, fére, nére, pére; - jùne < fune, lune, sune; - jóre < córe, fóre, móre, nóre, sóre, tóre; - jìsse < fisse, gisse, misse, risse; - jóse < cóse, dóse, lóse, póse, róse; ma anche la parola barese per eccellenza: - jìnde < cinde, dinde, linde, sinde, tinde, vinde. Per cui ritengo che la lettera semiconsonante j risulti nei precedenti esempi un po’, come dire, ingombrante, quasi fosse fuori luogo, anche in considerazione del fatto che si tratta pur sempre di una “j” prostetica, dal suono vocalico semplice i, di rinforzo alle parole originali: ìve (o ìre), ùne, óre, ìsse, ìnde (di tali vocali prostetiche parleremo tra poco). Anzi, alcuni autori dialettali usano la lettera j in posizione vocalica: macjidde, cappjidde, lardjidde, pesjidde, ecc., generando confusione. Ma è proprio di una lettera semiconsonante come la j che noi abbiamo bisogno per esprimere graficamente un suono che dalla nostra bocca viene generato al pari della vocale i, qualunque siano le argomentazioni scientifiche e letterarie? Oppure è meglio rendere le cose più semplici e riconoscere che, in fin dei conti, si tratta solo della vocale i a tutti gli effetti (pur con funzione di semiconsonante)? La mia convinzione è avvalorata dal fatto che alcuni illustri storici del dialetto barese non contemplano il segno grafico j nei propri scritti, ritenendolo solo una variante grafica della i e non una lettera a sé, confortati soprattutto dai dettati della lingua italiana. Essi, pertanto, preferiscono usare la lettera vocale i anche e soprattutto per rendere meno ostica la lettura a chi non ha molta dimestichezza con la grafia dialettale. Per cui ritengo assennato scrivere: - oggi = iósce (cioè i+ ósce); - eri = iìve o iìre (cioè i+ ìve o i+ ìre); - uno = iùne (cioè i+ùne); - ora = ióre (cioè i+ óre); - esci = iìsse (cioè i+ ìsse); - chiasso = ióse (etimologicamente si scrive così solo). Le vocali prostetiche Dopo aver parlato di semivocali, semiconsonanti e la loro semplificazione che ha riscontro nell’alfabeto italiano (j = i ; w = u), possiamo parlare delle vocali prostetiche. Iniziamo col dire che vi sono parole baresi che da sole e in determinate situazioni non possono essere pronunciate se non vengono sorrette da una delle vocali “i” o “u”. Ho esaminato con attenzione ciò che ci insegna Alfredo Giovine nel suo trattato “Il dialetto di Bari”, riguardo alle due vocali prostetiche. • “I - i” prostetica La i prostetica viene premessa a nomi maschili e femminili che iniziano con le vocali accentate: - Angelo = Àngiue e Iàngiue, ma anche il diminutivo Iangeuìcchie; - Anna = Iànne, ma anche il diminutivo Iannìne; - Emma = Ièmme; - Olga = Iòlghe; e parole del tipo: - erba = erve e ièrve; - lastrico = àsckre e iàsckre; - albero = arve (o àrrue) e iàrve (iàrrue); - acqua = àcque e iàcque; - sedano = acce e iàcce; - opera = òbbre e iòbbre; ecc. Non vogliono la i prostetica, invece, le suddette parole quando sono precedute da parole terminanti con consonante: - l’erve = l’erba; - senz’ asckre = senza lastrico; - l’arve (o l’àrrue) = gli alberi; - l’àcque = l’acqua; - l’acce e l’àccere = sedano e sedani; - l’òbbre = le opere. La e congiunzione non vuole la i prostetica. Anche la voce verbale è richiede spesso la i eufonica davanti ai sostantivi, come ad esempio: - ié bbrutte = è brutto; ié bbédde = è bello; ié vvécchie = è vecchio; ed anche: - ié pròbbie bbrutte = è proprio brutto; - ié cchèdda bbédde = è quella bella; - ié ffatte vécchie = è fatto vecchio. Esaminiamo tre voci del presente indicativo del verbo “avere = avé”: 1ª persona sing.: “àgghie”, “iàgghie”, “àgghieche” e “iàgghieche” 2ª persona singolare: “ha” , “ié o ià” 3ª persona singolare: “àve” , “iàve” , “ha”. Le forme “iàgghie” e “iàgghieche” = io ho, sono usate in prevalenza quando reggono termini che non hanno funzioni di participio passato: - iàgghieche a rascióne = ho ragione; - iàgghie a ttérte = ho torto. E così dicasi per “ié = tu hai” e per “iàve = egli ha”: - ié a rascióne = tu hai ragione; - iàve a ttérte = egli ha torto. Ed anche la terza persona plurale del verbo “avé” può presentare questo fenomeno: “hanne” e “iànne”, “àvene” e “iàvene”. Il verbo “avetà = abitare” prende una i eufonica anche all’infinito pur non avendo l’accento tonico sulla prima sillaba (a): - iavetà - ié iàveteche = io abito. Invece, verbi come alzà - amà - apré - aggné - assé, non prendono la i all’infinito ma solo quando, nelle coniugazioni, le forme verbali hanno l’accento tonico sulla vocale iniziale: - ié iàlzeche = io alzo; ié iàmeche = io amo; ié iàbbreche = io apro; - ié iéggneche = io riempio; ié iésseche = io esco. La “U - u” prostetica non la esamino perché non è prevista all’ordine del giorno. Da tali considerazione ne deriva che nella compilazione di vocabolari e glossari non andrebbero mai inserite parole che iniziano con i ed u quando sono frutto di vocali prostetiche e non di vocali etimologiche. Per esempio, non vanno inserite: - ièrve ma solo èrve = erba; - iàcce ma solo àcce = sedano; - iégghie ma solo égghie = olio; - iàspre ma solo àspre = aspro; - iàcene e iàscene ma solo àcene e àscene; ecc. - uannìcchie ma solo annìcchie = nicchia; - uardemìinde ma solo ardemìinde = finimenti e bardatura per cavalli; - uàrve o uàrrue ma solo àrve o àrrue = albero; - uèrsce ma solo èrsce = orzo; ecc. Invece vanno inserite: - iòdie = iodio; iéte = bietola; iettatùre iettatura, malocchio; ecc. - uadàgne = guadagno; uàlle = ernia; uagnóne = ragazzo, giovane; uardiàne = guardiano; uastà = guastare; uèrre = guerra; ecc. I dittonghi I dittonghi sono unità sillabiche, cioè gruppi di lettere pronunciate con una sola emissione di voce, formate da una i o da una u semiconsonantiche non accentate e da una vocale, accentata o non: - chiéne = pieno ; - chiecà = piegare ; - u uómene = l’uomo ; - sguìnge = sguincio, di traverso. I dittonghi, a seconda della posizione della semiconsonante non accentata che li compone, si distinguono in: • dittonghi ascendenti, quando la semiconsonante i o u viene prima della vocale, cioè la voce sale dal primo al secondo elemento: - ia (chiàzze = piazza); - ie (chiésie = chiesa); - io (chióve = piove); - iu (achiùte = chiudere); - ua (aqquànne = quando); - ue(fuéche = fuoco); - ui (menuìcchie = “tipo di pasta pugliese”); - uo (u u-óre = l’oro). • dittonghi discendenti, quando la vocale viene prima della semiconsonante, cioè il tono della voce cala passando dal primo al secondo elemento e sono meno frequenti. Nel dialetto si possono trovare nei processi di palatalizzazione e velarizzazione che modificano i suoni fonetici delle vocali toniche: - ai (spàise = in modugnese “spesa”); - ei (Paléise = Palese); - oi (sóine = in modugnese “si”); - ui (italianizzato ndùite = intuito); - au (adàure = in modugnese “odore”); - eu (méure = in modugnese “muro; mare”) - iu (tavìute = in bitontino tavuto, bara); - ou (paròule = parola); Vi sono nella lingua dialettale, oltre a quelli già visti, altri dittonghi caratteristici molto usati nel linguaggio corrente barese: “ìi”, “iì” e “ùu”. • Indicazioni sull’uso di “ iì ” e “ ìi ” Alla luce delle considerazioni già fatte sull’uso della lettera semivocale (o semiconsonante) j , sarebbe opportuno usare in luogo di ji e ij , la grafica più immediata di iì o di ìi , così come ci suggerisce Alfredo Giovine. Si tenga conto che nel caso di “iì” avremo la prima vocale con suono incerto e la seconda di suono normale, mentre nel caso grafico di “ìi” avremo la prima vocale col suono vocalico italiano e la seconda di suono incerto o muto. Pertanto si avrà ìi quando il suono è preceduto da una consonante: - varvìire = barbiere; - mmìire = vino; - cenìire = morbido; - gardìidde = gallo; - vìinde = vento; - poverìidde = poveri; invece si avrà iì quando il suono è preceduto da una vocale: - aiìre = ieri; - abbeiìsce = avvìati; ma anche: - iìnde = in, dentro; - iìdde = egli, lui; - iìsse = esci; ecc. - E poi, ancora, per quale motivo dobbiamo stravolgere con le nostre invenzioni “astruse”, per il solo gusto di usare il segno grafico j (forse perché è più “scic” rispetto ad una semplice i ), lettere inserite in vocaboli che sono parte integrante della parola stessa, etimologicamente parlando. Per esempio: - Chiesa = Chiéssie (e non Chjessie o Chiessje) - bottiglia = bettìgglie ( e non Bettiglje o bettigglije o altro ancora) E così ancora: - coniglio = chenìgghie (e non chenigghjie o altro) - nicchia = annìcchie (e non annicchjie o altro) - voglia = vògghie (e non vògghije o altro) - piena = chiéne (e non chijene o altro) - quieto = chiéte (e non chete o altro) - piangere = chiànge (e non chjange o altro) - tovaglia = tevàgghie (e non tevagghije o altro) - finocchio = fenùcchie (e non fenukkije o altro); e potrei fare centinaia di questi esempi. Termino queste mie considerazioni con alcune valutazioni che l’Istituto della Enciclopedia Italiana “TRECCANI” promuove sul proprio “Vocabolario della Lingua Italiana” circa le lettere “i, I” e “j, J”: «i, I - Nona lettera dell’alfabeto latino, che nell’uso ortografico odierno sostituisce anche, per tutte le parole italiane (eccezion fatta per pochi nomi propri che conservano le grafia tradizionale), il segno j nei casi e nelle posizioni in cui questo era adoperato fino a tempi più o meno recenti; nel presente Vocabolario il segno j è limitato alle voci straniere nelle quali ha spesso valore fonetico diverso da i ...» «j, J - (i lungo, raro iòd, ant. iòta) Segno alfabetico, che non costituisce una lettera a sé dell’alfabeto latino o italiano, ma è una variante grafica della i dopo altre lettere con aste verticali (i, m, n, u) e specialmente in fine di parola o di numero (iudicij, xiij); la maiuscola come variante di I in posizione iniziale. Soltanto dal sec. 16° j fu adottato per indicare la funzione consonantica o semiconsonantica; e mentre in altre lingue indicò suoni nettamente differenziati da i (francese, inglese, spagnolo, ecc.) l’italiano lo adoperò con due funzioni diverse: tra vocali, o all’inizio di parola davanti ad altra vocale, per indicare il valore semiconsonantico dell’ i (per es. jeri, pajo), rappresentato peraltro dal semplice i in ogni altra posizione (per es. fiore, coppia); in fine di parola come terminazione del plurale dei suoni in -io atono (per es. beccaj, varj: residuo evidente della più antica grafia, italiana e latina, varij), non per indicare un suono diverso dal comune i vocale, ma solo per evitare ipotetiche confusioni con altre parole (per es. beccai pass. rem. di beccare, vari plur. di varo). Tanto nella prima quanto nella seconda funzione, l’uso dell’ j in parole italiane è quasi interamente scomparso tra la seconda metà del secolo 19° e la prima metà del 20° ...» Tutto ciò lo dice la Treccani e non il sottoscritto, cioè “nessuno”. Pertanto, alla luce di tutte queste considerazioni, ritengo che del segno grafico j si possa tranquillamente fare a meno, proponendo in futuro nei nostri scritti dialettali baresi la semplice vocale italiana i . ( a cura di Gianni Serena)
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