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La consonante straniera: J (i lunga)nel dialetto barese |
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Scritto da Gigi De Santis
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lunedì, 03 novembre 2008 18:46 |
Seminario di Studi e di Approfondimento sul Dialetto Barese Lavoro delle commissioni sull’uso delle lettere: x, j, k.
Relazione 8 ottobre 2008 a cura di Gigi De Santis (ideatore e fondatore dell’associazione «Centro Studi “Don Dialetto» e del sito web «dondialetto.it»)
La consonante straniera: J (i lunga) La j (i lunga) era molto usata da noi nei secoli passati; come curiosità diremo che fu introdotta nel nostro alfabeto dal letterato e poeta vicentino Gian Giorgio Tríssino (1478-1550), un vero benemerito della nostra ortografia se non altro per essere stato colui che riuscì a imporre l’utilissima distinzione tra la u e la v, che prima di lui erano rappresentante da un sol segno, quello della v. Questa j, oggi quasi del tutto scomparsa nella nostra ortografia, si usava normalmente quando era iniziale di parola seguita da vocale (jeri, jattura, Jacopo) o nell’interno di una parola tra due vocali (aja, fornajo, cesoje). Si usava anche in fine di parola, come terminazione plurale dei nomi in –io àtono, cioè con la i non accentata: beccajo, beccaj; vario, varj; studio, studj. Oggi, come si è detto, è un segno che va scomparendo ogni giorno di più, perché perfino certe scritture tradizionali, come Jonio, Jugoslavia, Ajaccio, juta e alcune altre si preferisce scriverle, ed è bene, Ionio, Iugoslavia, Aiaccio, iuta. Analogamente raccomandiamo di scrivere Iesi e non jesi; Iolanda e non jolanda; iole (imbarcazione) e non jole; iugoslavo e non jugoslavo. In quanto a jungla diremo che è addirittura una grafia sbagliata, in quanto è stata coniata ricalcando l’inglese jungle, che usa la j per sue precise ragioni fonetiche; il termine deriva infatti dall’indiano giàngal, e perciò l’esatta grafia italiana di questa voce non può essere che giungla. Per concludere sulla j lunga, aggiungeremo che essa resiste solo in certi cognomi, per ragioni anagrafiche e anche storiche, come Maraja, Ràjna, Jaja, Ojetti, Pistoj, Flajani, Ojoli, eccetera. (Libro: Come Parlare e Scrivere Meglio: Guida pratica all’uso della lingua italiana, Editore Selezione dal Reade’r Digest, Milano, 1985). & Le lettere straniere j J (i lunga): un tempo era usata in italiano per indicare graficamente la i semiconsonante (jeri) o la doppia i delle desinenze plurali (vizj) e veniva pronunvciata a tutti gli effetti come una i. Anche oggi, nei rari nomi propri in cui è stata conservata, la j mantiene il suono di una i: Jugoslavia, Jolanda (ma ormai sono - 2 - più diffuse le forme Iugoslavia e Iolanda). Invece, nelle parole di origine straniera mantiene il valore consonantico della lingua d’origine. Nelle parole inglesi, per esempio, la j (=gei) si pronuncia come una g palatale (dolce): jeans (=gins), jet (=get). Di fatto, quando le parole straniere che la contengono vengono italianizzate, la j si trascrive come una g. palatale: jungla = giungla. (Libro: Grammatica Essenziale della Lingua Italiana, Federico Roncoroni, Arnaldo Mondadori Editore, Milano, 2005). & Le consonanti straniere (estratto dal sito web Don Dialetto.it) Nella grafia barese, in nessun caso si adopera le consonanti straniere: j (i lunga o ); x (ics); y (ipsilon); w (doppia vu o vu doppia). La k (cappa) è anche una consonante estranea, ma nella grafia barese fa parte esclusivamente del gruppo consonantico “sc” (sck). Della lettera (k) ne parlerò in un prossimo articolo. Una breve osservazione è sufficiente per chiarire l’eliminazione totale della j (i lunga). Ancora oggi noto nelle compilazioni di poesie e di qualche titolo di spettacoli in dialetto, come nei siti web che trattano la grafia dialettale barese, usare la j (i lunga). Alfredo Giovine, in un interessante intervento fatto sul “Giornale Pugliese” del 20 luglio 1963 spiegò a chiare lettere di eliminare tutti quei segni che non vi sono nella lingua italiana o che siano disusati e fece l’esempio della j (i lunga): «…va decisamente eliminata, tanto più che qualche scrittore, non conosce il suo valore di semiconsonante e l’adopera anche in modo vocalico dandogli una funzione che la (j) non ha. E a tal proposito dirò che qualche volta ho notato che la (j) è stata dialettizzata, mentre si sa bene che tale figura poetica, si può verificare solo con vocali nel mezzo di vera vocale, altrimenti si avrebbe una falsa dieresi. Soltanto in passato la (j) aveva funzione vocalica, ma essa era posta in finale di parola per rappresentare due (i); es. Principio – principj». Quindi la regola di non utilizzare la“j” (i lunga) nella grafia dialettale è categorica, non è altro che un segno alfabetico, che non costituisce una lettera a sé, ma è una variante grafica della «i»; soprattutto non ha mai funzione vocalica. Ancora Giovine: «Non pochi scrittori usano (j lunga) senza giustificato motivo, anzi, non sapendo che (j lunga) ha funzione consonantica (o semiconsonantica), la usano in posizione tonica: “lardjidde”: lardo fresco; “cappjidde”: cappello. Poiché, l’accento tonico cade sempre su una vocale e mai su una consonante o parente di questa (semiconsonante) è evidente l’incongruenza di tale uso. Chi sostiene in italiano l’uso della (j) dovrebbe scrivere jemale, Jacomo, librajo. Ciò che non farà certamente perché sappiamo che le parole precedenti si scriveranno iemale, Giacomo, libraio anche da chi parteggia per la semiconsonante che vogliamo bandire dal barese. Leopardi al Brighenti nella lettera del 5 dicembre 1823, così si esprimeva: “ Non si usino J lunghi né minuscoli né maiuscoli, in nessun luogo né dell’italiano né de’ passi latini”. E in un’altra lettera diretta all’editore Stella condanna “quella lettera come inutile”. Nelle stampe tarde del Manzoni: la j non appare più. Avversi alla j si dichiarano il Puoti, il Gioberti, il Carena. - 3 - La j è in forte regresso dice il Migliorini (Storia della Lingua Italiana, Sansoni, Firenze, 1961). “La Crusca”, che l’ha abolita sia all’inizio che all’interno di parola (iattura, gennaio), l’adopera invece nei plurali dei nomi in “io” (studj) e un certo numero di studiosi la seguono (D’Ancona, Monaci). Altri si attengono a criteri diversi: il Mestica, per es. scrive ‘gennajo’, ma ‘studii’. Gli avversari della j non mancano di attaccarla, anche con colpi mancini: “L’uso della j cominciò tanto o quanto colla venuta degli stranieri in Italia, con l’uscita degli stranieri pare che vada cessando (Petrocchi, Diz. s.v.)”; (...) “qualcuno tuttavia la difende non senza buoni argomenti; ma in complesso anche quelli che ritengono non ragionevole questa eliminazione accettano l’opinione dei più” (così appunto si esprime la grammatica del Morandi e Cappuccini). Il Malagoli, nell’eccellente volumetto sull’Ortoepìa e Ortografia italiana moderna (2ª ed. Milano, 1912, pp. 26.27), è incline all’ ‘i’, e si lagna solo della scarsa coerenza di molti. Ora diciamo noi qualcosa in proposito: anche la Crusca si regolò male, quando l’adoprò nei plurali dei nomi in ‘io’ (studj) perché se la j ha valore di semiconsonante come può mai rappresentare le vocali?». Aggiungo, per rafforzare quanto detto sopra, la (j) pure nell’alfabeto fonetico è un segno estraneo sia consultando il “Dizionario D’Ortografia e di Pronunzia” a cura di Bruno Migliorini, Carlo Tagliavini, Piero Fiorelli, Edizioni Rai, Torino 1981, 2ª edizione pagg. XVII-XVIII-XXIV, sia il “Vocabolario della Lingua Italiana” a cura dell’Istituto Enciclopedia Italiana Giovanni Treccani, Roma 1986, vol. 1 pagg. XXXIII-XXXIV e nel vol. 2 pag. 1019 alla consonante ‘J’: “Segno alfabetico, che non costituisce una lettera a sé dell’alfabeto latino o italiano, ma è una variante grafica della i, introdotta nella scrittura latina medievale come forma allungata in basso di i, I: la minuscola come variante di i dopo altre lettere con aste verticali (i, m, n, u) e spec. in fine di parola o di numero (iudicij, xiij), la maiuscola come variante di I in posizione iniziale. Soltanto dal sec. 16° j fu adottato per indicare la funzione consonantica o semiconsonantica; e mentre in altre lingue indicò e indica suoni nettamente differenziati da i, e cioè <∫> in francese, <ğ> in inglese, <kh> in spagnolo, ecc., l’italiano lo adoperò con due funzioni diverse: tra vocali, o l’inizio di parola davanti ad altra vocale, per indicare il valore semiconsonantico dell’i (per es. jeri, pajo), rappresentato peraltro dal semplice i in ogni altra posizione (per es. fiore, coppia); in fine di parola, come terminazione del plurale dei nomi in –io atono (per es. beccaj, varj: residuo evidente della più antica grafia, ital. e lat., varij), non per indicare un suono diverso dal comune i vocale, ma solo per evitare ipotetiche confusioni con altre parole (per es. beccai pass. rem. di beccare, vari plur. di varo). Tanto nella prima quanto nella seconda funzione, l’uso dell’j in parole italiane è quasi interamente scomparso tra la seconda metà del sec. 19° e la prima del 20°; è tuttora conservato ufficialmente nella scrittura d’un certo numero di cognomi (per es. Jaja, Ojetti, Pistoj, tali essendo le forme registrate dagli uffici anagrafici) e di nomi propri in genere (per es. Ajaccio, l’Aja), mentre si hanno oscillazioni, con preferenze personali e senza criterio fisso, per la semiconsonante iniziale di nomi propri quali Jacopo, Jonio, Jugoslavia, o comuni quali junior, juta (rari ormai o quasi scomparsi jettatura, jodio)”. Nella “Grammatica Italiana” (seconda edizione migliorata, ottava ristampa) di Salvatore Battaglia e Vincenzo Pernicone, Loescher Editore, Torino, 1980 pagg. 36-37, evidenzia la netta eliminazione e qual era la giusta posizione della consonante straniera in questione: “La lettera j (si chiama j lunga) era un tempo in uso nella nostra ortografia con - 4 - il valore di semiconsonante (come in jeri, jattanza, ecc.; e si suole scrivere ancora in Jacopo, Jacopone, Jolanda, ecc.); si usava per rendere con una sola lettera i plurali in –ii (gli studj, i principj, ecc.) e s’incontra tuttora in qualche cognome (lo scrittore Rajberti, Ugo Ojetti, il filologo Pio Rajna, ecc.) Nel latino aveva questa funzione semiconsonantica, che in italiano ha dato il suono gi (jam – già, justitia –giustizia, judicem – giudice, juvare – giovare, juvenis – giovane, ecc.). Così suona nelle lingue francese e inglese (giarrettiera deriva dal francese «jarretière», bigiotteria da «bijouterie», giurì dall’inglese «jury», pigiama da «pyjamas», ecc.); e si veda qualche altra parola diffusa in italiano: jazz (abbreviato da jazzband, pron. gèzzbènd: orchestra e musica di tipo americano; jockey (pron. giòche: fantino nelle corse ippiche); jolly (pron. giòli: carta da gioco di speciale valore), ecc.”. In più, la “Carta dei dialetti italiani” fondata dall’esimio professor Oronzo Parlangèli (massimo studioso di linguistica e dialettologia, pugliese della città di Novoli, titolare delle cattedre di Glottologia nelle Università di Messina e Bari), prematuramente scomparso il 1° ottobre 1969 all’età di 46 anni. Termino citando un passo dei lessicografi Fernando Palazzi e Gianfranco Folena: «…oggi il plurale dei nomi terminanti al singolare in io non accentato si fa normalmente con la terminazione i (una i sola), e perciò anche l’uso della j, invece delle due i è scomparso; e quand’anche si debba usare le due i, per evitare equivoci, si preferisce mettere le due i piuttosto che usare la j, essendo ormai estranea all’ortografia italiana». In dialetto barese d’uso corrente, dunque, la (j) in nessun caso si adopera, per facilitare sempre più la scrittura e la lettura perché in passato si sono verificati delle incomprensioni e confusioni nell’usarla sia all’inizio di parola “Jàrche” (Arco), meglio scrivere «Iàrche»; sia quando si sono pronunciati le seguenti grafie (ji) e (ij) al posto delle corrette «iì» «ìi». & L’ITALIANO E LE ALTRE LINGUE La i semiconsonante In una parola come Italia sono presenti due i, che si pronunciano in modo leggermente diverso. La prima - la i vocale - corrisponde al suono che troviamo in parole come Pisa, ticket, difficile, bitte, libre; la seconda – la i semiconsonante – corrisponde al suono che troviamo in parole come ieri, yes, hier, ja, viernes. La i vocale molto più frequente della i semiconsonante, quest’ultima è la i semiconsonante; quest’ultima è la i non accentata che precede una vocale accentata: siàmo, piède, piòve. fiùme. La grafia italiana non fa differenza fra i vocale e i semiconsonante e rappresenta entrambe con la lettera i: ma in alcuni nomi di luogo, in alcuni nomi propri e in alcuni cognomi la i semiconsonante è rappresentata dal grafema j, mentre in molte parole straniere adoperate in italiano essa è rappresentata dal grafema y. (Libro: Grammatica di riferimento dell’italiano contemporaneo, Giuseppe Patota, Garzanti Linguistica, Novara, 2006). La consonante (k) La lettera «k», (suono gutturale o duro) in dialetto barese non si usa mai in posizione iniziale, nel corpo e a fine del vocabolo, contrariamente a quanto riportato in diversi libri, in alcuni siti baresi e in titoli di farse, scrivendo cane (cane); che (che); core (cuore); case (casa); canàte (cognato); cudde (quello); capafrèscke (persona irresponsabile); capacàlde (testa calda), varche (barca); zùcchere o zuccre (zucchero), con la (k): kane, ke, kore, kase, kanàte, kudde, kapafresck, kapakalde, varke, zukkere. Nella grammatica barese la «k» fa parte esclusivamente del gruppo consonantico (sc) “sck” per distinguere e pronunciare diversamente dagli altri segni (sch), (sca), (scu). Es.: sckeppètte (fucile a canna corta); schepètte (spazzola); sckande (spavento); scarpe (scarpa); sckute (sputo); scuà (scolare). Dal libro «Il dialetto di Bari» di Alfredo e Felice Giovine, riporto un breve elenco di lemmi scritti con l’iniziale trigramma (sck) e loro derivati in barese. Sckaffà (ficcare con forza); sckaffe (schiaffo); sckamà (gridare per il dolore, l’urlare del cane); sckanatìidde (piccolo pezzo di pane casalingo che si dava, come compenso, al fornaio portatore a domicilio); sckandà (spaventare); sckarde (scheggia di legno); sckartullàte (uomo insignificante); sckattà (scoppiare); sckattìgghie (modo di fare a dispetto); sckume (spuma); sckemà (schiumare); sckène (schiena); sckenìidde (scansafatiche); sckiètte (schietto); scketùre (saliva); sckìfe (schifo); sckìffe (è difficilmente traducibile perché ha non pochi significati (ganzo, quel coso, ecc.); sckìve (schivo); sckolle (cravatta, sciarpa per uomo); sckosce (bruscolo); sckriàte (frusta). Esempi del gruppo consonantico (sck) inserito a fine parola: frèscke (fresca); frìscke (fresco e fischio: il fresco fa u ffrìscke); renfresckà (rinfrescare); frùsckue (animale, in senso figurato: poco di buono); croscke (combriccola, banda); muscke (omero) mètte u muscke a la rote (mettere l’omero sotto la ruota); màsckre (maschera); mescìscke (carna salata conservata); fèscke (paniere di giunco). Terminano pure in (-scke) quasi tutti i verbi di 4ª coniugazione (ferì) alla prima persona singolare dell’indicativo presente e altri verbi della 1ª coniugazione che hanno la desinenza in (-scke) e in (-che). Es.: abbellì (abbellire) = iì abbellìscke e abbellìsceche; marcì (marcire) = iì marcìscke e marcìsceche; iì canòscke (io conosco); iì pezzechèscke (io pesco) (1ª coniug.: pezzecà “pescare”); iì tremuèscke e trèmeche (io tremo) (1ª coniug.: tremuà “tremare”). (Libro: Il Dialetto di Bari, Alfredo e Felice Giovine, Edizioni Giuseppe Laterza, Bari, 2005).
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