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Ezra Pound Stampa E-mail
Scritto da Corrado Bologna   
venerdì, 03 luglio 2009 12:49
  
                           Ezra Pound
            
             
di Corrado Bologna

Ha inizio oggi e terminerà sabato al Centro Studi Americani di Roma, un grande convegno internazionale dedicato al poeta dei «Cantos». Nei suoi testi il provenzale dei trovatori si mescola all'italiano di Dante e di Cavalcanti, al greco dei tragici, al latino delle cronache medioevali, al cinese dei filosofi
L'ultimo dei grandi trovatori provenzali nacque in America, in un paese del Far West, nel 1885. Nell'Idaho lo battezzarono come un profeta biblico, «Ezra»: e di profetico ebbe il volto corrusco, fra l'aquila e il leone, la barba ispida, i capelli ventosi, negli anni terribili e tragici in Italia, quelli dell'adesione al fascismo mussoliniano, poi quelli della prigionia e della condanna per collaborazionismo, infine gli ultimi dopo l'uscita dall'ospedale psichiatrico americano, fra il 1958 e il novembre '72.
Il cognome, «Pound», in inglese designa due unità di misura, una di peso, la «libbra», e una monetaria, la «sterlina». Dovette ossessionarlo dall'infanzia quest'idea di portare deposto nel nome un così feroce destino di doppiezza, l'anima della misura e del valore di scambio e l'anima della sconfinata visionarietà. Suo padre, Homer Loomis Pound (che nel proprio fato iscriveva Omero), fu assistente alla zecca di Filadelfia; Ezra pubblicò studi sull'«economia ortologica» e sulla sostanza della moneta, e fu ossessionato dai temi dell'usura e della natura economica delle guerre, quelle epiche e quelle della cruda storia. Sullo sfondo di tanto interesse per la potenza metafisica del denaro s'intuisce, cupa, tempestosa, una visione apocalittica del consumarsi inarrestabile del tempo e dei valori.
Le sue figure leggendarie
Sua figlia, Mary de Rachewiltz, alla quale si deve una splendida traduzione italiana (basata sul lavoro di autotraduzione di suo padre) dei Cantos - lo sterminato, incompiuto poema che fu l'opera della vita di Pound - ricorda che due figure leggendarie troneggiarono nella fantasia infantile del poeta: «il capitano Joseph Wadsworth che, nella notte del 31 ottobre 1687, aveva salvato la Carta del Connecticut nascondendola nel cavo di un'antica quercia a Hartford, la 'Charter Oak'; e Thaddeus Coleman Pound, rappresentante repubblicano al Congresso e presidente di una società di legnami che stampava la propria moneta. Però nella giovinezza le sue simpatie pare che andassero al più avventuroso ramo dei Loomis, diviso in due gruppi: giudici da una parte e ladri di cavalli dall'altra, annoverando tra gli antenati un eretico bruciato sul rogo in Inghilterra nel 1566».
Anche Ezra rischiò di finire arso vivo, quando i partigiani italiani lo arrestarono, il 3 maggio 1945, e lo affidarono alla polizia militare americana. Nel Disciplinary Training Center, un prototipo di Guantanamo nei pressi di Pisa, lo tennero tre settimane rinchiuso come una bestia selvaggia in una gabbia di ferro esposta al sole furioso del giorno e allagata di bianco dai riflettori abbaglianti durante la notte. Restano tracce visive e auditive di quella tortura nei miti solari dei Cantos pisani, il capolavoro poundiano, composti freneticamente, senza libri, quasi in un estremo esercizio spirituale e mnemotecnico che si trasforma in un dissanguamento verbale traboccante di erudizione e di dolore, in quell'estate d'inferno. È il dantesco «sole che trascina le stelle», figura del destino, filamento di luminosità cosmica intrecciato all'idea fissa del crollo delle civiltà, degli imperi, di Mussolini, con l'assediante ripetizione, assurdo mantra della tragedia storica: «su quest'uomo il sole è tramontato». Sono tracce anche l'ascensione e la caduta delle «two larks in contrappunto / at sunset / ch'intenerisce / a sinistra la Torre / seen through a pair of breeches». Le allodole, nel campo di concentramento pisano, stridono il loro canto d'amore «over the death cells», «sulle celle della morte», e la furia del sole, l'invettiva e il rancore dello sconfitto, si stemperano con le parole della nostalgia più straziata, estratte dalla memoria del Purgatorio: «era già l'ora che volge il disio / ai navicanti e 'ntenerisce il core / lo dì c'han detto ai dolci amici addio». Nella devastazione della guerra e della vita il mondo è uno squallido spettacolo osservato, in un un'ultima, decomposta allegoria dello sconquasso, «attraverso un paio di pantaloni»; ma il canto del poeta-allodola attenua la cognizione del dolore cosmico nella catarsi della tenerezza, proprio là dove la caduta tragica sembra non avere soluzione, non consentire riscatto. Così i «fili di pura luce solare» estratti dalla metafisica della luce dei pensatori e dei mistici medioevali, soprattutto Giovanni Scoto Eriugena e Riccardo di San Vittore, che si annodano in un tappeto figurale composto di infinite immagini, a partire appunto da quella dell'incipit tragico, «the enormous tragedy of the dream» vista attraverso i pantaloni insanguinati appesi a Piazzale Loreto: «Così Ben e Clara a Milano, / pei calcagni a Milano».
Le tracce della realtà si mescolano sempre a quelle della letteratura: le allodole che si abbandonano nell'ebbrezza del sole, e che avranno gridato davvero «in contrappunto» svettando nel cielo di Pisa, guizzano in volo uscendo dalla più celebre poesia del trovatore provenzale Bernart de Ventadorn, la lauzeta che «s'oblida e.s laissa chazer per la doussor qu'al cor li vai». Nella derelizione che segue il disastro risuona nella mente e nel testo di Pound la memoria di tutta la letteratura del mondo, e il provenzale dei trovatori si mescola all'italiano di Dante e di Cavalcanti, al greco dei tragici, al latino delle cronache medioevali, al cinese dei filosofi, con un impasto che ricrea le dissonanze della storia in consonanza musicale, in difficile e complessa, caotica armonia del mondo.
Da giovane aveva letto quasi tutto
Il caos è la forma dei Cantos, il suo ritmo spietato. I secoli e i libri, le tragedie epocali e le minuzie delle esistenze di individui senza gloria né fama, le figure più imponenti della storia e i ricordi più triviali della cronaca quotidiana, gli ideogrammi ermetici e le innumerabili schegge di citazioni erudite vanno e vengono simultaneamente, tornano, si accavallano, si trasformano balenando con la rapidità del fulmine e della mente, e così trapuntano lo sconfinato mantello celeste del testo, si accumulano in questo smisurato teatro della memoria come allegorici detriti di un universo crollato. «These fragments you have shelved (shored)»: «Questi frammenti hai dal naufragio... / (scaffalati)», tradusse lo stesso Pound. L'inizio del canto VIII, negli stessi primi anni Venti in cui Thomas S. Eliot componeva la Waste Land, accenna al diluvio e all'oblio totale dell'apocalisse, di fronte al quale solo la memoria della poesia riesce a fare sponda. Anche Eliot, allodola in contrappunto con il maestro «sulle celle della morte», ripeterà chiudendo il suo poemetto: «These fragments I have shored against my ruins», «Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine» (la traduzione è di Alessandro Serpieri). Ancora una volta quell'annunzio profetico e apocalittico risuonerà, amalgamato con ideogrammi cinesi, nel frammentario canto CX scritto da Pound quattro decenni più tardi, nel 1958, al ritorno in Italia dopo i tredici anni di prigionia nel manicomio criminale, in cui Eliot e tanti altri intellettuali del mondo intero erano riusciti a far trasformare la condanna a morte: «From time's wreckage shored, / these fragments shored against ruin, and the sun jih / new with the day», «Dalla strage del tempo salvati, dalla rovina, / questi frammenti, scaffalati, / il sole jih / ogni giorno si rinnova».
Da giovane Pound aveva letto quasi tutto. E questo tutto se lo portò dietro come un'arca di salvezza, scendendo nell'abisso. La tradizione e la storia sono, nei Cantos, sincronicità straziata, sentimento del tempo, arte della fuga. Si entusiasmò per Rimbaud, Verlaine, Laforgue e i simbolisti francesi, per gli elisabettiani inglesi, per gli antichi anglosassoni; volse nella sua lingua le Trachinie di Sofocle, studiò il teatro Nô giapponese e con Ernest Fenollosa tradusse Confucio, studiando «l'ideogramma cinese come mezzo di poesia» e come «stenografia di quadri»; sperimentò le forme metriche più ardite rimeditando la prosodia classica; soprattutto amò e incorporò la poesia romanza delle origini, i poeti in lingua d'oc, Cavalcanti, Dante.
I Cantos hanno senza dubbio come modello supremo la Commedia, e perfino la sfidano, superando con hybris il fatidico numero 100, slanciati verso un progetto d'infinito che si sbriciolò nel pulviscolo degli ultimi versi folgoranti e visionari, sul bordo del bianco, negli anni in cui, tornato a morire nella sua seconda patria italiana, Pound non volle più pronunciare una sola parola in alcuna lingua, scegliendo il silenzio, il disincarnamento, il vuoto (unica eccezione, forse, la magnifica intervista rilasciata per la televisione nel 1970, due anni prima della morte, a Pier Paolo Pasolini).
Fra il 1908 e il '12, venticinquenne, mentre pubblicava le prime poesie incoronate da titoli danteschi e romanzi (A lume spento, Provença), aveva scritto alcuni dei testi che restano fra i più acuti nell'interpretazione della poesia europea delle origini volgari, The Spirit of Romance e l'introduzione alla versione in inglese dei sonetti e delle ballate di Guido Cavalcanti, autore che Pound genialmente comprese, per la prima volta e in larghissimo anticipo sul lavoro dei lenti filologi, come «psicologo delle emozioni» e poeta degli «stati mentali» trasferiti in parole attraverso un «ritmo assoluto». Vent'anni più tardi, nel 1932, sarebbe nata la sua personalissima edizione delle Rime cavalcantiane «rappezzata fra le rovine», maldestra e zoppicante ma formidabile, in quella riproposizione del mito personale dei frammenti ricomposti e della storia come continuità scheggiata, cui la ragnatela del testo-cosmo restituisce un senso.
Nella celebre dedica della Waste Land Eliot elesse per il maestro che aveva collaborato con lui martellando e limando i versi l'epiteto dantesco «il miglior fabbro», lo stesso che nello Spirito romanzo Pound aveva scelto per il secondo capitolo, dedicato ad Arnaut Daniel. Si rinnovava così l'emulativa genealogia spirituale con cui nel XXVI canto del Purgatorio Guido Guinizzelli («il padre / mio e de li altri miei miglior») designò Arnaut, l'inventore della sestina, la più solare, geometrica e allegorica delle forme poetiche romanze, che Giorgio Agamben ha acutamente interpretato come «modello in miniatura del tempo messianico».
Dopo il naufragio della tradizione
Dai Cantos poundiani alla Terra desolata di Eliot, composti in parallelo nei primi anni del Novecento (e sono gli stessi del libro-universo di Joyce) si avvita, risucchiandoci, un Maelstrom asintattico di emozioni e di parole, di immagini, di idee. Sono gli ultimi poemi insieme epici e lirici dell'Occidente, libri-oceano dalle interminate profondità, arche salvatrici nel diluvio; intorno galleggiano desolati relitti, dopo il naufragio di un'immensa tradizione culturale. Solo Omeros di Derek Walcott, nel 1990, oserà riprendere la rotta su acque così piene di gorghi: sul suo oceano così poundiano, non a caso, vola la rondine marina, «messaggera della Mente», la cui velocità «lascia indietro la Memoria»: «come un presagio acceso dal sole» la rondine-mente poetica «gonfia la gioia», riplasmando nel mondo demitizzato l'antica figura d'ascensione e caduta, l'allodola di Bernart de Ventadorn e di Ezra Pound.
La poesia poundiana vive a lungo, e fiorisce ancora nel cuore delle avanguardie novecentesche, negli apocalittici Novissimi, il cui «linguaggio-collage», dietro l'invito di Luciano Anceschi (La poetica di Pound, 1949-50), cercherà di riprendere il filo dei Cantos, esaltando «il primato della struttura, dell'invenzione linguistica, il suo porsi in luogo della rappresentazione» e riconoscendo in Pound «la condizione del poeta moderno, che ha la lingua 'premuta tra un muro e una moneta'» (parole di Alfredo Giuliani).
Varrà per Pound quanto Ernst Robert Curtius (che peraltro in Letteratura europea e Medio Evo latino non lo cita mai) scrisse per Eliot: in lui «tutta la letteratura europea da Omero in poi vive un'esistenza simultanea e rappresenta un ordine simultaneo». Ezra Pound è il borgesiano Uomo del Libro che, negli scaffali della Biblioteca di Babele, ha «shelved-shored» tutti i libri della storia per preservare l'unico fondamentale, misterioso, sconosciuto, «che sia la chiave e il compendio perfetto di tutti gli altri: un bibliotecario l'ha letto, ed è simile a un dio».


CONVEGNI
Da tutto il mondo a Roma gli studiosi di Pound
Per la prima volta Roma ospita la «Ezra Pound International Conference», che si svolgerà da oggi al 3 luglio presso il Centro Studi Americani (via Michelangelo Caetani, 32), con la collaborazione dell'Università di Roma Tre e il Patrocinio del Comune di Roma. Il tema, «Ezra Pound: Roma Amor», darà occasione a esplorazioni del mito e della storia di Roma nell'opera del grande poeta americano. Soprattutto il monumentale poema epico, «I Cantos» (Mondadori, 1985), sarà al centro del dibattito. Roma, attraverso tutte le sue vicende, e sin dalle origini, è, per Pound, cuore e motore vitale della creazione della civiltà occidentale, fino a proiettare il suo modello repubblicano, oltre oceano, sugli ideali dei Padri Fondatori (Jefferson e Adams) della nascente nazione americana. Parallelamente ai lavori del convegno, sarà allestita anche una mostra di ritratti alla «Libreria La Diagonale», un concerto sull'opera musicale di Pound a cura di Margaret Fisher e Bob Hughes, e una lettura di poeti stranieri e italiani, fra i quali Mary de Rachewiltz, la figlia di Pound.
Al convegno, curato da Caterina Ricciardi e Massimo Bacigalupo, interverranno ottantacinque studiosi da tutto il mondo, tra i quali Barbara Arnett Melchiori (con un intervento intitolato «Browning's Scorpion»), Walter Baumann (che indagherà sulla «Belfast connection» di Pound), Tim Redman (sul complesso rapporto tra il grande poeta e la chiesa cattolica), David Barnes (il quale metterà a confronto l'Italia di Pound con la Roma di Marinetti e la Venezia di Dazzi. E ancora: Emily Mitchell Wallace («The Last Diplomatic Train from Rome in 1942: Ezra Pound's Passport and His Kafkaesque Nostos»), Ira Nadel («And Pounds and Pounds and Pounds: The Lives of Ezra»), William Pratt («More Lasting Than Bronze: Pound's True Heritage») e John Gery, che insieme a Walter Baumann coordinerà il dibattito finale del convegno. I lavori avranno inizio alle 9 di oggi al Centro Studi Americani a Palazzo Antici Mattei, in via Michelangelo Caetani 32.

Fonte: il Manifesto del 30 giugno 2009 p. 11
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