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Ferdinando II, ultimi giorni a Bari Stampa E-mail
Scritto da Ubaldo Sterlicchio   
venerdì, 22 maggio 2009 17:29
Pubblichiamo le note a seguire, cortesemente giunteci dal capitano Alessandro Romano. Pagine interessanti per la città di Bari...


Si riportano alcuni passi, liberamente tratti dalla

Biografia di Ferdinando II – Il re Bomba – di Giuseppe Campolieti.


Re Ferdinando era giocoso e la sorte – piuttosto crudele in verità – gli giocò un brutto tiro: volle che si mettesse a letto (per non alzarsi mai più) in un palazzo murattiano (in Bari, l'attuale palazzo della Prefettura...sg), e che fosse impossibilitato ad assistere alle grandi feste per il matrimonio tra l’amato Lasa o Lasagniello e l’affascinante Maria Sofia; cerimonia per la quale si era avventurato in questo disastrosissimo viaggio, un delirio di ghiaccio, cattiva salute e tempeste di neve.

Pur afflitto da un male che rimaneva misterioso, il re continuava a tenere le redini della situazione, quanto meno sotto l’aspetto del cerimoniale e degli onori che si dovevano all’augusta fanciulla che stava per entrare in famiglia. E s’interessò in particolar modo dei quadri di scorta e di manovra. Di conseguenza, per ordine del re, arrivarono a Bari alcune compagnie di granatieri della Guardia reale, due squadroni di dragoni di cui lo sposo indossava la sgargiante uniforme, e ancora cacciatori e guardie a cavallo.

Nella capitale delle Puglie il sovrano fece sforzi eroici per non compromettere il programma delle cerimonie e per non deludere la folla plaudente. Si presentò un momento al balcone per rispondere alle acclamazioni della piazza; e fu l’ultimo sforzo fatto in piedi.

La sofferenza fisica aveva risvegliato nell’animo del re vecchi fantasmi e gli provocava nuovamente le alterazioni di coscienza in cui storici interessati hanno voluto vedere rozzezza d’animo o superstizione plebea.

«Me l’hanno jettate! Me l’hanno jettate, ‘a malasciorte!» Era la voce alterata, stridula, il refrain senza soste e senza riposo che riempiva giornate e nottate del povero sovrano di Napoli. La lamentazione di lui era diventata un rosario di dolore, di sfogo, di risentimento, di preghiera, di sollievo e di paura, di appello disperato e di sconsolata rassegnazione. Con ritmo martellante si accompagnava ai battiti di un grosso orologio francese, che gli avevano messo in camera non si sa per quale necessità, e allo stillare inesorabile delle ore che non finivano mai. Accanto al letto, sulla sedia imbottita da cui non si muoveva più, la regina recitava sequele di Gloria e Ave Maria che erano un secondo strumento del tempo implacabile, dell’insondabile infinito colmo di sofferenza senza spiragli. Lei si staccava da quel posto solo per bisogni essenziali, per avvicinare il bicchiere d’acqua alle labbra aride dell’ammalato.

Talvolta il re si assopiva, ronfava impercettibilmente e, nello stanzone, entrava una larva di brusio esterno, un lontano raglio d’asino, un remoto tocco di campana. Tal’altra sollevava appena le palpebre, sul faccione terreo, barbuto, devastato dalla malattia; schiudeva le labbra per articolare qualche parola, per domandare notizie. Poi tornava la coltre dell’attesa senza alcuna speranza. Se irrompevano i principi, gli sposi, un addetto ai servizi, un religioso, la regina correva rapida a far da barriera, in modo che il dormiveglia querulo dell’infermo non venisse interrotto. Una mattina era giunto da Napoli don Popò, il conte di Siracusa, ed era rimasto inchiodato al letto, allibito. Aveva guardato il disgraziato fratello, che giaceva sopra una montagna di cuscini, per balbettare: «‘O frate mio è chiù muorto ca vivo...».

Subito la vulgata politica, che andava per bocche e per salotti, e si rifletteva nei pettegoli fogli liberali, aveva tessuto la solita notizia di pura fantasia: don Popò, spirito progressista, si sarebbe precipitato a Bari perché il suo sciagurato fratello non cadesse nella trappola degli arciduchi austriaci; un patto offensivo-difensivo contro le Potenze illuminate che sostenevano il diritto dei popoli. E del resto la politica politicante non si commuoveva affatto di fronte alla malattia del “nemico” re Bomba. Anzi.

Gli esuli napoletani, foraggiati con fondi in arrivo dall’Inghilterra, pur tra polemiche e accuse reciproche, rientravano in Italia ed eleggevano per sede Torino (divenuta, all’epoca, centrale logistica ed operativa del terrorismo internazionale, n.d.r.). Qui, sotto l’ala di Cavour – che simile a un avvoltoio appollaiato sull’albero attendeva che Ferdinando tirasse le cuoia – e giurando fedeltà al monarca Savoia, auspicavano anch’essi agonia e morte della patria del Sud. Secondo un accordo segreto, dopo aver mercanteggiato il matrimonio della figlia Clotilde col corrotto Plon-Plon Napoleone, Vittorio Emanuele II dichiarava di non essere insensibile al “grido di dolore” che gli proveniva da quelle parti. E s’intende che il “grido” non era quello del sofferente Ferdinando.

Nel corpo del Borbone il male avanzava sul serio. Lasciato solo a combattere contro gli attacchi del morbo misterioso, senza rimedi o analgesici che allora non esistevano, lui era ridotto a terreno di dolore vivo, lacerante. La bestia della malattia mordeva, dilaniava le carni, sminuzzava ferocemente i nervi, stravolgeva la coscienza dell’uomo messo a nudo. Gli urli autentici di Ferdinando, certi giorni, certe notti, rimbombavano per i saloni del tozzo edificio murattiano, fendevano le pareti, terrorizzavano gli ospiti che, discretamente, si dileguavano dalla scena. Chi doveva restare si turava le orecchie, rimaneva terrorizzato, pregava, o semplicemente piangeva; come la regina, come il tenero sposo Francesco.

I medici latitavano. Per alcuni giorni, di quel mese di calvario, si nascosero, diradarono le visite: i loro impacchi di farina di lino, i loro revulsivi, salassi, vescicanti, unguenti e pozioni disgustose di invenzione medievale non avevano allontanato, neppure di un millimetro, il male misterioso. Al contrario, questo male che si era impadronito del corpo fiorente e grasso di re Ferdinando aveva nidificato nel suo inguine destro, vi aveva scavato una nicchia bella gonfia di carne marcia; e, stando alle ultime auscultazioni, dalla regione che i sanitari definivano elegantemente “ileo-femorale destra” aveva strisciato per sentieri nascosti, sino a raggiungere nientemeno che “il pulmone sinistro”, per stabilirvi una seconda fossa o piaga.

Là dove la scienza umana non ha potere può discendere liberatrice la fiammeggiante spada divina. Mentre il dottor Ramaglia, il dottor Rosati, il dottor Leone chiamato da Lecce, e il cerusico dottor Longo si ritiravano per consultarsi e disquisire, ecco che il buon arcivescovo, il confessore monsignor Caprioli, e padre Lodovico da Casoria in punta di piedi subentravano con il balsamo dell’orazione cristiana, le prospettive sempre più probabili del mondo di là, dove tutto è vero e tutto è definitivo. Per suo espresso desiderio, il re ebbe sul comodino, sui tavoli intorno coperti da tappeti, sull’altarino in fondo appositamente montato con tovaglia, candele e Crocifisso, una foresta di immagini sacre, statue di gesso di Sant’Antonio e San Giuseppe, scapolari dei santuari napoletani, San Gennaro vestito da vescovo accanto a San Giuseppe da Copertino che miracolosamente si librava fra le nuvole. Un giorno farfugliava qualcosa, poi si chiarì: «Fatemi avere manna di San Nicola e lumino acceso per la Madonna di Capurso».

Però la sua passione devota era l’Immacolata Concezione, dipinta con i piedi che schiacciavano il serpente e una corona di putti intorno. «Mamma Celeste, Madre di Dio!» invocava a voce alta, quando la belva mordeva più ferocemente. «Mamma, poni fine ai miei tormenti e chiamami a te, ai tuoi piedi! Mamma, non ne posso più, liberami per sempre!»

Fuori da quella casa della sofferenza, nel tripudio della festa che continuava, la gente costruiva ancora per le strade archi di trionfo, sui larghi balconi meridionali si aggiustavano toselli, ossia altarini con drappi di damasco, coperte e merletti, ritratti del re ornati di lamparielli, giganteschi “Viva Ferdinando II”; e Trani gareggiava con Bitonto, Bitonto con Bari, nella speranza un po’ folle che il sovrano non tornasse mai più a Napoli. Ma quel sovrano-martire, nel chiuso d’uno stanzone d’angolo, nell’edificio murattiano, invocava la morte. Dentro il manto delle tenebre notturne, appena rischiarate dai lumini ad olio, davanti all’immagine della Vergine; nel clima sacro che aveva spazzato via i medicaciucci, riaffluivano per lo spirito oppresso del re fantasmi e incubi, e la persuasione che la perfida baionetta di Agesilao Milano, più la polverina nella minestra del vescovo Caputo, ad Ariano, stessero ora liberando tutta la loro carica venefica.

Al mattino il re tornava ad assopirsi un po’, stremato dalla lotta con visioni e ossessioni. Quando glielo permettevano, la nuvola di gioventù che era Maria Sofia entrava dietro il suo sposo, veniva a far visita; e l’infermo l’abbracciava piangendo, aspirandone la fragranza che sapeva d’uno strano elisir.

Oltre la porta in fondo, dietro i séparé i medici continuavano a parlottare, tra loro oppure con il principe Francesco e con la regina. «Napoli gli sarà di sollievo, a Caserta ritroverà aria di casa a si sentirà meglio» conveniva lei «e quei piezze’ ‘e core dei figli più piccoli hanno bisogno di noi, e noi di loro. Specie il re!»

E il 7 marzo, dopo che sopra una lettiga a tendine tirate venne fatto uscire dall’intendenza barese, il re raggiunse il Fulminante, col codazzo di parenti che montarono in carrozza in abito d’occasione, cioè in abiti scuri. Il flash mentale, che colpì tutti, fu anticipato dal re stesso, apertis verbis, nel suo esprit ormai macabro: «Ecco, la vedete?» disse rivolto al sindaco e alle altre autorità venute a prender commiato. «E’ l’anticamera delle esequie e della mia tomba».

La navigazione durò cinquanta ore e, per fortuna, non incontrò mare grosso, neppure nello stretto di Messina. Ai due marinai di Santa Lucia, Raffaele e Vincenzo Criscuolo, padre e figlio, persone fedelissime, che stavano a vegliarlo ininterrottamente, disse accennando all’Etna: «Ccà so’ nato, guaglù, e ccà i miei nemici balleranno, com’ ‘e sùrece quanne ‘a gatt’ è morta».

Da Resina, dove sbarcò, il re infermo fu ricondotto con un treno speciale, all’amata reggia di Caserta.

Al gruppo dei medici curanti si aggiunse il Trinchera, il più famoso. Ormai l’intervento era deciso e – per malasorte – questo “bisturi d’oro” sbagliò il punto dell’incisione: tra le urla inumane del paziente, dovettero bloccare l’emorragia alla meglio, suturare, fasciare e lasciare che lo sventurato sovrano rimanesse a riposo diversi giorni. Quindi tornarono alla carica. E allora dal femore messo allo scoperto sgorgò pus in abbondanza. I camicioni bianchi erano sudati e soddisfatti, ma s’illusero. Tempo cinque giorni, e l’infezione purulenta si manifestò di nuovo in varie parti del corpo e – come abbiamo anticipato – attaccò persino il polmone. Nonostante ciò, il paziente resisteva; anzi, alcune notizie di politica, irritanti per lui, pareva gli avessero restituito la carica. Nei giorni seguenti volle i ministri al capezzale, discusse gli affari di Stato rimasti in sospeso e tra un gemito e l’altro per i dolori, firmò editti e decreti, anche di ordinaria amministrazione.

A Caserta tutto era tornato grandioso, dopo la prigionia nel piatto stanzone dell’intendenza di Bari. Qui l’altezza vertiginosa del soffitto con dipinta l’allegoria della Fecondità, il prezioso arredo di stucchi, specchiere, mobilia, letto sontuoso, finivano per rendere solenne anche l’agonia. Allorché le corde vocali del malato riconquistavano perdute sonorità, i presenti avvertivano soprassalti di cuore: Ferdinando resuscitava? Il volto ovale, indurito della regina (ormai statua di una mater dolorosa) si spianava d’improvviso, si cibava d’improbabile speranza; e l’ultima acquisto di famiglia, la colombella bavarese che irrompeva coi suoi piedini senza peso, e le acconciature vaporose che ne incorniciavano il volto nobile dagli occhi che erano perle nere, l’armoniosa linea delle spalle e del seno, entrava a salutare il suocero (un attimo!) e poi volava via. Prati, boschi, peschiere, cascate, panorami a perdita d’occhio – nella sconfinata reggia casertana – l’accoglievano come amazzone abitatrice di luoghi incantati.

All’interno, nel solenne piano nobile della reggia, a destra guardando la facciata, nella “Stanza da letto del re”, magnificenze e figurazioni allegoriche non bastavano per diradare l’atmosfera di morte, di trapasso religiosamente guidato e auspicato, ormai stagnante da giorni dentro i tendaggi chiusi. Ronzavano intorno frati, preti, suore, prelati, familiari, medici in secondo piano, cautissimi valletti incaricati di accendere e spegnere candele, portare improbabili generi di sollievo per il morente, rimuovere immagini sacre e pii talismani che traboccavano da tavoli e comodini.

«Mi sento morire, desidero il Santissimo Sacramento...» disse il re.

Sollecito, onnipresente, monsignor Gallo – ufficiale rogante per l’aldilà – arrivò subito col calice d’oro, prelevò l’ostia, tutti si genuflessero e segnarono; il re fu soddisfatto. Al punto che ebbe una ripresa, parlò forzando la strozza, chiamò i fratelli, conte d’Aquila e conte di Trapani e disse loro: «Luigì, lo sai che ti raccomando: la nostra splendida flotta... Francesco mio, mi dispiace per il peso che ti do. Ti raccomando la cura dell’esercito, il migliore... perdonatemi tutti quanti!»

I medici capirono che il loro compito, terreno e scientifico, era ormai terminato.

Gli almanacchi segnavano il 12 aprile 1859 ed, all’aprirsi della giornata, come primo atto re Ferdinando aveva voluto fare testamento in favore dell’Erede, alla presenza di sua moglie e dei suoi fratelli; e non dimenticò i servi più umili, i camerieri che avevano avuto cura di lui. E terminò dettando: «Raccomando ancora l’anima mia alla Trinità del Padre, Figliuolo e Spirito Santo, e fo’ firmare da coloro che sono stati presenti a questo atto». Aggiunse in calce la sua firma, con mano tremolante. Quindi chiese: «Perché non avete fatto entrare i generali Ischitella e Filangieri? A chi volete che affidi il mio Ciccillo?»

Questo intervento, con una netta dose di decisione, sorprese il giro dei congiunti che si attendevano la morte da un attimo all’altro. Sembrava un monito di Dio Padre, un rimprovero per quanti avevano messo il carro avanti ai buoi e dimenticavano che certi punti fatali e cruciali vengono stabiliti solo da Chi ha creato il mondo. Dallo stupore si passò al compiacimento. Dietro i due alti ufficiali fecero capolino il ministro Bianchini, il Carafa, un po’ di fauna delle segreterie che, assolutamente, volevano baciare la mano del sovrano e recitare il loro addio. E il re lo permise, incredibilmente; persino alle consorti dei vari addetti, in una sorta di ricevimento improvvisato. Ora parlava, con qualche pausa però a voce chiara e diceva: «Domando a tutti perdono del cattivo esempio che vi possa aver dato. Perdonatemi, e allegramente, allegramente! Il Signore e la Santissima Vergine aiuteranno... Perdonatemi... Addio, addio...»

Continuava a parlare, a rivolgersi a chi gli stava vicino, e rispondeva usando tono e garbo, sia pure venati di tristezza. I soliti audaci, nel vederlo così disponibile, gli riferivano di Cavour, dell’Austria che aveva dichiarato guerra al Piemonte e attraversato il Ticino, del granduca Popò che, coda tra le gambe, aveva abbandonato la Toscana. Anche le orecchie furono incredule, quando dalla bocca rinsecchita di Ferdinando uscì un «Coglione!» all’indirizzo del parente granduca. Teneva banco; sul letto di morte il re continuava a regnare e il ministro Carafa si fece coraggio e gli lesse i telegrammi provenienti dai plenipotenziari all’estero. D’improvviso s’infastidì e volle al capezzale il diletto Ciccillo-Lasa, cui le sorti delle Due Sicilie erano affidate e che si era tenuto in disparte, avvilito e piangente.

«Sappi distinguere i falsi dai veri nemici!» lo ammonì. «Molti dei quali tu vedi ora attorno al mio letto. Guardati dai rivoluzionari e non dare l’anima a nessuno, né al Piemonte e neppure all’Austria. Solo a Nostro Signore. E, se pure vorrai cambiare ministri, fallo; ma non tradire, mai, i buoni principî, la santa religione che sempre ci hanno fatto da guida...»

Era disfatto, tirò un sospiro e tacque.

Durò ancora un mese, Ferdinando, e nessuno se l’aspettava. Il giorno 13 maggio la solita serpe velenosa, che abilmente si era infiltrata nel Palazzo, sino a raggiungere il capezzale del re, portò l’amara notizia che Vittorio Emanuele di Savoia – quello del “grido di dolore” – si era incontrato a Genova col compare francese, l’imperatore. E sul cammino dei due sodali, come scrissero il Tayler e altri testimoni, «furono gettate rose, rose, e ancora rose».

Ma rose e gigli mortuari attendevano lo sconfitto Ferdinando. Il giorno 20 il dolore al polmone sinistro era diventato insopportabile; l’infermo era incapace di espettorare, e ciò malgrado era lucido. Appena trovata la forza di parlare, di emettere qualche flebile frase, si esprimeva con coerenza. Volle abbracciare tutti e accomiatarsi. Espresse anche qualche estrema motivazione sul perché aveva respinto la Corona d’Italia; per non conculcare i diritti di altri sovrani. «Lascio il Regno» disse «come l’ho ereditato dai miei Avi e di ciò ringrazio Iddio...»

La gola era strozzata; era una lotta tirar su un filo d’aria, e nella lotta gli occhi, ancora così vivi sulla maschera mortuaria del volto, venivano fuori dalle orbite ed erano spiritati.

Monsignor Gallo aveva già impartito l’Estrema Unzione, e i medici che continuavano a stazionare in fondo alla grande camera pregarono i principini di uscire. L’augusto infermo doveva trapassare senza imbarazzi, in perfetta dignità. Si era giunti al 22 maggio. Verso mezzogiorno cominciò l’agonia. Si alzarono le preghiere e i pianti.

Di colpo il morente spalancò gli occhi e disse, rivolto alla moglie: «Perché piangete? Pregherò per te, per i figli e fratelli, per il Papa, pregherò per tutti...» Stette lungamente in silenzio, afferrò con una mano il Crocifisso, e l’altra offrì al confessore che recitava preci. Un sorriso rischiarò improvvisamente il volto devastato. Cosa vedeva? Cosa sognava?

Ferdinando II spirò pochi minuti dopo l’una del 22 maggio 1859. Era alle soglie dei cinquant’anni.

Re Bomba era morto. Pace all’anima sua! Con la sua scomparsa, Ferdinando toglieva l’incomodo, agli impazienti progressisti locali e ai futuri padroni d’Europa. Ma con tale scomparsa – è bene ricordarlo – entravano irreversibilmente in agonia il regno del Sud e la sua luccicante capitale.




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