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Tuttologo. Con questo termine, dispregiativamente inteso, si etichetta qualcuno che ha da intervenire, antipaticamente, su ogni argomento. I “circoli colti”, in particolare quelli di sinistra, ma proprio sinistra sinistra, così di sinistra che, attraverso vari passaggi, sono arrivati al superamento del dualismo destra/sinistra, etichettano con il termine tuttologo quello che Antonio Gramsci soleva indicare con il concetto di “intellettuale organico”. Organico nel senso di funzionale e organico nel senso, successivamente specificato, di una conoscenza profonda: “Il grande politico non può che essere 'coltissimo', cioè deve 'conoscere' il massimo di elementi della vita attuale; conoscerli non 'librescamente', come 'erudizione', ma in modo 'vivente', come sostanza concreta di 'intuizione' politica.”
Tuttologo è il termine che, dispregiativamente, mi viene incollato come etichetta soggetta al pubblico ludibrio. E qui è tutta la differenza valoriale che esiste tra chi è comunista e chi invece dice di non esserlo mai stato e se è capitato lo era con il filtro.
Essere etichettato come “tuttologo”, gramscianamente inteso, per me è un grandissimo onore che temo sempre di meritare parzialmente. Come essere etichettato “comunista” è per me un grandissimo onore che mi sforzo di meritare. Per chi usa queste parole in senso dispregiativo non posso che provare compassione per la sua ignoranza e fare di tutto perché usi altri termini se proprio desidera insultarmi.
Capita però che l'uso di queste parole venga da chi si da arie da “intellettuale al servizio dell'umanità”, magari da un pulpito cattedratico speso conquistato con l'appoggio dei comunisti e ben pagato dal “bieco e odiato sistema capitalista”. L'erudito si definirà “Husserliano”.
In questo caso la compassione si trasforma in un sentimento che non riesco a definire con un solo termine. È quello che si prova per quei vermi che si annidano nelle carogne e di esse si alimentano e in esse si riproducono e tutta la loro vita e quella dei loro discendenti è proiettata in quel putridume.
Io continuerò, finché posso e ho voce, a dire quel che penso in forma possibilmente fruibile anche da chi non vanta titoli accademici, spesso tintinnanti come le medaglie di quei generali sovietici post-brezneviani che avevano combattuto e sconfitto solo legioni di bottiglie di vodka.
Continuerò a dire la mia chiedendo ospitalità a chiunque mi onori della sua amicizia e si senta, almeno un po', onorato della mia, in forma sempre gratuita perché mi onoro di appartenere alla genie degli operai comunisti. Il cui identikit era, sempre da Antonio Gramsci, così descritto: “L'operaio comunista che per settimane, per mesi, per anni, disinteressatamente, dopo otto ore di lavoro in fabbrica, lavora altre otto ore per il Partito, per il sindacato, per la cooperativa, è, dal punto di vista della storia dell'uomo, più grande dello schiavo o dell'artigiano che sfidava ogni pericolo per recarsi al convegno clandestino della preghiera.” (L'ordine nuovo – settembre 1920)
Non sfuggirà al lettore che l'operaio comunista dava il suo tempo e le sue idee al partito e al sindacato dopo otto ore di lavoro in fabbrica e non invece.
Questo io penso: retrò, sbagliato, inattuale, inconiugabile, novecentesco, chi più ne ha più ne metta, ma non mi stancherò mai di cercare di spiegare che cosa sia una storia al di là della propaganda, becera e incolta quella del berlusconismo di centrodestra, usurpatrice e mortificante quella che fanno individui spregevoli, che prima si abbuffano e poi, satolli, rivoltano il truogolo.
Retrò, sbagliato, inattuale, inconiugabile, inguaribilmente “vecchio” permarrò nella convinzione che : “Il moderno principe, non può essere una persona reale, un individuo concreto; può essere solo un organismo; un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva, riconosciuta e affermatasi parzialmente nell'azione. Questo organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il partito politico; la prima cellula in cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali e totali.”
E pertanto guarderò i moderni principi “a caratura monarchica” sempre come avversari del mio credo politico, qualunque sia il colore del mantello che indossano. Mi auguro di poter incontrare persone di ogni idea ma capaci di discutere nel merito, senza rivolgersi all'artifizio retorico di attaccare il pensatore quando non è capaci di attaccare il pensiero, che “l'arte di ottenere ragione” di Arthur Schopenauer è testo, ai tuttologi, molto ben conosciuto.
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