Il leader carismatico e la folla: quando un sogno diventa un bi-sogno
Scritto da Umberto Galimberti
sabato, 15 agosto 2009 19:37
Lettere
Quando un sogno diventa un bi-sogno
Scrive Shakespeare in Come vi piace: "Il mondo è un palcoscenico, semplici attori gli uomini e le donne che entrano ed escono a comando, e molte parti in vita sua ricopre un solo uomo"
Risponde Umberto Galimberti
Se è vero che anche in periodi oscuri e miseri c'è sempre la possibilità di una scintilla che può incendiare gli animi e le menti per cambiare situazioni stagnanti, mi domando: stante l'attuale situazione politica e dinanzi allo strapotere ipnotico delle TV, cosa può spingere milioni di persone a immedesimarsi in un capo preso a simbolo di misteriose e inconfessabili pulsioni individuali e collettive, e se non sia il caso di fare una ricerca appropriata sull'arcana forza che spinge ad accettare come inevitabile o sopportabile una situazione di passività culturale e di degrado etico-politico come quello attuale. Nicola DeMinico
Conosco e condivido pienamente le sue considerazioni sul genere maschile e femminile e proprio rispetto a quest'ultimo che si pone la domanda. Lotto da anni per i diritti delle donne che vedono la loro prima causa di morte tra i 16 e i 44 anni per mano violenta di un maschio "familiare". Il contesto culturale nel quale viviamo si nutre di disparità di genere anche professionale e io non sento donne lamentarsi, anzi, né le vedo muoversi per cambiare qualcosa. Per esempio, questa ultima misera questione Berlusconi-Casoria e non solo, estremamente offensiva per il femminile, attesta che il premier non ha perso alcun consenso, tantomeno da parte delle donne. Riusciranno le signore ad avere, prima o poi, un rigurgito di dignità a prescindere dal loro orientamento politico? È mai possibile che il voto femminile non riesca a disturbare minimamente il machismo imperversante? È comprensibile tale stato di rassegnazione? La prego, mi aiuti a comprendere. Beatrice, Roma
Le domande del lettore e della lettrice chiedono perché, anche in presenza di comportamenti poco esemplari, il nostro Presidente del Consiglio non perde, se non marginalmente, seguito e consenso. La risposta è molto semplice, perché è un leader carismatico. "Carisma" è un parola che usiamo di frequente, senza mai indagarne l'essenza che, come scrive il neurolinguista americano Robert Dilts, consiste nella "capacità di creare, attraverso gesti e parole, un mondo al quale le persone desiderino appartenere". Di solito quel mondo non è reale, gli obiettivi del leader carismatico restano sempre: la sua affermazione, il suo successo, il suo profitto, ma colorati dall'illusione che questi obiettivi possono essere realizzati da tutti coloro che accettano di seguirlo. Lo psicoanalista Manfred Kets de Vries, autore del libro Leader, giullari e impostori (Raffaello Cortina), così descrive i tratti che connotano la componente carismatica di un leader. A suo dire: quando il sorriso diventa una maschera e l'ottimismo una condotta, quando la comunicazione ha i toni della sicurezza propria di chi non ha paura, di chi non vede ombre, tanto meno dentro di sé, quando la complessità è semplificata fino all'indicazione di una sola via perché altre non se ne danno, quando si è persuasi che ogni branco ha bisogno di un capo e le metafore tratte dal mondo animale diventano abituali, quando lo sguardo è sempre dall'alto, proiettato nel futuro perché il presente è sotto controllo, quando la dipendenza è ciò che soprattutto si esige dagli altri, e quando negli altri si vede solo il proprio riflesso, che è poi il riflesso di una luce senz'ombra, allora siamo in presenza di un leader carismatico, il cui tratto peculiare è ben individuato da Gian Piero Quaglino nella sua prefazione al libro di Kets de Vries. Tutti i leader hanno un sogno, scrive Quaglino, ma nel caso del leader carismatico, capace di coinvolgere chi lo segue nel suo sogno, "a sognare si è in due: il capo e i suoi gregari, tutti ugualmente coinvolti e partecipi a credere, ad alimentare, a inseguire il sogno, tutti che si rispecchiano in esso: un sogno a due, un bi-sogno". Siccome è una costante della natura umana quella per cui metà del mondo si aspetta che qualcuno dica cosa si deve fare e l'altra metà non vede l'ora di dirlo, il leader, che appartiene a questa seconda metà, per fare del sogno un bi-sogno coinvolgente in cui tutti si ritrovano, è costretto a spingere i confini del sogno fino a quel punto in cui i fatti danno l'impressione, non importa se illusoria, di andare incontro ai desideri, mentre la realtà si lascia contaminare dalla sua allucinazione. Un passo ancora e il sogno può spezzarsi, e allora tutti aprono gli occhi e, come annota Quaglino, alla delusione collettiva che sempre accompagna la fine di un sogno, quasi sempre si aggiunge la violenza distruttiva del leader carismatico, che così esprime la vendetta per un sogno tradito. Senza sogni la storia non cammina, ma anche nei sogni occorre una misura se si vuole evitare un risveglio da incubo.
Fonte: Repubblica - inserto Donna del 18 luglio 2009
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