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Bari e gli altri: i popoli del mare
Nino Lavermicocca
Così piccola e così appetita! Solo la grande Venezia attrasse una folla di popoli più cosmopolita di Bari. Nessuno ha mancato di approdarvi, visitare, commerciare, occupare, governare. In principio furono gli Arcadi, secondo Dionigi di Alicarnasso, guidati da Enotrio e Peucezio, figli di Licaone re dell’ Arcadia nel XVIII secolo a.C., «17 generazioni prima della guerra di Troia»; poi fu la volta dei Cretesi, secondo Erodoto, i quali, dopo aver combattuto in Sicilia, furono sbattuti da una tempesta sulle coste del basso Adriatico (rapporti di commercio attestati dai ritrovamenti di ceramica "micenee" a Santa Scolastica) e poi, in pianta stabile, del misterioso popolo degli Iapigi (Elleni o Illiri?), che diede al paese il nome, altrettanto misterioso, di Iapugia (da cui in successione Iapudia, Apudia, Apulia). Plinio il Vecchio sostiene che Iapix figlio di Dedalo fosse il re del paese, e che il popolo abitante il territorio di Bari fosse nato dall'unione di dodici giovani (baresi?) con altrettante fanciulle illiriche (storie di ordinaria invasione!). Il nome arcaico nella città oscilla fra le origini greche e quelle illiriche: Ba'plov, Baris, Bau'plov, Varia, Beroes, ecc. col significato di barca, casa, depressione nel terreno. Più tardi si aggiungeranno il nome romano Barium, quello greco-bizantino di Bares, (Varis), quello arabo di al-Barùh! Una pleiade di nomi duttile, variegata e adatta a tutte le lingue. Si discute ancora perché alla prima colonizzazione ellenica-illira dell'epos, non sia seguita la seconda più concreta e vivace dei Greci di Atene, Corfù, Corinto, Rodi, magari in contrapposizione ai Laconi di Taranto, considerata la grande consuetudine commerciale della Peucezia proprio con questi centri di produzione (importazione di ceramiche e grandi vasi dipinti, armi, oreficerie prestigiose, bronzi, vetri, ambre, specchi, vasellame da mensa, da cucina, contenitori di vario genere in cambio di grano, olio, vino, schiavi). Fu invece Taranto a emergere ed attrarre nella sua orbita culturale anche i grandi centri peucezi dell'entroterra, da Ceglie a Rutigliano, Conversano, Monte Sannace, Gravina, Altamura, emarginando Bari, coinvolta comunque in guerre ed alleanze locali contro la colonia magno-greca. La conquista romana, dopo la disfatta di Pirro, portò alla scomparsa dell’ethnos peucezio e alla sua iscrizione, dopo la guerra sociale dell'89 a.C., nel distretto di voto della tribù Claudia a Roma. Bari era allora trilingue: sopravviveva il messapo, insieme al greco e al latino; non mancavano qualche egiziano, orientali in genere, rodioti, ciprioti. il marmoranio Nepos con officina a Bari, qui defunto, era originario di Bisanzio; Sinforos (un commerciante?) proveniva da Tralles in Caria (Turchia); una donna portava il nome raro di Appalena, figlia o moglie di Ammauru, un greco, come Aeliophon, Charia, Erotis. Bari fu romana fino alla metà del IV secolo d.C., quando cominciò ad entrare decisamente nell’orbita di Bisanzio. Per l'età delle invasioni barbariche la documentazione è assai scarsa; nonostante si trovasse al centro del teatro di guerra fra Bizantini e Goti fra 535 e 553 sulla Traiana da Brindisi a Canosa, non vi sono prove ne a favore ne contro una sua eventuale distruzione o devastazione (a qualche guasto potrebbe alludere il restauro del pavimento musivo della cattedrale promosso a spese di Timoteo, secondo le note incisioni conservate nel soccorpo). Un Alano (al seguito dei Goti) potrebbe aver dato il nome ad una piccola corte della città, corte Colagualano. Neppure l'invasione longobarda del 568 produsse danni significativi, poi che dalle lettere di Gregorio Magno (590-604) la città non è ricordata in crisi, come Canosa. Se nel 663 era già sede di una qualche magistratura longobarda, può essere stata saccheggiata nel corso della spedizione punitiva dell'imperatore bizantino Costante II, ma le sue truppe seguirono il tracciato interno dell'Appia da Taranto a Venosa e non quello della Traiana, che toccava Bari. Con l' occupazione longobarda si profila una lunga e stabile colonizzazione e acculturazione della città: usi e costumi longobardi, fra cui il celebre istituto del morgincap ("dono del mattino", devoluzione alla moglie di una parte dei beni del marito), nonché l'uso del Codice di leggi (Corpus iuris) di Rotari e Liutprando, perdureranno a Bari per tutto il Medioevo. La città per i Bizantini è la capitale stessa del thema (provincia) di Langobardia. Nomi e cognomi longobardi si diffondono nella lingua e nel dialetto barese; fra gli altri: Accardo, Berardi, Carducci, Cataldo, de Robertis, Grimaldi, Ranieri e fara, faida, arraffare, manigoldo, zazzera, milza, scranno, schiaffo, sguincio, ringhiera, gruppo, guanto e sciruecchie (scercue = oggetti in genere). L 'affermazione della città fra tardoantico e Medioevo sembra aver scatenato una vera e propria "caccia" a Bari; riescono ad occuparla gli Arabi (Barberi di Tunisia), secondo le testimonianze del cronista arabo al- Balàdhuri: <Il berbero Hablàh, mawla (= cliente) di al-Aghlab, emiro di Kairawan, assale la città chiamata Baruh, la cui popolazione è cristiana ma non bizantina e che si trova nella provincia detta la Gran Terra». Se ne impadronisce nell'847 il saraceno Khalfun con l'inganno, dando origine al trentennio dell'emirato arabo. La riconquista cristiana, il 3 febbraio dell'871, distrugge quanto gli emiri baresi avevano probabilmente costruito in città: una o più moschee, un palazzo fortificato, ricche dimore, strade principali (chari) e secondarie (garb), vicoli ciechi (sucaç;), che ancora connotano i tratti "islamici" nella città medievale, insieme ai notevolissimi e diffusi resti dell'artigianato artistico arabo nei bronzi, nelle sculture, nei mosaici, nelle decorazioni, nelle stoffe. Qualche cognome barese sembra ricordare quel periodo: Albaran, Dabbicco, Morisco, Bifaro, Barracane, Cafaro, Salatino, Moro, Saracino, Racano (ricamo), Ingami (moschea), Morabito (marabottini = monete), Salamanno, e nomi che riguardano i campi, il lavoro, piante, vestiti, cibi, quali noria, cifra, fustagno, taccuino, caraffa, dorsena, merletto (ragaridde). Dall'876 Bari è bizantina, vale a dire soggetta all'impero greco medievale prima come sede dello stratega del Tema di Langobardia e poi, dal 975, capitale del Catapanato d'Italia, con un funzionario di alto rango, civile e militare, che governa le tre province di Puglia, Basilicata, Calabria. È il periodo di maggior rilievo e splendore per Bari, dove si torna a parlare greco, che è frequentata da folle di mercanti e funzionari, e vede diffondersi chiese e monasteri greci, insieme alle ricche dimore aristocratiche bizantine. La sede del governo è nel kastro pretorio o palazzo dei Greci, nel luogo dove sorge ora la basilica di S. Nicola (Corte del Catapano). Bari, centro politico e militare, si afferma come grande centro religioso e di cultura (si producono icone, manoscritti, oggetti d'arte, oreficerie, sculture di grande pregio e bellezza). n dialetto conserva una grande quantità di parole greche: iusk (forte); kikkvàsce (civetta), scittusce (tartaruga), sète (melagrana), gràsta (vaso), tatarànne (nonno), pttée (bottega), chiachùne (fico secco), carteddàde (cestello), skòscia (scarda), kazzkùmm (capitombolo), quàndre (cantaro), chelùmme (fioroni), e cognomi quali La Vopa, Strambelli, Carrassi, Astarita, Poliseno, Amoruso, Rafaschieri, Basile, Straziota, Carofiglio, Caradonna, Martiradonna. Un vero profluvio di greco, ad insaputa degli studenti, che fa del dialetto barese una lingua colta ma distorta se non parlata, come si conviene, dalle anziane matriarche della città medievale. Lo splendore di Bari bizantina e mediterranea attrasse presto l’attenzione degli uomini del Nord, i Normanni, che si affrettarono a raggiungere quel miraggio di bellezza e opulenza, favoriti anche da forze (Impero occidentale, Papato) che spingevano ad allontanare i Bizantini dall'Italia meridionale, considerati alla stregua di usurpatori ed eretici. L 'incontro con la realtà politica pugliese, avvenne, com'è noto, a Monte Sant' Angelo in un appuntamento concordato con Melo da Bari intorno al 1010. Melo si incontrò con Gilbert Buatère e Osmond Drengot, probabilmente esuli in pellegrinaggio di espansione per aver ucciso nel loro paese Guillaume de Repostel e disonorato la figlia. I primi scontri armati con i Bizantini ebbero luogo ad Ascoli Satriano, Montescaglioso e, per due volte, nel terreno fatidico di Canne nel 1018. Alla lunga, i Normanni, risultarono vincitori e nel 1071 Roberto il Guiscardo poteva entrare in Bari capitale dopo un assedio di tre anni, ponendo le basi del Regno normanno meridionale. A Bari i Normanni vennero a contatto con una città cosmopolita, multietnica e multireligiosa, abitata da Latini, Greci, Armeni, Siriaci, Ciprioti, Ebrei, Italici, llliri, Dalmati, organizzati in piccole comunità fornite ciascuna del proprio luogo di culto, esperienza preziosa per la futura conquista dell'altrettanto cosmopolita Palermo, scelta come nuova capitale. Grande importanza ebbero a Bari almeno due comunità etniche: Ebrei ed Armeni. I primi vi si erano stabiliti probabilmente già dopo la distruzione di Gerusalemme ad opera di Adriano (secondo l'elogio di Bari contenuto nella cronaca ebraica del IX secolo detta Pesikta Rabbati) guidati dai loro dotti e sapienti capi, intorno ad una loro sinagoga, uno studio e nel quartiere loro assegnato, la ludeca, nell'area retrostante la cattedrale. Avevano anche delle proprie aree sepolcrali e "catacombe" ritrovate in corso Sicilia, via Omodeo, via Crisanzio (chiesa di Santa Croce), Carbonara-Ceglie. II luogo di una seconda sinagoga nella ludeca di Bari (via Sinagoga, già San Sabino) è stato recentemente identificato grazie al rinvenimento di una epigrafe ebraica tuttora incisa su una finestra dell'originario edificio di culto costruito intorno al 1312-13 «<questafinestra fu fatta l'anno Hadasah [1312-13] dono della Comunità, per mano dai Mosè da Troyes [o Treviri]»). Anche in questo caso una serie di cognomi baresi conservano vividamente il ricordo di quella brulicante umanità: Amodio, Iacobellis, De Benedictis, Bonadies, Dioguardi, Laudadio, Senodio, Mercoledisanto, De Giosa, ecc. L'etnia degli Armeni, composta soprattutto da funzionari e militari bizantini con le loro famiglie, era stanziata invece dell'area del pretorio bizantino, intorno alla chiesa di S. Gregorio l'Illuminatore, patrono degli Armeni, S. Giorgio degli Armeni, S. Bartolomeo e nelle campagne di Ceglie. Documenti ed atti notarili attestano con minuzia di particolari le loro vicende; persino uno dei rotoli di Exultet conservati nel Museo Diocesano, porta iscrizioni in armeno. Stretti sono i rapporti dell 'architettura e della scultura romanica pugliese con l' Armenia, così come il culto dei santi (Gregorio, Biagio, Matteo, Bartolomeo, Lazzaro, Onofrio, Andrea, Pancrazio) e l' onomastica (Suriano, Cucurachi, Autsnacci, Marzapane, Comite, Trevisani, Oliviero, Susca, Armenise, Pasanisi, Caccuri, Fosca). Un drammatico colpo di coda della loro storia, il genocidio operato dai Turchi nel 1920-22, ha portato nuovamente gli Armeni a Bari, guidati dal poeta e letterato Nrad Nazariantz, raccolti nel villaggio armeno Nor Arax (= nostra patria) in via Amendola, suggestiva testimonianza (purtroppo in abbandono) di un rapporto plurisecolare. Dopo i Normanni, dinastie e popoli si sono riversati a Bari in ondate successive, di cui è arduo, in questa sede, raccogliere testimonianze, anche brevi, e connessioni con la vita barese, pure attestate da cognomi, mestieri, arti, provenienza, documenti e funzioni: Svevi, Angioini, Aragonesi, Milanesi al seguito degli Sforza, Spagnoli, Francesi al seguito di G. Murat, e poi ancora Fiorentini, Veneti, Amalfitani, Genovesi, Aretini, Ferraresi, Alemanni, Svizzeri, Piemontesi, Russi (contatti frequenti soprattutto per i pellegrinaggi a S. Nicola e alla loro chiesa nazionale - la chiesa russa – dedicata anch'essa al Santo di Mira), miri, Dalmati, che hanno lasciato una traccia nell'accogliente dimora della Bari medievale, tanto nelle dedicazioni delle chiese, quanto nei caratteristici cognomi, o in un 'usanza particolare, un dolce, un alimento (le sgagliozze ad esempio, discendenti dalla veneta polenta), un proverbio o nei soprannomi, diffusi questi ultimi in abbondanza nella città medievale fino a costituire una allegra colonia tutta particolare (Bellomo, Belviso, Losurdo, Lorusso, Lomuto, Crudo, Caporusso, Dentamaro, Bonomo, Bonadonna, Cece, Centomani, Faccilongo), con lumeggiature di difetti e parti anatomiche non del tutto ortodosse! Anche l’ironia e la solidale partecipazione alle vicende della vita in comune erano (e sono) un tratto evidente della più folta etnia fortunatamente viva tuttora nella città medievale: i Baresi.
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