|
Rieccoci
Estate difficile questa del 2009, densa di lutti e di vuoti improvvisi e incolmabili, eventi che mettono a dura prova l'ottimismo della volontà che, per definizione, deve tracimare anche dalle vene che pulsano frementi per il pessimismo della ragione.
Estate difficile e poco fruita, nella quale il desiderio della vacanza s'alterna con la voglia di terminarla come in una doccia scozzese che scuote ogni poro e ogni cellula del corpo e della mente.
E però la vita continua, imperterrita, attaccata alla vita come non mai e si forgia e s'indurisce nelle asprezze della vita. E la vita è fonte anche di splendide realtà che la alimentano e la fanno diventare ancora più meravigliosa della meraviglia che la origina: una scintilla che diventa fuoco di passione e due cellule piccole e insignificanti che, unite, diventano Giuliano, Giovanni, Edoardo …
E la vita e il caso ti permettono di incontrarti e di fiutarti, e di ritrovarti e ritrovare le ragioni della vita e immaginare che c'è ancora tempo per scintille e passioni ideali che, nel nostro caso, non seguono le leggi della biologia ma quelle del logos. E allora anche il vuoto più incolmabile diventa fucina e deposito di nuove idee e nuovi progetti, nel segno e nel sogno anche di chi quel vuoto ha lasciato.
E Giuliano riempie di musica un pezzo di mondo, e Giovanni d'arte e di sensibilità e Edoardo che ha letto il GEB e la Bibbia e dialoga come piace a me: ponendo le domande giuste, certosine e circostanziate, magari rompendo le scatole con la sua meticolosità. Ed è bello sapere che il seme del senapo ha prodotto dove il 30, dove il 60 e dove il 100…
Ma oggi è tempo di mangiastorie, se ne sono affastellate in questi giorni che la pancia piena aiuta la mente vuota. Storie che racconto secondo il metro della sensazione e non quello, ferreo e logico, del tempo. Storia di mangiastorie è l'annuale appuntamento con la cucina di Gabriele e di Anna Rosa, in un trullo nella campagna ostunese. Gabriele rivisita cucine mediterranee e le interpreta e le traduce e le tradisce, contaminandole come è contaminata la storia delle umane genti. E Persia, Libano, Marocco e Tunisia si mescolano con Venezia e Brindisi, le Alpi con la Toscana e le Americhe.
Ed ecco una passata di ceci con semi di cumino ed un Cous Cous con verdure crude, l'immancabile puré di fave bianche e le mille forme di ortaggi: peperoni, melanzane, zucchine, cipolla rossa di Acquaviva in ogni modo declinate. E focacce e fegato alla veneziana (assolutamente strardinario) con polenta ripassata alla brace …
E carne grigliata e gelato e vini adeguati, una tavola divisa in due parti e poi unitasi nella convivialità e nella comunione che pane e vino sanno dare. Il pane e il companatico in una sorta di eucarestia internazionale per ciò che era a tavola e per chi era intorno alla tavola.
E fuori dal trullo, un mondo insensato, arretrato e provinciale, parla di stranieri …
A concludere, a tarda sera, un antico toscano sulla collina ostunese sotto una luna splendente e luminosa nonostante una sottile foschia. Non potevo che scivolare nelle braccia di Morfeo e dimostrare ai compagni di sollevamento forchetta appesantita, la mia perfetta conoscenza di due lingue alternative e legate alla posizione delle palpebre: quando sono aperte parlo un italiano perfetto, se le chiudo russo con gran proprietà (sarà il comunismo o le sigarette consumate nella mia vita precedente?)
Deliziato tutti del piccolo concerto per basso e controfagotto, smaltito in gran parte l'alito che qualunque maresciallo definirebbe non adatto alla guida, è tempo di prender la via del ritorno.
Il mio fardello ha qualche etto in più eppure non ho esagerato. Esploro tasche e marsupio e ritrovo un libro che avevo prestato a Gabriele (Gelato Estemporaneo), ma vi è anche un'altro libello di tredici anni fa: contiene 30 poesie di Elisabetta, una "sciabicota" che scriveva del suo piccolo mondo, fatto di mare, di cielo, di famiglia, di alberi di ulivo e di un vaso di gerani. Scritto in dialetto brindisino. Domande semplici e le straordinarie risposte del poeta: Ci mi l'era diri,/ quandu mama m'é pinzatu/ dretu a 'na crasta ti gerani/ cha m'era anchiri totta ti spini?/ Mama, dretu a 'na crasta ti gerani/ è pinzatu cha nisciunu m'era 'ccarizzari.
È bello il dialetto, sa di vissuto. Idioti recenti ai quali altri idioti hanno dato potere pensano di chiuderlo nelle aule e di usarlo per segnare confini. Idioti e incolti, sapessero almeno che la raccolta e la traduzione delle poesie di Elisabetta è di Massimo Feltrin, il cui cognome è tipicamente salentino … o no? A presto.
Pino De Luca
|