TORINO
GLI Archivi di Stato custodiscono la memoria storica del Paese, Risorgimento compreso, ma pochi oggi sembrano essere interessati alla loro conservazione. Ancora più paradossale è che, a due anni dal centocinquantesimo anniversario dell' Unità d' Italia, le istituzioni pubbliche preposte alle celebrazioni non abbiano preso in considerazione i progetti presentati dagli Archivi di Stato. Lo provano le notevoli difficoltà che stanno incontrando quelli di Torinoe di Genova, nonostante l' assoluto rilievo della loro documentazione, spesso inedita, da valorizzare. Nella ex capitale del Regno d' Italia, intanto, sono depositati i ruoli matricolari delle cinque divisioni garibaldine, 40-50 mila uomini, in buona parte del Sud, che dopo la spedizione dei Mille, fino alla battaglia del Volturno, seguirono l' Eroe dei Due Mondi per «fare l' Italia». Gli storici non hanno mai potuto studiarli veramente perché, finora, sono stati di ardua consultazione: circa duecento grandi registri, del fondo del ministero della Guerra, che necessitano di un riordino sistematico e di una informatizzazione dei dati. È quanto vorrebbe fare Marco Carassi, direttore dell' Archivio torinese. In oltre un anno, però, quasi nessuno, soprattutto il Comitato Italia 150 di Torino che gestirà milioni di euro, ha dato risposta concreta alla sua richiesta di ottenere poche decine di migliaia di euro, indispensabili per l' avvio della ricerca. Eppure sono materiali di notevole importanza, che, tra l' altro, testimoniano come siano stati principalmente i volontari dell' Esercito Meridionale, poi smobilitati e abbandonati da Casa Savoia nel 1861, a dare compimento al processo risorgimentale. Un tema dunque di bruciante attualità, la risposta della storia a chi vuole disfare l' Italia. Ciononostante, ricorda Carassi, «Solo la Fondazione della Cassa di Risparmio di Torino ha mostrato disponibilità». Ha stanziato 5 mila euro. Purtroppo insufficienti. Anche all' Archivio di Stato di Genova esiste un giacimento ricco e scarsamente conosciuto. Racconta un ulteriore capitolo del Risorgimento dei volontari, in cui emerge, in particolare, il sostegno strumentale dato a Garibaldi da Cavour e da Vittorio Emanuele II in quella fase decisiva. Si tratta di una collezione che comprende, tra le altre, le matrici di 2500 passaporti concessi ai garibaldini in partenza dal capoluogo ligure, i loro certificati di residenza (che venivano rilasciati a Brescia) e i relativi fascicoli personali, fino a telegrammi di Cavour, dispacci per conto di Garibaldi e di Giuseppe Cesare Abba, l' autore del celeberrimo Da Quarto al Volturno. Sono stati scoperti, come hanno spiegato Paola Caroli, direttrice dell' Archivio, e il dirigente Alfonso Assini, «attraverso il riordino di un fondo della vecchia Intendenza sarda di Genova, successivamente passato alla Prefettura italiana». Le carte genovesi avrebbero dovuto essere messe in collegamento con il progetto torinese. Nelle armate di Garibaldi si arruolarono pure i 2500 che salparono da Genova con l' avallo sabaudo. Spiega lo storico Franco Della Peruta, uno dei maggiori studiosi del Risorgimento democratico: «Cavour aveva deciso di mettere il cappello, come si suole dire, sulle imprese di Garibaldi». Accadde quando i Mille e gli altri, nell' agosto 1860, passarono lo Stretto di Messina e cominciarono la conquista del resto del Regno delle Due Sicilie. Per dimostrare la volontà sarda di volgere a proprio favore la campagna contro i borbonici, in sostanza, basterebbero i telegrammi del Grande Tessitore: come quello di Genova sulla libera concessione dei passaporti agli ufficiali dell' intendenza garibaldina. Sfruttare la rivoluzione, per poi liquidarla drasticamente con la smobilitazione delle truppe in camicia rossa, permise ai Savoia di prendersi il Meridione senza sparare un colpo almeno fino a Castelfidardo e all' assedio di Gaeta. Gli uomini che si imbarcarono a Genova, ancora fino all' ottobre 1860, di certo non sapevano niente delle manovre sardo-piemontesi. Tra di loro non mancavano i medici, gli avvocati, i possidenti, ma, a differenza degli originari Mille, ad abbondare erano i contadini, gli spaccapietre, i camerieri, i marinai, i facchini, i caffettieri, gli operai, come ci narrano i documenti ritrovati. Di lì a poco, «fatta l' Italia», sarebbero stati dimenticati insieme agli altri 40-50 mila. -
MASSIMO NOVELLI