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Bari e gli altri: i popoli del mare Stampa E-mail
Scritto da Nino Lavermicocca   
venerdì, 12 giugno 2009 17:10
Bari e gli altri: i popoli del mare

Nino Lavermicocca

Così piccola e così appetita! Solo la grande Venezia attrasse una
folla di popoli più cosmopolita di Bari. Nessuno ha mancato di
approdarvi, visitare, commerciare, occupare, governare. In
principio furono gli Arcadi, secondo Dionigi di Alicarnasso, guidati
da Enotrio e Peucezio, figli di Licaone re dell’ Arcadia nel XVIII
secolo a.C., «17 generazioni prima della guerra di Troia»; poi fu la
volta dei Cretesi, secondo Erodoto, i quali, dopo aver combattuto in
Sicilia, furono sbattuti da una tempesta sulle coste del basso
Adriatico (rapporti di commercio attestati dai ritrovamenti di
ceramica "micenee" a Santa Scolastica) e poi, in pianta stabile, del
misterioso popolo degli Iapigi (Elleni o Illiri?), che diede al paese il
nome, altrettanto misterioso, di Iapugia (da cui in successione
Iapudia, Apudia, Apulia). Plinio il Vecchio sostiene che Iapix figlio di
Dedalo fosse il re del paese, e che il popolo abitante il territorio di
Bari fosse nato dall'unione di dodici giovani (baresi?) con
altrettante fanciulle illiriche (storie di ordinaria invasione!).
Il nome arcaico nella città oscilla fra le origini greche e quelle
illiriche: Ba'plov, Baris, Bau'plov, Varia, Beroes, ecc. col significato
di barca, casa, depressione nel terreno. Più tardi si aggiungeranno
il nome romano Barium, quello greco-bizantino di Bares, (Varis),
quello arabo di al-Barùh! Una pleiade di nomi duttile, variegata e
adatta a tutte le lingue. Si discute ancora perché alla prima
colonizzazione ellenica-illira dell'epos, non sia seguita la seconda
più concreta e vivace dei Greci di Atene, Corfù, Corinto, Rodi,
magari in contrapposizione ai Laconi di Taranto, considerata la
grande consuetudine commerciale della Peucezia proprio con questi
centri di produzione (importazione di ceramiche e grandi vasi
dipinti, armi, oreficerie prestigiose, bronzi, vetri, ambre, specchi,
vasellame da mensa, da cucina, contenitori di vario genere in
cambio di grano, olio, vino, schiavi). Fu invece Taranto a emergere
ed attrarre nella sua orbita culturale anche i grandi centri peucezi
dell'entroterra, da Ceglie a Rutigliano, Conversano, Monte Sannace,
Gravina, Altamura, emarginando Bari, coinvolta comunque in
guerre ed alleanze locali contro la colonia magno-greca. La
conquista romana, dopo la disfatta di Pirro, portò alla scomparsa
dell’ethnos peucezio e alla sua iscrizione, dopo la guerra sociale
dell'89 a.C., nel distretto di voto della tribù Claudia a Roma.
Bari era allora trilingue: sopravviveva il messapo, insieme al greco
e al latino; non mancavano qualche egiziano, orientali in genere,
rodioti, ciprioti. il marmoranio Nepos con officina a Bari, qui
defunto, era originario di Bisanzio; Sinforos (un commerciante?)
proveniva da Tralles in Caria (Turchia); una donna portava il nome
raro di Appalena, figlia o moglie di Ammauru, un greco, come
Aeliophon, Charia, Erotis. Bari fu romana fino alla metà del IV
secolo d.C., quando cominciò ad entrare decisamente nell’orbita di
Bisanzio. Per l'età delle invasioni barbariche la documentazione è
assai scarsa; nonostante si trovasse al centro del teatro di guerra
fra Bizantini e Goti fra 535 e 553 sulla Traiana da Brindisi a
Canosa, non vi sono prove ne a favore ne contro una sua eventuale
distruzione o devastazione (a qualche guasto potrebbe alludere il
restauro del pavimento musivo della cattedrale promosso a spese
di Timoteo, secondo le note incisioni conservate nel soccorpo). Un
Alano (al seguito dei Goti) potrebbe aver dato il nome ad una
piccola corte della città, corte Colagualano. Neppure l'invasione
longobarda del 568 produsse danni significativi, poi che dalle
lettere di Gregorio Magno (590-604) la città non è ricordata in crisi,
come Canosa. Se nel 663 era già sede di una qualche magistratura
longobarda, può essere stata saccheggiata nel corso della
spedizione punitiva dell'imperatore bizantino Costante II, ma le sue
truppe seguirono il tracciato interno dell'Appia da Taranto a Venosa
e non quello della Traiana, che toccava Bari.
Con l' occupazione longobarda si profila una lunga e stabile
colonizzazione e acculturazione della città: usi e costumi
longobardi, fra cui il celebre istituto del morgincap ("dono del
mattino", devoluzione alla moglie di una parte dei beni del marito),
nonché l'uso del Codice di leggi (Corpus iuris) di Rotari e
Liutprando, perdureranno a Bari per tutto il Medioevo. La città per i
Bizantini è la capitale stessa del thema (provincia) di Langobardia.
Nomi e cognomi longobardi si diffondono nella lingua e nel dialetto
barese; fra gli altri: Accardo, Berardi, Carducci, Cataldo, de
Robertis, Grimaldi, Ranieri e fara, faida, arraffare, manigoldo,
zazzera, milza, scranno, schiaffo, sguincio, ringhiera, gruppo,
guanto e sciruecchie (scercue = oggetti in genere). L 'affermazione
della città fra tardoantico e Medioevo sembra aver scatenato una
vera e propria "caccia" a Bari; riescono ad occuparla gli Arabi
(Barberi di Tunisia), secondo le testimonianze del cronista arabo al-
Balàdhuri: <Il berbero Hablàh, mawla (= cliente) di al-Aghlab,
emiro di Kairawan, assale la città chiamata Baruh, la cui
popolazione è cristiana ma non bizantina e che si trova nella
provincia detta la Gran Terra». Se ne impadronisce nell'847 il
saraceno Khalfun con l'inganno, dando origine al trentennio
dell'emirato arabo. La riconquista cristiana, il 3 febbraio dell'871,
distrugge quanto gli emiri baresi avevano probabilmente costruito
in città: una o più moschee, un palazzo fortificato, ricche dimore,
strade principali (chari) e secondarie (garb), vicoli ciechi (sucaç;),
che ancora connotano i tratti "islamici" nella città medievale,
insieme ai notevolissimi e diffusi resti dell'artigianato artistico arabo
nei bronzi, nelle sculture, nei mosaici, nelle decorazioni, nelle
stoffe. Qualche cognome barese sembra ricordare quel periodo:
Albaran, Dabbicco, Morisco, Bifaro, Barracane, Cafaro, Salatino,
Moro, Saracino, Racano (ricamo), Ingami (moschea), Morabito
(marabottini = monete), Salamanno, e nomi che riguardano i
campi, il lavoro, piante, vestiti, cibi, quali noria, cifra, fustagno,
taccuino, caraffa, dorsena, merletto (ragaridde).
Dall'876 Bari è bizantina, vale a dire soggetta all'impero greco
medievale prima come sede dello stratega del Tema di Langobardia
e poi, dal 975, capitale del Catapanato d'Italia, con un funzionario
di alto rango, civile e militare, che governa le tre province di Puglia,
Basilicata, Calabria. È il periodo di maggior rilievo e splendore per
Bari, dove si torna a parlare greco, che è frequentata da folle di
mercanti e funzionari, e vede diffondersi chiese e monasteri greci,
insieme alle ricche dimore aristocratiche bizantine. La sede del
governo è nel kastro pretorio o palazzo dei Greci, nel luogo dove
sorge ora la basilica di S. Nicola (Corte del Catapano). Bari, centro
politico e militare, si afferma come grande centro religioso e di
cultura (si producono icone, manoscritti, oggetti d'arte, oreficerie,
sculture di grande pregio e bellezza). n dialetto conserva una
grande quantità di parole greche: iusk (forte); kikkvàsce (civetta),
scittusce (tartaruga), sète (melagrana), gràsta (vaso), tatarànne
(nonno), pttée (bottega), chiachùne (fico secco), carteddàde
(cestello), skòscia (scarda), kazzkùmm (capitombolo), quàndre
(cantaro), chelùmme (fioroni), e cognomi quali La Vopa, Strambelli,
Carrassi, Astarita, Poliseno, Amoruso, Rafaschieri, Basile, Straziota,
Carofiglio, Caradonna, Martiradonna. Un vero profluvio di greco, ad
insaputa degli studenti, che fa del dialetto barese una lingua colta
ma distorta se non parlata, come si conviene, dalle anziane
matriarche della città medievale.
Lo splendore di Bari bizantina e mediterranea attrasse presto
l’attenzione degli uomini del Nord, i Normanni, che si affrettarono a
raggiungere quel miraggio di bellezza e opulenza, favoriti anche da
forze (Impero occidentale, Papato) che spingevano ad allontanare i
Bizantini dall'Italia meridionale, considerati alla stregua di
usurpatori ed eretici. L 'incontro con la realtà politica pugliese,
avvenne, com'è noto, a Monte Sant' Angelo in un appuntamento
concordato con Melo da Bari intorno al 1010. Melo si incontrò con
Gilbert Buatère e Osmond Drengot, probabilmente esuli in
pellegrinaggio di espansione per aver ucciso nel loro paese
Guillaume de Repostel e disonorato la figlia. I primi scontri armati
con i Bizantini ebbero luogo ad Ascoli Satriano, Montescaglioso e,
per due volte, nel terreno fatidico di Canne nel 1018. Alla lunga, i
Normanni, risultarono vincitori e nel 1071 Roberto il Guiscardo
poteva entrare in Bari capitale dopo un assedio di tre anni,
ponendo le basi del Regno normanno meridionale. A Bari i
Normanni vennero a contatto con una città cosmopolita, multietnica
e multireligiosa, abitata da Latini, Greci, Armeni, Siriaci, Ciprioti,
Ebrei, Italici, llliri, Dalmati, organizzati in piccole comunità fornite
ciascuna del proprio luogo di culto, esperienza preziosa per la
futura conquista dell'altrettanto cosmopolita Palermo, scelta come
nuova capitale.
Grande importanza ebbero a Bari almeno due comunità etniche:
Ebrei ed Armeni. I primi vi si erano stabiliti probabilmente già dopo
la distruzione di Gerusalemme ad opera di Adriano (secondo
l'elogio di Bari contenuto nella cronaca ebraica del IX secolo detta
Pesikta Rabbati) guidati dai loro dotti e sapienti capi, intorno ad
una loro sinagoga, uno studio e nel quartiere loro assegnato, la
ludeca, nell'area retrostante la cattedrale. Avevano anche delle
proprie aree sepolcrali e "catacombe" ritrovate in corso Sicilia, via
Omodeo, via Crisanzio (chiesa di Santa Croce), Carbonara-Ceglie.
II luogo di una seconda sinagoga nella ludeca di Bari (via Sinagoga,
già San Sabino) è stato recentemente identificato grazie al
rinvenimento di una epigrafe ebraica tuttora incisa su una finestra
dell'originario edificio di culto costruito intorno al 1312-13
«<questafinestra fu fatta l'anno Hadasah [1312-13] dono della
Comunità, per mano dai Mosè da Troyes [o Treviri]»). Anche in
questo caso una serie di cognomi baresi conservano vividamente il
ricordo di quella brulicante umanità: Amodio, Iacobellis, De
Benedictis, Bonadies, Dioguardi, Laudadio, Senodio,
Mercoledisanto, De Giosa, ecc.
L'etnia degli Armeni, composta soprattutto da funzionari e militari
bizantini con le loro famiglie, era stanziata invece dell'area del
pretorio bizantino, intorno alla chiesa di S. Gregorio l'Illuminatore,
patrono degli Armeni, S. Giorgio degli Armeni, S. Bartolomeo e
nelle campagne di Ceglie. Documenti ed atti notarili attestano con
minuzia di particolari le loro vicende; persino uno dei rotoli di
Exultet conservati nel Museo Diocesano, porta iscrizioni in armeno.
Stretti sono i rapporti dell 'architettura e della scultura romanica
pugliese con l' Armenia, così come il culto dei santi (Gregorio,
Biagio, Matteo, Bartolomeo, Lazzaro, Onofrio, Andrea, Pancrazio) e
l' onomastica (Suriano, Cucurachi, Autsnacci, Marzapane, Comite,
Trevisani, Oliviero, Susca, Armenise, Pasanisi, Caccuri, Fosca). Un
drammatico colpo di coda della loro storia, il genocidio operato dai
Turchi nel 1920-22, ha portato nuovamente gli Armeni a Bari,
guidati dal poeta e letterato Nrad Nazariantz, raccolti nel villaggio
armeno Nor Arax (= nostra patria) in via Amendola, suggestiva
testimonianza (purtroppo in abbandono) di un rapporto
plurisecolare.
Dopo i Normanni, dinastie e popoli si sono riversati a Bari in ondate
successive, di cui è arduo, in questa sede, raccogliere
testimonianze, anche brevi, e connessioni con la vita barese, pure
attestate da cognomi, mestieri, arti, provenienza, documenti e
funzioni: Svevi, Angioini, Aragonesi, Milanesi al seguito degli
Sforza, Spagnoli, Francesi al seguito di G. Murat, e poi ancora
Fiorentini, Veneti, Amalfitani, Genovesi, Aretini, Ferraresi,
Alemanni, Svizzeri, Piemontesi, Russi (contatti frequenti soprattutto
per i pellegrinaggi a S. Nicola e alla loro chiesa nazionale - la chiesa
russa – dedicata anch'essa al Santo di Mira), miri, Dalmati, che
hanno lasciato una traccia nell'accogliente dimora della Bari
medievale, tanto nelle dedicazioni delle chiese, quanto nei
caratteristici cognomi, o in un 'usanza particolare, un dolce, un
alimento (le sgagliozze ad esempio, discendenti dalla veneta
polenta), un proverbio o nei soprannomi, diffusi questi ultimi in
abbondanza nella città medievale fino a costituire una allegra
colonia tutta particolare (Bellomo, Belviso, Losurdo, Lorusso,
Lomuto, Crudo, Caporusso, Dentamaro, Bonomo, Bonadonna,
Cece, Centomani, Faccilongo), con lumeggiature di difetti e parti
anatomiche non del tutto ortodosse! Anche l’ironia e la solidale
partecipazione alle vicende della vita in comune erano (e sono) un
tratto evidente della più folta etnia fortunatamente viva tuttora
nella città medievale: i Baresi.

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