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L’occhio magico di Angelo Saponara Stampa E-mail
Scritto da Francesco Giannoccaro   
lunedì, 24 novembre 2008 13:49

L’occhio magico di Angelo Saponara


di Francesco Giannoccaro





C’è un bramino dalla lunga barba bianca, senza folle al seguito, che da quasi mezzo secolo va girando in lungo e in largo la province del sud, con il suo occhio magico e una sacca carica di colori,
umori, sapori che di più non si può. È depositario di un nirvana popolare e ben riconoscibile che vola
così basso da sfiorare campanili e scompaginare stormi, per planare poi su pianure, mari, piazze.
Il suo seminario di pensosi e pazienti appostamenti, alla ricerca inappagata di piccoli scorci come
di orizzonti, di luci e penombre, albe e controre è approdato, in un tempo misurabile con la sua stessa
vita, al sacerdozio dell’immagine, naturalmente, come una fiorita pubertà in un adolescente, lontano da investiture sacrali. Di questa vocazione profonda gli sono testimoni la terra e il cielo con i quali
continua tuttora il suo dialogo inesausto.
Non c’è angolo di queste contrade battute da tutti i venti, attraversate da pellegrini e orde,
benedette da santi e sconsacrate da briganti che Angelo Saponara non conosca, fermando l’attimo
fuggente sulla retina del suo obiettivo, lui che ha saputo dare calore al colore.
Affondare le mani nella sua valigia dai mille fondi è come rivoltare a un tempo la nostra memoria:
le epoche degli uomini e delle cose si susseguono come in un album di famiglia affollatissimo. Lasciamo
allora che l’occhio e la mente intercettino, attraverso la sagra delle immagini, i calendari di casa nostra
con i suoi appuntamenti devozionali, i tempi della terra e dei suoi frutti, le scadenze del buon Dio e
proviamo a sognare.
Le foto di allora e di oggi hanno pareggiato i tempi e si offrono con la stessa freschezza: non
imposture tecniche, effetti artificiali, non l’eresia del digitale. Solo la luce del cielo e, talora, i colori del
creato che il nostro caro artista – perché ci è davvero caro – riscrive con la grafia e lo stesso corpo di
sempre. Qua e là, sulla carta seppiata, alcuni inserti dei suoi colori che con zelo di miniaturista Angelo ha
voluto donarsi e donarci.
Proviamo dunque ad attraversare il suo mondo magico operando dei semplici campionamenti, uno
per ogni vocale, sulle dita di una mano. Ci sembrerà così di sentire ancora più vicino e più nostro
quell’universo tanto grande che sembra così piccolo da potersi incorniciare nel luogo più riposto di noi
stessi.
A come Attesa. È con l’attesa che la nostra gente ha imparato a misurare il tempo senza ansia del
divenire. La stessa che si corica sulle pietre dilavate o glorificate dai fregi, che scava e trasforma i profili
degli uomini e delle bestie. Un’attesa che come in un Deserto dei Tartari si consuma in se stessa. Angelo
Saponara conosce bene questo sottile piacere popolare che può a sua volta trasformarsi in tormento e
che viene tramandato insieme al podere e alla dote. Quell’attesa la leggi nell’interminabile galleria di
volti, scolpita nelle fronti, incassata nelle orbite, e senti che non avrà mai fine. Rimanda solo ad altra
attesa. Ci sono attese di un giorno e di una vita e saranno il fardello per chi verrà dopo. Ma l’attesa può
– e deve – richiamare alla speranza, che ti lievita dentro a fuoco lento fino a consumarti, che non sai
bene cosa sia e di che, ma la cui esistenza già ti basta per campare.
E come Emozione. Saponara ha operato una scelta di campo netta privilegiando l’emozione per la
rimozione. E già per questo gli dobbiamo tanto. Un’emozione sempre nuova – e rinnovata – anche se
antica, che ha bisogno di un nonnulla per sopravvivere ai tempi, che si nutre di poca acqua e di
altrettanto pane. Che abita le periferie, che si posa su tratturi e pareti, s’intrattiene sui tavoli del tressette,
si fa le sue processioni coi santi di cartapesta. Quest’emozione, pur richiamando alle radici, non indulge,
per vocazione, a nostalgie improduttive e non guarda indietro per paura del domani, ma è, piuttosto,
scommessa per il domani, come una forza aggiunta per meglio capire, pensare, agire.
I come Infinito. L’arte del nostro amico accetta il confronto con l’infinito, che se per un verso
annichilisce il particolare, dall’altro lo esalta, lo fa sentire più vero. Non occorre, d’altronde, scomodare
Jung per ribadire che l’essere umano è sempre stato animato dal senso d’infinito. Il mondo di Angelo
Saponara s’inscrive in un pezzo d’infinito, piccolo quanto si vuole, ma vivo. Ognuna delle sue
fotografie ne trattiene per sé un po’. Come non avvertire l’infinito sullo sfondo di una transumanza o di
una pietraia deserta? Come non registrare lo stesso infinito nel montare di una burrasca sull’orizzonte o
nella spuma di una mareggiata? Così nelle cose e nei gesti di tutti i giorni, quella quotidianità iscritta in
un progetto superiore, di un Grande Padre o di un grande nulla, come si crede , che l’artista acutamente
osserva, registra, testimonia.
O come Odore. Può una fotografia intercettare uno dei sensi, il più ruffiano, come l’olfatto?
Pensiamo di sì. Le immagini dell’artista rimandano ad odori riconosciuti, forti, sia mutuati dalla natura,
metti quello selvatico della pioggia, o l’altro penetrante della pula e dello scoglio, che rubati alle sporte
stese al sole, per la complice convivenza di fichi squartati, mandorle, funghi. Quegli odori veri che
attraversano i muri dei sottani dove si perpetua il trionfo degli impiccati: trecce d’agli, grappoli di
pomodori, dove è difficile resistere all’assalto odoroso del peperone. Un odore per ogni luogo ed ogni
stagione, per chi ha voglia di sentire.
Portare l’odore con onore, ecco uno dei comandamenti di Angelo, a riprova che il vedere e il sentire
sono coniugazioni – perché coniugati – del verbo vivere.
U come Ulivo. E si chiude sempre con il primo della classe: il re. Ma chiamiamolo pure padre,
nume tutelare, monumento insigne. Per tutti noi e per il nostro artista, naturalmente, che ha fissato,
lungo il corso degli anni, il trionfo delle chiome e dei suoi frutti, le rughe dei tronchi e le ferite, la
stagione dei primi germogli e l’appressarsi di una fine, lunga, estenuante. Aggiungi poi che come un
novello Cesare, anche il padre ulivo ha conosciuto la mano omicida del figlio che per una borsa di
denari – e senza alcuna gloria – ne ha reciso le radici per traslocarlo in qualche giardino d’inverno, in
una terra sconosciuta, come in ogni esilio che si rispetti.
Ecco un’altra parola non compresa nelle vocali, il Dolore, con il quale, si voglia o no, ci tocca fare i
conti. Angelo sa cogliere nell’ulivo, in un estremo gesto sacrale, quello che uno dei nostri migliori poeti
chiamerebbe La festa del dolore. Una festa, s’intende, non compresa nei calendari, che si compie
quotidianamente, nel silenzio e per lo più nell’indifferenza, senza neanche il lamento funebre delle
nostre donne in nero.


Fonte: Rivista Culturale Incontri
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