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Il Bluff del digitale 2a parte Stampa E-mail
Scritto da Mario Albanesi   
martedì, 03 novembre 2009 14:20
 
IL BLUFF DEL DIGITALE (di Mario Albanesi) 2



Il digitale terrestre è nato male, anzi, non doveva proprio nascere; stabilendo il passaggio fra il sistema televisivo a diffusione analogica in quello digitale, il Parlamento europeo - in buona parte anche per incompetenza - ha ceduto alle pretese lobbistiche di chi guardava alle prospettive lucrative e di potere facendosi costantemente scudo della frase passe-partout: “progresso tecnologico”,.

Le diffidenze in tutti i paesi europei verso questo “progresso” sono state tante perché mentre il sistema analogico che potremmo definire maggiormente “elastico” consente ricezioni anche in presenza di deboli segnali, il digitale non ha mezze misure: si vede o non si vede, con la terza variante – la peggiore di tutte - di assistere a continui fermi immagine o al fenomeno delle “squadrettature” colorate.

Non a caso i tempi sono stati stabiliti dall’UE al 2012, magari pensando che la sperimentazione finisse nel frattempo per accertare in modo inoppugnabile gli effettivi benefici, ma in Italia si è immediatamente colta la palla al balzo per risolvere certi problemi di bottega – primo fra tutti quello di Rete 4 – decidendo di bruciare le tappe a tutta favore delle reti nazionali private e del mondo degli affari oscuri.

Non si scelse la strada del vero avanzamento tecnologico di qualità tecnica e del risparmio che poteva essere ottenuto attraverso il potenziamento delle trasmissioni da satellite che consentivano tra l’altro un enorme risparmio energetico: un solo trasmettitore per ciascun bouquet a copertura di tutta Europa contro i circa 1500 necessari per “illuminare” il solo territorio italiano.

Questa soluzione avrebbe consentito l’esistenza in “parallelo” dell’analogico terrestre a scelta dell’utenza, evitando di mandare al macero un numero spaventoso di ricevitori – basta pensare alle centinaia di migliaia di televisori dislocati negli ospedali, ai milioni di ricevitori presso le abitazioni private e ai portatili (videoregistratori o altro) affatto in grado di ricevere il digitale con le due classiche antenne a forma di corna; inoltre, potevano essere abbassate le potenze di trasmissione (oggi assolutamente spropositate per ragioni di prevaricazione), diminuendo gli sprechi in tempo di grave crisi economica.

A differenza di quanto dichiarato dal ministro Scajola e dal suo vice Romani l’inquinamento ed il dispendio energetico non potranno essere ridotti, ma aumenteranno fortemente perché le difficoltà legate alla difficile ricezione in digitale per coloro che non hanno la ventura di risiedere in prossimità delle antenne di trasmissione, si tenterà di superarle impiegando rispetto all’analogico un numero superiore di apparati di trasmissione e potenze a radio frequenza di gran lunga maggiori.

Il quadro generale che si presenta per gli operatori e gli ascoltatori è di conseguenza indefinibile e presenta anche aspetti comici; non a caso Mediaset, Rai e La7 hanno cercato affannosamente di correre ai ripari in previsione che la ricezione dei loro canali in certe zone sarà difficile se non impossibile, fondando una società chiamata Tivù Sat che si vale di un satellite (la Rai, in favore di questa innaturale commistione privato/pubblico ha di conseguenza abbandonato la già collaudata piattaforma Sky).

Possiamo a questo punto immaginare tra il serio ed il faceto la condizione di un ascoltatore abbonato a Sky che ha l’abitazione fuori dal campo di ricezione Rai, Mediaset, La7.

Già in possesso del decodificatore per la la sintonizzazione di Sky, per vedere Tivù Sat ne avrà bisogno di un secondo, se poi vorrà vedere anche ciò che succede intorno a dove vive raccontato dalle emittenti locali ne avrà bisogno di un terzo, il tutto condito dalla continua commutazione dei tre dispositivi verso le prese scart del suo televisore e con in mano ben quattro telecomandi, uno per accendere l’apparecchio e gli altri tre per effettuare la ricerca!

Queste ultime difficoltà potevano essere attenuate (non le altre che sono congenite al sistema) se l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni avesse disposto, come da sua stessa delibera - la 216/00cons - l’adozione di un decodificatore unico, ma la sua incapacità e imprevidenza difficilmente potranno essere recuperate perché nel frattempo sono stati venduti un gran numero di televisori con un solo decoder incorporato. non modificabile, che susciterebbero le fiere proteste degli acquirenti.

Grave la situazione poi in cui si troveranno le altre reti nazionali e le locali che non sono in grado per gli alti costi di valersi di Rai Way che come abbiamo già visto ormai è a disposizione di Rai di Mediaset e La7. Esse rischieranno l’estinzione perché perderanno quel vantaggio – definito ricerca casuale - che attualmente consente ancora all’utenza in appena 20 secondi di esplorare con il telecomando tutta l’offerta del momento fermandosi sul programma che gli interessa: gli ascoltatori, un po’ per le difficoltà di ricezione, un po’ per la ricerca complicata, finiranno inesorabilmente per ignorarle orientandosi a seguire le sole emittenti più forti visibili con più facilità.

Ovunque sono cessate le trasmissioni in analogico si sono manifestati i contorni di una possibile catastrofe; in Sardegna centinaia di comuni sono rimasti privi dei segnali che erano soliti ricevere e per il Piemonte il deputato Giorgio Merlo afferma: “..decine di comuni montani sono stati lasciati a oggi (dopo l’interruzione delle trasmissioni in analogico ndr) sostanzialmente allo sbando e privi di qualunque ricezione televisiva. Una sorta di interruzione di pubblico servizio..”

Come tamponare gli effetti di una scelta sbagliata aggravati da una serie di grossolani errori commessi dal Ministero per lo sviluppo economico e dall’Autorità per le garanzie (sic!) nelle comunicazioni?

In primo luogo con la cessazione dello scandaloso silenzio stampa voluto per non turbare la grande festa del digital divider ossia la divisione delle frequenze fra coloro che ne hanno già tante (reti nazionali, telefonia ecc…) buona parte delle quali sono editori di giornali e televisioni in palese conflitto di interesse; in secondo luogo ridisegnare e limitare il numero dei canali delle reti nazionali che ambiscono a restare sole e incontrastate padrone del settore; terzo bloccare fin che si è in tempo il processo di distruzione dell’esistente per almeno due anni come stabilito dall’Unione europea.

Non sarà facile toccare interessi importanti protetti e pianificati, ma la forza della protesta popolare e degli operatori del settore potrebbe riuscire a condizionarli. (2 fine)

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